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'Non siamo nati per diventare saggi'. Conversazione con Emanuele Trevi

Di Giorgio Biferali • gennaio 19, 2021

Vorrei dirgli tante cose, come che Due vite è un libro bellissimo, che mi ha fatto commuovere più volte, che mi ha fatto pensare alle cose più belle, ma anche a quelle più tristi, che mi sono capitate nella vita. E invece no, dopo avermi accolto da lui come se fossi uno di casa, con Emanuele Trevi parliamo di tutto, apriamo discorsi per poi lasciarli aperti, come fossero porte di una casa in cui volendo, quando ci va, possiamo tornare.

Parliamo di Nanni Moretti, del mondo editoriale francese, dei giochetti della letteratura di consumo, del fatto che in fondo la scrittura di Baumbach e quella di DeLillo non siano poi così diverse, e intanto io mi guardo intorno, le finestre grandi e luminose che si affacciano sul mondo di fuori, le pareti ricoperte di cartine geografiche, di isole, soprattutto, luoghi isolati e sereni, gli unici in cui lui, confessa, non riesce a scrivere, un tavolo grande con sopra le nuove traduzioni di Orwell, un libro di Hoffmann, La banalità del male di Hannah Arendt. Non gli dirò, quindi, che Rocco Carbone e Pia Pera, due dei tre protagonisti di Due vite (il terzo è ovviamente lui), adesso, è come se li avessi frequentati anch’io quand’erano ancora in vita, non gli parlerò dei suoi libri precedenti, come il suo Pinocchio “calabrese” (Il popolo di legno) o Istruzioni per l’uso del lupo, che quando l’ho letto, ai tempi dell’università, mi ha aperto un mondo nuovo, mi ha dato coraggio. Mi lascerò andare, anche perché di questi tempi, incontrarsi ha già il sapore del miracolo.

Due vite di Due vite

«L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità»

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Leggendo Due vite, mi sono venute in mente tante cose. Per esempio, mi è venuta in mente la frase di un racconto di Murakami: “La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria”. Che ne pensi?

Murakami lo stimo molto, sai, ho adorato L’uccello che girava le viti del mondo, lui ha una magia, una maniera di trattenerti sulle cose, ma non quella dello storyteller puro, è come Miyazaki, hanno un altro DNA, tu lo subisci più che capirlo. Comunque, penso che da una parte esiste il grande culto moderno della memoria involontaria, perché due giganti, negli stessi anni, Freud e Proust, hanno detto che tutto quello che ti ricordi è sbagliato. Dall’altra parte, noto che la mia generazione, non solo io, eh, ma anche Edoardo Albinati (con La scuola cattolica), Knausgård, Carrère, è proprio memoria volontaria pura, e mi sono anche spiegato perché, perché talmente si è confuso il criterio di verità che la distinzione è passata di moda. Cioè l’involontario ti dà il ritorno del rimosso, sì, quindi a un certo punto tu sostituisci quel sintomo nevrotico, il tappo, con qualche cosa. La gente della mia età, invece, ha recuperato la vecchia memoria esercitata come memoria d’oltretomba di Chauteaubriand, vera memoria volontaria, disprezzata da tutto il Novecento. Knausgård, guarda, ha quattro anni più di me, io lo capisco perfettamente. Io, a parte Instagram, non ho mai tenuto dei diari, non ho una capacità di prendere appunti, tipo Arbasino, tipo quello che ha fatto Masneri, cioè se io vivo non ho il quadernino. Per ritornare alla frase del racconto di Murakami, il termine che mi colpisce in quella frase è “romanzo”, qualcosa che fa parte del reame della finzione. Tra l’altro ti racconto un aneddoto su Rocco Carbone, a proposito di questo, io in Due vite scrivo “la sua BMW rossa fiammante”, prima di pubblicare il libro lo faccio leggere ai due amici più cari di Rocco, un regista (Gianluca Greco) e un fotografo (Marco Delogu), quindi entrambi abituati al visivo, uno mi scrive che era bianca, l’altro dice grigia metallizzata, alla fine lavorando alla seconda edizione abbiamo verificato col fratello che era grigia metalizzata, il fotografo ha vinto sullo scrittore e il regista. Sarà, a me comunque piaceva l’idea che fosse rossa fiammante.

“Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi”, scrivi in Due vite. Com’è stata la tua vita finora? Non senti, quindi, di essere diventato saggio?

No, assolutamente. Quello che mi sembra, raccontando anche di fasi della mia vita, è di avere messo in atto un enorme processo di adattamento, che poi, confrontandomi con esistenze che sono andate a scontrarsi sugli scogli del disadattamento totale, da Amelia Rosselli a Rocco Carbone, è quasi come dire: “Io sono rimasto”. Ma non è saggezza, è un attaccamento alla vita.

“A innumerevoli esseri umani è dato questo destino, di ottenere molta più felicità dall’amicizia che dall’amore”. Anche per te è stato così?

Be’, io sono stato sposato due volte, e ho divorziato due volte, devo dire che ho sempre cercato di arrivare là, di affermare all’interno di una relazione un’autonomia, che può essere anche traumatico, nel senso che l’altro non lo capisce, quindi va dosato con molta dolcezza. Non mi sono venuti figli, non è una cosa che mi ha mai preoccupato molto, poi però, per esempio, la nascita della bambina di Chiara (Gamberale) è stata una sorta di trauma, anche perché i veri traumi nella vita sono le morti e le nascite, ti ridispongono nella catena della vita in una maniera diversa. Questo è il problema dell’amicizia, anzi l’opportunità, che questa cosa diventi eterna, altrimenti può capitare qualche cosa, per questo ti dico che ha a che fare con l’ispirazione, che alla fine ti confidi più con degli amici che con la persona che ami. Alla fine ho preferito avere una casa mia, che è sempre aperta, non mi dà la sensazione di una scelta di solitudine, anzi, devo dire che io sono uscito di casa come tutti a vent’anni, ora ne ho cinquantasei, di questi trentasei anni sono pochissimi quelli in cui ho vissuto con qualcuno, poi ti abitui così, progetti di meno quello che fai, però la vera domanda a mio parere è: “Tu sei una persona vincolata o no?”. Io sono molto vincolato, lo accetto come un limite, se mi avessero offerto in questi mesi di andare in un’isola senza Covid, tropicale, con bellissime ragazze, con dell’erba, io sarei sempre e comunque voluto rimanere vicino alle persone che amo, quindi vedi poi alla fine dico “le persone che amo”. Io adesso sto scrivendo un libro su mio padre, ecco, mio padre non aveva nessun bisogno del genere umano, era un grande guaritore, probabilmente nelle ore in cui guariva la gente prendeva in mano la relazione, se no proprio lui si spegneva, non aveva bisogno di amici o altro. Io, invece, sono il contrario, sono come mia madre, gregge umano, non sono mai da solo, sto sempre in mezzo alla gente. Poi ammiravo tantissimo mio padre, ognuno ha la sua maniera di volere bene, è possibile, pensavo, che quest’uomo è così fico che non riesce neanche a sentirti a cena? Io penso una cosa, in generale, se tu hai il problema dell’altro, come dice Sandro Veronesi, è come se volessi scalare una cascata. Sandro, per esempio, lo dico perché l’ho visto, lui è stato padre due volte nella vita, scrive in una stanza di bambini, perché dice: “Se io sento una frase da Peppa Pig, la metto nel libro”. Anch’io la vedo così, se vuoi scrivere la tua volontà è più forte. Ho detto anche a Sandro di venire a fare una lezione su questo a Molly Bloom (la scuola di scrittura in cui Trevi insegna, insieme a scrittori come Albinati, Colombati, Piperno) perché se no la gente ha il mito del tempo, della campagna, del posto adatto a scrivere. Se tu hai una natura permeabile, in ventiquattrore avrai scritto, mica sei assediato dai Visigoti. Ci sono anche altri, però, come per esempio Chiara Gamberale e Niccolò Ammaniti, le persone più vicine a me, che quando scrivono hanno bisogno di fare come i monaci cinesi in cima alla montagna, hanno bisogno di isolarsi. Una volta ho sentito un’intervista di Tiziano Ferro che diceva che la cosa che gli rode nella vita è quando vuole andare, che so, in sala prove alle 9 di mattina, e gli amici gli fanno perdere tempo. Ecco, gli amici, li odi pure per quello, tu ti metti là con un libro serio e gli amici ti suonano, ti dicono “Dai, vieni giù”, gli amici sono quelli che non hanno stima delle tue ambizioni: “Vieni a giocare – dicono - dai, scrivi dopo”. Quand’ero ragazzino andavo allo studio di Mario Schifano e invidiavo il pittore, perché il pittore può veramente farlo, io vedevo lui che dipingeva un cielo e intanto venivano a trovarlo Bettino Craxi, Moana Pozzi, spacciatori, perché la pittura è mentale ma si traduce nel gesto fisico, con la scrittura è un pochino più difficile.

“Noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene”. A quale delle due pensi di più?

Quest’anno ho perso un carissimo amico, un bravo pittore, Oreste Casalini, mia madre e mio zio, sai il Covid ha creato una certa evidenza della morte. Anche un cane con cui ho vissuto sedici anni della mia vita, ancora adesso ogni tanto lascio in giro un pezzo di salame e penso chissà, magari se lo mangia. Tutto questo prosegue, ma non in eterno, tu mi puoi dire, che so, Garibaldi, ma quello che dico io non ha niente a che vedere con la memoria culturale, c’è bisogno di intimità. Lo vedo anche nella letteratura, questo, per esempio io non ho mai conosciuto uno scrittore che ammiro, Goffredo Parise, però essere stato amico di sua moglie, ecco, gli amici di Giosetta (Fioroni) chiamano Parise Goffredo, perché abbiamo visto tante cose, il cambio di editore, gli inediti, un altro mio amico Mario Martone ci ha fatto un film, tutto ha girato attorno a questa persona che l’ha custodito, lui veramente ha avuto due vite. Certo quando si dissolve quello, l’amico, l’amante, andiamo nel nulla.

Ho letto un libro molto bello di Mendelsund, Che cosa vediamo quando leggiamo (pubblicato da Corraini), in cui lui dice che ci sono due tipi di libri, quelli che hanno bisogno di essere percorsi a piedi, perché sono pieni di descrizioni, di dettagli, richiedono un’andatura lenta, e quelli che invece possono essere percorsi in macchina, rapidamente, e magari, ogni tanto, puoi tornare indietro per vedere se ti sei perso qualcosa. Dove collochi i tuoi libri?

Sai, a me piace sempre scrivere le cose che mi piacerebbe leggere, adoro Patrick Modiano, i suoi sono libri brevi, ti possono anche dare l’idea finta della macchina, ma in realtà producono degli indugi. Pensa, io sono andato in Cambogia dietro a Mekong (scritto da Arbasino), ho fatto dei viaggi lunghi, sai, come il primo libro di Bruce Chatwin, In Patagonia, lui va lì per rifare il sentiero di un libro sulla Patagonia che amava molto quand’era ragazzo. Indubbiamente, non considero che ci sia una gerarchia tra queste due modalità, se ti leggi Il fattore umano di Graham Greene ci sono entrambe le cose, c’è la totalità.

Prima parlavi di Molly Bloom, quindi hai un’opinione positiva delle scuole di scrittura? La scrittura si può insegnare?

Credo nel fatto che l’esperienza di creare una classe dove si discute orizzontalmente, senza nessun criterio di autorevolezza, lasciando a ognuno il suo spazio, funzioni. Le migliori esercitazioni sono su testi brevi, nel senso che se io faccio produrre un racconto di 7000 battute a dieci persone, se gestisco 70.000 battute di un’identità collettiva, bene, sette romanzi no, entriamo nell’informe. L’altra cosa che io ho trovato molto proficua è andarsi a cercare nella letteratura, nei diari, nelle cose, quando gli scrittori mettono uno schizzo, una trama di poche righe, che poi non hanno sviluppato. Ci sono quelli di Katherine Mansfield, quelli di Kafka, quelli di Hawthorne, lui ne ha prodotti tantissimi bellissimi. Per esempio Melville scrive a Hawthorne una lettera stupenda suggerendogli la trama di un racconto, di una donna abbandonata da un marinaio, che va a sempre a vedere la cassetta della posta, perché questo è importante? Se tu fai scrivere a tutti lo stesso guscio vuoto, allora ok, vuol dire che è anche stato il tuo problema, altrimenti cosa succede nella scuola di scrittura? Che ognuno aspetta il quarto d’ora dedicato a lui o a lei, ed è un effetto brutto che io ho constatato alla Holden e in altri seminari che ho tenuto. Ho sperimentato questa cosa con la storia della bambola di Kafka (scoperta in un romanzo di Paul Auster, adesso si trova in un libro molto bello di testimonianze strane, Questo è Kafka? di Reiner Stach, pubblicato da Adelphi), con la bambola che scrive una lettera al giorno alla bambina, ecco, tu fai una fotocopia di questo schema e la dai a tutti, allora quando le persone parlano del proprio racconto tutti gli altri ascoltano perché comunque è l’idea, quindi bisogna risolverlo così. È bellissimo quando nelle scuole di scrittura si sta attenti a quello che fanno gli altri. Funziona se fai fare un tema comune, ecco. La cosa importante e difficilissima di una scuola di scrittura è creare una certa coesione, altrimenti, se ti interessa solo quello che fai tu, mi scrivi direttamente, e ti assumi il rischio di un rapporto individuale, e di essere deluso, anche. Molly Bloom, grazie a Leonardo (Colombati), per esempio, è veramente molto informale, si creano dei legami, dei fidanzamenti, delle amicizie.

Il ministro Franceschini ha proposto una biblioteca nazionale dell’inedito, tu nell’introduzione alle lettere da Roma di Leopardi (UTET) hai scritto che i romanzi migliori degli italiani sono quelli che non hanno scritto.

Sì, però l’inedito è terribilmente scritto e non uscito. Quella che ho scritto è una cosa, ti confesso, un po’ copiata da Stendhal, quando dice che gli italiani non hanno bisogno di scrivere romanzi perché non hanno l’esperienza della mancanza. La sensibilità adesso è talmente globalizzata, però quella è anche un’intuizione psicologica, lui dice un popolo che passa la vita a corteggiarsi, a rendere l’adulterio una cosa sociale pienamente riconosciuta, si riferisce a una borghesia particolare, ecco. Oggi siamo tutti un po’ vittima degli stessi modelli sentimentali erotici. Quello che dice Franceschini è assurdo, perché in realtà la maggior parte dell’edito è inedito dopo poco tempo. Io adesso sto leggendo La banalità del male di Hannah Arendt, in questo momenti lo sto riattivando, anche se in questo caso è meno significativo perché viene riattivato da migliaia di persone ogni anno, con altri libri tu ti senti veramente che hai riacceso qualcosa, vedi i libri che trovi nelle bancarelle, i libri rari, nel momento in cui un libro è chiuso non c’è nessuna differenza tra edito e inedito. Se uno un libro non se lo ricorda è come se non fosse mai esistito, quindi perché il ministro Franceschini deve incuneare una categoria inutile in un’alternativa? E poi ci sta anche quella cosa bellissima che è il modernariato, per cui tu vai a cercare libri e per esempio trovi Stoner.

In Istruzioni per l’uso del lupo, facevi un po’ a pezzi la critica letteraria, o comunque una parte di essa, quella che voleva costringere la letteratura all’interno di categorie, di etichette varie, e aveva perso il contatto con la vita. Secondo te, è cambiato qualcosa?

Nel tempo, ho visto destini nascere da articoli, una recensione su “Nuovi Argomenti” contava, io stesso me ne sono avvalso, perché quando ho iniziato, negli anni Novanta, c’era ancora un sistema, già in crisi, però autorevole, un pezzo di Citati poteva cambiarti la vita. La mia fortuna critica, in parte, dipende anche dai personaggi che ho trattato, se io scrivo di Amelia Rosselli, qualcun altro avrà la sua idea su di lei, o Pinocchio, anche, pensando a Il popolo di legno, chi è che non ha un’idea su Pinocchio? A me è sempre piaciuto leggere, mi interessa capire. C’è questo libro meraviglioso della Arendt (La banalità del male), lei è andata a Gerusalemme per seguire il processo a Eichmann, tu lì capisci l’esperienza, devi imparare a parlare di un processo di cui parla tutto il mondo, è proprio un processo creativo l’esperienza, se la vai a scrivere. Per quanto riguarda la critica, una modalità può finire, ma l’idea no, c’era prima e ci sarà dopo, Femio e Domodoco sono due personaggi importanti dell’Odissea, non si può pensare che Omero avesse il concetto di critica letteraria come oggi, e sono lodati, sono i migliori, quella è critica letteraria, lui inventa degli aedi e gli affibbia un giudizio, è difficile pensare a un’opera che nasca a prescindere da ciò che se ne pensa, da un’estetica. Non è possibile pensare alla dimensione estetica senza pensare in termini di giudizio e di confronto. Prima c’era il papiro, poi la carta, adesso i social, non capisco perché uno come Roberto D’Agostino dica che il digitale ha rovinato i giornali, che poi Dagospia è fatto di articoli di giornali, perché succede? Perché la carta stampata ha un’aura, anche su internet. Infatti la domanda “che libro ti porteresti su un’isola deserta non ha senso”, o te li porti tutti oppure è una rogna, la letteratura è un sistema in cui l’uno rimanda all’altro. I miei grandi maestri, Citati, Garboli, Enzo Siciliano, che è stato come un fratello minore, per quanto era infantile e spontaneo, facevano libri di saggi, ecco adesso non mi verrebbe da fare un libro così, perché magari senti che quella modalità è stata messa in crisi. Parlando di Istruzioni per l’uso del lupo, io mi sono sempre trovato tra l’apocalittico, che dice che è finito tutto, dagli sms in poi, e quello che dice che è tutto bello, il primo continua a usare un linguaggio superato e là perde il pubblico: il pubblico, quando lo incontri, devi guardarlo in faccia, devi capire il livello culturale, devi adeguarti a quello, quelli i primi parlano sempre uguale. Il secondo dice che l’unica cosa da fare è twittare. La verità sta nel mezzo, alcune cose finiscono, altre non sono più adeguate a te, altre hanno la capacità impensabile di trovare la gente. Quando sono usciti i libri di Sebald quel linguaggio là era stato dato per morto, due anni dopo ha conquistato il mondo, Susan Sontag sul “The New York Review of Books” ha detto esiste ancora il sublime, Sebald, così, ha vinto. Non devi mai dare per scontato che una cosa è finita, non devi mai dare per scontato che una cosa continua a funzionare inerzialmente, questo è il problema metodologico della critica, devi riuscire a capire questo equilibrio. Lo stesso vale per le allusioni culturali, io ne faccio spesso, non devi pensare che il mondo abbia il tuo stesso livello culturale, ma neanche che ne sia privo. Antonella Anedda funziona ancora. Ho scritto una lettera a Gianluigi Simonetti, tutto questo mi ricorda molto The Man in the High Castle di Philip Dick, nel senso che non è vero che i cattivi hanno vinto, è un’illusione. Tu sei ancora giovane, alla tua età ti riesce tutto benissimo, ma ti capiterà di fare dei buchi nell’acqua, delle ciambelle che non escono col buco, non ti rendi conto che una strada non ha più lettori finché non l’hai percorsa, per questo non sopporto quei discorsi apocalittici. Anche quelli che sono ostili a me, dicono che quello che faccio non si può più fare, poi vado a un festival e vedo centocinquanta persone, a me basta così. Ci sono dei ragazzi, questi de L’Orma, che pubblicano queste edizioni di Hoffmann che non ci sono neanche in Germania, che cosa vuol dire? Non è che le fanno per fare bella figura con me, vuol dire che ci saranno cinquecento persone che lo leggono, ma quanti erano che leggevano Hoffmann ai suoi tempi? Lo stesso numero di persone. Poi certo se tu mi dici Hoffmann dev’essere più popolare di Fedez e Chiara Ferragni, allora è chiaro che ti sembra che sia tutto finito, oppure dici che il libro di Antonella Anedda deve vendere come Carofiglio, allora è chiaro che dici è finita la poesia, ma tu vai a vedere in giro, nei festival, la gente fa la fila, se Antonella va a Cesena in uno spazio che ha cinquanta posti, ci saranno settanta persone, venti rimangono in piedi. Certo, devi essere una persona intensa, che lavora bene, che ti gratifica, che è bella da sentire, che è bello comprarsi il suo libro. A quel punto la vita è talmente intensa che se tu hai duemila lettori è un oceano. Un’ultima cosa, non c’è disprezzo da parte mia o da parte delle persone che stimo per Carofiglio, quella roba non ha bisogno di recensione, si recensisce da sola, non è un silenzio eloquente, non ho scritto nulla su di lui perché non c’è nulla da spiegare. Antonella Anedda, Sara Ventroni, Amela Rosselli hanno bisogno di recensioni.

Hai detto che usi Instagram come un diario. In generale, qual è il tuo rapporto con i social?

Mah, io penso che un pochino bisogna rispettare la propria arte, il che non significa essere pedanti, vuol dire che una cosa se si sente poco rispettata se ne va da qualcun altro, perché l’arte è questa cosa qui. Se tu cominci a cazzeggiare, tanto è bello quello che dice Sandro su Peppa Pig, tanto non è bello che tu scrivi solo con il pollice perché siamo nel mondo dell’informazione, della polemica, mondi ostili allo sviluppo armonioso dei propri difetti, delle proprie mancanze. La comprensione del mondo non ha un valore estetico perché è generale, è la reazione soggettiva alla comprensione del mondo che ha un valore estetico. Tutta la bellezza è una forma di inadeguatezza, la bellezza si crea dal fatto che il mondo non è fatto per noi, tutte le arti hanno all’origine un difetto di costruzione dell’umano. Noi, dopo il Romanticismo, dopo Poe, Nerval, parliamo solo dell’individuo. Una volta Marco Polo era pure informazione sulla Cina, Lucrezio era il principale veicolo della teoria atomica di Epicuro, oggi non è così, oggi la letteratura ha perso il dovere di veicolare saperi, non esiste nulla di simile a Lo spirito delle leggi di Montesquieu, esistono dei manuali di giurisprudenza, e che cosa è rimasto allo scrittore? Elaborare la propria inadeguatezza, la propria mortalità, piaccia o non piaccia, l’unico contenuto della letteratura è la reazione soggettiva alle cose, che infatti può essere ingiusta, può creare dei danni eloquenti, tipo che Céline è il più grande scrittore francese del Novecento ed è un nazista, può creare delle cose terribili. Non è più un sapere generale. Quando usciamo dal soggettivo e mettiamo informazioni, queste rimangono come macchie di olio nell’acqua, non si integrano con il resto, ahimè, temo dirlo, in tutte le questioni che riguardano delle cose del bene che condivido, non ci vedo un veicolo letterario. Preferisco un discorso serio, politico, che un orientamento nella letteratura. La legge è uguale per tutti, la reazione soggettiva no. Quando leggiamo Cioran, ecco, è un vero poeta, ti parla del destino umano come nessun altro, come dice Philip Roth ne La macchia umana, è il singolo individuo che lascia quella macchia quando si alza.

Hai detto che scrivi quello che vorresti leggere, com’è il tuo rapporto con i classici? Cosa leggi, ora? Secondo te, cosa c’è da leggere adesso, di nuovo?

Quello con i classici è un rapporto veicolato dal fatto che il classico ti arriva con delle attribuzioni di valore abbastanza precise, io posso dire una cosa originalissima su Hoffmann, però è arrivato a me come il più grande scrittore fantastico, eccetera eccetera. Se invece ti dico che Antonella Anedda è la più grande poetessa italiana, arriva dalla mia esperienza, è molto più appropriato. Non esiste comprensione del classico che non presupponga un profondo orientamento nel contemporaneo. L’ultimo libro nuovo che ho letto è La città dei vivi di Nicola Lagioia, che mi è piaciuto molto, poi mi interessano Francesco Permunian, Raffaella D’Elia, Rocco Brindisi. Poi il mio sogno è ristampare il Kafka di Roma, Marco Papa, era un gigante. Una cosa che si è persa, oggi, forse, è il fatto che uno scrittore cambi da un libro all’altro, come ha fatto Celati, io mi sento così, ho pensato a una successione di opere come una storia, “vita di un uomo”, come avrebbe detto Ungaretti.

E qual è il tuo rapporto con Roma?

A differenza di tanti miei amici, arrivati da nord o da sud a giocarsi la partita della vita a Roma, io sono sempre stato qui, ci sono nato, e a parte qualche intervallo limitato ci ho trascorso la maggior parte dei miei giorni. E anche se è assurdo parlare del futuro, è pure verosimile che di qui non avrò mai l’occasione o la necessità di allontanarmi. A chi viene da fuori, invidio i primi tempi, l’impatto, l’orientamento. Quel senso di seconda nascita che Roma elargisce così generosamente a chi la sceglie come una nuova casa. Me ne parlava mio padre, cresciuto tra Ancona e le Langhe, arrivato a Roma nel primo dopoguerra. Conservava un ricordo indelebile delle prime camminate, su e giù per via Nomentana, da Montesacro a Porta Pia. Il racconto stesso della sua vita, come accadeva per moltissimi suoi coetanei, ruotava intorno a quel cardine. Quando ascoltiamo questo tipo di storie, o le leggiamo nei libri, noi indigeni proviamo un acuto rimpianto, e addirittura un senso di colpa, per esserci privati di un’avventura così decisiva. Questo può essere vero per chiunque viva dov’è nato, ovviamente. Ma credo che possieda un suo peso specifico psicologico ed emotivo particolare se ci si riferisce a Roma, perché Roma non è solo un luogo fra gli altri, localizzato nello spazio da una sua latitudine e da una sua longitudine e nel tempo da una sua storia, ma è anche una componente universale dell’immaginario, un potente dispositivo simbolico, e in ultima analisi un posto dove tutti sono stati anche senza averci mai messo piede.

Come hai vissuto quest’ultimo anno? Cos’è che ti manca di più?

Be’, mi manca tantissimo il pubblico, la nostra generazione è quella che ha creato una forma di letteratura molto vicina al teatro. Fino al 21 ottobre, ho fatto presentazioni, e all’ultima, a Vicenza, ho firmato le copie dentro una gabbia di vetro, non pensavo che sarebbe mai successo. Fantascienza pura, Asimov. Poi io amo molto la musica, mi mancano molto i concerti, sono stati sempre importanti per me. Viaggiare, anche.

Che idea ti sei fatto di quello che è successo in America e che sta succedendo in Italia?

Nel mondo mediterraneo, si è conservato un rapporto tra verità e finzione classico, in cui perlomeno penso abbia la possibilità di prevalere il mondo oggettivo. In America credo che la situazione sia proprio sfuggita di mano, la società trumpiana è esattamente quello che spiega Hannah Arendt sui nazisti, l’illusione, scegliere un mondo fantastico, rispetto a un mondo reale. La politica italiana mi fa molta tristezza, persone un po’ estranee hanno una valutazione terribile del fatto che ci sia una crisi di governo mentre la gente seria si sbatte a vaccinare la popolazione, perché comunque creerà un danno, un’autorevolezza minore delle istituzioni, però la grande divaricazione sta nell’essenza della democrazia, chi crede che l’essenza della democrazia sia il suffragio universale in quanto tale mutila la democrazia, la democrazia è attribuzione di un sapere a qualcuno, chi decide dove mettere un Caravaggio e come pulirlo, chi sa come fabbricare un vaccino. Chiaramente questa attribuzione è drammatica, va sempre controllata, perché è lì che si nasconde il difetto, l’usurpazione, il fatto che io so fare le cose e ti fotto, però non è aggirabile questa cosa. Siamo circondati da sistemi di falsificazione che diventano realtà, come la dittatura cinese, il mondo islamico, il mondo trumpiano, che portano da un’altra parte. Se tu pensi che la democrazia sia suffragio universale, che tutti siano uguali, ecco, no, la frase più infame che io ho sentito pronunciare in questi anni terribili per le democrazie occidentali è “uno vale uno”, è assurdo, inconcepibile. Quindi mi sorprende, certe volte, con gli intellettuali, lo sconfinamento, l’opinionismo, sono cose che ledono il piano di realtà. Credo nell’approfondimento. È bello dire che le élite vanno abbattute, chi è che non è d’accordo? Pensa nel nostro campo, noi abbiamo affidato a dei tecnici la conservazione dei beni artistici, non è che uno dice mi piace Caravaggio e lo metto a testa in giù, pitturo l’abside di una chiesa bizantina, se le verità scientifiche vengono aggredite in quella maniera è terribile. Sono ottimista, in determinate civiltà dove esiste un sano scetticismo in qualche maniera il piano di realtà viene rispettato perché c’è la figura dell’esperto, già a scuola si capisce che nelle civiltà arcaiche alcune persone sono state incaricate di invenzioni tecnologiche e non solo. Il sapere è faticoso. Questo mondo sostituisce al metodo una chiave magica di accesso al reale, e questo provocherà sempre più danni. La coglioneria non sempre provoca danni, ma quando c’è un potere politico che si fonda su questo, allora sì. È partito tutto dai nazisti, colpevoli di aver creato un mondo illusorio.

Sogni e favole di Emanuele Trevi

Roma, 1983. Il Novecento brilla ancora. Emanuele, neppure ventenne, lavora in un cineclub del centro. Una notte, al termine di un film di Tarkovskij, entra in sala e vi trova un uomo solo, in lacrime. È Arturo Patten, statunitense trapiantato a Roma, uno dei più grandi fotografi ritrattisti. Per tutto lo scorcio del secolo, Emanuele ascolterà la lezione del suo amico, Lucignolo e Grillo Parlante assieme, che vive la vita con invidiabile intensità, e grazie a lui incontrerà Cesare Garboli, il «grande critico» cui è qui dedicato uno splendido cammeo...

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Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi

«Sono rarissimi, gli incontri che davvero, come si dice, lasciano un segno. Parlo di un segno indelebile - più una cicatrice o anche un'amputazione che un sistema di ricordi. La maggior parte delle persone che incontriamo, è triste dirlo, non determina in noi nessuna reazione profonda, meno che mai un cambiamento anche minimo. Saremmo perfettamente gli stessi senza averle mai conosciute.

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Figuracce di AA. VV.

Durante una cena estiva, dopo aver bevuto un po', otto scrittori cominciano a confessarsi le peggiori figuracce della loro vita. Cose che il giorno dopo, da sobrio, vorresti non solo non aver raccontato, ma soprattutto mai aver vissuto. E invece dopo qualche tempo Niccolò Ammaniti li chiama e dice: avete il coraggio di scriverle? Da qui nasce un'antologia divertente, autodelatoria e un po' folle.

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Giorgio Biferali (Roma, 1988) ha pubblicato A Roma con Nanni Moretti (Bompiani, 2016), una sorta di diario di viaggio scritto insieme a Paolo Di Paolo; Italo Calvino. Lo Scoiattolo della penna, un racconto illustrato per ragazzi (La Nuova Frontiera Junior, 2017); L’amore a vent’anni, il suo romanzo d’esordio (Tunué, 2018), presentato al Premio Strega; Il romanzo dell’anno (La Nave di Teseo, 2019). Quest’anno ha pubblicato Cose dell’altro mondo, una raccolta di microracconti illustrati da Elisa Puglielli (Edizioni Clichy) e la Guida tascabile per maniaci delle serie tv (Edizioni Clichy). Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop, e insegna Italiano e Storia in un liceo.

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