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Il razzismo, la letteratura e gli Stati Uniti d'America

Di Giuseppe Luca Scaffidi • dicembre 14, 2020

Quando Niccolò, il responsabile del blog di Kobo, mi ha proposto di tentare di inquadrare il ruolo che la letteratura americana ha giocato nella rappresentazione della fondamentale dicotomia che negli ultimi mesi è tornata a fagocitare il dibattito pubblico statunitense – il sempiterno conflitto latente tra ignoranza e cultura, tra apartheid e diritti civili –, l’ansia da prestazione ha cominciato ad assalirmi sin dal primo istante: mi sono trovato costretto ad attivare le adeguate contromisure per scacciare via la sindrome della pagina bianca, consapevole di dover fare i conti con almeno due ostacoli di immedesimazione macroscopici.

Il primo problema, banalmente, ha a che fare con l’appartenenza: non sono un cittadino afroamericano, né sono mai entrato in contatto diretto con tutti i bocconi amari che un afroamericano è costretto a ingoiare su base quotidiana.

Il secondo dilemma è decisamente più spinoso e sgradevole, dato che riguarda un concetto certamente iniquo e insopportabile, ma ancora ben lungi dal venire definitivamente soppiantato: quello di status. Nel cercare di portare a termine il compito assegnatomi, non ho potuto sottrarmi a un’attenta analisi della mia condizione di classe: il mio identikit sociale è assimilabile, in tutto e per tutto, allo stereotipo del bianco privilegiato. Onde evitare fraintendimenti è bene specificare che, quando parlo di “privilegio”, non mi riferisco a una mera questione di censo (sebbene negare l’esistenza di disparità di ricchezza fondate sul colore della pelle sarebbe, volendo impiegare un eufemismo, intellettualmente disonesto), quanto piuttosto alle condizioni di partenza agevolate di cui ho avuto la fortuna di potere godere sin dalla nascita: provengo da una famiglia che potremmo ascrivere alla “medio-borghesia” (parola antipatica, ma tant’è: ho avuto la ventura di cascare non troppo lontano da quest’albero); non sono mai stato oggetto di discriminazioni razziali o, più in generale, percepito come diverso; e, last but not least, i miei diritti civili e politici non sono mai stati messi in discussione, né ho mai dovuto attivarmi in concreto per poterne disporre: sono sempre stati inscritti nel mio sangue; un beneficio non da poco.

Volendo forzare la mano, le (pochissime, per dire la verità) offese che, nel corso degli anni, mi è capitato di dovere incassare in quanto uomo del Sud – sono nato e cresciuto in un paesino dell’Alto Jonio calabrese – costituiscono l’unica forma di “discriminazione” che mi sia capitato di dovere sopportare nell’arco di un’intera vita; tuttavia, va da sé che, se rapportate alle ferite di classe che storicamente hanno martoriato la comunità afroamericana, fanno quasi sorridere: la retorica antimeridionalista posticcia è sicuramente fastidiosa ma, suvvia, non ha mai ucciso nessuno.

Sulla base di queste premesse è chiaro che, per una persona come me, ogni tentativo di immedesimazione con i dolori della comunità afroamericana è destinato rapidamente a naufragare nel mare magnum della superficialità: la mia prospettiva – quella di chi non mai dovuto combattere per essere riconosciuto come soggetto di diritto, perché lo è sempre stato – è per forza di cose limitante. Come spiega Francesco Costa in un prezioso enunciato di Questa è l’America: «Nonostante la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti dichiari notoriamente che "tutti gli uomini sono stati creati uguali", i Padri fondatori pensavano a uomini con la pelle di un colore ben preciso». Il punto focale del discorso è proprio questo: nella realtà statunitense, il razzismo non è soltanto un problema di percezione comune, un cortocircuito temporaneo; per lungo tempo ha rappresentato un fatto istituzionale, un dato di realtà inconfutabile, una prassi condivisa.

Da questo punto di vista, la narrativa americana costituisce un osservatorio privilegiato, una delle poche cartine tornasole di cui avvalersi per evitare di inciampare in pericolosi errori di approssimazione.

Esaurita questa – doverosa – premessa, concentriamoci, dunque, sulla letteratura: per uno strano scherzo del destino, l’epopea presidenziale che più di tutte ha istituzionalizzato un certo tipo di linguaggio xenofobo, sciovinista ed escludente ha vissuto il proprio epilogo proprio nell’anno del sessantesimo anniversario di una delle opere che ha stravolto maggiormente la percezione della convivenza tra bianchi e neri negli Stati Uniti.

L’11 luglio del 1960 il piccolo editore J. B. Lippincott & Co, di stanza a Filadelfia, mandava alle stampe To kill a Mockingbird (letteralmente, Uccidere un usignolo), la fatica letteraria d’esordio della scrittrice trentaquattrenne Harper Lee, ex coordinatrice editoriale della fanzine umoristica studentesca Rammer Jammer, nata nel 1926 a Monroeville, Alabama, un lembo di terra abitato da poche migliaia di anime, situato a metà strada tra Montgomery e Mobile e suolo natìo del collega e amico d’infanzia Truman Capote.

Il romanzo, tradotto in italiano con Il buio oltre la siepe, è ambientato nella città fittizia di Maycomb tra il 1933 e il 1935, nel pieno della Grande depressione, quarant’anni dopo la pronuncia della famigerata sentenza della Corte Suprema che legittimò la dottrina xenofoba del Separate but equal (quella che sancì la liceità della segregazione razziale e della legislazione segregazionista promulgata dagli Stati del Sud nel ventennio precedente) e ventott’anni anni prima della promulgazione del Civil Rights Act, la legge federale che dichiarò illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e l’emarginazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale.

Anche chi non ha mai letto una pagina de Il buio oltre la siepe ha perfettamente introiettato l’immaginario lasciato in eredità dal romanzo: ad introdurci all’insensatezza dell’Alabama segregazionista è lo sguardo infantile (e, di conseguenza, privo di pregiudizi) di una bambina bianca di sei anni, Scout Finch, sorella minore di Jem e figlia dell’avvocato antirazzista Atticus, un uomo di bell’aspetto, rispettabile esponente della borghesia cittadina, colto, incorruttibile e ammantato da una patina di candore e idealismo talmente enfatizzata da risultare quasi stucchevole. Com’è noto, l’usignolo drammaticamente evocato dal titolo è invece il bracciante agricolo Tom Robinson, uno dei residenti neri della città, accusato ingiustamente di aver mosso violenza sessuale nei confronti di Mayella Ewell, una donna bianca. Nonostante le pressioni dei cittadini di Maycomb – che non perdono occasione per dare sfoggio di un razzismo esacerbato fino al ridicolo –, Atticus accetta di farsi carico della difesa legale di Tom, battendosi affinché il processo abbia un regolare svolgimento e conduca a un verdetto imparziale; verdetto che, com’è facile intuire, non arriverà: nonostante l’assenza di prove, Robinson viene prima condannato e, successivamente, fucilato dalle guardie carcerarie in seguito a un disperato tentativo di evasione.

«Nei tribunali, se c'è la parola di un uomo bianco contro la parola di un uomo nero, l'uomo bianco vince sempre».

Nel giro di pochi mesi, il bildungsroman di Lee riuscì a ritagliarsi un posto di assoluta preminenza nell’ambito del dibattito pubblico statunitense, acquisendo rapidamente lo status di caso editoriale: fu investito del premio Pulitzer per la narrativa dell’anno successivo, ispirò numerosi adattamenti teatrali e cinematografici (tra cui il celebre film del 1962 con Gregory Peck) e, allo stadio attuale, è considerato un classico contemporaneo della letteratura americana, sino al punto di venire tradotto in oltre quaranta lingue e vendere più di trenta milioni di copie nel mondo.

Qualche settimana fa, il libro è stato sospeso dai piani di studi di alcune scuole di Burbank (assieme ad altri classici come Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, Uomini e Topi di Steinbeck e The Cay di Theodore Taylor) per via del frequente ricorso a insulti razzisti, che potrebbe produrre l’effetto di “umiliare o emarginare” gli alunni di colore.

Non si è trattato della prima richiesta volta a estromettere Il buio oltre la siepe dalle aule scolastiche: in più di un’occasione, la comunità afroamericana ha mostrato qualche perplessità nei confronti della figura di Atticus, domandandosi se la sua caratterizzazione potesse essere accomunata o meno all’archetipo del white savior, formula con cui viene indicata l’inclinazione delle persone bianche ad aiutare coloro che vengono percepiti come “diversi” (segnatamente, tutti i non bianchi) sulla base di una spinta puramente esibizionistica, vicina al concetto di self-serving: in quest’ottica, l’ausilio prestato dai “salvatori bianchi” alle minoranze etniche non troverebbe fondamento in una reale volontà di utilizzare il proprio privilegio per alleviare le loro sofferenze, ma nel puro e semplice protagonismo: un atteggiamento inconsapevolmente paternalistico, figlio di un passato coloniale ancora fortemente radicato nell’immaginario collettivo.

In effetti, lo stesso impianto narrativo de Il buio oltre la siepe sembrerebbe confermare parzialmente questa prospettiva: a più riprese, quello di Lee – ricordiamolo, una donna bianca cresciuta nell’Alabama segregazionista – dà l’impressione di essere uno sguardo non completamente “decolonizzato”: la storia è raccontata attraverso la voce di una bambina bianca ed è incentrata, pressoché interamente, sul racconto degli sforzi (meritori) di un padre benevolo e politicamente impegnato che, di pagina in pagina, viene rappresentato in maniera quasi messianica. Inoltre, mentre ai personaggi bianchi – la famiglia di Scout, i vicini, persino il violento e scriteriato Ewells, padre di Mayella e suo reale molestatore – sono riservate delle caratterizzazioni assolutamente credibili e approfondite, un discorso simile non può essere applicato per quelli neri. Alcune analisi si sono soffermate sulla figura di Calpurnia, la governante afroamericana della famiglia Finch, sottolineando la sua prossimità all’archetipo della “schiava felice”, paga della propria subordinazione, eternamente grata al proprio datore di lavoro e poco disposta a interrogarsi sulla sua reale condizione di asservimento. A ben guardare, lo stesso Tom Robinson sembra configurarsi come un semplice pretesto narrativo, il vuoto informe su cui l’immaginazione bianca può proiettarsi per espiare le proprie colpe e colmare il suo bisogno di redenzione. Durante la lettura veniamo a conoscenza del suo drammatico destino giudiziario, ma non sappiamo quasi nulla dell’angoscia che i suoi familiari provano mentre vengono costretti a osservare passivamente la sua capitolazione; non conosciamo il suo passato, i suoi desideri o le sue motivazioni; non leggiamo delle notti in cui sua madre, insonne e costernata dal dolore, ha avvolto le mani attorno al suo grembo vuoto, pregando Dio per vedere salva la vita della sua progenie innocente; sappiamo troppo poco dello sconforto che sua moglie, Helen, e i loro tre figli provano mentre familiarizzano con l’idea che, con ogni probabilità, non lo vedranno mai più varcare la porta di casa.

Le polemiche si sono inasprite in seguito alla pubblicazione del controverso sequel de Il buio oltre la siepe, Va’, metti una sentinella, il secondo – e ultimo – romanzo di Harper Lee, mandato in stampa a cinquantacinque anni di distanza dal primo: il libro mette in mostra un Atticus completamente diverso, convintamente razzista e membro di spicco del “Consiglio dei cittadini”, l’organizzazione a favore della segregazione razziale e contro l’integrazione scolastica tra bianchi e neri.

Naturalmente, queste defezioni necessitano di essere lette in retrospettiva: il successo istantaneo che interessò To kill a Mockingbird non dipese unicamente dall’urgenza delle tematiche trattate (criterio senz’altro soddisfatto) e dalla sua capacità di penetrare efficacemente il mercato americano, ma anche dal contesto in cui prese corpo la sua vicenda editoriale: nell’immediato dopoguerra, la segregazione razziale rappresentava ancora la norma nelle modalità d’interazione sociale degli Stati Uniti, soprattutto in quelli del Sud.

Per bianchi e neri, la vita sociale era indirizzata su due binari legislativi rigidamente distinti: facevano la spesa in supermercati diversi, cenavano in ristoranti diversi, soggiornavano in hotel diversi, frequentavano scuole diverse, urinavano in bagni pubblici diversi e, nei rari momenti di contaminazione, gli afroamericani erano comunque tenuti a mostrare ossequio nei confronti della loro controparte privilegiata e protetta da diritti.

Questa asimmetria era ancora ben presente alla metà degli anni Cinquanta: appena cinque anni prima della pubblicazione de Il buio oltre la siepe, la sarta e attivista Rosa Parks rifiutò di cedere il posto sull'autobus a un uomo bianco, venendo arrestata con l’accusa di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione di Montgomery. La sua ingiusta detenzione stimolò la reazione del pastore protestante Martin Luther King, che mobilitò con successo la comunità afroamericana attraverso la disobbedienza civile: per 381 giorni, le attiviste e gli attivisti del nascente movimento per i diritti civili boicottarono pacificamente le autolinee della città. L’anno successivo il caso di Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che dichiarò, finalmente all'unanimità, l’incostituzionalità della segregazione sui mezzi pubblici dell'Alabama. Il Buio oltre la siepe è, quindi, un seme sbocciato sul terreno dell’apartheid istituzionale, della normalizzazione del razzismo da parte dai poteri dello Stato, della cristallizzazione di una prassi gerarchica fondata sangue, in cui la circostanza che una persona di colore non potesse votare, ottenere un’adeguata rappresentanza parlamentare, avere accesso all’istruzione o ricevere un mutuo per acquistare una casa decorosa era considerata la norma.

Tenendo ferme queste premesse, risulta indubbio il valore “pedagogico” della prima fatica letteraria di Lee, testimoniato dal suo impiego come testo di narrativa in (quasi) tutte le scuole del paese: Il buio oltre la siepe ha avuto il merito di fornire ad almeno quattro generazioni gli anticorpi indispensabili per rifuggire dal morbo del sospetto nei confronti del diverso e di setacciare i cortocircuiti insiti in un sistema giudiziario profondamente iniquo: è il classico libro che bisognerebbe leggere almeno una volta nella vita.

Ciò nonostante, rimane da chiedersi se, a sessant’anni dalla pubblicazione, il romanzo si sia rivelato in grado di superare la proverbiale prova del tempo: è ancora possibile considerare Il buio oltre la siepe un romanzo pienamente attuale?

Tornando alle curiose coincidenze, l’amministrazione Trump ha trovato la propria capitolazione nell’anno in cui Colson Whitehead ha incassato il secondo Pulitzer per la narrativa in appena tre anni con I ragazzi della Nickel. Si tratta di riconoscimenti non dettati dal caso: attraverso le sue opere, Whitehead è riuscito nell’impresa di dischiudere uno spazio immaginario inedito, un’intercapedine segreta in cui le storie sepolte della vicenda razziale americana possono trovare l’occasione per venire rivelate, proprio come accaduto nel caso de La ferrovia sotterranea. Underground Railroad è il nome con cui, nel lessico comune statunitense, viene indicato quel network “sotterraneo” di muto soccorso, composto da militanti e attivisti antischiavisti, che aiutava gli oppressi a fuggire dal Sud per raggiungere gli stati liberi del Nord. Nel romanzo, in una prima fase ambientato nelle piantagioni di cotone della Georgia della prima metà dell’Ottocento, Whitehead la trasforma in una vera e propria linea ferroviaria operante in regime di clandestinità, nel sottosuolo, grazie al lavoro infaticabile di macchinisti e capistazione abolizionisti.

L’ucronia sapientemente costruita da Whitehead è incentrata sull’Odissea vissuta da Cora, una schiava quindicenne che, dopo aver subito l’ennesimo sopruso da parte del proprio padrone, decide di ribellarsi, intraprendendo il più pericoloso dei pellegrinaggi assieme al suo compagno di schiavitù Caesar: una corsa a tappe insidiosa verso la libertà, scandita dalle continue incursioni di cacciatori di taglie privi di scrupoli, e dall’anima marcatamente allegorica, in cui ogni stazione intermedia si trasforma nel pretesto narrativo utile per fare emergere un volto differente degli orrori della schiavitù, riflettendo lo spirito del tempo di epoche diverse della storia americana: dalla Carolina del Sud della prima metà del XX secolo, con i suoi grattacieli che ricordano From Hell di Alan Moore e il suo approccio (soltanto) apparentemente benevolo al "problema dei negri", a prima vista perfettamente integrati nel consesso sociale, salvo poi venire trattati come topi da laboratorio per esperimenti eugenetici, passando per quella del Nord, segnata dalla sanguinosa eredità delle leggi razziali di Jim Crow, spietata e radicalmente intollerante, dove «la razza negra non esisteva se non appesa a una fune», fino all’approdo in un Tennessee desolato e infernale, afflitto da piaghe bibliche, boschi bruciati e città in quarantena completamente invase dalla febbre gialla.

In un paese in cui i corpi delle persone nere non sono mai stati completamente liberi, un romanzo come La ferrovia sotterranea è destinato a trasformarsi rapidamente in un classico.

L’epopea di Cora, in cui ogni spinta verso l’emancipazione viene rapidamente soffocata da un malessere sistemico che infetta l’America trasversalmente, radicato a una profondità tale da configurarsi come un vero e proprio fenomeno di costume, una pratica normalizzata nei sistemi, nelle strutture e nelle istituzioni poste alla base della società, è l’espediente perfetto per fotografare lo stato dell’arte di quella frattura mai completamente risanata cui accennavamo in apertura: un conflitto ancora in piena fase di dispiegamento.

«A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito», proseguì Ridgeway. «Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano».

Gli esempi utili a dimostrare l’invincibilità di questo malessere, sfortunatamente, abbondano, ma per semplicità d’analisi proviamo a riportare alla mente il filmato vergognoso che ha iniziato a circolare su Twitter il 25 maggio, lo stesso giorno in cui George Floyd veniva costretto a strozzare in gola l’ultimo I can’t breath: Amy Cooper, una donna bianca, ha chiamato la polizia lamentando di essere minacciata da Christian (casualmente i due hanno lo stesso cognome), un bird-watcher che si era limitato a chiederle di rispettare le regole in vigore nel parco e mettere il guinzaglio al suo cane. Le parole urlate a squarciagola dalla donna – “I’m going to tell them there’s an African-American man threatening my life” – sono una tremenda testimonianza di come, ancora oggi, negli Stati Uniti, il colore della pelle possa trasformarsi rapidamente in un atto di accusa: la parola di una persona bianca continua ad avere un peso differente rispetto a quella di una persona nera.

Se una delle stazioni della Ferrovia sotterranea avesse avuto accesso a Central Park in quella giornata funesta, dinanzi alla prontezza mostrata da Christian nel filmare l’ennesima oppressione, Whitehead avrebbe buon gioco nel metterci dinanzi alla nostra miseria: «Ogni giorno i bianchi provano ad ammazzarti piano piano, e certe volte provano ad ammazzarti in fretta. Perché renderglielo più facile?»

Il buio oltre la siepe di Harper Lee di Harper Lee

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Giuseppe Luca Scaffidi è un articolista freelance. Ha collaborato con varie realtà editoriali, tra cui The Vision, Jacobin Italia, DINAMOpress e la rivista indipendente menelique.

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