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Come ti vesti. Conversazione con Andrea Batilla

Di Eugenia Durante • novembre 07, 2022Conversazioni

Tra la miriade di azioni che ogni giorno compiamo, ce n’è una che diamo talmente per scontato da considerarla irrilevante: ci vestiamo. Eppure gli abiti che indossiamo, le divise che sfoggiamo, i dubbi che ci si presentano quando non sappiamo proprio cosa metterci, non sono per niente irrilevanti. Dietro alle nostre scelte apparentemente banali c’è un mondo di cui non si parla mai perché, pur essendo un’industria tentacolare che in media nel mondo impiega a un lavoratore su sei (inclusa la sottoscritta), nel sentire comune la moda è ancora considerata frivola e poco importante.

Come ti vesti (Mondadori, 2022) è il libro che vuole scardinare tutte le nostre credenze sugli abiti e su ciò che rappresentano. Descrivere Andrea Batilla non è facile. I più lo conosceranno per il suo lavoro di divulgazione e critica su Instagram, dove è seguito da più di 70mila persone, ma Andrea ha anche lavorato per Romeo Gigli e molte altre aziende; è stato docente e poi direttore di IED Moda Milano, dove ha instaurato un rapporto professionale e umano molto stretto con Franca Sozzani, ha fondato e co-diretto il semestrale cartaceo indipendente PIZZA, insegna Storytelling per la moda alla Scuola Holden, si occupa di direzione creativa e comunicazione del prodotto per diversi brand oltre, ovviamente, a scrivere.

Cosa si nasconde dietro gli abiti che indossi è il sottotitolo del libro, che si divide in cinque capitoli tematici. Il primo, I vestiti degli uomini, racconta perché gli uomini si vestono da uomini, spaziando da Versailles alla Rivoluzione industriale, sino ai giorni nostri; un viaggio che Andrea ripercorre al femminile nel secondo capitolo, I vestiti delle donne. In Molto lontano, incredibilmente vicino, i cui protagonisti sono il buono e il cattivo gusto, si spazia da Bisanzio a Gianni Versace per capire quali sono le radici di due concetti che crediamo siano innati, ma altro non sono che costruzioni culturali. Il penultimo capitolo, Sesso o Esse, indaga sulla sensualità, sul femminile e sulla rivendicazione del corpo attraverso gli abiti. Infine, Senza genere offre uno spaccato sulla identità di genere e sul rapporto tra genere e moda, da Judith Butler alle popstar del presente.

Ho contattato Andrea per fargli qualche domanda proprio su Come ti vesti e sul suo rapporto con la scrittura. Affilato e spietatamente sincero su Instagram, lo è altrettanto durante la nostra chiacchierata. Parla lentamente, soppesando con attenzione ogni parola: un dettaglio che si ritrova nella sua scrittura – quel modo di parlare semplice ma non semplicistico, chiaro ed efficace che non a caso ha appassionato alla moda anche chi pensava di non avere niente da spartire con questo mondo.


Come ti vesti: Cosa si nasconde dietro gli abiti che indossi di Andrea Batilla

L'abito è l'espressione più autentica di sé, il modo più vero, anche se talvolta inconsapevole, di raccontarsi agli altri. «Perché, che tu lo accetti o meno, quello che sei si vede, tantissimo, da come ti vesti.»

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ED: Tu hai scritto due libri prima di Come ti vesti, ovvero Instant Moda e L’alfabeto della moda, entrambi editi da Gribaudo. Perché hai deciso di scrivere questo libro dopo gli altri?

AB: Perché è come quando vai dallo psicologo: prima affronti le cose più leggere, poi vai avanti e arrivi ai traumi infantili. Adesso quando la gente mi chiede cosa deve leggere per prima, dico di partire da Come ti vesti, però in realtà scriverlo è stato difficilissimo, ci sono voluti quasi due anni e tantissima ricerca, è stato devastante.

ED: Nel libro c’è una bibliografia enorme, e immagino che tu ne abbia letti ancora di più…

AB: Sì. La parte di ricerca mi è servita tantissimo a rispondere a domande mie, a strutturare una parte culturale che non avevo rispetto a certi argomenti. Insomma, ha reso più solido tutto quello che faccio. Questo è un libro che parla di temi davvero molto difficili. Fare ricerca è stato arduo, certo, ma è stato anche molto complesso cercare di raccontare questi concetti in un modo comprensibile, perché non è un libro per addetti ai lavori e io non sono uno storico. Però sono molto contento, perché anche i super addetti ai lavori che lo stanno leggendo mi dicono che non ho detto nemmeno una cazzata! Il capitolo Molto lontano, incredibilmente vicino, ad esempio, tratta un argomento incredibile su cui c’è pochissimo materiale e su cui è stata fatta pochissima ricerca, ovvero il buono e il cattivo gusto. Le cose o sono osservate da un punto di vista storico, “Cosa c’era dentro al baule della contessa XY del ‘500”, oppure da un punto di vista sociologico ma molto locale, quindi è molto complicato trovare una visione d’insieme perché la moda è un campo ancora molto poco studiato. Il libro nasce proprio per dare risposte complesse a domande apparentemente stupide che però tutti si pongono, come appunto “Come ti vesti?”.

ED: Tu giustamente sottolinei che in Italia, nonostante la nostra tradizione e il Made in Italy, la moda non è presa sul serio dal punto di vista culturale. Non si studia la storia della moda né la storia del costume, non abbiamo nemmeno un museo a Milano – se n’è parlato, ma la notizia poi si è spenta. Perché gli inglesi e i francesi fanno mostre a profusione, ad Anversa hanno un museo della moda, e noi no?

AB: Esiste un concetto che si chiama material culture, che in italiano è difficile tradurre. Gli inglesi e gli americani soprattutto dividono gli studi in materie astratte e appunto material cultures, cioè lo studio di oggetti. In Italia dal punto di vista storico-culturale sulle material cultures abbiamo dei grossissimi problemi, perché generalmente gli accademici pensano che per studiare un oggetto tu debba essere un ingegnere, o quanto meno qualcuno che ne studia le doti fisiche. Invece material culture significa partire da un oggetto e cercare di capirne i significati culturali. Da noi questa “fisicità” è tenuta in poco conto, tutti gli studiosi che devono fare cose materiali (vedi ad esempio gli archeologi) sono generalmente considerati un po’ meno di chi se ne sta chiuso in uno studio. Le material cultures sono interessanti, in realtà sono la radice di studio del design e dell’architettura. Sono aree che noi semplicemente non frequentiamo: abbiamo pochissimi musei del design, musei sulla moda, mostre sulla moda, perché si pensa che da un oggetto fisico sia difficile o impossibile trarne un significato immateriale - a meno che non sia semplicemente un oggetto storico, quindi magari un vestito indossato dalla regina Elisabetta. Però perché la regina Elisabetta si è messa quel vestito piuttosto che un altro? Questi sono temi su cui in Italia ci si avventura molto poco, anche perché questo tipo di studi richiede una forte connessione tra discipline diverse, nel senso che per parlare di vestiti devi saperne di modellistica, di tessuti, di storia della moda e del costume, di sociologia, di antropologia, di storia… quindi di ambiti molto diversi. Del resto i cultural studies sono proprio questo: aree in cui si incontrano molte discipline diverse per approfondire la conoscenza su fenomeni o oggetti. Nella cultura anglosassone c’è l’abitudine di finire in territori che non sono tuoi, senza pensare di correre dei rischi. È molto interessante perché permette di allargare la propria conoscenza.

ED: Parlando del capitolo sull’abbigliamento maschile, tu parli della Grande Rinuncia. Lo psicologo e autore John Flügel ha definito così il momento in cui gli uomini hanno rinunciato ai costumi sfarzosi per adottare l’abito maschile borghese in tre pezzi. Abbandonare la divisa maschile fa paura perché significa anche abbandonare il potere?

AB: Una volta che ti sei scelto un simbolo, sembra che abbandonarlo possa voler dire rinunciare a un pezzo di potere. In questo periodo storico quel tipo di potere lì, maschile, è messo in discussione, o meglio, inizia timidamente ad essere messo in discussione. Stiamo iniziando a capire che siccome l’abito fa il monaco, esistono dei mezzi materiali che permettono a certe posizioni di essere confermate in un modo comprensibile a tutti, ma anche proprio di essere mantenute, di continuare ad esistere. Sono degli status talmente solidi e potenti che diventano parte del motivo per cui tu quel potere ce l’hai ancora. La regina Elisabetta si vestiva sempre uguale mica perché era una senza gusto, anche quella era un’uniforme: è la reiterazione di un messaggio, significa dire “io sono così e non cambierò mai”. I simboli sono molto importanti. Noi siamo abituati a pensare che solo certe cose rappresentino simboli di potere, ma l’abbigliamento ha una simbologia molto potente. Quindi, adesso che sembra che il maschile sia un messo più in discussione rispetto al passato – che poi bisogna vedere se è vero – questo cambiamento del modo di vestire sta destabilizzando tantissime persone.

ED: Nel libro hai dedicato un intero capitolo al buono e al cattivo gusto. Chiunque segua una pagina Facebook o Instagram di una testata di moda sa che appena viene postata un’immagine che si allontana dal gusto medio borghese, tra i commenti si scatena un putiferio in cui l’oggetto della discordia viene tacciato di cattivo gusto da buona parte dei commentatori. Perché, nonostante le nostre radici affondino anche nel barocco, non ce la facciamo ad accettare che esiste qualcosa che si discosta dal gusto borghese?

AB: Il buon gusto è un’arma di difesa contro chi non è come te. Più esci geograficamente dall’orbita europea, più il buon gusto sparisce e magicamente arriva il cattivo gusto. Già solo per questo motivo bisognerebbe capire che c’è qualcosa di strano, perché come fa una categoria assoluta ad essere geolocalizzata? Perché se andiamo verso la Croazia ci viene da dire che impera il cattivo gusto e se invece andiamo in Francia sono tutti eleganti? C’è qualcosa che non funziona. Non funziona il fatto che stiamo parlando di un limite che è stato costruito attraverso delle regole. Hai presente la dissonanza cognitiva? È quella cosa per cui in media non mangerei mai il vitellino che ho appena tenuto in braccio, mentre se non lo vedo magari lo mangio senza farmi troppi problemi: separo quindi il vitello vivo dal vitello morto. Quando noi andiamo in Sicilia e mangiamo il cous-cous lo troviamo caratteristico, quasi esotico; perché? Perché quella parte di storia tendiamo a voler pensare di averla cancellata. Quando noi diciamo di essere italiani veri, in realtà non vuol dire niente: noi siamo il frutto di dominazioni ed eventi che ci hanno portati ad essere quello che siamo; non penseremo mica di essere tutti solo i discendenti dei Romani? Il cattivo gusto serve a superare la dissonanza cognitiva. È un mezzo che ci permette di pensare di aver risolto in modo semplice un problema complesso che c’entra con la ricchezza, la povertà, la politica, il potere. Ed è anche un modo per fingere di non vivere in un Paese spaccato a metà. Se noi invece di classismo o povertà lo chiamiamo cattivo gusto e guardiamo il Boss delle cerimonie, fa ridere. Se invece guardiamo le cose senza questo filtro… beh, allora non ridiamo più.

ED: Tu nel libro parli di un argomento di cui discuti spesso, ovvero l’abito da sposa. Negli anni ’70 tante donne rifiutavano l’abito da sposa tradizionale, sceglievano i pantaloni, tailleur, c’era addirittura chi si sposava in jeans. Invece adesso sono sempre di più le donne che scelgono di sposarsi in nuvole di tulle dal sapore ottocentesco. Perché?

AB: La rivoluzione culturale e sessuale degli anni ’70 è stata rimessa al suo posto, anzi, molte delle conquiste fatte in quel periodo sono di nuovo sotto attacco. Bisogna sempre tener presente che una società è molto più facilmente controllabile se segue sempre le stesse poche regole. Oggi ci sono ancora tantissime ragazze che spendono una marea di soldi per il classico vestito da sposa bianco ottocentesco, anche in culture che non c’entrano niente con questo simbolo. Viviamo in una società postmoderna, è un momento in cui è davvero molto difficile orientarsi. I segni come l’abito da sposa sono molto facili, immediatamente comprensibili, hanno un potere calmante, rassicurante, quindi non ci si chiede più cosa vogliano dire, anzi, si fa molta attenzione a non domandarselo. Però di fronte a tutto quello che sta succedendo nel mondo, credo che molte persone non abbiano gli strumenti culturali per capire queste cose. Quindi credo che se in America la Corte Suprema vieta il diritto all’aborto, è perché i cambiamenti sociali non vanno alla stessa velocità dei cervelli delle persone. È tutto troppo veloce, disorientante, difficile. È anche il motivo per cui politicamente ci si affida sempre più a persone che danno l’idea di essere concrete, decise, popolari, non complicate. Anche il fatto di non sapere qual è il nostro nemico è destabilizzante. L’abito da sposa, ed è solo un esempio, è un mezzo facile per dire che ho paura, non voglio fare scelte, preferisco adattarmi a quello che fanno tutti gli altri e a ciò che gli altri si aspettano da me, piuttosto che mettere in discussione tutto il sistema.

ED: Senti, tu hai intitolato un libro “Come ti vesti” e quindi noi adesso siamo tutti qui che ci facciamo questa domanda. Ma tu, come ti vesti?

AB: Io mi vesto da adultescente. Mi vorrei vestire sempre da adolescente con i jeans e la felpa. È inutile fare della facile psicologia… [ride] c’entra con l’idea di non avere responsabilità, di non volersi confrontare in maniera diretta con cose che non mi piacciono. Devo dire che recentemente ho scoperto il piacere dello spendere molto per un oggetto solo, che è una cosa che non ho mai fatto prima, perché pur lavorando nella moda ho sempre pensato che non avesse alcun senso. Questo è secondo me un modo per fare pace con un mondo con cui ho sempre avuto un rapporto abbastanza conflittuale. Io comunque credo che sia giusto e doveroso capire cosa c’è dietro agli abiti, ma che a un certo punto sia sano distaccarsene e trattarli come oggetti, magari anche di valore (oggettivo o simbolico), ma sempre cose che alla fine se ne stanno dentro un armadio.

ED: Hai avuto molto seguito parlando su Instagram, poi hai scritto tre libri in tre anni. Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

AB: È un rapporto molto bello. Io scrivo in una maniera abbastanza istintiva e veloce, apparentemente poco razionale. Mi succede molto spesso di rileggere una cosa e di non ricordare di averla scritta. La mia psicologa dice che vado in uno stato di flow, per cui è come se spegnessi delle parti del cervello più razionali e facessi funzionare delle altre. Poi quando ho finito riaccendo le parti spente e dico: “Ma che è successo? Io non c’ero.” È una cosa molto bella che mi succede quando scrivo e che ho ritrovato quando ho iniziato a fare le presentazioni del libro e soprattutto i reading davanti a tante persone. Quando ho letto Orlando di Virginia Woolf in pubblico, a un certo punto proprio mi sembrava di guardarmi da fuori. Da un punto di vista cognitivo penso che la scrittura sia davvero una delle cose più potenti al mondo, perché ti porta in posti sconosciuti. È una forma meditativa in cui però ti confronti con un oggetto, è una meditazione creativa, straordinaria. Per me la scrittura è un superpotere.

ED: E la lettura, invece?

AB: Credo sia impossibile scrivere senza leggere. Io leggo qualunque cosa, di regola sempre un saggio e un libro di narrativa. Però ci sono scrittori che hanno formato il modo in cui scrivo, la scrittura viene dalla lettura. Devi avere dei riferimenti.

ED: Quali sono i tuoi riferimenti?

AB: I libri che mi hanno cambiato la vita, da un punto di vista di scrittura e non solo. Quando ero giovane, negli anni ’80-’90, leggevo i minimalisti americani come Brett Easton Ellis, David Levitt, Tama Janowitz, Raymond Carver, che erano sconvolgenti non solo per le tematiche, ma anche per il modo di scrivere, molto secco, sincero. Poi tutti i russi ottocenteschi, Dostoevskij, Tolstoj. Quando ho letto Anna Karenina per la prima volta, appena l’ho finito ho pensato che non era possibile che l’avesse scritto un essere umano. A un certo punto Tolstoj racconta una scena di caccia dal punto di vista del cane e tu quando lo leggi pensi proprio: “Sì, secondo me è così, il cane pensava proprio queste cose!” Vuol dire che tu riesci a trasformarti in qualsiasi essere vivente ed esprimere quello che prova, una cosa davvero pazzesca. Devo dire che invece ho problemi con la narrativa contemporanea. Ti dovessi dire l’ultimo libro contemporaneo bello che ho letto, ti direi E poi saremo salvi di Alessandra Carati. È un libro secondo me straordinario, è una storia vera e lei ha fatto un lavoro incredibile; è riuscita a non farsi assorbire dalla storia, a non sprofondarci dentro. È terribile, ma tu quando finisci il libro non pensi a quanto sia orribile quello che hai appena letto; pensi “che cosa incredibile è stato scrivere questa storia”.

ED: Qual è la cosa più bella che ti ha dato sino ad ora questo libro?

AB: Scriverlo non è stato facile. Gli altri due sono serviti a portarmi a questo, mi hanno permesso di imparare un metodo; non ce l’avrei mai fatta senza. Avevo iniziato a studiare e ricercare prima che uscisse l’Alfabeto della moda. C’è stato un periodo, durante la pandemia, in cui avevo pensato che Come ti vesti mi stesse divorando, che fosse troppo per me. Poi ho interrotto per scrivere l’altro libro, e questa pausa mi ha aiutato molto a distanziarmi e capire che era fattibile. Come ti vesti è un libro che stanno leggendo e prendendo sul serio tante persone che stimo molto. So molto bene che gli altri due sono libri più divulgativi e semplici, e quindi quando sono usciti queste persone se ne sono state semplicemente zitte. Adesso invece mi stanno dicendo che ho fatto una cosa bella, e in fondo anche io sono convinto che sia una cosa bella. Anzi, guarda, forse la cosa più sorprendente di questo libro è proprio che io penso sia una cosa bella.

Come ti vesti: Cosa si nasconde dietro gli abiti che indossi di Andrea Batilla

Dall'antica Roma alle provocatorie sfilate degli stilisti contemporanei, passando per Bisanzio e il Rinascimento, il lungo viaggio spazio-temporale di Batilla mostra con ironia e competenza come la scelta di un tessuto, di un taglio o di un colore non sia mai stata una mera questione di forma.

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Eugenia Durante ha tre personalità: la prima traduce testi di marketing, moda, sottotitoli per film e libri; la seconda lavora come copywriter e editor; la terza scrive di letteratura, linguistica e musica per riviste e testate online. Ha collaborato con VICE, Vanity Fair, Rolling Stone, il Mucchio e lavorato a Londra come vice editor per IQ Magazine.



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