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La trilogia di Vanina Guarrasi

Di Rosa Carnevale • luglio 20, 2020

C’è una corrispondenza singolare che lega lo scrittore britannico Sir Arthur Conan Doyle all’italianissima Cristina Cassar Scalia. Entrambi medici oftalmologi e entrambi scrittori innamorati del giallo. Il primo, padre del celebre investigatore Sherlock Holmes, la seconda della nostrana Giovanna Guarrasi, detta Vanina, vicequestore alla squadra mobile di Catania, palermitana di origine, con un fiuto infallibile, un passato pieno di ombre alle spalle e una passione irrefrenabile per il buon cibo. Eppure, non può essere un caso che dalla medicina abbiano virato entrambi alla scrittura di romanzi che raccontano storie di crimini, indagini e risoluzioni.

“Il fatto è che lei vede ma non osserva; qui sta la differenza!”, faceva dire Conan Doyle al suo investigatore mentre apostrofava il celebre Watson. Vedere e osservare, approfondire la visione, portare avanti un’indagine seguendo un metodo deduttivo è quello che fanno i medici così come i bravi investigatori. Quando Conan Doyle, da poco laureato, verso la fine dell’Ottocento crea il suo Sherlock Holmes si ispira infatti al suo professore, Joseph Bell, grande chirurgo scozzese, campione del metodo logico-deduttivo, il quale insegnava agli studenti come giungere alla diagnosi mettendo a fuoco certi segni del paziente apparentemente insignificanti e di solito trascurati. Osservare attentamente per poter giungere alla risoluzione di un caso complesso è quello che fa anche il personaggio creato da Cristina Cassar Scalia, Vanina, protagonista di Sabbia Nera (2018), La logica della Lampara (2019) e La Salita dei Saponari (2020), editi da Einaudi Stile Libero.

E la medicina è ancora protagonista. Al metodo diagnostico clinico si ispira infatti anche il lavoro di Vanina. Identificare un colpevole significa infatti reperire, archiviare e “gestire” una notevole quantità di informazioni tecnico-scientifiche. E poi serve il cosiddetto “occhio clinico”, un’abilità innata nel restituire a ogni indizio il peso esatto, senza dare mai niente per scontato.

Quando si occupa dei suoi pazienti Cristina Cassar Scalia opera esattamente come la sua Vanina. Del lavoro in studio fa tesoro per la sua seconda attività di scrittrice, sempre a caccia dell’ispirazione per raccontare le sue storie. Storie di omicidi e delitti, nodi e intrighi da sciogliere. Dopo aver iniziato la carriera di autrice nel 2014 con La seconda estate (tradotto in Francia e insignito del Premio Capalbio Opera prima) al quale ha fatto seguito l'anno successivo Le stanze dello scirocco, entrambi pubblicati da Sperling & Kupfer, Cassar Scalia è approdata al genere noir dando vita alla saga siciliana legata al personaggio di Vanina, oggi alla Mobile di Catania. Una donna già arrivata, con un curriculum solido: sei anni passati all'antimafia, tre anni a Milano come commissario capo e infine di nuovo in Sicilia. Una figura che ci fa dimenticare per un momento che in certi ambienti le donne hanno ancora difficoltà a ricoprire ruoli al vertice. Almeno da questo osservatorio privilegiato, quello della scrittura e dei romanzi di fiction, i tempi sembrano infatti essere maturi per la parità di genere e per la rottura di certi stereotipi. Determinata, decisa, con una squadra di poliziotti che la seguono fedelmente, Vanina è un caso esemplare. Nel lavoro il vicequestore si realizza mettendo tutta se stessa e cercando così di dimenticare gli spettri che riaffiorano dal suo passato (un padre anche lui poliziotto ucciso dalla mafia, un rapporto amoroso con il pm antimafia Paolo Malfitano, che la ricaccia in un vortice di ricordi e paure difficili da affrontare).

Anche per questo motivo per appassionare il vicequestore è necessario che un caso abbia un indice di “rognosità” tale da tenerla occupata e invaderle la mente per giorni. E l’omicidio di Esteban Torres che si trova ad affrontare nel recente La Salita dei Saponari, è sicuramente pane per i suoi denti. Cubano, residente in Svizzera e con doppia cittadinanza italiana ed americana, Torres viene ritrovato in un auto nel parcheggio dell’aeroporto di Catania. Solo pochi giorni dopo, nel pozzo di un elegante albergo di Taormina, ecco un altro ritrovamento: quello del cadavere saponificato di Roberta Geraci, detta Bubi, amante di Torres e celebre organizzatrice di eventi nella zona. Starà a Vanina ricomporre una storia fatta di antichi rancori e traffici non sempre leciti. Con l’aiuto della sua squadra e di figure ben tratteggiate come l’ispettore Spanò, insostituibile ed efficiente ma alle prese qui con l’infedeltà della moglie, la bresciana Marta Bonazzoli impegnata con il “Grande Capo” Tito Macchia e poi Nunnari, Fragapane, Lo Faro.

Vanina stessa è uno di quei personaggi che non si dimenticano. È difficile non amarla e non aspettare con eccitazione il prossimo caso che la vedrà protagonista. Come si fa con i grandi del noir, un genere che sempre più, soprattutto d’estate, riesce ad appassionare i suoi lettori e a tenerli incollati alle pagine e a dare vita a uomini e donne che sembrano respirare anche fuori dalle pagine di carta. Proprio in questi giorni esce postumo Riccardino, l’ultimo volume della serie di Montalbano, a un anno dalla morte di Andrea Camilleri. Qui, tra le righe scritte ancora in vita, l’Autore diventato personaggio si trova a dialogare proprio con Montalbano, battibeccando e fronteggiandosi in una sorta di delirio pirandelliano. Pirandello che finisce nella citazione stessa che apre La Salita dei Saponari e a cui anche Cassar Scalia deve moltissimo. Certi personaggi, come certi libri hanno vita eterna e ci tengono compagnia anche nelle estati più nere.

La Salita dei Saponari di Cristina Cassar Scalia

Esteban Torres, cubano-americano con cittadinanza italiana e residenza in Svizzera, viene trovato morto nel parcheggio dell'aeroporto di Catania; qualcuno gli ha sparato al cuore. L'uomo ha un passato oscuro, e girano voci che avesse amicizie pericolose, interessi in attività poco pulite...

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In estate si legge tendenzialmente di più e si leggono anche molti noir. Alla gente piace sentir parlare di delitti?

Uno degli scopi del giallo e del noir è proprio quello di intrattenere. I momenti di distrazione che normalmente il genere regala al lettore sono inarrivabili: la lettura di questo tipo di romanzi riesce infatti ad agganciare il suo pubblico e in chi legge scatta subito il desiderio di capire chi è l’assassino e possibilmente di arrivarci prima che ce lo riveli l’autore. Tutti questi ingredienti fanno sì che sia una lettura perfetta per momenti di evasione come quelli estivi. A maggior ragione quest’anno. Dopo il lockdown abbiamo ancora più bisogno di distrazione, anche per quanto riguarda i libri.

Quali sono, secondo lei, i punti forti del genere?

Quello che mi ha sempre attirato del noir è la possibilità di poter tratteggiare da vicino la realtà che viviamo, raccontarla con tutte le sue sfumature, evocando situazioni che ognuno di noi conosce e può trovarsi a vivere. Il genere regala al lettore la possibilità di calarsi in una realtà che può essere anche spaventosa, in vicende tetre e complicate che poi però arrivano quasi sempre a una risoluzione. Questa è una gratificazione che tranquillizza molto il pubblico. È importante che chi scrive un noir non edulcori la realtà ma non la esasperi nemmeno, le storie devono sempre essere il più aderente possibile alle vicende criminali che raccontano.

Si documenta molto per scrivere le sue storie?

Faccio indagini sul campo, visito gli uffici normalmente preposti alla risoluzione dei casi di cui scrivo. Per il nuovo libro ho scomodato anche il Questore di Palermo ma il nucleo forte dei miei consulenti sono una mia amica magistrato e un ex dirigente della Squadra Mobile di Catania. Alla Mobile sono quasi di casa, mi accolgono sempre a braccia aperte. Queste mie incursioni sono fondamentali per riuscire a tratteggiare bene i luoghi dove i miei personaggi si muovono e che sono quelli reali che visito prima di cimentarmi con un libro. L’edificio, gli uffici, le scale, la macchinetta del caffè che descrivo tra le pagine dei miei libri sono tutti luoghi reali che ho studiato attentamente prima di raccontare.

Ha esordito con libri dallo sfondo storico (La seconda estate e soprattutto Le stanze dello scirocco). Come è avvenuto il passaggio al genere noir?

Dopo Le Stanze dello scirocco, che avevo ambientato nel 1968, ero alla ricerca di una nuova storia da raccontare. Di solito c’è sempre qualcosa che ad un certo punto mi colpisce e da cui scatta la scintilla per un libro. Un giorno mi sono imbattuta casualmente in una villa disabitata e dall’aspetto un po’ tetro che alcuni amici avevano ricevuto in eredità. Nella cucina c’era un montacarichi e io, non so per quale strano motivo, ho immaginato subito che dentro questo montacarichi, in un romanzo, ci sarebbe stato benissimo un cadavere mummificato, possibilmente da tantissimo tempo. Quando mi viene un’idea così forte e che vorrei assolutamente scrivere, poi diventa urgente e quasi impossibile non dedicarsi a quella. È stata la suggestione di questa storia a guidarmi ed è così che è nato Sabbia Nera. La prima prova è andata bene e dopo ho deciso di continuare con questo genere. Da sempre, poi, amo leggere storie poliziesche e noir e lo schema del giallo lo avevo già in mente come un sogno irrealizzabile. Mi sembrava infatti molto difficile annodare i vari ingredienti che vanno a comporre il canovaccio di un romanzo di questo genere. Ho avuto maestri illustri: ho letto tutte le avventure del commissario Maigret, i gialli di Camilleri, adoro Leonardo Sciascia e Scerbanenco ma anche gli stranieri come Conan Doyle.

Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia

Mentre Catania è avvolta da una pioggia di ceneri dell'Etna, nell'ala abbandonata di una villa signorile alle pendici del vulcano viene ritrovato un corpo di donna ormai mummificato dal tempo.

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Quando ha scoperto la scrittura?

È sempre stata una passione, fin da piccola. Non avrei però mai pensato che questo sogno potesse concretizzarsi veramente. Già quando avevo 13 anni scrivevo sui quaderni di scuola, tra le pagine dei compiti, dei brevi racconti che leggevo alle amiche nei pomeriggi che passavamo insieme. Ero all'ultimo anno di liceo classico quando decisi di partecipare a un concorso letterario nazionale per ragazzi ideato dalla Mondadori dal titolo "Sei autori in cerca d’autore”. Bisognava continuare, a scelta, l'incipit di uno scrittore famoso.

Lei chi scelse?

Gina Lagorio. E fui fortunata perché vinsi il concorso.

La scrittura è quindi un sogno che si è realizzato un po’ alla volta…

Per molto tempo mi sono immaginata come uno dei tanti scrittori inediti e sconosciuti che continuano a tenere i loro lavori nei cassetti. Anche per questo ho deciso di studiare medicina, per avere un lavoro sicuro che mi avrebbe permesso di vivere portando però avanti quello in cui credevo. Ho sempre lavorato come libera professionista e questo mi ha permesso di avere del tempo da dedicare alla mia passione. Oggi riesco a incastrare bene gli eventi legati ai miei libri con i pazienti e gli appuntamenti. Sarebbe sicuramente stato più difficile gestire entrambe le attività se io lavorassi in ospedale o in una struttura pubblica.

Lei è medico oftalmologo, proprio come Conan Doyle, che ha citato prima. C’è qualche punto di incontro tra queste due anime e tra le due professioni, quella di medico e di scrittore?

Un medico deve essere sempre un acuto osservatore, ha bisogno di analizzare per diagnosticare e in questo modo raggiunge spesso una conoscenza piuttosto approfondita di chi ha davanti. Per il lavoro che facciamo, sempre a stretto contatto con i pazienti, abbiamo già a disposizione una galleria di personaggi immensa. Da scrittore è un grande vantaggio. E poi, parlando di romanzi e scrittura di gialli, ci sono dei meccanismi che sono simili tra le due professioni: un medico deve fare una serie di esami per arrivare alla risoluzione di un quadro clinico e quindi a una diagnosi; allo stesso modo il poliziotto si avvale di svariate indagini strumentali per risolvere un’indagine. Mi sono resa conto che ho trasferito su Vanina il mio modo di lavorare nella medicina: ragionare a lungo su tutti gli esami strumentali senza escludere mai niente fin dal principio, ma cercando di collegare le varie osservazioni. Un modo di procedere che oggi si è un po’ perso ma che hanno ancora certi medici anziani.

E anche certi poliziotti in pensione, come il commissario Biagio Patanè, che è sempre al fianco di Vanina nelle sue indagini.

Esattamente. Con questo personaggio ultraottantenne il vicequestore Guarrasi ha una corrispondenza intellettuale incredibile, nonostante la differenza di età.

Con La salita dei saponari, uscito da pochi giorni per Einaudi, è arrivata al terzo volume della serie che ha come protagonista il vicequestore Vanina Guarrasi. Ormai per i lettori di noir è diventata una figura di riferimento. Perché ha scelto proprio una donna come personaggio principale della sua saga?

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che dovesse essere una donna. Quando scrivo cerco sempre di esaudire i miei desideri da potenziale lettrice. Volevo poi che fosse una donna realizzata professionalmente, che avesse già superato il problema del farsi strada in un mondo, quello della polizia, ancora un po’ maschilista. Vanina è una donna forte, che non deve dimostrare il proprio valore o lottare ancora per fare carriera, una donna che si butta con tutta l’anima nelle cose che fa.

Sembra molto innamorata di Vanina… c’è qualcosa in cui sente di somigliarle?

È un personaggio molto diverso da me. Io non avrei mai il suo coraggio, non sarei adatta a fare il suo lavoro. Anche caratterialmente siamo molto lontane. Una caratteristica che abbiamo in comune è quella di dormire poco, di lavorare molto la sera.

La logica della lampara di Cristina Cassar Scalia

Sono le quattro e trenta del mattino. Dalla loro barca il dottor Manfredi Monterreale e Sante Tammaro, giornalista di un quotidiano online, intravedono sulla costa un uomo che trascina a fatica una grossa valigia e la getta fra gli scogli.

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Scrive di notte?

Sì, soprattutto la sera e la notte. Da sempre quello che produco in quelle ore non è paragonabile a quello che riesco a fare nel resto del giorno. La mattina non scrivo quasi mai. E poi Vanina ha la mia stessa passione per il cinema italiano d’altri tempi, il grande cinema. Questo è sicuramente un grande amore che abbiamo in comune.

A partire da quel nome, Vanina…

Il nome è ispirato al film La prima notte di quiete di Valerio Zurlini con il grande Alain Delon e quindi, più direttamente, al romanzo di Stendhal citato nel film, Vanina Vanini del 1829. Quando non guarda vecchi film Vanina fa onore alla cucina siciliana. Adora il cibo e mangia moltissimo, questa è una cosa che le invidio molto. Nei miei libri le faccio mangiare tutto quello che vorrei mangire anche io.

Senza sensi di colpa.

Non descrivo mai Vanina fisicamente ma è una donna che sa che dovrebbe perdere qualche chilo, magari con i fianchi un po’ larghi. Insomma, una donna normale, con i problemi di peso che abbiamo tutti. Sulla possibile dieta da iniziare prevale sempre la passione per il buon cibo siciliano.

«La chiameranno l’antimontalbano, ma non è vero. Cristina Cassar Scalia è lei e basta», ha scritto di lei Carlo Lucarelli recensendo Sabbia Nera. A molti, effettivamente, è venuto in mente di paragonare Vanina ad un Montalbano in gonnella. Cosa ne pensa?

Quando mi paragonano al maestro Camilleri non posso che sentirmi onorata. Detto questo, Vanina e Salvo Montalbano sono personaggi molto diversi. Hanno in comune forse solo il fatto che non sanno cucinare ma sono amanti della buona tavola che in Sicilia non è difficile trovare un po’ ovunque. Anche la Sicilia dei miei libri però è molto diversa da quella raccontata nei romanzi di Camilleri. Io racconto la Sicilia etnea e in particolare una città come Catania, molto vivace e moderna, fatta di cocktail e serate mondane. La mia non è la terra tradizionale in cui si muove Montalbano.

La Sicilia nei suoi libri non è solo un’ambientazione ben riuscita ma diventa quasi un vero e proprio personaggio con una sua voce. In La Salita dei Saponari gioca fin da subito a sfatare alcuni miti sull’isola come quello che in Sicilia faccia sempre caldo o che un omicidio debba per forza essere di mafia. Alle bellezze architettoniche, naturali, alle meraviglie culinarie contrappone anche le grandi vergogne siciliane, le autostrade che versano in un completo stato di incuria. La sua non è una Sicilia da cartolina…

È difficile che la Sicilia riesca a rimanere sullo sfondo di un racconto, diventa sempre un po’ protagonista. Questo avviene nella maggior parte dei romanzi di autori siciliani, è inevitabile. Nell’ultimo libro mi sono divertita a scombinare un po’ le carte su alcuni falsi miti legati alla mia terra. Per esempio quello che da noi il clima sia sempre primaverile in tutte le stagioni dell’anno. Anche in Sicilia ci sono delle giornate molto fredde. Nelle prime pagine del libro incontriamo subito una Dottoressa che arriva dal Veneto e scende dall’areo a Catania con uno spolverino leggerissimo in una rigida giornata di novembre. Sarà proprio lei a trovare il cadavere di Esteban Torres in una macchina nel parcheggio dell’aeroporto. E immediatamente, spaventatissima, penserà a un delitto di mafia. Una pista che Vanina riuscirà ad escludere quasi immediatamente.

E poi c’è la lingua, il dialetto siciliano che affiora nei dialoghi dei suoi personaggi…

La uso nei ragionamenti dei miei personaggi, in alcuni dialoghi. Lo faccio per aderire ancora di più alla realtà. Suonerebbe stonato che dei siciliani doc parlassero tra loro in un italiano perfetto.

Questa volta, a differenza che nei precedenti due volumi della saga, Vanina Guarrasi è alle prese con un’indagine internazionale che coinvolge Cuba e l’America. Sembra quasi che abbia voluto alzare ancora la posta per affermare quanto Vanina sia una figura di donna intraprendente, che non si ferma davanti a niente. La sua squadra, quasi tutta al maschile, la rispetta e la adora. Una visione molto moderna e ottimista in un ambiente come quello poliziesco che a volte può essere ancora molto maschilista

Ho voluto raccontare questo lato internazionale di Vanina, farle parlare inglese senza bisogno di interpreti anche se con qualche fatica. Pur essendo molto radicata e attaccata alla sua Sicilia, è pur sempre una donna che in un momento di crisi assoluta nella sua vita ha vissuto un mese a New York. Mi divertiva anche l’idea di movimentare un po’ il lavoro della Squadra Mobile di Catania che in questa occasione si trova a collaborare con il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia.

Sempre con Einaudi è in arrivo Tre passi per un delitto, un nuovo libro scritto a sei mani con Maurizio De Giovanni e Giancarlo De Cataldo. Come è stato collaborare con altri due grandi maestri del genere?

Lavorare insieme è stato molto interessante e divertentissimo. Ci siamo coordinati per realizzare un libro unico che racconta la storia di un delitto visto da tre personaggi e tre punti di vista diversi.

L’ultimo libro che ha scritto ci lascia con un finale aperto. Vanina tornerà molto presto?

Si, assolutamente. La rivedrete prestissimo. Sto già lavorando alla nuova avventura del vicequestore Guarrasi.

Quando non è alle prese con il lavoro da medico o con la scrittura dei suoi romanzi cosa legge?

Leggo quasi tutto. Tranne i fantasy e i romanzi distopici. Non amo i thriller. Mi piace moltissimo rileggere i grandi classici. A volte mi capita di lasciare da parte per mesi pile di libri nuovi appena usciti che ho comprato e mi aspettano sul comodino per riprendere romanzi che ho già letto, di autori del passato.

Cristina Cassar Scalia ha scritto in esclusiva una novella che ti porterà sotto il cielo della Sicilia. Se acquisterai libri Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Rizzoli, BUR, Fabbri editori, Lizard o Mondadori Electa per almeno 12€ dal 12 luglio al 16 agosto riceverai Filinona di fine estate, un'indagine di Vanina Guarrasi. La cifra può essere raggiunta sommando il valore di acquisti differenti. È il solo modo per averlo e il libro verrà caricato nella tua libreria entro 24 ore.

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