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Abitare l’incanto. Conversazione con Sara Gamberini

Di Rosa Carnevale • novembre 08, 2022Conversazioni


Se è vera la teoria per cui fra immaginazione narrativa ed empatia c’è uno stretto legame, a volte leggere un libro significa anche trovarsi al cospetto dei propri spettri, delle proprie paure, dei propri desideri più celati. E significa condividerli con i protagonisti di una storia, di un romanzo e anche, più o meno direttamente, con l’autore del libro. Succede così anche per Infinito Moonlit (NN Editore, 2022), un libro che Sara Gamberini ci offre come una sorta di abbraccio o di amuleto, facendoci venire voglia di scriverle e raccontarle tutto di noi e delle nostre vicende. Scrivere, d’altra parte, significa aprirsi e leggere vuol dire predisporsi a un incontro con l’altro. E, nell’incontro, credo stia la verità del nostro essere profondamente umani.

E voi, credete alla magia? E ai mondi sottili? E agli amuleti? Credete al destino che incrocia le vite di più persone e all’incanto che avvolge tutto ciò che ci circonda?

In un mondo che vive sempre più di linee spezzate, connessioni interrotte e brevissime questo nuovo romanzo di Sara Gamberini sembra quasi una preghiera: credeteci anche a voi o provate a farlo per il tempo della lettura di queste pagine. Se ogni libro è un pretesto per ragionare sopra i fatti del mondo, questo lo è anche per guardare la realtà da una nuova angolatura, chiudendo gli occhi e lasciandosi trasportare in una storia che non ha niente di inedito, se non il fatto di riuscire a svelare e sondare ciò che di misterioso e magico può accadere nella quotidianità di ognuno di noi.

Dopo l’esordio del 2018 con Maestoso è l’abbandono (Hacca edizioni), la scrittrice veronese torna con un nuovo romanzo introspettivo, un sussurro in bilico tra poesia e prosa che riesce a fondere realtà interiore, natura e meraviglia. Infinito Moonlit è un incantesimo, la storia di una madre e di una figlia che, grazie al pensiero magico, inventano un nuovo modo di abitare il mondo. È una storia che ha un passato doloroso nell’infanzia della madre, Teresa, e un futuro di radiose possibilità grazie alla forza di una figlia, Maria.

“Ci sono persone che hanno avuto in destino un dolore, un inizio di vita difficile, le puoi riconoscere perché si commuovono sempre e sono a loro volta commoventi”, scrive Sara Gamberini. Ma anche il male può essere “un maestro di tenerezza”, come ci ha insegnato Chandra Livia Candiani. E Teresa sembra avere imparato molto dal dolore, anche se non può fare a meno di continuare a chiedersi “se una madre che è stata una bambina infelice può crescere una figlia felice”. Entrambe, la madre e la bambina, stanno vivendo momenti difficili e decideranno di provare a superarli lasciando la città e trasferendosi in una casa circondata dai boschi, dove ricomporre i pensieri e i desideri a contatto con la natura.

Maria sa parlare con gli animali, capisce il loro linguaggio, sogna di diventare una custode degli alberi possenti su cui si dondola. È una creatura che sembra venire da un altro mondo, impalpabile e che ha qualcosa di magico e prodigioso. Riesce a scorgere ciò che dimora in mezzo ai boschi da millenni e che non tutti possono vedere. Il bosco è un rifugio. A volte non c’è modo di proteggersi se non allontanandosi, cambiando strada, volgendo lo sguardo da un altro lato, imparando ad ascoltare nuove voci.

La madre Teresa, invece, “vuole a tutti i costi amare quello che non ama e non amare quello che ama”, avrebbe bisogno di essere cullata, sa che esistono i mondi sottili ma ha ancora delle resistenze, fa grandi giri, cambia strada e poi ritorna, una continua vibrazione inquieta che deve imparare a favorire il bene, a non lasciarlo andare, a prendersene cura, come si fa con i bambini.

Teresa ha bisogno di tenere a bada i suoi pensieri per poter sentire i mondi sottili come unica verità possibile. Forse infatti non è neanche l’amore il vero rimedio. Forse a salvarci sono soltanto la poesia, l’insensatezza e l’altrove incantato, popolato di entità millenarie che ci mettono in contatto con gli altri mondi contenuti nella nostra realtà. A volte, quello che sembra avere meno senso è anche ciò che riesce a guarirci e a permetterci di camminare dritti, attraverso gli ostacoli e le difficoltà. Sarà Maria a spiegare tutta la questione di “Dio" (nel senso più ampio del termine) a Teresa, guidandola e traghettandola attraverso le sue paure.

Spesso sono i bambini a svelarci la via. “Non importa se non siamo brave subito”, ripete Maria a Teresa quando si scoraggia di fronte ai problemi pratici della vita nel bosco. Come imparare a fare legna, come essere autosufficienti, come trascinare un grande tronco fino a casa? Ma anche come sopravvivere a un amore che finisce? La vera protagonista del libro sembra essere, incontrastata, l’infanzia. “I cuori non si spengono mai davvero, ce ne sono alcuni più resistenti di altri, ad esempio in assoluto il cuore dell’infanzia, che è un’entità, la divinità più prossima all’uomo”. Con i suoi turbamenti e i suoi infiniti doni. Eterna custode del nostro essere e, allo stesso tempo, spaventosa sovrana delle nostre paure. Ma a tutta la paura del mondo si può sempre rispondere con la meraviglia, come direbbero le protagoniste di Infinito Moonlit.

Infinito Moonlit di Sara Gamberini

Infinito Moonlit è un incantesimo, la storia di una madre e di una figlia che grazie al pensiero magico trovano un modo nuovo di vivere e vedere il mondo...

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Infinito Moonlit è un libro in cui, come già in Maestoso è l’abbandono, il tuo romanzo di esordio, ci dai uno spaccato di quelli che sono per te i “mondi sottili”, un altrove pieno di incanto al confine con l’invisibile. Vuoi darcene una tua breve definizione?

Io credo profondamente ai mondi sottili, alle entità, alla presenza dell'anima in tutte le cose. Agli antenati, alle divinità, al destino. Forse sono animista, davvero non lo so. È molto difficile definire i mondi sottili, perché per natura sono inafferrabili, ma non per questo irreali. Ho trascorso molti anni della mia vita senza pensarli e sono stati gli anni più noiosi e contorti che io abbia mai vissuto. Personalmente non do il meglio di me usando la ragione, sondando l'inconscio o pensando molto, la mia “casa” è a contatto con l'invisibile e con la natura. I mondi sottili e l'amore sono la stessa cosa.

Come si fa ad allenare la capacità che ognuno di noi può avere di sentire i mondi sottili?

Ho incontrato l'invisibile qualche anno fa, grazie a una persona che mi ha aperto le porte di un mondo, di un nuovo modo di sentire, un dono incredibile che mi ha cambiato la vita. È accaduto in un attimo. È stata un'esperienza molto semplice, immediata, intraducibile a parole, come quando si ama qualcuno. Ero così sorpresa, ma non c'era alcuno spazio per i dubbi perché quando si fa esperienza di cosa si nasconde tra le pieghe del reale è davvero impossibile sospettare, non crederci. Non c'è nulla a cui credere, tra l'altro, è tutto già qui. Avvicinare l'invisibile è molto più facile, normale, di quanto si creda. Grazie a questa persona che mi ha condotto, senza sapere di averlo fatto, in me si è depositato come un altro senso, da affiancare agli altri cinque, sette, o forse mille che abbiamo. Il modo per connettersi con i mondi sottili credo abbia molto a che fare con l'amore, l'amore immenso di bene. È una connessione che non avviene attraverso la mente; i progetti, i propositi razionali, non possono raggiungere l'anima, è di un'altra specie.

“Scrivere è l’atto di dire io, di imporsi su altre persone, di dire ascoltami, guarda le cose dal mio punto di vista, cambia idea”, ha scritto Joan Didion. In un certo senso anche il tuo libro sembra voler portare l’attenzione su un Io. Quanto c’è di autobiografico in Infinito Moonlit e come hai deciso di raccontare questa storia?

Gli spunti autobiografici ci sono, come capita spesso nei romanzi, ma io desideravo raccontare una storia diversa dalla mia, mettermi a lato, volevo raccontare un'altra storia partendo da pezzettini della mia vita. Così in Infinito Moonlit ci sono personaggi che non esistono nella realtà, personaggi che nel romanzo sono madri e nella mia vita magari sono nonne, cugini, fidanzati o conoscenti. Gli accadimenti sono mescolati, inventati, altri invece sono riportati fedelmente.

Concordo molto con Joan Didion, come potrei non farlo, ma più che chiedere di guardare le cose dal mio punto di vista, io immagino le mie storie come una specie di regalo per chi avrà voglia di riceverlo, un regalo che provo a fare senza pretese.

Nel libro Teresa e Maria scappano dalla città per andare a vivere in una casa nel bosco che le aiuterà a riavvicinarsi alla natura e a ricomporre i loro pensieri. I luoghi sono capaci di insegnare? Cosa trovano qui che in città non esiste?

La città nel romanzo rimane indefinita. All'inizio le due protagoniste vivono in una casa del centro che Teresa ha scelto, dopo la separazione da Moussa, per i pavimenti con le cementine colorate, per le porte vecchie a due ante e perché a Natale, proprio sopra le finestre, appendono le decorazioni a forma di gocce di pioggia che si muovono lungo un filo e illuminano le stanze. Teresa però ha in destino un dolore, un'infanzia difficile, e conserva nel cuore un vuoto. Per molto tempo cerca i colpevoli di questo vuoto, poi prova a colmarlo, fino a quando capisce che un vuoto è un vuoto e possiede una sua sacralità, ha una sua ragione d'essere. Teresa riesce ad avvicinarsi all'invisibile, ad assecondare uno slancio verso la volta celeste, ma avere a che fare con le persone rimarrà per lei sempre un po' complicato. Anche Maria è frastornata dalle interpretazioni delle insegnanti, dai compagni di classe. Se gli esseri umani deludono, è come se pensasse Teresa, si possono sempre avvicinare altri elementi, la vegetazione, gli animali, le piccole entità del bosco, i regni invisibili. Non si tratta di ritirarsi in solitudine ma di scegliere una compagnia diversa. Teresa decide di dare a Maria tutto quello che ha, e tutto quello che ha è il suo amore, una casa nel bosco e un destino selvatico.

La scrittura può essere un modo per esplorare questi luoghi altri?

Ognuno di noi, se lo vuole, può contattare una dimensione più sottile. Sicuramente serve una guida, una piccola iniziazione o un'intenzione cristallina. Le modalità sono infinite, ciascuno ha la propria, di certo la mia è principalmente la scrittura.

La letteratura e la pratica di scrivere sono anche terapia: servono in qualche modo anche a ricucire i traumi e gli strappi?

Per me la scrittura non è così terapeutica, scrivere richiede un buon equilibrio, una centratura, una dedizione notevole. Se sono in subbuglio non scrivo mai bene, ho bisogno di isolarmi molto e di non essere distratta dal turbinio delle emozioni e dei pensieri. Non attinge lì la mia ispirazione. Se soffro per amore, ad esempio, non posso scrivere, e lo stesso se ho un problema urgente da risolvere. Devo sempre trovare un riparo per scrivere, una piccola tana, e sentirmi al sicuro. La scrittura non mi consola, scrivere se mai mi manda vagamente in estasi. Ma certo non escludo che per qualcuno possa essere terapeutico, anzi, è sicuramente possibile e bello che lo sia.

Infinito Moonlit si legge lentamente, come se tu avessi voluto restituire alle tue pagine e al lettore la sensazione del tempo lento che impiegano le cose ad accadere.

Mi piace molto che Infinito Moonlit chieda lentezza nella lettura, mi è stato detto molte volte, non lo sapevo mentre lo scrivevo. Certo, è una narrazione che asseconda le piccole cose e i mondi sottili e i battiti dei cuori, quindi probabilmente il tempo lento e naturale delle cose che accadono lo contraddistingue e detta il ritmo.

Quando Teresa inizia a frequentare Moussa, un uomo senegalese, i passanti e i conoscenti si mostrano molto incuriositi, non riuscendo a comprendere come le strade dei due, una bianca e l’altro nero, possano essersi incontrate. Come si reagisce al razzismo?

Chi non è vittima di razzismo temo non potrà mai capire a pieno cosa significhi subire continue discriminazioni, non credo sia possibile capire davvero cosa si prova, né quale reazione sia più efficace avere. Io mi inchino davanti a chi è impegnato in questa lotta e lo onoro, lo onoro molto, e lo seguo, non lo abbandono mai. Penso sia rispettoso non appropriarsi di questa lotta ma sostenerla, sostenerla con tutte le forze. Essere a fianco e partecipare attivamente. Ho amici di origine senegalese e assistere ogni volta ai piccoli gesti quotidiani di razzismo mi fa infuriare, mi fa molto male. Un esempio tra mille: quando nella stessa occasione, la stessa persona si rivolge a me dandomi del lei e alla mia amica o al mio amico dando del tu. È una cosa assurda, no? Eppure accade quotidianamente.

Poi c’è Maria, la figlia magica di Teresa che, nonostante le difficoltà sembra avere una forza indefinibile. Affidarsi ai bambini è il segreto? Loro hanno la chiave?

Maria ha avuto in destino molto amore, anche se Teresa è una donna a volte insicura e è a disagio nelle consuetudini di un certo tipo di vita, sa amare in modo incondizionato. E lo stesso Moussa, il padre della bambina. Teresa a un certo punto del romanzo dice: “Mi era chiaro adesso che la base sicura negli uomini attecchisce unicamente in presenza di amore incondizionato, è solo questo il nostro terreno buono, la giusta esposizione. In assenza di riserve, l'uomo può radicarsi a terra e sopportare anche le frustrazioni, la nostalgia, la fatica. E dentro cresce un'anima fidata che non si assenta mai, forse un Dio o una specie di foresta.

A volte arriva in destino qualcuno che ti mostra un senso più alto delle cose, è un grande regalo quando accade, e non ci deve stupire troppo se questa persona ha cinque, sei o nove anni. Se è un orso, se è il bosco o un fiume. Affidarsi ai bambini, ma anche a noi adulti da bambini, è sempre la migliore delle soluzioni, perché significa affidarsi all'amore.

Vorrei soffermarmi sulla figura del maestro, Cosimo. “Cosimo sosteneva che i bambini arrivano dai mondi infiniti con il loro corredo di inclinazioni e poi qualcuno li aiuta a scovarle. A volte ci vuole un po’ di tempo e questo non è un trauma, non è nemmeno una sventura. Se nessuno li aiuta, per un momento tutto è perduto”. Quanto è importante avere qualcuno che ci guidi?

Cosimo si fa portavoce della forza del destino e della vocazione, una forza ben più potente, per me, dell'influenza dei genitori sui figli, seppure anche questa determinante. Nei mondi sottili si sa da tempo che non c'è incuria, inquietudine, magnificenza, che dipendano interamente dai gesti di un genitore. E Cosimo conosce molti segreti.

In questo libro, come già nel primo, Maestoso è l’abbandono, si fa riferimento alla psicoanalisi. Qui, però, la protagonista sembra voler gettare uno sguardo anche oltre.

“Dalla mia analisi - scrivi - avevo ereditato una sola convinzione, la psiche è vicina alle verità inconfessabili ma rimane lontana dal senso delle cose che è più imperfetto, enigmatico, immutabile, meno politico, meno giusto, meno ingiusto, meno equilibrato, più innocente”.

Desideravo andare oltre, sì, pur rispettando molto il percorso psicoanalitico. A volte certa psicoanalisi ortodossa mi sembra un po' mancare di una teoria della magia. E altre volte, nella mia esperienza personale, molto ortodossa appunto, mi sembrava che l'analisi tentasse di interpretare anche l'inspiegabile. A me piace molto invece che qualcosa rimanga del tutto inafferrabile. Mi dà conforto. L'insensatezza e l'imprevedibilità del mondo a volte ci sopraffanno e allora speriamo che ci siano molte teorie che possano dare un senso alle cose che viviamo, ma a volte il senso di un accadimento non è l'aspetto più importante di quell'accadimento.

Tra le pagine c’è anche la chiusura di una relazione, quella di Teresa con Giovanni. Cosa succede quando finisce un amore?

Quando finisce un amore accade che si vive un abbandono, che è la ferita più grande per gli esseri umani, la prova più dura, una delle più grandi paure. L'abbandono causa un dolore molto difficile da assorbire perché la prima esperienza di una separazione avviene quando siamo ancora senza parole, senza linguaggio, e il dolore si deposita da qualche parte nel corpo o nel cuore, in un luogo difficile da raggiungere. E ogni volta le separazioni, i lutti, la fine di un amore, riportano alla luce quello spaesamento che è impronunciabile, misterioso e allo stesso tempo così familiare. La vicinanza delle persone care, la bellezza, il tempo, la poesia in ogni cosa, per me sono la cura. È così difficile riparare un cuore rotto da soli.

La bambina e la sua mamma, ad un certo punto scoprono che possono dare nomi nuovi alle cose che ne hanno di tristi. Nasce così il gioco di Infinito Moonlit. In questo modo si rendono conto che Dio e la sua essenza è anche questo: poter rinominare il mondo.

È bellissimo quello che scrivi, accade proprio così. È questo il significato profondo del titolo, di Infinito Moonlit, di questo strano nome che io tanto amo. Ho la sensazione che la mia scrittura abbia profondamente a che fare con questo, con il desiderio di rinominare il mondo. Maria e Teresa capiscono di essere libere e di essere uniche e meravigliose, come tutti lo siamo, proprio togliendo i nomi a tutte le cose, ai luoghi comuni sulla vita, a tutte le esperienze, visibili e invisibili, e rinominandole.

“Desiderarsi gentili non significa essere sempre avvolti da un sorriso e dire di sì a tutti; è un orientamento: ci volgiamo verso l’amorevolezza e ci lasciamo trasformare”. Sono parole di Chandra Livia Candiani in Questo immenso non sapere. Ci sono due termini che tornano insistentemente anche in Infinito Moonlit: silenzio e gentilezza. Quanto sono importanti per te?

Chandra Livia Candiani è una poetessa che io amo molto, prima di tutto perché è bravissima. E poi perché mi fido di lei, so che ogni parola che sceglie è la più sincera, sincera il più possibile. È molto raro potersi fidare davvero. Maria è una bambina silenziosa perché ha accesso a una conoscenza che non si può esprimere a parole, il silenzio è un'ottima pratica per connettersi con i mondi sottili. La gentilezza è per me il riparo che più mi dà protezione, genera in me la sicurezza più rincuorante, la più salda. Ho molto bisogno di essere rincuorata.

Infinito Moonlit di Sara Gamberini

Teresa crede nei mondi invisibili e nelle entità, ma le sue convinzioni sono sempre state ambivalenti a causa dei genitori, anarchici e atei. Teresa crede anche nell’amore, come fosse un patto stretto con la madre Dea, una donna eccentrica e scostante. Il destino, però, le ha messo sulla strada Moussa, il padre di sua figlia Maria, un uomo di origine senegalese e animista, e poi la stessa Maria, una bambina silenziosa e magica, che vive secondo ritmi e alfabeti tutti suoi, ed è molto vicina alle questioni del cielo. Teresa sta passando un momento difficile, soffre e fa fatica a capire il suo posto nel mondo.

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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