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L'eterna giovinezza delle sorelle Brontë

Di Francesca Matteoni • ottobre 19, 2020

Quando le tre sorelle Brontë, Charlotte, Emily e Anne, firmarono i loro esordi narrativi con pseudonimi maschili, Currer, Ellis e Acton Bell, qualcuno pensò che l’autore fosse in realtà uno soltanto: sebbene errato il sospetto rivela il legame speciale e fraterno delle tre scrittrici, quell’amore fraterno, nel quale va incluso il fratello Branwell. Nella loro avventura terrena si mescolano biografia e letteratura, come se le quattro brevi esistenze fossero state davvero e loro malgrado la preparazione alla vita durevole scrittura. Da cosa deriva la loro potenza espressiva, che precorre i tempi e la morale o addirittura li scardina violentemente? Le loro eroine sfidano le convenzioni e lo fanno per amore, ma un amore che a dedizione e sacrificio preferisce selvatichezza e spiritualità, dignità, riscatto.

Cresciute nel villaggio di Haworth, nello Yorkshire, dove il padre Patrick Brontë ebbe la nomina a curato perpetuo, le ragazze sperimentarono presto il dolore: prima con la morte della madre, Maria Branwell, avvenuta nel 1821, e in seguito nel 1825 con quella delle due sorelle maggiori, Maria ed Elizabeth, di 11 e 10 anni, ammalatesi a causa delle pessime condizioni della scuola di Cowan Bridge, nel Lancashire, alla quale erano iscritte anche Charlotte ed Emily. Conoscere nella prima infanzia la morte significa iniziare un dialogo con gli spettri, camminando con un piede in questo mondo e con uno nell’altro, tentando di rendere voce a chi non può più parlare o addirittura una ricongiunzione estrema. La scomparsa delle sorelle maggiori appare con una diversa chiave di lettura nelle opere di Charlotte e Emily. Per Charlotte era stata la scuola a ucciderle: in lei la sofferenza si fonde al senso di ingiustizia sociale e meschinità. Ispirandosi al reverendo Carus Wilson, preside della scuola frequentata dalle ragazze, la scrittrice crea la figura moralista di Mr. Brocklehurst, il sacerdote preside dell’istituto dove l’orfana Jane Eyre trascorre buona parte dell’infanzia. Alla protagonista, che osa esprimere un’opinione negativa sui salmi biblici, egli dirà:

“È una prova che hai il cuore cattivo. Bisogna chiedere a Dio di cambiarlo, di concedertene un altro più puro, di togliervi quel cuore di pietra, per darvene uno di carne”.

Il torto subito, la cecità degli adulti perbenisti e ipocriti si scrive sulla pelle della migliore amica di Jane, Helen Burns, ritratto dell’amata sorella Maria. Helen è buona e sottomessa, non mette in discussione la severità di Mr Brocklehurst, morendo infine di tubercolosi, assistita dalla compagna.

Forse è proprio questo contatto ravvicinato con la perdita, come con il paesaggio aspro che circonda il paese natale, a conferire un aspetto particolare alla stessa Jane Eyre, non dotata di bellezza classica, ma senz’altro di un suo fascino fatato, non pienamente parte di un mondo nel quale cerca con determinazione la sua strada. Mr Rochester, l’uomo per cui presta servizio quale istitutrice della figlioletta adottiva Adele e di cui si innamora, così la provoca, dopo il primo incontro:

“E dunque quando eravate lì seduta sul muretto stavate aspettando i vostri simili?”

“I miei simili, signore?”

“Gli spiritelli vestiti di verde: era una sera di luna, l’ideale per loro. Sono forse entrato in uno dei vostri cerchi magici e voi per dispetto avete messo il ghiaccio sull’acciottolato?”

Scossi la testa. “Gli spiritelli vestiti di verde hanno abbandonato l’Inghilterra un centinaio di anni fa” dissi in tono serio, come lui. “E nemmeno sul viottolo che porta a Hay, o nei campi intorno, se ne trovano più. E credo che nessuna luna d’estate, d’autunno o d’inverno brillerà mai più sui loro bagordi”.

Fate, folletti. Presi con la colazione dal paesaggio e dalle storie folkloriche della fedele governante Tabitha “Tabby” Akroyd, cui le sorelle mostrarono la loro gratitudine quando, ferma per una gamba rotta dopo una caduta, l’accudirono con la medesima dedizione che lei aveva per loro. È nella poetica di Emily che queste presenze si combinano al senso della perdita, dando forma a una visione spirituale personalissima. Nelle poesie come nel suo straordinario romanzo, Cime tempestose, Emily persegue una riconciliazione fisica, estatica, con gli spettri di coloro a cui si è giurato amore. Il fantasma di Catherine Earnshaw bambina, che in apertura spaventa il signor Lockwood, bloccato nel castello di Wuthering Heights dal maltempo, ha qualcosa delle sorelle scomparse: la promessa infantile di ricomporre ciò che non doveva mai essere spezzato, a ogni costo e contro ogni legge morale o naturale. Quella promessa che lega oltre la vita e la morte i due protagonisti, Catherine e Heathcliff, nella fratellanza, nella vendetta, nel desiderio.

Il colloquio con i fantasmi anima la brughiera che avvolge i personaggi, li accoglie nella morte e li spinge oltre, in una rinascita tutta terrena. Così in un passaggio celebre del romanzo la giovane Catherine racconta un sogno a Nelly, la governante. Nel sogno Catherine muore e sale in paradiso, ma una volta lassù si sente smarrita:

“non mi sembrava di essere a casa mia in cielo e piangevo disperata perché volevo tornare sulla terra, e gli angeli si sono arrabbiati così tanto che mi hanno buttata giù, e sono atterrata in mezzo alla brughiera, in cima a Wuthering Heights, e lì mi sono svegliata singhiozzando di gioia”.

Non c’è per lei un’altra vita se non quella delle colline natie e riecheggia qui la devozione di Emily ai suoi luoghi e agli animali che portava a casa – come il falco Nero, caduto dal nido e raccolto dalla scrittrice. Questo amore per il selvatico non ha tuttavia nulla di idilliaco. Emily era ben consapevole della ferocia che abita la natura. Come afferma Paola Tonussi nella sua bella biografia, per lei: “I forti sopravvivono un poco più dei deboli: tutto qui”. Nei saggi che Emily compose in francese durante la permanenza a Bruxelles insieme a Charlotte, per studiare le lingue presso una scuola privata, scrive:

La natura è un problema inspiegabile, basato su un principio di distruzione; ogni essere dev’essere strumento instancabile di morte per gli altri, o cessare di vivere lui stesso; e ciò malgrado noi celebriamo il giorno in cui nasciamo, e lodiamo Dio d’aver creato un mondo siffatto.

È questo principio di distruzione, radicato perfino nella compassione, impersonato dall’animale soccorso, il fondamento del rapporto fra Catherine e Heathcliff, inscindibili l’una dall’altro, ma non inclini ad alcuna tenerezza. Il loro amore non è desiderabile, anche se fa tremare i polsi: non può essere addomesticato, trascende i sentimenti umani più consueti fino a schiacciarli. Non è il sentimento di chi si protegge, ma un sentire ferale che strappa via dai nascondigli, che rivela il luogo dell’anima e si oppone alla grazia di Dio, pur di sopravvivere. Quando Catherine decide di sposare il biondo e mite Linton, così si giustifica:

Oggi sposare Heathcliff sarebbe degradante per me, e dunque lui non saprà mai quanto lo amo: e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è me, più di quanto lo sia io. Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono uguali, e quella di Linton è diversa come lo è un raggio di luna dalla folgore, o il ghiaccio dal fuoco.

E quando la protagonista muore, Heathcliff ne maledice lo spirito, perché non possa raggiungere il cielo, perché resti nella brughiera ad attenderlo, a non dargli pace finché non siano di nuovo ed eternamente insieme o estinti nell’erba.

La reazione dell’epoca a questa scrittura fu, come prevedibile, di rifiuto per un linguaggio tanto rude e tanto poco misericordioso. Eppure è difficile pensare che Emily si sia preoccupata di questo, mentre scriveva. Si era nutrita senza filtri di letteratura romantica, del sublime che facilmente sconfina nel terribile, soprattutto, fin dall’infanzia, aveva coltivato intensamente l’immaginazione, quale rifugio e vera meta. Grazie a un gioco di soldatini del fratello Branwell, i quattro avevano creato reami fantastici, Angria all’inizio e poi Gondal, regno di isole ventose ideato dalle due sorelle minori, di cui troviamo ampia traccia nella poetica di Emily. Charlotte fu la prima a distaccarsene, sia per il rapporto sempre più difficile con il fratello, che per la sua indole volta al mondo concreto e all’affermazione sociale. Ma Emily e Anne continuarono nel loro gioco, e la terra di Gondal fu lo spirito oltre lo spirito della brughiera, che attraeva Emily: un sogno di ragazzi che lei non abbandonò mai, che usò per temprare le sue creature letterarie, sempre un passo oltre il quotidiano, ineffabili come la natura stessa, che non può essere tradotta da alcun alfabeto umano.

E così è l’amore che Emily celebra, non riducibile a una vita in società e nemmeno al legame fra due individui. Catherine e Heathcliff lottano l’una contro l’altro ripetendo la lotta che agita tutta la vita contro il destino: due forze avvinte, reciprocamente dipendenti e per sempre in opposizione. Un amore che vuol essere tutto, riversando l’intimità dell’anima nella vastità dello spazio e del vento, là fuori, senza pietà, senza conforto, con rigorosa e totale volontà.

L’amore ancora si declina con durezza nel secondo romanzo di Anne, La signora di Wildfell Hall, che affronta un tema spinoso: la fuga e il riscatto della protagonista, Helen Graham, da un matrimonio funesto, con un uomo alcolizzato e ludopatico, Arthur Huntingdon. Charlotte, curatrice e agente delle altre sorelle, trovava questo libro sbagliato eppure lo sbaglio risiedeva proprio nel linguaggio che, in tempi in cui era impensabile l’abbandono del tetto coniugale, ci consegna una storia di rispetto per se stessi da difendere e preservare. La giovane Helen cade nella solita trappola sentimentale, per cui una donna si convince di poter salvare l’uomo che ha accanto:

“…se odio i peccati amo il peccatore e mi impegnerei per la sua redenzione”.

Huntigdon è però dedito esclusivamente a se stesso e al perseguimento del piacere, che risulterà nell’autodistruzione. Prossimo alla morte, prima di un tardivo pentimento, si rivolge così alla moglie, tornata col figlioletto a vegliarlo:

“È un atto di carità cristiana, col quale speri di ottenere un posto più in alto in Paradiso per te e di scavare una fossa più profonda all'inferno per me”.

La brutalità emerge soprattutto nell’allusione a ciò che accade dentro le case delle buone famiglie. Un esempio efficace è il colloquio fra Ralph Hattersley, compagno di bagordi di Huntingon e la moglie Milicent:

“Perché piangi Milicent? — Dimmelo!”

“Non sto piangendo.”

“Invece sì” insistette lui staccandole rudemente le mani dalla faccia. “Come osi mentire?”

“Ora non sto piangendo” implorò lei. “Ma piangevi prima, fino a un momento fa. E io voglio sapere perché. Avanti, ora me lo dici!”

“Lasciami stare Ralph! Ricorda che non siamo a casa nostra”

“Non importa: rispondi alla mia domanda!” esclamò il suo tormentatore, e cercò di estorcerle la confessione scuotendola e stritolandole senza pietà le braccia delicate artigliate dalle sue dita robuste.

È una scena memorabile: in quel “non siamo a casa nostra”, pronunciato dal personaggio femminile, si nasconde una realtà di violenza verbale e fisica relegata alla sfera domestica, perfettamente accettabile all’epoca … e ancora oggi capace di provocare in una donna vergogna fino all’occultamento del vero.

Anne si era senz’altro documentata, ma soprattutto aveva trovato ispirazione in famiglia, costretta a osservare la rovina del fratello alcolizzato. Questo elemento personale, più che la reazione del pubblico, doveva aver turbato Charlotte, colei che era stata la più legata a Branwell, e che poi aveva fatto di tutto per distaccarsene. Come racconta la biografa Lyndal Gordon, Charlotte, la sorella che si fece carico delle opere di tutte e tre, soffriva della preferenza paterna per il fratello. Branwell non eccelse in nulla e le sorelle gli tennero nascosti i successi per non umiliarlo ulteriormente. In punto di morte, a 31 anni, l’uomo gridò: “Nella mia vita non ho fatto nulla di grande né di buono”. Nel quotidiano Charlotte difese l’idea del talento sprecato di Branwell, forse a causa dell’influenza paterna sul suo giudizio. Le opere al contrario rivelano ansia di riconoscimento personale, desiderio d’indipendenza per se stessa e le altre donne. Le giovani donne di Charlotte, per quanto innamorate, sono soprattutto caparbie, mai autoindulgenti. Ne è primo esempio la reazione di Jane Eyre davanti alla paura di essere inadeguata per l’amore:

Lui ha lodato i tuoi occhi, non è vero? Cieca e presuntuosa! Aprili, quegli occhi annebbiati, e guarda quanto sei irragionevole, accidenti! Non giova a nessuna ricevere i complimenti del proprio superiore, che certo non ha alcuna intenzione di sposarla; e per qualsiasi donna è una follia lasciar divampare dentro di sé un amore che, se sconosciuto e non corrisposto, divora la vita che lo nutre; e che, se scoperto e ricambiato, come un fuoco fatuo conduce in regioni melmose da cui non c’è scampo.

Shirley, protagonista del secondo romanzo omonimo, economicamente autosufficiente, si delinea ancora di più come un personaggio proto-femminista, e incarna la libertà di scelte della sorella Emily, che ne fu l’ispiratrice. Come Emily riconosce uno spirito potente nella Natura, non si dà pensiero del giudizio altrui, e si confronta con un Dio manifesto nella brughiera in un confronto diretto e audace. È però in Lucy Snowe, eroina di Villette, che la visione di Charlotte giunge a maturità, anche a causa della sofferenza attraversata, seppellendo il fratello e le due sorelle nell’arco di pochi mesi. Branwell muore nel settembre 1848, Emily trentenne lo segue, ammalatasi di tubercolosi, nel mese di dicembre, rifiutando ogni cura e alzandosi e adempiendo alle faccende domestiche fino all’ultimo. Nel maggio 1849, anche Anne, ammalatasi a sua volta, muore a Scarborough, dove Charlotte e l’amica Ellen Nussey l’avevano accompagnata perché potesse salutare il mare, presenza a lei cara come a Emily le colline ventose. Ripercorrendo questo periodo di assoluto dolore, Charlotte scrive in una lettera:

Se un anno fa un profeta mi avesse messo in guardia su come sarei stata nel giugno 1849 – quanto svuotata e addolorata -, se avesse previsto l’autunno, l’inverno, la primavera di malattia e sofferenza che ho attraversato, avrei pensato: ‘Tutto ciò non può essere sopportato’. È finita. Branwell, Emily, Anne sono svaniti come sogni – scomparsi come Maria ed Elizabeth vent’anni fa. Uno a uno, ho chiuso le loro gelide palpebre. Li ho visti seppellire uno a uno e, fin qui, Dio mi ha sostenuto. Lo ringrazio dal profondo del cuore.

In Villette, romanzo che prende il nome non dalla protagonista, ma dall’immaginaria cittadina continentale in cui si svolge, Lucy, prossima al matrimonio, dice:

L’amore che sboccia dalla bellezza non era fatto per me: non avevo nulla in comune con esso. Non potevo osare intromettermi là dov’ero. Ma un altro amore, quello che si avventura con diffidenza nella vita dopo una lunga conoscenza, temprato dal dolore come in una fornace, segnato col marchio della costanza, consolidato dalla lega pura e durevole dell’affetto, sottomesso dall’intelletto alle prove dell’intelletto stesso, e finalmente portato, dal suo stesso corso alla sua perfetta completezza: nell’Amore che ride della passione, delle sue rapide follie e del suo caldo e rapido svanire, in questo io avevo investito tutto il mio interesse; e non potevo osservare impassibile tutto quanto tendeva alla sua crescita o alla sua distruzione.

Il promesso sposo scomparirà in un naufragio e Lucy imparerà una vita solitaria, disincantata e forte. Come il titolo suggerisce, in conclusione, ciò che conterà davvero sarà il luogo a cui si approda, in cui si riesce a mettere una radice salda. La vicenda biografica racconta che anche Charlotte, a un passo dalla felicità terrena tanto perseguita, sposata e incinta, morirà a 39 anni per febbre tifoidea. Ma a me piace vederle tutte e tre mescolate e vive negli elementi che il loro amore scelse, emancipandosi dal senso comune: Emily come il vento sull’erica; Anne in un sogno nelle onde marine; Charlotte, fautrice del loro destino letterario, nel luogo che più di tutti giudica, riconosce e consegna al futuro, la città.

Jane Eyre di Charlotte Brontë

Orfana e priva di mezzi, la piccola Jane Eyre viene accolta da parenti ricchi ma ostili, sottoposta a soprusi e umiliazioni d’ogni genere, privata di qualunque forma elementare d’affetto. Non bastasse, viene affidata ai rigori di un duro collegio vittoriano che, lungi dal domare il suo carattere combattivo, ne affina le qualità esaltandone l’intelligenza, la dirittura morale, il talento e il gusto.

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Cime tempestose di Emily Brontë

Cime tempestose è un romanzo selvaggio, originale, possente,’ si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora Wuthering Heights può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese.

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La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë

L’arrivo della vedova Graham nell’isolata e cadente dimora di famiglia, sperduta nella campagna inglese, è un evento per la piccola comunità di Wildfell Hall. Avvenente e ritrosa, la donna ha deciso di mantenere il massimo riserbo sul proprio conto, dedicandosi solo alla pittura e alle cure del piccolo figlio Arthur.

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Francesca Matteoni (Pistoia, 1975) conduce laboratori di tarocchi, fiaba e poesia ed è fra i redattori di Nazione Indiana. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ha all’attivo pubblicazioni accademiche, tra cui: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I suoi ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019) e il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019). Di prossima pubblicazione un suo saggio in La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico Di Vita. Abita con il suo gatto.

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