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Black Looks

Di bell hooks • marzo 27, 2024Pensieri

Pubblichiamo un estratto dal primo capitolo di Sguardi neri / Black Looks, di bell hooks, edito da Meltemi.

Di tutti i miei corsi, quello sulle scrittrici nere è tra i preferiti dagli studenti. L’ultimo semestre in cui ho tenuto questo corso, si è svolta in classe la consueta, appassionata discussione del romanzo Due Donne – Passing di Nella Larson. Quando ho fatto notare alla classe (particolarmente interessata a discutere il desiderio dei neri di essere bianchi) che Clare – la nera scambiata per bianca per tutta la durata della sua vita adulta, che ha sposato un ricco uomo d’affari bianco con cui ha un figlio – è l’unico personaggio del romanzo che desidera veramente “la nerezza”, e che è questo desiderio che porta al suo omicidio, nessuno ha risposto. Clare afferma con coraggio che preferirebbe vivere per il resto della sua vita come una povera nera ad Harlem, piuttosto che come una ricca matrona bianca in centro. Ho chiesto alla classe di riflettere sulla possibilità che amare la nerezza costituisca un atto rischioso nell’ambito della cultura suprematista bianca, una vera e propria minaccia, una violazione gravissima dell’ordine sociale, in seguito alla quale l’unica punizione possibile è la morte. La mancanza di reazioni dei presenti ha reso dolorosamente evidente che questo gruppo di studenti, dalla diversa provenienza e molti dei quali neri, era assai più interessato a discutere del desiderio dei neri di essere bianchi, anzi mostrava una vera e propria fissazione rispetto a questo tema, tanto da non riuscire nemmeno a prendere sul serio una riflessione critica sul significato dell’“amore per la nerezza”.

Gli studenti (specialmente quelli neri e razzializzati) volevano parlare dell’odio di sé vissuto dai neri, ascoltare le reciproche confessioni sotto forma di narrazioni particolareggiate della miriade di modi in cui avevano cercato di conquistare la bianchezza, anche solo da un punto di vista simbolico, fornendo dettagli espliciti sui modi in cui si erano sforzati di apparire “bianchi” parlando in un certo modo, indossando determinati vestiti e persino scegliendo gruppi specifici di bianchi con cui fare amicizia. I biondissimi studenti bianchi hanno, a loro volta, colto l’occasione per testimoniare di non essersi resi conto della violenza causata dal razzismo sulla psiche delle persone nere fino a quando non hanno iniziato a frequentare amici neri, a seguire corsi di Black Studies o a leggere L’occhio più azzurro di Toni Morrison. Di più: prima di stringere legami con persone non bianche, non si erano mai resi conto dell’esistenza del “privilegio bianco”.

Ho lasciato quella classe di oltre quaranta studenti, la maggior parte dei quali convinti di essere radicali e progressisti, sentendomi come se avessi assistito all’esibizione rituale dell’impatto che la supremazia bianca ha sulla nostra psiche collettiva, di come plasmi l’essenza della vita quotidiana, il modo in cui parliamo, camminiamo, mangiamo, sogniamo e ci guardiamo l’un l’altro. L’aspetto più spaventoso di questo rituale fu per me l’evidente fascinazione per l’odio di sé manifestato dai neri, talmente intenso da soffocare sul nascere qualsiasi discussione costruttiva sull’amore per la nerezza. In generale, le persone non vogliono ammettere apertamente fino a che punto la “nerezza” evochi principalmente odio e paura nell’immaginazione collettiva dei bianchi (e di tutti gli altri gruppi, che si accorgono in breve tempo che uno dei modi più rapidi per dimostrare la propria affinità con i dominanti nell’ambito dell’ordine suprematista bianco è condividerne i presupposti razzisti). Nel contesto della supremazia bianca, “l’amore per la nerezza” è una posizione politica che si manifesta raramente nella vita di tutti i giorni, e, anche quando ciò accade, è ritenuta sospetta, pericolosa e minacciosa.

La cultura nera di opposizione, emersa nel contesto dell’apartheid e della segregazione, ha rappresentato uno dei pochi ambiti capaci di fornire uno spazio per la decolonizzazione e di favorire l’amore per la nerezza. In un contesto sociale in cui il sistema suprematista bianco è intatto, l’integrazione razziale mina gli spazi marginali di resistenza, promuovendo la convinzione che l’uguaglianza sociale possa essere raggiunta anche senza cambiare gli atteggiamenti culturali nei confronti della nerezza e dei neri. I progressisti neri hanno subìto cocenti disillusioni da parte dei progressisti bianchi, nel momento in cui è diventato evidente che questi ultimi potevano stare al nostro fianco (persino in qualità di partner sessuali) senza prendere davvero le distanze dal pensiero suprematista bianco sulla nerezza. Ci siamo accorti che spesso i bianchi non riuscivano a rinunciare all’idea di essere in qualche modo migliori, più svegli, più propensi a dedicarsi alla vita intellettuale, e persino più gentili dei neri. Gli individui neri progressisti e decolonizzati si stupiscono continuamente del gran numero di persone nere (che si identificano come antirazziste) che si attengono ai modi di pensare tipici del suprematismo bianco, consentendo a questa prospettiva di determinare il modo in cui vedono sé stesse e gli altri neri. Molte persone nere si considerano “incomplete”, inferiori rispetto ai bianchi. È impressionante quanto poco sia studiata, in ambito accademico, la questione dell’odio di sé manifestato dai neri, e i modi in cui la colonizzazione e lo sfruttamento di cui sono vittime siano rafforzati dall’odio razziale interiorizzato che origina dal pensiero suprematista bianco. Gli studiosi neri che hanno esplorato in modo approfondito l’ossessione nera per la bianchezza si contano sulle dita di una mano.

Il teologo nero James Cone è stato uno dei pochi intellettuali neri rivoluzionari a invocare senza sosta la necessità di un’analisi critica della “bianchezza”, e a problematizzare la costruzione dell’identità bianca nell’ambito della cultura suprematista bianca. In una delle sue prime opere, A Black Theology of Liberation, Cone ci esorta a concettualizzare la nerezza come “simbolo ontologico”, ovvero il significante per eccellenza di tutto ciò che significa oppressione negli Stati Uniti. Cone invita bianchi, neri e tutti gli altri gruppi razzializzati a opporsi alla supremazia bianca scegliendo di valorizzare, anzi di amare, la nerezza.


bell hooks (1952-2021), pseudonimo di Gloria Jean Watkins, è stata una studiosa americana il cui lavoro ha esaminato le diverse percezioni delle donne nere e di colore e lo sviluppo delle identità femministe.

Sguardi neri / Black Looks: Nerezza e rappresentazione di bell hooks

Nei saggi critici raccolti in Sguardi neri / Black Looks, bell hooks mette in discussione le rappresentazioni della nerezza e propone modi alternativi di considerare la soggettività nera e la bianchezza. Esiste infatti un legame diretto tra il persistere del patriarcato suprematista bianco e l’istituzionalizzazione per via mediatica di immagini specifiche della nerezza, le quali non fanno altro che sostenere e perpetuare l’oppressione, lo sfruttamento e il dominio sulle persone nere. Il volume si focalizza sul mondo dell’arte e dello spettacolo, in particolare su come la nerezza e le persone nere sono state e sono ancora rappresentate nell’ambito della letteratura, della musica e dei film, con l’obiettivo di scardinare il modo in cui ne parliamo.

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