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Breve storia delle Emoji

Di Maria Acciaro • dicembre 06, 2019

Nel primo capitolo del Libro della Genesi, la creazione dell'Universo viene attribuita a Dio mediante l’uso della Parola. Secondo la dottrina cristiana, Dio Padre crea l'universo per mezzo del Figlio Adamo, pronunciando parole e verbi impregnati di Spirito Santo: "Dio chiamò...", "Dio disse...", ecc. Per i cristiani, il mondo è stato quindi creato dal linguaggio attraverso una spinta patriarcale di tipo prettamente lessicale tra Padre e Figlio.

Secondo gli storici, inizialmente non furono il Verbo e la Parola, ma l’immagine – senza necessità della maiuscola perché non è intesa in quanto prodotto di Dio, ma dell’uomo. Prima dell’avvento delle lettere e dei conseguenti fonemi, si comunicava attraverso i segni. Le figure che componevano i geroglifici non erano adatte a trasporre l’articolata complessità della realtà, così nel tempo, gli ideogrammi si trasformarono in lettere a cui vennero associati dei suoni. Affinché le singole lettere potessero essere combinate, pronunciate e utilizzate a prescindere dal loro significato ideografico, nacquero gli alfabeti.

Gli alfabeti, nella storia, si sono sviluppati in tre modi diversi: gli abjad, gli abugid e gli alfabeti propriamente detti come quello da cui è nato il latino. Tra le lingue vive, gli abjad sono rappresentati dall’ebraico e dall’arabo, gli abugida da alfabeti come l’hindi e il thai, gli alfabeti per il già citato latino, il cirillico e il coreano.

Il ruolo centrale dei fonemi e conseguentemente del linguaggio è sempre dipeso dal suo rapporto con il reale. Termini e frasi hanno senso solo in relazione agli oggetti e alle situazioni concrete a cui corrispondono. E questo anche nel duecentesimo anniversario dell’opus maius di Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione (prima edizione 1819), testo fondamentale del filosofo tedesco che ha influenzato personaggi del calibro di Nietzsche, Freud e Jung, studiosi che ponevano la mente umana al centro della propria ricerca.

Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer

«Nessuna verità è dunque più certa, più indipendente da tutte le altre e meno bisognosa di prova di questa: che ogni cosa presente alla conoscenza, quindi tutto questo mondo, è soltanto oggetto in rapporto al soggetto, intuizione dell’intuente, in una parola: rappresentazione.»

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A duecento anni dalla pubblicazione di questo saggio fondamentale siamo di fronte a nuove modalità di comunicazione atte a traslare una realtà tanto semplificata quanto globale, superando le barriere linguistiche e aprendo il campo al mondo delle emozioni – tendenzialmente uguali per tutti. Si tratta delle Emoji. Il primo linguaggio internazionale d’uso comune non utilizzato per tradurre avvertenze o obblighi – come i segnali stradali, per intenderci – ma per comunicare il nostro stato d’animo.

Le emoticon sono nate sul sistema informatico PLATO IV nel 1972 e pare siano state utilizzate per la prima volta nel 1982 da Scott Fahlman su una bacheca della Carnegie Mellon University, un’università privata a Pittsburgh, Pennsylvania. Perché è vero che i sistemi pittografici internazionali, come i cartelli stradali, ci sono sempre stati, ma cosa ha portato l’essere umano a voler iniziare a tradurre le emozioni in ideogrammi? Il termine inglese emoticon è la sintesi di emotion e icon.

Le emoticon non sono da confondere con le Emoji, nate in Giappone ad opera del designer Shigetaka Kurita. Nel 1999, mentre lavorava per un operatore di telefonia mobile giapponese, Kurita ha progettato 176 Emoji, le cui tavole originali sono parte della collezione del MoMA. Il nome delle Emoji, ispirate da manga e segnali stradali, deriva da due termini giapponesi, immagine e carattere (e + moji), non avrebbe quindi niente a che vedere con i due punti e le parentesi degli smiley : ) e con il termine inglese emoticon.

Quello delle Emoji è un sistema codificato che consta di 2.823 elementi, le cui ultime 77 icone sono state introdotte a giugno 2018, diventando 157 includendo le varie tonalità di pelle. La loro affermazione è andata di pari passo con la diffusione del metodo di codifica Unicode, che assegna un numero univoco ad ogni carattere utilizzato in un testo, a prescindere dalla lingua. L’Unicode è il sistema di codifica internazionale supportato da tutti i sistemi operativi. Un linguaggio universale consistente in una U+ una serie di 4/6 numeri esadecimali. Con queste combinazioni di codici si possono codificare tutte le lingue, vive e morte, i simboli matematici e chimici, l'alfabeto Braille, gli ideogrammi, le Emoji e tanti altri linguaggi.

Chiunque può svegliarsi una mattina e creare un nuovo filtro per Instagram, ma le Emoji sono un linguaggio codificato che corrisponde a un sistema univoco di codifica della realtà. Circa una decina di anni fa sono state elevate a linguaggio globale in seguito alla diffusione di sistemi operativi mobili come Apple e WhatsApp. Forse è questa la ragione per cui, tra le emoticon internazionali codificate dal sistema Unicode, c’è la Torre di Tokyo e non la Tour Eiffel.

La Tokyo Tower è la torre di 333 metri d’altezza costruita nel 1958 e ispirata alla Torre Eiffel, ma dipinta di bianco e arancione internazionale, colore che rispetta le norme di sicurezza aerea. Anche i colori hanno un linguaggio di codifica e l’arancione internazionale, oltre ad essere il colore del Golden Gate Bridge di San Francisco, è comunemente utilizzato nell'industria aerospaziale per le tute pressurizzate degli astronauti e le parti sottoposte a test. Una sorta di gemellaggio metaforico tra quella parte meridionale della San Francisco Bay Area che è la Silicon Valley e il paese che ha dato i natali a questo nuovo linguaggio iconografico.

The Emoji Code di Dr Vyvyan Evans

Can an emoji really be a word? How language-like is it? Will emoji make us dumber? Or more lazy? Will they make us less adept at communicating with our nearest and dearest?

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Ma qual è la differenza tra le emoticon americane e le Emoji giapponesi? Analizzandola da un punto di vista prettamente linguistico, si ha sicuramente uno svuotamento semantico del suffisso –icon. Non esattamente una parola qualunque. Mentre rimane la connotazione emotiva. Le Emoji, come le emoticon, sono riuscite a tradurre l’emozione, a renderci sensibili, emotivi, quindi non razionali, esasperando la nostra sensibilità davanti allo schermo. La maggior parte degli studi del secolo scorso sulla categorizzazione delle emozioni umane e delle relative espressioni facciali, sono giunti alla conclusione che le emozioni non sono frutto di un sistema culturale, ma biologico. Retaggi animaleschi, in sostanza.

Secondo la Giulietta di Shakespeare, il linguaggio è un modo come un altro per tradurre il reale, ma non viceversa, “Cosa c'è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”. È come se la storia, progredendo con lo scambio dei dati, si stia rendendo conto dell’inefficienza della parola scritta e della necessità di tradurre il reale con l’immagine. Ma anche questa è un’illusione, perché le Emoji sono composte da numeri, come tutte le informazioni visive e testuali che circolano ogni giorno su pc e smartphone.

Pensando che, tramite il progresso, la cultura e il linguaggio, l’essere umano sia riuscito a spiegare tutti gli aspetti del reale, è tanto improbabile quanto pretenzioso. Soprattutto in un’epoca in cui la maggior parte delle informazioni sono frutto di codici alfanumerici. Secondo David Bohm (1917–1992), fisico e filosofo statunitense autore di un’importante teoria sul concetto d’onda nella meccanica quantistica, “La realtà è ciò che consideriamo vero. Ciò che consideriamo vero è ciò in cui crediamo... Ciò in cui crediamo determina ciò che riteniamo vero”.

Nel 2019, 4.39 miliardi di persone al mondo usano internet, circa il 51,2% della popolazione mondiale e, per farlo, hanno a disposizione un nuovo linguaggio di codifica delle emozioni, ovvero le Emoji. La speranza è quella che i vari bacini o cuoricini non generino reali aspettative e altrettante emozioni. A volte ci dimentichiamo che le emozioni sono stati di stress emotivo che ci fanno agire in modo irrazionale. Le espressioni facciali che ne derivano, come il sorriso o la fronte corrucciata, sono associate a stati di stress, non di calma. È vero che ridere fa bene, ma nella maggior parte dei casi la serietà premia.

Secondo la Treccani, in psicologia, le emozioni sono una reazione complessa che implica variazioni fisiologiche ed esperienze soggettive variamente definibili, dette sentimenti. Per il futuro è auspicabile che un uso intensivo di linguaggi semplificati non generi altrettante emozioni nella suggestionabile audience che li riceve, perché se la realtà è “ciò che consideriamo vero”, come affermava Bohm, è preferibile che tale approccio sia dominato dalla razionalità, non dall’emotività incontrollata.

A tale proposito, c’è un’opera d’arte di Arnaldo Pomodoro, la Sfera (1990) nel cortile centrale dei Musei Vaticani a Roma, che riassume alla perfezione questo concetto. È una sfera enorme, forse metafora del mondo, che rotea su sé stessa. La Sfera è ferma, ai visitatori non è consentito toccarla, ma si può chiedere all’addetto dei Musei Vaticani di toccarla per farla roteare. Non ho la presunzione di riportare qui il pensiero dell’artista, ma quando ho visto per la prima volta quell’opera ho pensato che il senso fosse univoco: è l’uomo che crea il mondo e, attraverso una spinta propositrice che lo porta costantemente a migliorarsi, è artefice del proprio destino.

Quindi è necessario prestare grande attenzione alla diffusione di qualsiasi genere di icona, da quelle religiose alle Emoji, soprattutto quando tali linguaggi si estendono al punto da diventare d’uso comune. Perché nell’epoca della post-verità, in cui molte informazioni digitali hanno perso ogni forma di contatto con il reale, c’è il rischio che sia la natura stessa a riportaci all’ordine. La teoria della relatività lascia il posto ai sistemi quantistici come quelli elaborati da Bohm, che ci spingono a fermarci e a riconsiderare il presente con approcci scientifici radicali, rimettendo in discussione anche ciò che finora abbiamo dato per assodato. Di conseguenza è lecito chiedersi se la metà della popolazione mondiale che ha sostituito o quantomeno affiancato queste nuove “icone” a quelle religiose, sia consapevole della loro scarsa relazione col reale. La stragrande maggioranza delle volte, tale relazione dal punto di vista emotivo è pressoché nulla.

Per una Giulietta contemporanea, “Cosa c'è dietro un cuore su Whatsapp? Ciò che rappresentiamo con un cuore, anche con un’altra icona, ha un significato intangibile”. Perché per colui o colei che lo riceve quel cuore assume sì la forma di un’icona emotiva, definizione che ci riporta alle icone religiose del passato, ma in realtà l’Emoji del cuore rosso è stata approvata nel 1993 unendo al codice base dell’heavy back heart (U+2764) la colorazione rossa (U+FE0F). Tutti gli altri cuori hanno un codice univoco che unisce la forma al colore: U+1F49B per quello giallo, U+1F499 per quello blu e via così. Ma il cuore rosso no. Chissà perché.

Maria Acciaro, editor e project manager, opera nel campi dell'arte contemporanea e dell'editoria. Ha rivestito il ruolo di Web e Photo Editor per testate come The Vision, Rolling Stone, Mousse e quello di Project Manager e Content Editor per Bulgari Hotels, Fondazione Pirelli HangarBicocca, Rivista Studio e Lampoon. Per alcuni anni ha diretto una galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e New York. Ha collaborato, in qualità di autrice, con testate come Esquire, Vice e Zero.

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