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Cronache della sesta estinzione

Di Rosa Carnevale • febbraio 06, 2024Conversazioni

“Mi chiedevo cosa dovevo fare per essere felice, per essere almeno in parte felice. Restavo in attesa ma la felicità non accadeva”.

La felicità, quando non accade per molto tempo, può cedere il campo alla malinconia. Una tristezza morbosa e ostinata accompagnata da un profondo senso di avvilimento e sfiducia che paralizza ogni singola azione. Un pessimismo invincibile sempre più diffuso al giorno d’oggi, che compare all’improvviso ed è difficile da scacciare.

Cronache della sesta estinzione, l’ultimo romanzo di Stefano Valenti, edito da Il Saggiatore, racconta l’estremo isolamento di un uomo in una società sempre più individualista e alienante. Il protagonista senza nome, professore di filosofia e traduttore freelance di testi narrativi e politici per importanti case editrici, vissuto presso una famiglia benestante che lo ha sottratto a una vita fatta di indigenza e a una famiglia naturale incapace di provvedere al suo benessere, scivola inesorabilmente verso un buio intenso. Con la scomparsa dell’anziana donna e madre adottiva, è costretto ad abbandonare l’appartamento in cui ha vissuto da ospite e a comprare un furgone Ford Transit, dove inizia a vivere come un homeless, riducendo i pasti e le necessità all’essenziale. Intorno c’è un mondo piatto e silenzioso, fatto di periferie anonime, fabbriche e capannoni in cui risuona l’eco di una catastrofe planetaria imminente che non riguarda più solo l’uomo ma tutto il pianeta. “Le previsioni del tempo davano neve ed era un sollievo, un’ombra minuta, nel bel mezzo delle pene che infuriavano, l’accelerazione all’estinzione dell’esistere come lo conoscevamo. L’estate precedente le fiamme avevano distrutto intere regioni dell’emisfero settentrionale (da Seattle alla Siberia)”.

È il tramonto di un’intera esistenza, esteriore e interiore, che lo trasformerà rapidamente, sfibrato dalla malattia, prosciugato nei desideri e nella resistenza. Niente lavoro, niente amore, niente soldi.

Soffrire sembra essere un’attività da perdenti nella società della performance e del neoliberismo sfrenato raccontata dai filosofi contemporanei (su tutti si veda Byung Chul Han, che nel suo La società della stanchezza, ha provato a tratteggiare quanto ormai l’ossessione dell’iperattività e la tendenza sempre piú forte al multitasking, introiettata dagli stessi soggetti e non più imposta dall’alto, siano arrivate a produrre disturbi di natura depressiva e nevrotica).

In un mondo che l’ha dimenticato e in cui il senso di colpa indotto la fa da padrone (“Era la sfiducia, nella convinzione di essere un buono a nulla. Era la vergogna. Era la timidezza. Bere, fumare e assumere farmaci erano diventati la mia attività principale. Era la malinconia”), tenacemente decide però di rinascere. Ispirandosi alle pagine del Robinson Crusoe di Defoe, alla stregua di un naufrago disperso su un’isola deserta, il protagonista prova a riprendere la vita da dove si è fermata, andando alla ricerca di un altrove dove poter iniziare daccapo a respirare. Costruendo un nuovo modo di guardare la realtà, riflettendo su quello che lo affanna, provando faticosamente a mettere ordine nei suoi giorni.

Dopo La Fabbrica del Panico (Feltrinelli, 2013, già vincitore del Premio Campiello Opera prima, premio Volponi e premio Bergamo) e Rosso nella notte bianca (Feltrinelli, 2016), Cronache della sesta estinzione è un romanzo ricco di echi letterari, con cui l’autore inaugura una nuova riflessione lucida e drammatica sulla nostra contemporaneità. Di malinconia e neoliberismo, abbiamo parlato a lungo con Stefano Valenti.

Cronache della sesta estinzione di Stefano Valenti

«Tutto era grande, semplice e severo, una lastra di marmo i cui disegni evocavano un paesaggio immerso nella luce».

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Cronache della sesta estinzione, il tuo ultimo libro, racconta la storia della discesa di un uomo verso un buco nero interiore. Il protagonista è un personaggio senza nome, arrivato al capolinea di un’esistenza stanca e avvolta dalla malinconia, in una società che è sempre più individualista e ci lascia soli e senza vie d’uscita. Possiamo dire che si tratti di una sorta di figlio del protagonista del tuo La fabbrica del panico?

Nell’ottobre del 2022 ero tornato a Sesto San Giovanni, il luogo in cui era ambientato La fabbrica del panico. Erano trascorsi quasi dieci anni dalla pubblicazione del romanzo. Sui muri rimanevano alcuni manifesti elettorali. Nelle ultime elezioni politiche, nella corsa al Senato, Isabella Rauti aveva sconfitto facilmente il democratico Emanuele Fiano. La figlia di Pino Rauti, fondatore dell'organizzazione terroristica di estrema destra Ordine Nuovo, aveva sconfitto il figlio di Nedo Fiano, internato ad Auschwitz e uno dei più attivi testimoni dell'Olocausto in Italia.

Era una Sesto San Giovanni diversa da quella raccontata da mio padre ma in fondo ne era l’inevitabile conseguenza. Era la depressione operaia di mio padre, e dei suoi compagni, e il mio panico, diventati assoluti. E ancora una volta a fare sprofondare questi padri e questi figli nella disperazione non erano soltanto fatica, paura, povertà, ma il disinteresse, l’indifferenza e il cinismo dimostrati dal potere nei loro confronti. L’intera società era nel frattempo diventata fabbrica, l’alienazione della fabbrica era diventata la norma delle relazioni sociali nel neoliberismo, così i rapporti di potere avevano assunto le forme della violenza del lavoro di fabbrica.

Da dove nasce la scelta del titolo, che mette in relazione la crisi emotiva ed esistenziale del tuo personaggio con il clima apocalittico che tutti i giorni ormai viviamo e che racconta di una possibile fine anche del nostro pianeta?

Ne La sesta estinzione Elizabeth Kolbert racconta come, circa duecentomila anni fa, in una ristretta porzione dell’Africa orientale, fosse comparsa una nuova specie animale. Questa specie, che si è autonominata Homo sapiens, ha determinato nel tempo lo sterminio di tutte le altre e in seguito anche di popolazioni autoctone della medesima specie, ha abbattuto intere foreste, ha trasportato organismi da un continente all’altro, ha sfruttato riserve sotterranee di energia a tal punto da modificare la composizione dell’atmosfera e gli equilibri climatici e degli oceani. Tra le catastrofi causate dall’Homo sapiens, cinque sono state talmente grandi da meritare il nome di Grandi estinzioni. È presto per dire se l’attuale sia comparabile, per forza e portata, alle prime cinque, ma è in corso ed è nota col nome di sesta estinzione. Cronache della sesta estinzione racconta di questa probabile estinzione all’interno di un’altra estinzione, quella della psiche umana sottoposta a un crescente disagio che non ha precedenti nella storia dell’Homo sapiens.

L’incipit suona così: “Mi sono suicidato una sera di primavera”. D’altra parte, il problema del vivere o no è dirimente nella nostra esistenza. “Esiste un unico problema filosofico rilevante, quello del suicidio. L’alternativa è accettare l’assurdità della vita oppure tirarsene fuori”, fai dire al tuo personaggio…

L’uomo che racconta in Cronache della sesta estinzione non può fare altro se non ammettere il proprio fallimento. Desidera scoprire il mistero del proprio disagio ma è incapace di decifrare l’enigma delle immagini che lo perseguitano, immagini crudeli e deliranti, come in ogni racconto in cui desiderio e morte si incontrano. Il protagonista sa tutto ma non comprende nulla. In un mondo in cui l’attivismo è considerato la forma suprema della socialità, pare non esserci spazio né futuro per uno sguardo solitario, contemplativo, irrisolto. In questo caso il suicidio diventa un gesto sovvertitore e di lancinante resistenza a futura memoria.

In fondo al libro (non all’inizio), c’è una dedica “A me stesso, ai rinati”. È un libro in qualche parte autobiografico?

Se La fabbrica del panico era una autofiction e Rosso nella notte bianca un romanzo, Cronache della sesta estinzioneè un ibrido nel quale forme spurie di romanzo si mescolano alla fiction e alla narrazione autobiografica, senza tuttavia rinunciare all’idea di romanzo, ma un romanzo che incoraggi a inglobare al suo interno tutte le forme della contemporaneità, compresa la letteratura non creativa. È in questo senso che Cronache della sesta estinzione apre per me una nuova fase del racconto.

Il protagonista di Cronache della sesta estinzione è come una pentola a pressione. Cerca di sfiatare per evitare la deflagrazione. Prova a regolare con costanza una valvola che permette di mantenere la pressione corretta. Riscalda, sfiata, manda fuori ma a un certo punto il meccanismo si inceppa e la pentola, come era prevedibile, deflagra. Ma è solo colpa sua?

La malinconia e la depressione (“Il male oscuro”, come lo definiva Giuseppe Berto) di cui tratta il tuo romanzo sono diventate le malattie simbolo del nostro tempo?

L’angoscia crescente nelle società capitaliste fa pensare che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale. Disagio psichico e disagio ecologico rappresentano le due grandi aporie del tardo capitalismo, racconta Mark Fisher in Realismo capitalista. Nella cultura del neoliberismo la catastrofe ambientale è un simulacro, dal momento che le sue reali implicazioni sono troppo traumatiche per essere assorbite dal sistema. La critica ecologista consiste nell’affermare che non soltanto il capitalismo non è l’unico sistema percorribile, ma che proprio il capitalismo minaccia di distruggere l’ambiente umano. La relazione tra capitalismo e disastro ecologico non è né casuale né accidentale. La necessità di espandere costantemente il mercato e il feticcio della crescita dimostrano come il capitalismo sia per sua natura contrario a qualunque nozione di sostenibilità. L’altra aporia è la crisi psichiatrica. Il neoliberismo insiste nel trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale (come il clima). Uno dei temi centrali della contemporaneità è l’individualizzazione e la depoliticizzazione dei problemi di salute mentale. Ma la relazione tra capitalismo e disagio psichico non è casuale. Fin dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, teorici come Ronald Laing, Michel Foucault, Gilles Deuleuze e Felix Guattari, si sono concentrati sulle condizioni mentali estreme per dimostrare come la follia fosse una categoria politica e non naturale.

Nel libro c’è la paura del futuro ma c’è anche la paura dell’altro. Chi è l’altro per il protagonista del tuo romanzo?

In un contesto ormai del tutto disempatizzato, l’altro per il mio protagonista è il doppio di sé, il doppelganger.

È una sera di novembre quando l’alter-ego di Franz Kafka, dopo aver raggiunto “un punto proprio insopportabile”, incontra il fantasma del suo doppio. Il protagonista del racconto Essere infelici, pubblicato nel 1913 nella raccolta Meditazione, si era messo a correre “sullo stretto tappeto della stanza come in un ippodromo, spaventato dalla vista della via illuminata”, e a quel punto un fantasma con le sembianze di un bambino era uscito dal corridoio. La reazione del protagonista è di composta eccitazione, perché quella visita era “comunque attesa”. I due avviano una conversazione nervosa, sconclusionata, piena di fraintendimenti. Non viene mai detto esplicitamente che il bimbo-fantasma è il doppio del protagonista, ma commenti disseminati nel testo indicano che tra loro esiste un rapporto di intimità e persino di identità.

Kafka scriveva soprattutto di notte, al buio e in completa solitudine, in condizioni di privazione di sonno e di stimoli sociali e sensitivi. Queste condizioni gli permettevano di accedere a stati di coscienza liminali tra veglia e sonno che favorivano la comparsa allucinazioni, dal cui immaginario avrebbe poi largamente attinto per i suoi racconti.

Le allucinazioni descritte da Kafka nei suoi racconti e nelle lettere possono informare gli studi neuroscientifici sui disturbi della mente, soprattutto le allucinazioni che hanno come oggetto una copia di sé stessi – il proprio doppio o doppelganger. In psichiatria, questo tipo di allucinazione appartiene ai cosiddetti fenomeni autoscopici, un gruppo eterogeneo di esperienze che hanno in comune l’illusorio raddoppiamento del proprio corpo. In questo gruppo sono compresi fenomeni che vanno dalla più rudimentale “sensazione di una presenza”, una presenza avvertita nello spazio extracorporeo appena fuori dal campo visivo, fino a esperienze percettive più complesse, tra cui le allucinazioni e le esperienze extracorporee.

In un passo del romanzo il protagonista rivive un ricordo: ha sette anni e sul tavolino di un bar vede una copia abbandonata di L’armata a cavallo di Isaak Babel’. Il libro è come un sogno proibito. “In casa non avevamo libri. I libri erano la prova di un privilegio al quale non avevamo accesso”, ricorda. Cronache della sesta estinzione è anche una riflessione sull’esistenza di una coscienza di classe...

Fin da ragazzo ritenevo il mio disagio una prova ulteriore del mio essere un disadattato e mi vergognavo della mia origine operaia. Ero emarginato dal mondo borghese e dunque desideravo appartenervi. Mi appariva tutto uniforme, dettato da regole identiche le une alle altre. È stato necessario il trascorrere del tempo per comprendere quanto questa condizione fosse dettata dallo sradicamento di classe. La società in cui crescevo, dominata dalla classe media, che era e rimane borghese, mi escludeva.

Cosa pensi di una letteratura working class, come l’ha definita Alberto Prunetti (Non è un pranzo di gala)? I tuoi romanzi ne fanno parte?

È un bene esista una narrativa working class. Nel leggere riviste oppure libri, nel guardare film oppure programmi televisivi, nel parlare con colleghi e studenti, ascolto in continuazione gli stessi riferimenti a un ristretto circolo di autori borghesi. I loro libri sono citati dagli intellettuali della classe media. Sono autori che intervengono dal punto di vista borghese e nella grande parte dei casi questo significa che non raccontano il mondo concreto, reale, nel quale abita la maggioranza delle persone. Esistono molti autori della classe operaia e ho molta simpatia nei loro confronti. Ho molta stima di Alberto Prunettiper la sincerità del suo impegno e per la coerenza della sua azione, così come sono fiero di potermi dire amico di Angelo Ferracuti e Simona Baldanzi, tutti autori annoverati nella vulgata working class e sono anche contento che i miei primi due romanzi siano stati collocati in questo contesto. Credo tuttavia che Cronache della sesta estinzionerappresenti l’inizio di un nuovo percorso per me, nel quale permarranno i temi dell’impegno sociale ma maggiormente rivolti alla ricerca letteraria.

C’è un libro nel libro in Cronache della sesta estinzione, un volume che ha un’importanza centrale per il tuo protagonista ed è Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Perché proprio questo volume?

Il Robinson Crusoe di Daniel Defoe fu per Karl Marx nel suo Capitale una dimostrazione pratica della teoria del valore-lavoro. Per un Jean-Jacques Rousseau che aborriva la cultura libresca, questa guida naturalistica alla sopravvivenza era l’unico libro consentito nell’educazione di Emile. Per i lettori di massa – per quelli presenti e per quelli futuri – questo bestseller internazionale dell’epoca della Rivoluzione commerciale e finanziaria capitalista, Robinson Crusoe, che andava scoprendo la cultura, combinava l’avventura di evasione con lezioni di vita pratica e con numerose istruzioni per arricchirsi.

Per Defoe, Robinson Crusoe è l’ideale del commerciante che si trasforma in gentiluomo, per merito e per comportamento, e non per nascita o per eredità. Questa era un’altra invenzione del capitalismo finanziario. In Cronache della sesta estinzione il protagonista elabora una propria teoria sul Robinson. È come se “Defoe, nel descrivere Robinson Crusoe, non parli soltanto di un uomo che per caso finisce con l’essere isolato, ma presenti una allegoria della vita di tutti gli uomini nella società capitalista: solitari, poveri, incerti, spaventati”.

Anche Robinson è un uomo solo…

L’isolamento è più intenso nella mente di Robinson che nella realtà. Perché ciò che emerge chiaramente, incontro dopo incontro, è che ogni volta che Robinson deve affrontare un’altra persona, reagisce con paura e sospetto. Il suo isolamento, in breve, è né più né meno che l’alienazione dell’individualismo possessivo, ripetuto un milione di volte dalla società capitalista.

Panico è una parola che torna moltissimo nel libro. La paura è un elemento cardine nella vita del tuo protagonista. Anche “il coraggio è paura”, come dice a un certo punto Robinson. Ma nel libro ci sono anche il senso di colpa e di inadeguatezza che la fanno da padrone…

La distruzione dei meccanismi di solidarietà e di sicurezza operata dal capitalismo neoliberista ha lasciato le persone in una condizione psicologicamente devastante. Ma l’attuale ontologia dominante esclude categoricamente ogni possibile causa sociale della malattia mentale. Se la malattia mentale dell’individuo non è altro se non il risultato di una anomalia chimica del cervello, come sostiene la vulgata psichiatrica, non causata o rafforzata da fattori come la precarietà finanziaria oppure l’isolamento sociale, allora non esiste la necessità di chiedersi se sia la nostra stessa società a essere malata. Eppure non sorprende che persone che vivono in simili condizioni ̶ dove le ore lavorative e la paga sono soggette a continue variazioni e gli stessi termini del contratto sono estremamente labili ̶ facciano esperienze di stati d’ansia, depressione e sconforto.

Il fallimento lavorativo del tuo protagonista innesca anche una critica interna a quello che è il sistema editoriale italiano, di cui fai parte. Lavorare in questo campo può essere realmente frustrante e, a lungo andare, minare e logorare anche la tempra più forte. Da insegnante in una scuola di scrittura e da romanziere hai un osservatorio privilegiato su questo mondo. Cosa ne pensi?

Il mercato editoriale italiano racconta una storia di sfruttamento, lavoro non pagato oppure pagato malissimo. Nel mercato dell’editoria libraria lavorano editor, traduttori, correttori, grafici, illustratori che, per esempio a Milano, fatturano in media circa quindicimila euro lordi l’anno. E non sono lavori part-time, ma che impegnano spesso circa quaranta ore a settimana e, se ci sono urgenze, anche di notte e nei festivi. I lavoratori intellettuali dell’editoria libraria hanno anche a che fare con i ritardi nei pagamenti. Questo sistema non è tanto figlio di una crisi, ma è un modello di business voluto da un tipo di capitalismo che ha scelto di fare marginalità applicando tariffe incredibili. Lo prova il fatto che il tasso di disuguaglianza fra chi guadagna tanto e chi poco si è allargato. Milano è la città dove il lavoro intellettuale è sfruttato di più. Se ne esce prendendo coscienza della situazione e cominciando a dire la verità, compresi i nomi di chi paga male, poco o per niente. È necessario venga riconosciuto un equo compenso, che siano rispettati i tempi di pagamento e stipulati contratti, che venga riconosciuto lo status di professionisti del settore riportando nel libro i nomi di chi ha collaborato alla cura editoriale, che venga regolamentata l’attività degli studi editoriali e sia controllato il ricorso agli stage, troppo spesso abusati.

La scrittura è molto diradata in questo libro: ci sono spazi bianchi e soprattutto un uso costante delle parentesi. Tutto sembra concorrere a creare un flusso spezzettato, in cui il pensiero si manifesta in maniera lacerata ma anche rizomatica, proprio come nella mente di qualcuno che sta soffrendo di una malattia mentale. È un effetto che hai volutamente cercato?

La poetica del frammento incarna una concezione della letteratura legata alle dottrine irrazionaliste e prevede la costruzione dell'opera letteraria non tramite un insieme organizzato di eventi, ma tramite un mosaico di frammenti, di immagini e di episodi slegati fra loro. È una poetica che rifiuta il romanzo come unica forma espressiva. Il frammento può assumere una compiutezza tale da riconciliarsi con la narratività, e quindi assumere forme che appartengono alla letteratura più costruita: un esempio, nella letteratura del Novecento, sono i Quaderni in ottavo di Franz Kafka. Un altro esempio sono i Passages a cui Walter Benjamin lavorò una vita intera senza mai giungere a completarlo: anche la scrittura incompiuta appartiene al genere del frammento. Il frammento può spaziare dal microsaggio all'aforisma, come in Minima Moralia di Theodor Adorno, affresco critico del Novecento e della sua società industriale, entrambi consegnati all'omologazione culturale. La scelta del frammento come strumento comunicativo è dovuto innanzitutto a una visione della vita confusa, parziale e soggettiva; una rappresentazione della vita unitaria e compatta è, in questa ottica, impossibile, come in Robert Walser. Un esempio contemporaneo di questo genere di racconto è Bluets di Maggie Nelson, un libro di prosa non classificabile scritto in segmenti numerati che tratta del dolore, del piacere, del crepacuore e delle consolazioni della filosofia, il tutto attraverso la lente del colore blu. Le parentesi servono a racchiudere parole che non hanno un rapporto necessario con il resto del discorso. In Cronache della sesta estinzione descrivono l’afasia del pensiero del protagonista. L’uso che ne faccio nasce dalle ricerche formali del Nouveau roman francese, corrente letteraria francese nata negli anni cinquanta del Novecento, di Claude Simon in particolare. Modificare la forma e renderla intrinsecamente significante è il compito dello scrittore, diceva Simon.

Come si fa a trasformare la depressione in un moto attivo?

La meritocrazia neoliberista coltiva l’illusione secondo la quale chiunque abbia voglia di lavorare sodo oppure abbia la giusta dose di coraggio e intelligenza possa effettivamente avere accesso ai gradi più alti della società. E che chi invece si trovi incastrato a un livello intermedio, oppure basso, debba biasimare soltanto se stesso per non essere riuscito a ottenere un livello di vita soddisfacente. E tuttavia, come dice il protagonista del romanzo, “ero perfettamente consapevole di come tutto intorno a me generasse miseria. In un angolo di mondo, un gruppo di impiegati, alienati dal lavoro, si affaticava in grigi cubicoli, redigendo documenti per le multinazionali dell’elettronica, e, in un altro angolo di mondo, un esercito di lavoratori dissolveva per pochi soldi e tanta fatica vecchie componenti elettroniche per estrarne metallo, mentre il livello del mare aumentava e i boschi andavano a fuoco, mentre i corpi si ammalavano e non avevano possibilità di cura, mentre ogni due o tre anni il mercato collassava, cancellando il futuro che migliaia di lavoratori erano convinti di avere infine messo al sicuro”. La traccia più evidente del neoliberismo nella psicologia di massa è la rassegnazione. I tentativi di resistenza sono sempre più sporadici col passare del tempo. La nostra immaginazione è dominata dalla commistione di edonismo, cinismo e pietà che ha governato l’arte e la politica negli anni Novanta e nei primi anni Duemila. La rassegnazione è l’ingrediente costitutivo della depressione, è quindi necessario trasformare la rassegnazione in rabbia e la rabbia in organizzazione politica di trasformazione delle condizioni sociali, economiche e politiche.

Cronache della sesta estinzione di Stefano Valenti

Questa è la storia di un uomo affetto da malinconia e della sua guarigione, un homeless che vive dentro un furgone, in un mondo che l’ha dimenticato, ma che tenacemente decide di rinascere. Ispirandosi alle pagine del Robinson Crusoe, alla stregua di un naufrago disperso su un’isola deserta, prova a riprendere la vita da dove si è arrestata: costruendo un nuovo modo di guardare la realtà, mettendo ordine nei suoi giorni, e decidendosi a partire verso l’altrove che finalmente potrà accoglierlo: «Tutto era grande, semplice e severo, una lastra di marmo i cui disegni evocavano un paesaggio immerso nella luce».

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Rosa Carnevale, giornalista. Si occupa di arte, fotografia e libri. Ha collaborato, tra gli altri, con Artribune, L’Officiel, Rolling Stone Magazine, Lampoon, Marie Claire e Grazia. Per la casa editrice Contrasto è redattrice e consulente di progetti editoriali.



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