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Dove non mi hai portata. Conversazione con Maria Grazia Calandrone

Di Rosa Carnevale • dicembre 20, 2022Conversazioni


“Scrivo questo libro perché mia madre diventi reale. Scrivo questo libro per strappare alla terra l’odore di mia madre”.

“Rinascerai, Lucia, anche solo a parole. È tutto quello che posso”.


Tutto quello che può Maria Grazia Calandrone è quello che fa normalmente una figlia: custodire la memoria della propria madre. Quando questa memoria non le è data, però, serve un lavoro ulteriore. Un lavoro di scavo, di ricerca. E, poi, di rielaborazione. Se non riesce a riportare in vita, la scrittura favorisce sicuramente un incontro. È tra le pagine del nuovo libro Dove non mi hai portata, edito da Einaudi, che Maria Grazia Calandrone e Lucia Galante, la madre biologica morta suicida, si incontrano. Sulla pagina bianca che si riempie improvvisamente di frammenti di vita, di storie e racconti che erano stati sepolti frettolosamente insieme a Lucia, scivolata via troppo giovane nelle acque del Tevere. Quello della poetessa e autrice romana è un lungo scavo archeologico, alla ricerca di segni e tracce che spieghino i gesti. Lucia è un caso di cronaca, esiste solo sulle pagine dei quotidiani nazionali dell’epoca. Sua figlia la conosce da quegli stralci di giornale, attraverso le poche parole fredde scolpite nell’inchiostro. La madre ha deciso infatti di non portare Maria Grazia con sé nel suo ultimo viaggio, di lasciarla sulla terra, sognando per lei un futuro diverso.

È l’estate del 1965 quando Lucia e Giuseppe, i genitori di Maria Grazia, arrivano a Roma con la figlia di otto mesi. Lucia ha lasciato il paese del Molise che l’ha vista nascere, Palata, insieme ad un uomo molto più grande di lei, già sposato e padre di famiglia. È fuggita ad un marito violento e a una vita passata nel disamore. Per le leggi del tempo è rea di adulterio e la vita non le è facile.

Non è ancora l’epoca del divorzio (la normativa entrerà in vigore solo nel dicembre del 1970) e delle lotte per l’amore libero. “L’amore, la magnifica follia che ci fa giganteggiare sopra la nostra vita, che trasloca il nostro piccolo esistere dentro il corpo totale del mondo, è qui ancora ridotto a miseria, concubinaggio”. Con Giuseppe, Lucia sogna di ricostruire una vita più serena ma, a volte, il male non dà scampo e sembra non esserci una soluzione possibile, se non nella morte. Certi gesti rimarranno sempre inspiegabili ma comprensibili. Se comprendere vuol dire penetrare nell’animo, abbracciare i sentimenti dell’altro.

Prima di scomparire nelle acque del Tevere, Lucia e Giuseppe indirizzano una lettera accorata alla redazione del quotidiano L’unità. È una lettera che non accusa nessuno, che non punta il dito, che spiega solamente i fatti: l’abbandono di una figlia neonata e il suicidio. Con quelle parole Lucia consegna la bambina “alla compassione di tutti”. Maria Grazia Calandrone, ancora oggi, indossa quella formula come un diadema, un amuleto prezioso che la protegge e che le insegna a fidarsi del mondo, nonostante tutto e nonostante tutti.

Quando alla fine dell’intervista le chiedo se pensa di essere riuscita a riportare Lucia a casa con questo libro e a restituirle la pace che cercava, mi risponde: “se quella casa sono io, adesso Lucia vive dentro di me”. Rimaniamo in silenzio per qualche secondo, ognuna al capo di un telefono, in due città lontane e diverse. Commosse, osserviamo insieme il potere che hanno le parole, la poesia, le vite. Tutte.

“Ogni vita merita un romanzo” è il titolo di un celebre saggio del teorico della Gestalt Erving Polster. E non c’è niente di più vero. Quella di Lucia ha meritato un romanzo scritto dalle mani della figlia. “Adesso che mi sono spinta insieme a voi senza più argini su questa sponda, mi è permesso sapere che la vostra morte si è consumata con definitivo amore. Non vi posso fermare. Non allora, non ora. Mi siedo qui e vi guardo. Sento il suono che fate. Anche il suono dell’acqua”.

Dove non mi hai portata: Mia madre, un caso di cronaca di Maria Grazia Calandrone

Dopo Splendi come vita, in cui l'autrice affrontava il difficile rapporto con la madre adottiva, Dove non mi hai portata esplora un nodo se possibile ancora piú intimo e complesso.

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Partiamo dal titolo, Dove non mi hai portata, che racconta già molto della vicenda narrata nel suo nuovo libro. Dov’è che Lucia non l'ha portata?

Non mi ha portata con sé nella sua scelta definitiva. Mi ha accompagnata alle soglie della mia nuova vita e ha deciso di non portarmi nella morte. Sono stata adagiata sulla terra, nel giardino di Villa Borghese, prima che Lucia entrasse nelle acque del fiume che l’avrebbero inghiottita per sempre. Nel libro c’è la descrizione di una camminata sommersa nel Tevere che ovviamente non ho mai fatto realmente. Mi sono immersa con l’immaginazione su quelle sponde, per trovare mia madre. Andando alla ricerca di Lucia e della sua storia, conoscendola attraverso i luoghi che aveva percorso e le persone che aveva incontrato, sono riuscita a immaginare cosa avesse provato in quelle ore prima della sua morte e a ricostruire quegli attimi che a me sono stati risparmiati.

“Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata”, ha scritto in esergo a questo libro…

Ho iniziato a conoscere veramente la mia madre biologica nel febbraio del 2021. Dopo una comparsa in televisione in cui avevo raccontato la mia storia di adozione, alcune persone che avevano conosciuto Lucia in vita mi hanno contattata e mi hanno raccontato di lei. Ho collegato solo più tardi che quel giorno era proprio il 16 febbraio dello scorso anno, giorno del compleanno di Lucia. Una coincidenza singolare. Prima non sapevo quasi niente di lei. Molte cose che ho scoperto da amiche e conoscenti o da chi ha incontrato mia madre in vita, come per esempio il suo primo fidanzato, Tonino, mi sono state consegnate con grande amore. Durante il percorso che ha portato a questo libro ho filtrato tutte le indagini e le scoperte che ho fatto attraverso questo mio nuovo sentimento per lei che andava nascendo mano a mano che la conoscevo. Ho cercato di restituire tutto al lettore nella maniera più amorosa possibile, seguendo quello che è il mio faro, l’intelletto d’amore dantesco. Un amore che non è soltanto emotivo ma è anche un amore logico, che si basa sui fatti. E dai fatti e dalle indagini ho scoperto che Lucia era una persona amabile. Per fortuna, non sono rimasta delusa.

Anche nel libro torna sulla data del 16 febbraio, compleanno di sua madre e giorno della sua comparsa in Tv da cui inizierà l’indagine per conoscere Lucia. Crede nelle coincidenze e nel destino?

Credo a quello che vedo e questa cosa mi ha colpito molto, è un’evidenza. So che è successa, realmente le due date coincidevano, non so se è stato il destino a manovrare questi accadimenti. Io racconto i fatti, senza interpretarli, cercando di togliere di mezzo il mio punto di vista. Ciascuno di noi, poi, in questi fenomeni legge quello che vuole. Chi è credente può vederci un intervento addirittura di Lucia. Chi invece è laico magari nota una coincidenza commovente. Ognuno interpreta i fatti come vuole, a me non hanno lasciata indifferente.

Il libro si apre su due fotografie, le uniche due immagini che ha delle sua mamma biologica. Accanto alle parole, anche questi scatti sembrano avere un potere magico. “Ciò che rende la fotografia una strana invenzione è che le sue materie prime principali sono la luce e il tempo”, diceva John Berger. Lucia, il nome di sua madre, deriva proprio da luce e il tempo è quello che lei ha cercato di oltrepassare, di percorrere a ritroso. Qual è la forza delle immagini?

Le fotografie sono fatti, sono cose apparentemente concrete. Fermano un istante preciso e ci dicono molto, sono testimonianze preziose. Entrambe le fotografie che io possedevo di mia madre sono delle fotografie in posa. Una è un’immagine usata per la carta d’identità e l’altra è uno scatto del giorno del matrimonio. In quei momenti Lucia sa di essere fotografata, nella prima accenna un vago sorriso mentre nella seconda non c’è nessuna traccia di felicità, sembra il ritratto di una donna che sta andando a un funerale piuttosto che all’altare. Sono molto indicative dello stato d’animo di mia madre in quel momento e anche dell’atmosfera generale che stava vivendo. Per quanto riguarda quella del matrimonio, che è una foto di gruppo, mi sono soffermata ad analizzare le varie reazioni delle persone che compaiono. È un’immagine che racconta molto. La fotografia è un frammento di istante. Anche le parole possono essere l’istantanea di un momento ma si tratta sempre di un linguaggio mediato. Gli scatti sono immagini che immediatamente parlano, senza interferenze, per quanto si tratti della scelta particolare fatta da un fotografo. Quello a cui fai riferimento nell’idea di una “scrittura di luce, scrittura con la luce”, certo che c’entra con il nome di mia madre. In qualche modo Lucia la sua storia l’ha scritta ed è una storia fatta proprio di luce e di forza, quella che lei aveva. Il suo desiderio incoercibile di libertà ne fa una personalità inarginabile.

Lucia è una donna che sembra non avere scampo. Con la famiglia di origine, con il marito che le hanno imposto, con la vita dura che farà. Eppure è una donna che resiste. Come si era immaginata sua madre prima di questo libro?

Me l’ero immaginata come una donna coraggiosa e amorosa. E devo dire che la mia indagine ha potuto confermare entrambe le cose. All’epoca quasi tutti i matrimoni erano combinati, molte unioni erano infelici. Alle donne e alle mogli capitava frequentemente di essere picchiate, come accadrà a Lucia. E non solo dal padre o dal marito ma anche dalla suocera. Lucia in qualche modo era una ribelle. Portava i capelli sciolti, nonostante fosse sposata: una cosa ritenuta estremamente sconveniente. Era una persona che non si rassegnava a fare la vita che facevano tutti. La cosa che non potevo sapere e che non immaginavo era che fosse una donna estremamente intelligente. Lo conferma il piano del mio abbandono, organizzato al millimetro, con cui Lucia uscirà di scena mettendomi però in salvo. Un piano che ha funzionato e a cui devo la vita. Quella di mia madre era un’intelligenza fatta un po’ di intuito, un podi conoscenza ma soprattutto di speranza, nonostante tutto. È esattamente l’atteggiamento dei poeti, che scrivono nonostante tutto.

Ad uccidere Lucia sembra essere un eccesso di amore. “Chi ama non ragiona, si prende tutti i rischi dell’amore, tutte le conseguenze, anche giuridiche”, scrive.

L’amore è eccessivo per sua natura. Quell’eccesso non era permesso all’epoca, non solo per Lucia. Nello stesso periodo di mia madre Mina aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio con Corrado Pani ed era stata estromessa dalla Rai. Erano anni in cui l’amore in sé, quando usciva dai binari prestabiliti e accettati, non era permesso. Ovviamente Lucia non aveva le stesse possibilità di Mina, è questo che l’ha condotta alla morte. Lucia si è uccisa per amore.

Amore per Giuseppe ma anche nei suoi confronti…

Potrebbe essere un ragionamento che mia madre ha fatto. La vita che avrei condotto insieme a loro sarebbe stata estremamente difficile e misera. I miei genitori erano rimasti molto delusi dopo l’esperienza milanese, in cui avevano cercato di ricostruirsi una vita lontano dal loro paese. Milano li aveva respinti. Lucia era ricercata per aver infranto la legge in quanto adultera e non poteva quindi chiedere lavoro, se non recandosi a pulire in nero a casa di qualche signora. Giuseppe era muratore e all’epoca aveva 56 anni, era un uomo quasi anziano, non aveva una forza lavoro spendibile. I cantieri oltretutto rimanevano aperti solo durante la bella stagione, in inverno il cemento gelava e non era possibile lavorare. Io sarei stata la figlia di due migranti interni che dal primo appartamento in Viale Monza si erano dovuti spostare a Crescenzago, dove oggi vivono i nuovi immigrati stranieri. Sicuramente Lucia pensava di poter avere un futuro diverso, lo ha sempre immaginato e lo ha creato per me, visto che per lei non era stato possibile.

Anche i segni grafici in questo romanzo hanno un peso: gli spazi bianchi, gli a capo, i paragrafi con spaziature inconsuete. Che forma ha voluto dare al libro?

La mia prosa è contaminata moltissimo dalla poesia. In Splendi come vita, il mio libro precedente, era ancora più evidente ma anche in questo caso il testo segue una forma che non è quella regolare del romanzo. È un libro ibrido, a metà tra un resoconto storico e un’inchiesta di polizia, e ancora tra un romanzo e un libro di poesia. Il risultato ha esattamente la forma di Lucia. È come se fosse la rappresentazione grafica della sua personalità variegata, quella di una donna libera, multiforme. Mia madre era una donna molto religiosa, non a caso io mi chiamo Maria Grazia, ma era anche una donna squinternata, in senso positivo, che usciva fuori dalle regole in cui ella stessa credeva.

Quando Lucia e Giuseppe decidono di abbandonarla e poi togliersi la vita mandano una lettera a un giornale di sinistra, L’Unità, con la spiegazione del loro gesto e una richiesta di sua madre: "Trovandomi in condizioni disperate, Non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti”. C’è un passo de L’Idiota in cui Fëdor Dostoevskij scrive: “Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione”. La compassione sembra essere diventata un’idea centrale anche nella sua scrittura…

Intendo la compassione esattamente com’è descritta nel passo citato. Nel senso etimologico di un’adesione al sentimento, alla storia, ai dubbi dell’altro. Non compassione nel senso pietistico, come qualcosa che arriva dall’alto. Anzi, il “mi fai compassione” è una cosa contro cui lotto da sempre. Compassione significa sentire insieme, assumere il dolore, le sensazioni, il vissuto di chi ci circonda e incarnarlo. È un po’ quello che ho cercato di fare con questo libro. Assumere il punto di vista di Lucia, abitare la sua vicenda in maniera sia razionale che emotiva.

C’è una grandissima differenza tra la lettera accorata ed estremamente poetica che lascia sua madre, e quella che invece manda il marito di Lucia alle suore del brefotrofio che gli chiedono di pagare per la bambina che stanno ospitando e che porta il suo cognome. Le parole che usiamo e la lingua dicono moltissimo di noi…

La lettera di Lucia è una lettera piena di dignità. Sono poche righe quelle che mi sono rimaste ma ho cercato di sviscerarle, di farne un’analisi quasi critica e le ho trovate ricche di senso. Lucia non rivendica niente, assume il proprio destino, o indovinato o sbagliato che sia. Si guarda con gli occhi degli altri ma non giudica chi la guarda. Non lamenta niente di quello che succederà, parla di quello che lei e il compagno hanno deciso di fare con sofferenza senza addossare la colpa di questo gesto a nessuno. La lettera di Luigi, viceversa, purtroppo è piena invece di una violenza inaudita per me. Non avevo mai letto nulla di così tragicamente duro, con delle immagini superflue, tra l’altro. Questa lettera è stata conservata nel fascicolo che mi riguardava proprio perché si tratta di un’anomalia. È uno scritto in cui si minaccia Lucia di morte, si ripudia la me neonata, sono parole piene di crudeltà. In quel momento, però, ho capito perché mia madre ha sentito di non avere più scampo e si è suicidata. Tornare avrebbe voluto dire andare incontro a un surplus di violenza. L’analisi della lettera di Luigi per me è stata molto forte ma determinante per la comprensione della vicenda dei miei genitori.

Che rapporto ha con il perdono? Il suo libro precedente, Splendi come vita, raccontava la storia di una lacerazione, della vicenda complessa con la sua madre adottiva, Consolazione.

Non ho niente da perdonare a nessuno. Sono contenta della vita che ho e non ho rivendicazioni da fare. Non ho rabbia, neanche nei confronti del marito della mia mamma biologica. Anche Luigi in fondo era una vittima, anche la stessa madre di Lucia che non la accoglie nella sua casa quando lei cerca aiuto, era una vittima. Vittime di pregiudizi e convenzioni sbagliate.

Anche i luoghi hanno una grande importanza in questo libro. A Milano, dove lei nasce, per Lucia “la vita è agra”, proprio come scrive Luciano Bianciardi. È la Milano del boom economico ma per Lucia e Giuseppe sembra non esserci speranza neanche qui. È una città da cui decidono di andarsene e di portarla via. Una città dura, come può esserlo anche oggi per molti.

Mi ha fatto molto piacere poter collocare Lucia in dei luoghi fisici, che ho sentito il bisogno di attraversare, in cui sono passata pensandola, immaginandola. Finalmente ho delle memorie concrete di questa donna che prima era solo un’astrazione. È andata così anche per Milano, una città che mia madre ha attraversato e in cui confidava. Ma Milano è così, ieri come oggi: o sei capace di inserirti nei binari del fabbricare, del produrre oppure non c’è spazio, la città ti rigetta. Lucia viveva in periferia, e Milano è stata una città dura per lei e Giuseppe. Una città industriale che selezionava le sue forze lavoro; loro due non avevano le carte in regola per farcela.

Anche in questo nuovo libro, come nel precedente, la poesia sembra essere materia che viene in aiuto. Quando mancano testimonianze o memorie, i versi arrivano a riempire alcuni buchi. “La poesia ci ricorda che un altro mondo è possibile”, ha detto. Qual è il mondo che la poesia ci offre?

È un mondo dove siamo tutti correlati e non ci sono differenze a livello profondo. È il mondo della compassione. La prima cosa che la poesia ci insegna è il procedimento dell’identificazione. O scrivi solo di te stesso, oppure da poeta non puoi scrivere di nulla a meno che non ti identifichi, calandoti nelle esperienze e nel sentire profondo dell’altro. Con la poesia entriamo in sintonia con i sentimenti e le vite degli altri, non è solo un esercizio mentale. È un esercizio dell’intelligenza in senso etimologico, intesa come comprendere le reazioni, la vita degli altri. In entrambi i libri che ho scritto sulle mie due madri mi sono resa conto che la poesia interviene nei momenti di grande emotività oppure quando ci si trova davanti a qualcosa di inspiegabile, come la morte. Qui solo le parole misteriose della poesia ci vengono in aiuto.

Tomas Tranströmer, Premio Nobel per la Letteratura nel 2011, ha parlato della sua concezione di poesia come traduzione di una lingua dietro” le lingue comuni, un idioma invisibile…

Quello da cui la poesia tira fuori queste stille di versi è un mondo inspiegabile, del quale sappiamo poco o niente. Un mondo del quale abbiamo tutti nostalgia. E la vicenda di Lucia, così inspiegabile e inconoscibile, secondo me è emblema perfetto di cosa significhi poesia.

Oggi chi sono i poeti?

Sono quelli che cercano di tradurre questo mondo per gli altri. Al giorno d’oggi ci sono molti poeti che lamentano di non avere più un mandato sociale. Per almeno mezzo secolo molti poeti si sono arroccati in complesse ricerche linguistiche che non comunicano più niente. Adesso che con la pandemia, con la guerra, con lemergenza climatica e la sensazione di precarietà, il mondo si è mosso e sta mostrando un volto nuovo, sebbene spaventoso, le cose stanno lentamente cambiando. E c’è sempre più bisogno di poesia. Io credo che i poeti abbiano un vero e proprio mandato e me ne accorgo soprattutto quando vado nelle scuole, in mezzo alla gente e mi rendo conto di quanto ci sia bisogno di un’altra lingua che, come la poesia, traduca i nostri bisogni e le nostre sensazioni più profonde. La poesia è il controcanto al mondo nel quale viviamo. Il controcanto all’individualismo, alla competitività, è un modo di stare a cuore aperto.

Quando ha iniziato a scrivere? E cosa cercava con la sua penna e con le parole?

Ho iniziato da molto piccola. Ho adoperato le parole per scavalcare una distanza. In quel caso, da bambina, era la distanza fisica che mi separava dai miei affetti, lo racconto in Splendi come Vita. La poesia, per chi la scrive, serve proprio a cercare di oltrepassare un limite.

Il suo libro getta luce anche su alcuni fatti storici importanti del nostro Paese: dalla guerra fascista in Africa alla disparità che esisteva tra donne e uomini sul tema dell’adulterio ancora negli Sessanta, quando lei è nata. Che valore assume la narrazione di questi eventi storici nel volume?

Direi che è centrale. Siamo fatti di relazioni e contesti. Se non si capisce il contesto diventa molto difficile comprendere le azioni e le scelte di una persona. La stessa storia di Lucia, nel 2022, non sarebbe stata la stessa. Oggi Lucia sarebbe stata una donna che avrebbe potuto divorziare e trovare una nuova via con la persona che amava e che la rispettava. Anche Giuseppe avrebbe avuto probabilmente una personalità diversa se non fosse stato spezzato in due dalla sua esperienza in guerra. Se oggi chiamassero i nostri figli e li mandassero in guerra non so come tornerebbero. Allo stesso modo la miseria e il senso di emarginazione che Lucia e Giuseppe hanno probabilmente provato nella Milano degli anni Sessanta andava raccontata da un punto di vista preciso e storico, così come le leggi che facevano di mia madre una donna condannata per aver vissuto un amore fuori dal matrimonio.

Cosa significa e ha significato per lei nascere più volte e per genitori diversi? Lei è nata una volta il 15 ottobre del 1964 a Milano con Lucia e poi, a Roma, è diventata la figlia di Consolazione, la sua madre adottiva.

Se io penso a mia madre, per quanto un po’ abbia conosciuto adesso Lucia, attraverso questo viaggio e questo libro, io penso a Consolazione, la mia madre adottiva. Non c’è nessuna differenza nella profondità emotiva tra una maternità biologica e una maternità elettiva. Nascere due volte e avere due madri dimostra semplicemente che dentro di noi c’è tanto spazio. Pensare a due madri è come pensare a due figli, non ce n’è una preferita, si ama e si soffre senza riserve.

C’è una colonna sonora che accompagna il libro e sembra essere molto importante. La musicalità, d’altra parte, è la base della poesia. Il titolo dell’ultimo capitolo, per esempio, nasce da una suggestione legata alla canzone Runaway di Aurora che canta:

“Take me home where i belong

I got no other place to go”.

La canzona di Aurora me l’ha regalata mia figlia Anna. Non la conoscevo prima che lei me la facesse ascoltare ma mi è sembrata subito perfetta. Mi piacerebbe che questo libro servisse a restituire a Lucia il riposo che si merita. Mia madre è stata sepolta nell’oblio più che nella terra, al paese non si è potuto parlare del suo gesto per anni. Ma adesso la sua storia è stata liberata.

Alla fine pensa di essere riuscita a portare Lucia a casa?

Non so esattamente quale sia la sua casa. Però, se la sua casa era il paese, Palata, sì, l’ho riportata dove era nata e i suoi compaesani hanno reagito, nel bene e nel male, e hanno ricordato la sua vicenda. Se la sua casa sono io, sì, senz’altro. Lucia è tornata a casa.

Dove non mi hai portata: Mia madre, un caso di cronaca di Maria Grazia Calandrone

Dove non mi hai portata è un libro intimo eppure pubblico, profondamente emozionante e insieme lucidissimo. Attraversando lo specchio del tempo, racconta una scheggia di storia d'Italia e le vite interrotte delle donne. Ma è anche un'indagine sentimentale che non lascia scampo a nessuno, neppure a chi legge.

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