Skip to Main Content
Immagine di copertina

Rileggere Don Chisciotte con Salman Rushdie e Antonio Moresco

Di Niccolò Amelii • novembre 05, 2020

Se c’è un personaggio romanzesco che, insieme a una eletta schiera di pochi altri – come Ulisse, Amleto, Madame Bovary – ha saputo trionfare bellamente sulla morte e sulla dimenticanza, a cui i secoli trascorsi lo avrebbero potuto condannare così come hanno fatto con molti dei suoi coevi, questo è certamente Don Chisciotte della Mancia, apparso per la prima volta nel 1605 per mano di Miguel de Cervantes e però capace di emanciparsi molto rapidamente dalla pagina scritta e dai suoi limitanti confini, guadagnando in spessore e vitalità, e di superare per fama e gloria il suo stesso inventore.

Nonostante siano passati più di quattrocento anni dalla sua iniziale comparsa, l’influenza del capolavoro cervantesco sull’immaginario collettivo e artistico è rimasta immutata, anzi è addirittura andata crescendo nel corso del Novecento, così come è andata ramificandosi e infittendosi l’emulazione narrativa nei confronti del suo sghembo e sognante protagonista, presente sotto mentite spoglie anche in due romanzi eccentrici che hanno visto la luce molto recentemente: Quichotte di Salman Rushdie, uscito a maggio di quest’anno per Mondadori, e Chisciotte di Antonio Moresco, pubblicato dalla casa editrice SEM a fine ottobre; opere tra loro assai differenti che consentono però di interrogarsi ancora una volta sul più conosciuto e sfuggente personaggio romanzesco della nostra modernità e sul suo imprescindibile lascito.

L’Hidalgo per antonomasia, Don Chisciotte è presto divenuto figura autonoma e indipendente, presenza fissa e variamente declinata nei corsi e ricorsi storici, espressione comune, entrata stabilmente nei dizionari non solo come nome proprio, ma anche come aggettivo (donchisciottesco) e come sostantivo (donchisciottismo), termini che stanno a indicare un preciso atteggiamento esistenziale, una chiara presa di posizione nei confronti dell’alterità, acquisendo legittimamente il merito di stazionare, da più di quattro secoli, nel pantheon degli emblemi più iconici dei Tempi moderni (espressione che permuto da Milan Kundera).

Il Cavaliere dalla Trista Figura è un personaggio complesso, ambivalente, irrisolto, ma al contempo ribelle e rivoluzionario, destinato a non invecchiare mai perché la sua modernità è suscettibile d’essere rivivificata e attualizzata sempre e comunque, non pagando dunque il fio al trascorrere inesorabile degli anni e alle trasformazioni che ne conseguono. Le sue gesta e le sue battaglie, una volta spogliate dalla contingenza storica e dal galateo cavalleresco che le caratterizza, si rivelano essere universali, fuori dal tempo perché quotidiane. Il suo personalissimo modo di intendere, vedere e considerare gli avvenimenti del mondo circostante si tramuta in un sentimento di nobile idealismo, che oggi, seppur non maggioritario, possiamo ancora rintracciare e intravedere in tante lotte collettive e individuali.

Oltre ai risvolti più apertamente farseschi e comici, in Don Chisciotte alberga una grandezza tragica che fa di lui l’archetipo dell’antieroe moderno, carattere talmente sfaccettato, prismatico e mutevole da essere divenuto oggetto di riflessione di alcuni dei più acuti e brillanti pensatori e scrittori degli ultimi due secoli, come Lessing, Schlegel, Heine, de Unamuno, Ortega y Gasset, Nabokov, Kundera, Foucault, che gli intesta l’onore di essere il centro fondante di una transizione epistemologica che vede la rappresentazione sostituire la somiglianza come principio orientativo del sapere.

D’altronde, il Don Chisciotte della Mancia – opera capitale della letteratura occidentale, spartiacque centrale tra il neoclassicismo rinascimentale e il poliforme ed eccessivo barocco – affronta già i più lampanti e significativi paradossi della modernità: la perdita di una costellazione certa di riferimenti morali e comportamentali, la decostruzione lenta ma inesorabile di una scala di norme e di valori saldi da ereditare e tramandare, la disarmonia delle forme del reale, il confine labile tra ciò che è e ciò che appare, lo sfasamento irriducibile tra idea e azione, lo svuotamento del linguaggio letterario.

Il condottiero cervantesco, che sublima la superficie degli oggetti e delle persone con i suoi incontrollabili miraggi romanzeschi, è preso dalla furia di rinominare i fenomeni, di reinventarli e farli propri assecondando i ritmi di una immaginifica e bizzarra inventiva, frutto di un sogno quanto mai lucido e proteso al rovesciamento dell’essenza intrinseca delle cose, al fine di strapparle dalla loro gabbia prosastica e tutta terrena.

Eppure, i referenti reali hanno smesso di corrispondere ai nomi con cui i libri li designano, essi sono ora copia sbadita o contraffatta; le parole sono dunque costrette a vagare insoddisfatte – così come il loro apparentemente asincrono portatore –, e a restare segno, inchiostro mutilo, votato alla perdizione.

Nondimeno, come archetipo di un sogno errante e mai definitivamente sconfitto, Don Chisciotte è stata ed è fonte di ispirazione perpetua per i romanzieri che ne hanno letto e ammirato le avventure e che continuano ancora oggi, nella nostra turbolenta e frenetica contemporaneità, a trovare nel cavaliere mancego una fonte inesauribile di verità, meraviglia e stupore, rifacendosi instancabilmente a lui per la creazione dei loro protagonisti e per la strutturazione dei loro testi.

È una vera e propria mania, transgenerazionale e geograficamente trasversale, basti pensare ai tanti scrittori che già nel secolo scorso lo hanno eletto a modello o incarnazione principale dei loro scritti, come Jorge Luis Borges, il cui Pierre Menard (in Finzioni) si dedica all’impresa titanica di riscrivere parola per parola il capolavoro cervantesco, o Graham Greene (Monsignor Chisciotte, Mondadori, 1983), il cui Padre Chisciotte è il mediocre prelato di un paesino spagnolo che, ricevuta inaspettatamente la nomina di Monsignore, intraprende uno sgangherato viaggio a bordo di una logora ma fedele utilitaria, al fianco di Sancio Zancas, ex sindaco comunista del paese, o Paul Auster, il cui Città di vetro è una riflessione narrativizzata sul tema del doppio e dell’identità che molto deve ai motivi e alle geometrie del Don Chisciotte.

Venendo a questi anni, gli esempi più recenti dell’eterno revival donchisciottesco sono Il Don Chisciotte di Pietro Citati (Mondadori, 2014), Mia figlia, don Chisciotte di Alessandro Garigliano (NN Editore, 2017) e le due opere già summenzionate, Quichotte di Salman Rushdie e Chisciotte di Antonio Moresco (SEM).

In Mia figlia, don Chisciotte Garigliano racconta, all’interno di un impianto romanzesco composito e ibrido che alterna brani saggistici alla narrazione vera e propria, di un padre insicuro e disoccupato che trova nello studio approfondito del capolavoro di Cervantes non solo un espediente utile per fingersi professore agli occhi della figlia e in tal modo tranquillizzarla e rasserenarla, ma anche una fonte di salvifica immedesimazione, che lo trasforma gradualmente nel devoto scudiero Sancho, pronto a tutto per difendere la visionaria, eroica e un po’ impreparata (data la giovane età) Don Chisciotte della famiglia, la sua adorata bambina.

In Quichotte di Salman Rushdie il gioco si fa un po’ più articolato e stratificato. Qui, infatti, i rimandi al Don Chisciotte della Mancia sono multipli e variegati e si esemplificano non solo nella conformazione identitaria del protagonista (Ismail Smile, che assume lo pseudonimo di Quichotte per proclamare la sua sconfinata devozione all’amata), ma anche nella costruzione diegetica del romanzo, che si rivela essere un’opera-mondo a tratti debordante, sviluppata secondo una sequenza concatenata di multiple scatole cinesi (o a tripla cornice), in cui la dialettica osmotica tra Autore (Salman Rushdie), Autore in pectore (Sam DuChamp) e protagonista diviene motivo fondante e molla narrativa dell’intero intreccio.

Al centro dell’ultimo lavoro di Rushdie vi è dunque un Quichotte (il nome deriva dal Don Quichotte di Jules Massenet e non propriamente dal romanzo di Cervantes) indiano, redivivo e un po’ attempato, che, imbevuto di tivù spazzatura, decide di affrontare sulla sua Chevy Cruz un viaggio on the road verso New York per conquistare il cuore di Salma R., celebre star di sceneggiati televisivi e di talk show di intrattenimento, anch’essa originaria di Bombay. Entro il perimetro di una quête di redenzione e avvicinamento al senso ultimo dell’esistenza, in cui Quichotte è accompagnato da Sancho – figlio nato per partogenesi che da visione fantasmagorica qual è acquisisce man mano fattezze carnali vere e proprie, a sua volta affiancato dall’apparizione saltuaria di un grillo parlante di origine italiana (l’influenza di Pinocchio è più che evidente) –, il confine tra universo e opera si fa poroso, labile, il surreale diventa reale e viceversa e l’assurdo la fa da padrone incontrastato.

Iscrivendosi sin dalle prime pagine in un acclarato filone neopicaresco, in cui la natura episodica degli avvenimenti che si susseguono, benché possa apparire casuale e artificiosa, rivela infine un meticoloso disegno di azione e attuazione, rimasto abilmente celato nel suo farsi graduale, Quichotte è un romanzo d’iperrealismo magico post-postmoderno, che gioca con le citazioni, i riferimenti, le allusioni, dal finale escatologico e apocalittico.

In una girandola esagerata e frenetica di incontri, scontri, rievocazioni storiche e riconciliazioni, tra mammut reincarnati, universi paralleli, ragazzini pixellati, pestilenze oftalmiche (che appaiono ora preveggenti) e cieli che si squarciano cadendo sulle città, l’opera di Rushdie sembra voglia esplorare, procedendo per accumulo di sottotrame e sovrabbondanza di materiale agglutinante, tutte le possibilità dell’impossibile. Ignorato ogni senso della misura, bandita ogni verosimiglianza, Rushdie dà vita ad un meccanismo digressivo, polifonico, metaletterario, che pone in questione tutto lo scibile umano e in special modo problematizza il limite, ormai dissoltosi, tra verità e finzione, tra fatti e interpretazioni.

Dando il là ad un valzer di predestinazione che svela solo alla fine l’audace e rivelatorio misfatto, Quichotte gravita intorno a due poli, Autore e protagonista, che, come alter-eghi speculari e complementari, cominciano lentamente a sovrapporsi fino quasi a fondersi e a divenire indistinguibili.

Tuttavia, nonostante l’identificazione pressoché totale tra Sam DuChamp e Quichotte, questa volta è la finzione primigenia a trovare rifugio e salvezza nella realtà (a sua volta finzionale, ovviamente) e non il contrario.

Romanzo estremo e ironico, che trova proprio nello sperpero eccessivo la sua forza e la sua ragion d’essere, Quichotte non solo testimonia l’estro incontenibile, la qualità compositiva e l’impareggiabile capacità immaginativa del suo autore, ma soprattutto rivela, al di sotto del paravento bizzarro e fantastico, una potente critica al maschilismo imperante nella società indiana e alle degenerazioni più manifeste della società statunitense, come il razzismo sistemico, l’abuso illegale di farmaci a base di oppiacei, l’ipermediatizzazione della vita quotidiana, che produce inevitabilmente alienazione, sensazionalismo diffuso e fake news.

Chisciotte di Antonio Moresco (SEM, uscito il 22 ottobre) è invece una sceneggiatura in forma di romanzo (che l’autore si augura possa diventare presto un vero e proprio film), in cui l’elaborazione visiva delle scene descritte e dei personaggi è perciò fattore preminente e privilegiato. Questo Chisciotte presentizzato è una reincarnazione del paladino mancego che però sembra essere sbucata direttamente dal XVII secolo, avendo conservato del suo nobile progenitore non solo l’inesausta curiosità, l’animo gentile, il coraggio indefesso e un po’ di sana insofferenza per i mali della terra, ma anche un idioma arcaico di matrice cortese e cavalleresca che semanticamente mal combacia con le declinazioni volgari del nostro parlare quotidiano e contemporaneo.

Ricoverato in un reparto psichiatrico, il Chisciotte di Moresco crede a cose che non esistono, almeno a detta del primario che lo tiene in cura, vede poeti e scrittori affollare l’ospedale e ha perso la ragione inseguendo chimere e deliri. La sua apparente follia lo isola dall’ambiente circostante perché non può essere né compresa né tollerata, ma il suo desiderio di rivalsa lo spinge ad esplorare senza paure d’alcuna sorta il carcere bianco in cui è segregato, teatro di incontri lunari e scontri verbali, spazio da abbandonare e lasciarsi alle spalle, sostenuto via via nelle sue scorribande dall’immancabile Sancho, l’infermiere personale tamarro e un po’ buzzurro che gli viene assegnato suo malgrado.

Costretto a destreggiarsi tra monache minacciose e invadenti, Chisciotte si reca in quotidiano pellegrinaggio dalla sua Dulcinea, completamente ingessata nel reparto Ortopedia perché si è buttata giù dalla finestra credendo di saper volare, e le parla declinandole i suoi più puri sentimenti d’amore e affetto.

L’ideale di grandezza che ne pervade le membra non permette a Chisciotte di sottostare alle regole di un sistema che non comprende, in cui mendaci parvenze oscurano l’essenza cristallina delle persone e degli oggetti che lo circuiscono e lo condanna drammaticamente a uno scontro aperto con le forme di un reale che si nasconde subdolamente dietro fattezze mutevoli e cangianti.

Catapultato in un mondo che sta cadendo a pezzi, vessato dalle più atroci e ingiuste ignominie e miserie, il Chisciotte di Moresco si intestardisce caparbiamente e, sospinto dalle più alte ed eteree intenzioni, prova in tutti i modi a sfuggire dalle gabbie opprimenti di una realtà asfittica e cieca.

Sebbene appaia fatalmente destinato a perire e a soccombere, l’erede del famoso hidalgo trova inaspettatamente conforto e salvezza nella sua dolce metà, una Dulcinea molto più attiva, concreta e combattiva di quella cervantesca, e in una schiera variopinta ed eterogenea di uomini e donne, anime a lui affini e come lui internate – Franz Kafka, Emily Dickinson, Hildegard von Bingen, Balzac, Tolstoj, Rimbaud, Dostoevskij, Pinocchio, Shakespeare, Melville, Murasaki Shikibu, Swift e molti altri – che hanno saputo squarciare, con il loro intelletto turbato e inquieto e le loro intuizioni geniali e sofferte, il velo delle apparenze per scorgere negli interstizi profondi le passioni e i sentimenti più oscuri e ardimentosi dell’essere umano, posizionandosi sempre ben oltre la linea del normale e comune sentire.

Alla testa del festoso corteo, Chisciotte, unico in grado di sconfiggere l’apatia opprimente che condanna tutti a una visione omologata e piatta del reale, torna a occupare il proscenio che merita, che è quello della città, della vita fuori dalle mura, notturna e addormentata ma pronta a ridestarsi al suo fiero passaggio.

Arrivati a questo punto è necessario riannodare molto sinteticamente le fila del discorso.

Don Chisciotte rappresenta fin dalla sua lontana comparsa un polo attrattivo gravitazionale intorno a cui ruotano e hanno ruotato ossessivamente un numero spropositato di saggi, riflessioni, teorie, romanzi, racconti, componimenti musicali, pièce teatrali e pellicole cinematografiche (per informazioni chiedere a Terry Gilliam).

Come fosse un totem volatile e onnipresente o un albero dai rami infinitamente estesi e tentacolari giganteggia su tutto ciò che è venuto dopo di lui e allunga la sua ombra cavalcante sulle sue propaggini successive e contemporanee, capaci di ricalcarne più o meno fedelmente le gesta e le vicissitudini.

Eppure, nonostante le reiterate e minuziose esegesi, interpretazioni, interrogazioni, la natura profondamente enigmatica di Don Chisciotte è destinata rimanere tale perché, inattuale nella sua inattualità, l’errante cavaliere simboleggia ancora la possibilità estrema, la tentazione ultima di tornare un giorno magari alla sorgente primaria e limpida dell’immaginazione.

In fondo in fondo Don Quichotte ç'est nous.


Quichotte di Salman Rushdie

Sam DuChamp, un mediocre scrittore di spy stories, ispirandosi al classico di Cervantes crea un personaggio di nome Quichotte: un gentile commesso viaggiatore ossessionato dalla televisione che si innamora in modo impossibile di una star della TV.

Visualizza libro

Chisciotte di Antonio Moresco

“Come sono finito sulla copertina di questo libro, in camicia da notte bianca e cappello piumato, con quell’espressione idiota ed eroica? Ci sono finito perché ho scritto un romanzo sul personaggio letterario – e per me vivente – che più amo: Don Chisciotte".

Visualizza libro

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Il primo grande romanzo dell'età moderna nella traduzione di Vittorio Bodini, considerata ancora oggi un modello di limpidezza per la linearità con cui restituisce il lucido smalto della prosa di Cervantes, e al tempo stesso di arguzia, per la resa esemplare di bisticci, battute e proverbi.

Visualizza libro

Niccolò Amelii è dottore di ricerca in “Lingue, letterature e culture in contatto” all'Università degli Studi di Chieti-Pescara. Ha fondato e gestisce il sito di cultura e critica Quaderni contemporanei, collabora con The Vision e con Flanerí per la sezione di critica letteraria. Il suo primo romanzo – “Trittico” – ha partecipato alla XXXIII edizione del Premio Calvino.

Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.