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L'isola di Elsa

Di Matteo Moca • novembre 20, 2020

Elsa Morante è stata una scrittrice complessa, come testimoniano anche i racconti delle persone che le sono state vicine, e solo in pochi casi la sua opera è stata indagata fino in fondo. Se infatti i suoi romanzi sono molto conosciuti, quattro in tutto, Menzogna e sortilegio, L'isola di Arturo, La Storia e Aracoeli, e L'isola di Arturo è uno di quei romanzi che figura spesso nelle letture obbligatorie scolastiche, è indubbio che la sua opera abbia subito nel corso del tempo un continuo processo di semplificazione: la predilezione della scrittrice per la narrazione ottocentesca e il recupero delle forme più tradizionali del romanzo, lasciandosi alle spalle lo sperimentalismo formale di inizio Novecento di scrittori come Joyce per esempio, sembra aver permesso una lettura anestetizzante di questi romanzi, che si trasformano in dispositivi narrativi abitati da una normalità rassicurante e scritti da una donna che è stata moglie di Moravia e amica di Pasolini.

Eppure già la storia che Morante racconta in L'isola di Arturo, pubblicato nel 1957, è tutt'altro che rassicurante, e il libro è avulso da ogni possibile catalogazione manualistica, non facendo intravedere alcun modello, meno che mai quello neorealista. La storia di Arturo è quella di un'assenza e sul modo in cui un ragazzo deve affrontare questa assenza dolorosa per crescere: si tratta della mancanza dei genitori, ma se della madre Arturo conserva solo alcuni cimeli perché morta per darlo alla luce («in se stessa, non era altro che una femminella analfabeta; ma più che una sovrana, per me. La sola immagine sua ch’io abbia mai conosciuta è stata un suo ritratto su cartolina. Figurina stinta, mediocre, e quasi larvale; ma adorazione fantastica di tutta la mia fanciullezza»), per il padre invece Arturo è pieno di ammirazione e rispetto e lo immagina come uno dei più grandi eroi della storia che ogni tanto si degna di tornare a trovarlo sull'isola di Procida.

Elsa Morante. Una vita per la letteratura di René de Ceccatty

Una vita per la letteratura, recita il titolo di questo libro, traducendo perfettamente il suo contenuto: il racconto della vita di una grande scrittrice, in cui le speranze, gli inganni e le illusioni proprie di ogni esistenza si mutano, nella trasfigurazione letteraria, in una sorgente infinita di narrazione e fascinazione.

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Proprio dalle figure paterne di Elsa Morante parte il nuovo libro di René de Ceccatty sulla scrittrice, Elsa Morante. Una vita per la letteratura pubblicato da Neri Pozza e tradotto dal francese da Sandra Petrignani, ma la scelta di muovere dalla nascita di Morante non risponde solo al semplice rispetto dell'ordine cronologico, ma anche a una precisa presa di posizione di De Ceccatty che con questa biografia decide di indagare gli spazi più complessi della vita della scrittrice (operazione simile quella di Graziella Bernabò, autrice di una biografia altrettanto importante della scrittrice, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura). Risponde infatti a un vuoto la nascita di Morante, per la poca chiarezza sull'identità del padre, ma anche per la confusione sulla data e il luogo di nascita alimentata dalla stessa scrittrice, che raramente ha lasciato traccia scritta di avvenimenti della sua vita, se non confidandosi ai suoi amici più stretti (come Adriano Sofri, Goffredo Fofi o Carlo Cecchi).

Questo libro di De Ceccatty va a indagare molti dei luoghi complicati nella biografia della scrittrice e lo fa con un uso responsabile delle fonti e dei documenti di archivio mettendo intelligentemente in comunicazione l'opera di Elsa Morante con i momenti della sua esistenza, con un'attenzione particolare alle relazioni con due veri coprotagonisti del libro Alberto Moravia (entrambi consapevoli del fatto che Elsa «era un'intellettuale che viveva con intensità soltanto all'interno di circostanze eccezionali e mal tollerava una vita “normale”») e Pier Paolo Pasolini, ma anche con Bill Morrow, il pittore che incontra per la prima volta a New York nel 1959 e con il quale nascerà un profondo e sincero rapporto di amicizia e amore (Morrow perderà tragicamente la vita, suicida, cadendo nel vuoto da un grattacielo ed Elsa Morante, che resterà tragicamente scossa da questo avvenimento, lascia testimonianza del suo dolore nella poesia Addio: «La tua morte è una luce accecante nella notte / è una risata oscena nel cielo del mattino. / Io sono condannata al tempo e ai luoghi / finché lo scandalo si consumi su di me»).

La relazione intensa tra la vita e le opere, l'attenzione sui libri posseduti e annotati dalla scrittrice, l'utilizzo delle lettere come fonti primarie e la ricostruzione precisa e attenta dei collegamenti tra Morante e l'Italia del Novecento sono le componenti che fanno di questo libro un'occasione per andare oltre le semplificazioni di cui si parlava in apertura. Per questo il romanzo L'isola di Arturo assume tra le pagine di questo libro la complessità che gli è propria, testimoniata dalle varie fasi dell'elaborazione e dall'ambiente in cui si muove la scrittrice nel periodo della stesura e della pubblicazione (con attenzione particolare al rapporto con Pasolini) e grazie a queste informazioni è possibile raggiungere un nuovo grado di consapevolezza sugli anni che Arturo trascorre tra le favolose spiagge dell'isola di Procida allevato dal suo «balio» Silvestro, sul ritorno del padre sull'isola e sul suo matrimonio con la giovane Nunziata, sull'amore segreto e assoluto verso di lei, sulla scoperta dell'omosessualità del padre fino e sulla fuga dall'isola, che ormai non è più il luogo felice dell'infanzia, per arruolarsi come volontario nella Seconda guerra mondiale.

Se non è certo possibile qui passare in rassegna la mole di informazioni offerta da questo libro né gli aspetti più importanti dell'opera di Morante, si può comunque provare a delineare i caratteri della sua opera alla luce di una continuità che spesso non viene per pigrizia messa in luce, proprio a causa dell'addomesticamento di un'opera che viene arbitrariamente divisa in compartimenti stagni. Nel 1968, poco prima dell'esplosione delle proteste studentesche, arrivò nelle librerie una raccolta poetica di Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, secondo le definizioni che l'autrice volle stampate nella quarta di copertina, «un manifesto, un memoriale, un saggio filosofico, un romanzo, un'autobiografia, un dialogo, una tragedia, una commedia, un documentario a colori, un fumetto, una chiave magica, un testamento, una poesia». In questi testi, tra cui spicca la Canzone degli F.P. e degli I.M. (i Felici Pochi e gli Infelici Molti) si possono ritrovare sia i caratteri e i temi delle opere precedenti (non solo L'isola di Arturo, ma anche Menzogna e sortilegio, primo romanzo del 1948) sia una prefigurazione di quelli futuri, come l'alta funzione della scrittura, responsabile di «mettere in guardia i lettori (il mondo) dai pericoli che covano al suo interno – il maggiore tra tutti quello dell'irrealtà – ricordandogli la bellezza del vero, della realtà», come ha scritto Goffredo Fofi.

Questo significa investire la scrittura di un valore importante, prendere sulle spalle il peso della Storia che diverrà protagonista degli ultimi due romanzi, quella che travolge le donne e gli uomini trascinandoli nel fallimento e senza alcuna possibilità di salvezza:

Al romanziere, come ad ogni altro artista, non basta l'esperienza contingente della propria avventura, la sua esplorazione deve tramutarsi in un valore per il mondo

ha scritto Morante. Questo non significa però elaborare un'opera segnata dalla disperazione perché nelle poesie del Mondo arde il fuoco della speranza e il desiderio di rivolgersi a un pubblico composto non solo da intellettuali, ma anche da bambini, sognatori e analfabeti (quelli della celebre citazione di César Vallejo che apre il romanzo La Storia, «Por el analfabeto a quien escribo», «All'analfabeta per cui scrivo») e si trova anche la forza di una scrittrice che rifiuta il potere e sta dalla parte delle vittime della Storia, come i protagonisti della Canzone Cristo, Socrate, Giovanna D'Arco, Giordano Bruno, Simone Weil, persone che hanno offerto la loro esistenza per l'altro incuranti dei meccanismi ingiusti che governano il mondo. In queste pagine si possono rintracciare, tra l'altro, inviti alla solidarietà e al rispetto della natura e degli animali, tutti temi, come detto poco fa, che segnano l'opera romanzesca di Elsa Morante: la letteratura deve allora offrire una raffigurazione totale del mondo, cogliendone le bellezze e le armonie, ma non mancando neanche di denunciare le storture e le sofferenze.

Questo è il terreno su cui si muove il romanzo del 1974, La Storia, pubblicato da Einaudi in un'iconica edizione che aveva in copertina una foto di Robert Capa dalla serie di immagini sulla guerra civile spagnola, raffigurante il cadavere di un bambino riverso a terra su un mucchio di macerie; sul margine inferiore della copertina la scritta “Uno scandalo che dura da diecimila anni”, descrizione dura e senza compromessi dello scorrere della storia. Il libro venderà a un anno dall'uscita un milione di copie e così anche le recensioni e gli articoli si sprecano, dai quotidiani nazionali più importanti alle riviste per parrucchiere e quelle del gruppo religioso dei focolarini, mentre arrivano riserve ideologiche da una parte della critica legata al Partito Comunista, che attacca la scrittrice accusandola di uno sguardo troppo pessimista, di aver rappresentato in chiave negativa i poveri e definendo il romanzo come un'elegia della rassegnazione degli ultimi verso un mondo che non potranno mai cambiare. Il romanzo, costituito da otto capitoli che muovono dal 1941 al 1947 introdotti ognuno da un breve riassunto della storia ufficiale dell'anno di cui si andrà a parlare, è ambientato a Roma attraverso lo sguardo delle vittime della storia, come la protagonista Ida, maestra elementare, vedova, che viene violentata da Gunther, un giovanissimo militare del Reich, ubriaco. Da questa violenza nascerà Useppe, secondo figlio di Ida e fratello di Nino, ma tutto il romanzo è testimonianza delle vittime della storia, quella che ignora e colpisce i poveri e gli umili, e il romanzo diventa così una maestosa denuncia dell'antica e sistematica sopraffazione perpetrata dal Potere ai danni dei deboli con lo sguardo privilegiato del piccolo Useppe, un bambino in cui intatta è la magia del mondo.

Il libro di René De Ceccatty non restituisce un'immagine di Elsa Morante rassicurante, semplice addobbo all'interno di una galleria di personaggi che hanno avuto nel Novecento italiano un ruolo predominante come i citati Alberto Moravia o Pier Paolo Pasolini, e non manca di mostrare le asperità del carattere e le complessità della scrittrice nel gestire le relazioni, anche le più profonde. Si tratta piuttosto di una biografia che permette di addentrarsi con coraggio tra le pieghe dei libri della scrittrice e conoscere un modo di vivere e di lavorare che non accetta compromessi e la concezione pessimistica e tragica della Storia nel suo intreccio con l'esistenza individuale. Ma ciò che conta di più è che a emergere è la presenza costante di questo scontro e il ruolo al suo interno della scrittura, che deve essere capace di sfidare le barbarie dell'era atomica (e si veda su questo lo splendido saggio Pro o contro la bomba atomica), assumere gli atteggiamenti e le speranze dei Felici Pochi per far fronte all'ignominia della Storia, «alla sua capacità di piegare i corpi – ha scritto Goffredo Fofi – e ottundere le coscienze e alle tentazioni così pervasive di servirlo, di entrarne a far parte sia pure da servi».

L'isola di Arturo di Elsa Morante

Arturo, il guerresco ragazzo dal nome di una stella, vive in un'isola tra spiagge e scogliere, pago di sogni fantastici. Non si cura di vestiti né di cibi. È stato allevato con latte di capra. La vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. E ora ricorda. Queste sono le sue memorie, dall'idillio solitario alla scoperta della vita: l'amore, l'amicizia, il dolore, la disperazione.

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La Storia di Elsa Morante

A La Storia, romanzo pubblicato direttamente in edizione economica nel 1974 e ambientato a Roma durante e dopo l'ultima guerra (1941-47), Elsa Morante ha consegnato la massima esperienza della sua vita. È la sua opera piú letta e, come tutti i libri importanti, anche quella che piú ha fatto discutere. Cesare Garboli, nell'introduzione a questa edizione tascabile, traccia un bilancio critico sul romanzo a piú di vent'anni dalla prima pubblicazione.

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Aracoeli di Elsa Morante

«Mia madre era andalusa. Per caso, i suoi genitori portavano, di nascita, l'uno e l'altra, il medesimo cognome Munoz: cosí che lei, secondo l'uso spagnolo, portava il doppio cognome Munoz Munoz. Di suo nome di battesimo, si chiamava Aracoeli». Cosí ha inizio questo romanzo, in cui Manuele, quarantenne fallito e omosessuale infelice, rimpiange l'infanzia paradisiaca vissuta in simbiosi con la madre Aracoeli, una selvaggia ragazza andalusa sposata a un ufficiale della marina italiana.

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Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.

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