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Gli anni Dieci in dieci libri

Di Alice Valeria Oliveri • dicembre 03, 2019

Non è facile fare resoconti di fine anno senza dimenticarsi qualcosa, figuriamoci poi con quelli di fine decennio; quando si arriva all’alba di una cifra tonda stilare elenchi e classifiche assume un tono particolarmente solenne, come se la storia dell’uomo rispettasse davvero in modo così coerente e ordinato il suo corso. A distanza di pochissimo dalla simpatica simmetria del 2020 – godiamocela per tutti i suoi 366 giorni, la prossima sarà tra mille e cento anni – possiamo concentrarci sui dieci anni che sono appena passati, due lustri in cui abbiamo celebrato centenari importanti, dalla Rivoluzione Russa alla Prima Guerra Mondiale, mentre il Sessantotto e i suoi eredi hanno ormai tutti fatto il giro di boa per il mezzo secolo. Tirare le somme è un duro lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo, e se è vero che tutta l’arte è figlia del contesto storico, sociale, economico che la crea, analizzare ciò che questi anni hanno prodotto da un punto di vista culturale può fornire delle coordinate utili a orientarsi e a fissare qualche punto. Cosa dice di noi, creature del Ventunesimo secolo, la musica, il cinema, la letteratura che abbiamo prodotto e che consumiamo?

Tra il 1909 e il 1919, il modernismo si faceva strada in un Occidente dilaniato dai conflitti e disorientato dalla neonata società di massa, Freud scriveva saggi come Il Perturbante, Pirandello aveva già pubblicato Il fu Mattia Pascal e Virginia Woolf esordiva nel 1915 con The voyage out. A distanza di così tanto tempo risulta meno complesso individuare quali siano i tratti distintivi di un periodo, ma ciò non significa che non si possa provare già da adesso a individuare quelli degli anni racchiusi tra il 2009 e il 2019 attraverso delle opere letterarie, romanzi o saggi che siano, che sono state pubblicate in questo lasso di tempo. Non per forza quelle che hanno venduto di più, o quelle che hanno avuto più successo, né quelle da ergere necessariamente a capolavoro dei giorni nostri: dieci libri degli ultimi dieci anni che contengano qualcosa – sia a livello formale che di contenuto, ma anche di ricezione e di impatto mediatico e sul pubblico –, un elemento che li renda tanto rappresentativi quanto paradigmatici del loro tempo.


Cat person, Kirsten Roupenian (2019)

Nel 2017 il dibattito pubblico è stato letteralmente inondato dalla nascita di un movimento che si racchiude sotto un hashtag, quello del #MeToo, che va ben oltre il suo ruolo di collegamento ipertestuale per Twitter e social vari. Il MeToo infatti, è diventato un vero e proprio modo di agire, di pensare, di interpretare il mondo delle relazioni tra le persone, in particolare tutte quelle che negli anni si erano configurate sotto forma di abusi di potere, molestie, prevaricazioni, soprusi. Grazie a questo fenomeno ci siamo rapidamente abituati a pensare i rapporti interpersonali in modo molto diverso da come eravamo abituati, un processo che non è ancora del tutto completo ma che ha avuto un suo inizio decisamente dirompente. La shortstory di Kirsten Roupenian, pubblicata sul New York Times per la prima volta nel dicembre del 2017, rappresenta per tanti aspetti la quintessenza di questo periodo storico e dei suoi cambiamenti: un racconto che è diventato virale su internet – il luogo per eccellenza degli ultimi dieci anni, molto più di quelli precedenti – e che è poi entrato a far parte di una raccolta più ampia in cui la scrittrice ha incluso storie di sesso, di amicizia, di relazioni tutte ambientate e connotate da temi e caratteristiche strettamente connese al presente. Con una sorta di Educazione sentimentale per i millennial, Roupenian ha dato voce e immagine al mondo delle emozioni che si intreccia con quello digitale, creando un piccolo universo parallelo in cui tantissime giovani donne – ma anche uomini – si sono riconosciuti, rispecchiandosi sia nelle dinamiche sia nella nuova grammatica delle emozioni che stiamo scrivendo tutti noi in questo presente fluido e spesso confuso. Il fatto che sia stato proprio internet a fare sì che questa storia – e poi le successive incluse nella raccolta – diventasse così simbolico e relatable, per dirla con un concetto anglosassone che ben incarna la sua essenza, è quanto di più emblematico per la letteratura contemporanea. Un rimbalzo da media a media che spiega molto bene sia quali sono le esigenze narrative contemporanee, sia come si configurino le sue nuove forme.

Un paese lontano - Cinque lezioni sulla cultura americana, Franco Moretti (2019)

Chi ha studiato o è appassionato di teoria della letteratura sa bene che tra i più importanti critici degli ultimi trent’anni c’è Franco Moretti, che con il regista di Ecce Bombo condivide non solo il cognome ma anche i genitori. Parentele peculiari a parte, la grande capacità di questo acclamato accademico è proprio quella di non sembrarlo affatto, o perlomeno non secondo lo stereotipo del professore noioso e ammorbante, rendendo tutto ciò che riguarda l’analisi della letteratura piacevole anche nel suo essere estremamente approfondito. Dopo aver insegnato per oltre trent’anni nelle migliori università degli Stati Uniti come Stanford, Moretti ha deciso di raccogliere il frutto di tutti questi anni oltreoceano per scrivere una piccola guida dell’arte americana, raccolta in cinque lezioni in cui analizza letteratura, teatro, cinema, pittura, poesia ma anche le differenze di metodo e di approccio che esistono tra la prima università dove ha insegnato, quella di Salerno, e l’ultima, Stanford. Il motivo per cui questa piccola guida è molto di più di una semplice raccolta comparatistica non salta immediatamente agli occhi: gli Stati Uniti e la loro produzione artistica, specialmente quella degli ultimi anni, giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita di tutti giorni. Guardiamo serie tv americane, ascoltiamo musica americana, ci vestiamo come gli americani, ma non sempre siamo davvero coscienti di quanto questo processo di egemonia culturale sia radicata nel nostro modo di vivere e pensare. Siamo perennemente immersi in un immaginario che determina i nostri gusti e le nostre scelte, individuarlo e scomporlo come ha fatto Moretti in questo saggio, attraverso le opere di scrittori come Hemingway o i film western – genere che incarna l’epica di questo popolo –, ci consente di averne coscienza in modo più vivido e chiaro. Studiare l’America attraverso le forme che prende la sua industria culturale significa studiare noi stessi, capire perché ci piace quel che ci piace e quanto questo sia determinato da una nostra scelta e quanto invece solo come conseguenza di una cultura egemonica.

L’amica geniale, Elena Ferrante (2011)

Per quanto mi riguarda, non sono mai stata una grande fan della saga di Elena Ferrante, ma parlo solo di una questione di gusti personali, perché se mi chiedessero “Qual è secondo te il fenomeno letterario più emblematico degli ultimi dieci anni?” non esiterei un secondo a fare il suo nome. Inserire la saga che prende il nome dal suo primo volume all’interno di una raccolta di libri che nell’ultimo decennio hanno rappresentato qualcosa di fondamentale può sembrare scontato, ma è come tutte le cose ovvie ogni tanto serve qualcuno che le ribadisca. Tutto ciò che sta dietro questa tetralogia è affascinante, insolito, misterioso e a tratti incomprensibile: una scrittrice che decide di rimanere nell’anonimato diventando essa stessa parte della narrazione, gettando benzina sul fuoco della curiosità di chiunque. Una mossa geniale, giusto per fare un gioco di parole, che racchiude al contempo molteplici aspetti anche contrastanti di una scelta simile: un gesto volto a preservare la propria intimità da scrittrice (o scrittore), quasi una sfida alle luci della ribalta e del successo che invadono inevitabilmente la vita di chi si espone, oggi più che mai; una scelta di marketing, che aggiunge valore all’opera proprio per il fatto di essere avvolta da un alone di mistero. Da qualsiasi parte la si guardi, la figura di Elena Ferrante tocca sul vivo un tema fondamentale del presente, quello dell’apparire e del fornire immagini di sé sempre e comunque, ma anche quella di saper sfruttare la comunicazione in modo tanto efficace da diventare un fenomeno a livello mondiale. La saga poi, oltre a descrivere l’essere donna in un modo così sfaccettato da risultare inedito, ha lanciato per l’ennesima volta l’Italia – e Napoli in particolare – all’interno del firmamento dell’immaginario americano ed estero in generale, una delle cose che probabilmente ci riesce meglio fare da sempre, che sia La dolce vita di Fellini o la storia di Lenù e Lila, raccontarci come categoria estetica.

Autunno, Ali Smith (2018)

Nel giugno del 2016, l’Occidente si è trovato di fronte a uno di quei momenti che segnano chiaramente un prima e un dopo. Il referendum per la Brexit ha in qualche modo inaugurato il trend politico degli anni successivi, tra sovranismi, populismi, spinte verso un’idea di Nazione molto più incentrata sulla chiusura che sull’accoglienza e la commistione di popoli. Un passo indietro per la civiltà contemporanea, oltre che un chiaro sintomo di un malcontento generale che ha sublimato paure e insoddisfazioni nel supporto di leader politici che hanno strumentalizzato questi sentimenti per dare un capro espiatorio individuato nel diverso. Di lì a poco, Donald Trump sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti, Salvini un personaggio di spicco, idolo dei social, tanto da arrivare a condividere appena due anni dopo il Governo giallo-verde con i Cinque Stelle. Il 2016 è stato probabilmente il momento in cui in qualche modo tutto ciò che viviamo oggi, da un punto di vista politico, ha avuto inizio in modo più chiaro, e nella letteratura qualcuno ha provato a raccontarlo attraverso un romanzo che è stato presto catalogato come il primo di un genere nuovo, la post-Brexit literature. Autumn, prima novel di una tetralogia che si struttura come le quattro stagioni, è una storia che parla proprio di tutto quel sentimento che si è respirato all’indomani dal referendum nel Regno Unito, ma anche al di fuori dell’isola britannica, considerata la portata universale e simbolica di quel momento. L’autrice del romanzo, Ali Smith, scrittrice e giornalista scozzese, ha inserito i protagonisti di questo racconto all’interno di una cornice fatta di sentimenti, azioni e sensazioni che rispecchiano in modo molto puntuale e vivido l’atmosfera che ha portato gli abitanti del Regno Unito a fare questa scelta. Autumn è dunque un ritratto di storie personali, quelle dei suoi protagonisti, che si intrecciano con la storia, una storia che noi tutti abbiamo visto con i nostri occhi e di con cui stiamo ancora facendo i conti.

Il capitale nel XXI secolo, Thomas Piketty (2013)

Parlare di capitale alle soglie del 2020 non è né fuori tempo massimo, né un vezzo da nostalgici dei dibattiti da circolo operaio. Potrebbe sembrare un tema su cui si è detto già tutto, su cui hanno litigato i nostri genitori alle manifestazioni, un argomento noioso e poco attinente con la realtà che ci sembra sistemata e funzionale così com’è, ma saggi come quello del 2013 di Thomas Piketty dimostrano l’esatto opposto. Non solo perché il suo libro è stato un enorme successo editoriale – il più grande della Harvard University Press –, cosa piuttosto insolita per un saggio di economia da oltre mille pagine che non circola solo in ambienti di addetti ai lavori ma raggiunge anche un largo pubblico, ma anche perché mette in discussione temi che supportano le ideologie economiche dominanti in modo chiaro, accessibile e sensato. L’idea per cui il capitalismo abbia portato a una maggiore redistribuzione delle ricchezze e a un’eguaglianza diffusa, secondo Piketty, è infatti errata: l’accumulo di ricchezza negli anni, resa possibile dall’accrescimento del proprio capitale, non fa altro che aumentare il distacco tra chi la possiede già e chi no, al contrario di ciò che dice chi sostiene che questo modello abbia una funzione redistributiva: non è vero che la ricchezza non fa bene a tutti, anzi. Quando la crescita economica di un Paese rallenta, succede che il profitto generato dalla ricchezza, e non dal lavoro, accresce, col risultato che le disparità si allargano. L’economista francese che ha conquistato persino i liberal statunitensi parlando di Marx con un approccio non strettamente ortodosso e anti-capitalista propone nel suo saggio una tassa mondiale sulla ricchezza e una teoria strutturata sulla redistribuzione, in modo tale da disinnescare un meccanismo che fa sì che i ricchi di ieri abbiano dato le basi ai ricchi di oggi, e che i ricchi di oggi non diano le basi ai ricchi di domani, un circolo virtuoso elitario di cui beneficiano sempre e solo in pochi. Il capitale nel XXI secolo è un libro che tutti oggi dovremmo aver letto, anche solo per farci un’idea di come potrebbe essere un’alternativa migliore al mondo che viviamo, in cui le disparità non sono affatto scomparse.

Se niente importa, Jonathan Safran Foer (2009)

Nel 2019 dire di essere vegetariani o vegani non è una dichiarazione che genera stupore e sgomento; dieci anni fa invece sì, eccome. Nell’ultimo decennio, un po’ per moda un po’ per presa di coscienza, non mangiare carne è diventato uno stile di vita piuttosto diffuso, ma ci è voluta molta strada prima di superare la barriera culturale ereditata da anni di consumismo sfrenato che ci aveva insegnato a divorare qualsiasi cosa ci capitasse sotto mano, meglio ancora se industriale. I motivi di questa scelta possono essere di varia natura, sia etica che ecologica, ma il libro di Jonathan Safran Foer, lo scrittore di Ogni cosa è illuminata, risulta esaustivo rispetto a tutti i temi che uno stile di vita senza carne implica. Non è in sostanza un libro scritto per i vegetariani, è un testo che chiunque dovrebbe leggere, vegano o meno, per avere coscienza prima di tutto di ciò che entra nella nostra casa sotto forma di cotoletta o salsiccia. Con una descrizione accurata e disturbante di tutti i processi dell’allevamento intensivo, Se niente importa ci conduce in un viaggio agghiacciante nei luoghi in cui si produce carne, un ritratto crudo e nauseante di una realtà che non vediamo solo perché è ben nascosta. Il libro di Foer non serve a convertire, non ha l’aspetto del solito sermone francescano che punta solo a fare proselitismo ma piuttosto una fotografia di qualcosa che tutti noi dovremmo sapere esiste, indipendentemente dalle nostre scelte, perché ci riguarda in prima persona. Foer, infatti, parte da un presupposto molto interessante, ossia l’esperienza di sua nonna ebrea durante la guerra, l’esperienza della fame e il paradosso contemporaneo per cui invece tutto è sovrabbondante, all’insegna dello spreco. Il valore simbolico del cibo come specchio della nostra realtà è il centro di Se niente importa, un libro che racchiude certi elementi del presente che ritornano anche a distanza di dieci anni e che ne rimangono protagonisti.

Resoconto, Rachel Cusk (2014)

I romanzi che parlano di amore, di storie finite e di sentimenti di sicuro non scarseggiano nella storia della letteratura, per questo scriverne uno nel secondo decennio del Ventunesimo Secolo che abbia qualcosa di nuovo da dire non è affatto semplice. In Resoconto, primo libro di una trilogia il cui titolo originale è Outline e che in Italia è arrivato solo nel 2018, Rachel Cusk fa parlare gli altri per la sua protagonista, facendo sì che il racconto si configuri come una raccolta priva di struttura e fatta di parole altrui, una narrazione sfuggente e circolare, labirintica, che le è costata l’accusa – o meglio, un complimento travestito da accusa – di aver “ucciso” il romanzo. Cusk, ovviamente, non ha ucciso questa forma letteraria che da duecento anni ormai domina la scrittura, ma ha semmai avuto la capacità di riformularne gli elementi per comporne una versione nuova. Attraverso un tema comune, quello dell’identità, la protagonista del romanzo, Faye, raccoglie le storie dei personaggi che incontra, quasi tutti scrittori, che si confrontano con lei, la quale invece rivela quasi nulla di se stessa se non proprio attraverso queste conversazioni. Faye diventa così per noi lettore una sorta di orecchio per origliare vicende che riguardano l’emotività della vita di persone adulte, l’essere genitori, il divorzio, il matrimonio. Una narrazione ridotta all’osso, come l’hanno definita in molti, che sembra appunto annientare il romanzo riducendolo a uno stato di quasi trasparenza ma che invece ne rinnova la forma proprio grazie a questa tecnica. Un modo di raccontare le emozioni in cui ciascuno di noi nel presente si può ritrovare, una formula che racchiude sia un contenuto che una forma compatibili con la contemporaneità.

Carbon ideologies, William T. Vollmans (2018)

Se c’è un tema che più di tutti è diventato centrale nell’arco degli ultimi dieci anni, questo è senza dubbio l’ecologia e tutto ciò che riguarda l’ambiente. William T. Vollman, uno scrittore che nei suoi libri ha viaggiato nel tempo e nello spazio, raccontandoci dai conflitti balcanici all’analisi della violenza nella storia dell’umanità, ha raccolto in due volumi, Carbon ideologies, un’indagine profonda e accurata come poche sui cambiamenti climatici. Vollman si rivolge a una lettrice del futuro, rintanata in una caverna, circondata da un pianeta devastato dal riscaldamento globale, raccontando la violenza distruttrice dell’essere umano che ha reso tutto ciò possibile con la sua, appunto, “carbon ideology”, l’ideologia priva di qualsiasi forma di lungimiranza e rispetto per la terra che l’ha in fine devastata. Le vittime di questa ideologia però, siamo prima di tutto noi esseri umani, che ci ritroviamo a lottare contro noi stessi in una guerra intestina di sopravvivenza di cui siamo artefici e succubi. Una ricostruzione che avviene attraverso dati, conversazioni con esperti del tema, interviste a persone che vivono a stretto contatto con reattori nucleari o che lavorano nelle miniere e nelle zone di estrazione del petrolio. Ma i due volumi di Carbon ideologies, a differenza di molti suoi simili che trattano gli stessi temi, dovrebbero lanciare in qualche modo un messaggio di speranza, una soluzione, Vollman non lo fa, rendendo quest’opera particolarmente disturbante, e per questo anche molto più efficace di altre. Vollman raccoglie in modo sistematico tutte le cause che portano alla creazione di questo enorme problema del presente, ma senza un approccio attivista, anzi, i suoi libri sembrano – come sono stati definiti – come una lettera di suicidio per l’essere umano del futuro: la natura dell’uomo è immodificabile, e tutti in qualsiasi epoca avremmo commesso gli stessi errori. Un punto di vista insolito e struggente su un tema che non si esaurirà nei prossimi dieci anni, tutt’altro.

Parlarne tra amici, Sally Rooney (2017)

Il secondo decennio del terzo millennio ha visto le donne finalmente protagoniste, e non più solo comparse eccezionali, di ambiti culturali in cui prima erano decisamente meno presenti. Nella letteratura poi – settore in cui le grandi scrittrici non mancavano, certo, ma il loro numero non era paragonabile a quello dei colleghi – l’esplosione di presenze femminili è stata molto intensa, in modo particolare nel mondo anglosassone. Tra i tanti nomi di autrici degli ultimi dieci anni, Sally Rooney è una delle novità più interessanti, avendo dato alla narrativa contemporanea nuova linfa vitale, creando con il suo romanzo d’esordio, Conversation with friends, uscito nel 2017, un ritratto del presente che passa attraverso gli schemi classici della narrazione – amicizia, amore ma soprattutto tradimenti – ma con l’aggiunta di elementi che ben rappresentano i cambiamenti del presente, e tutto ciò che questi comportano nella semplicità della nostra vita sentimentale. Ma non si tratta solo di un racconto di relazioni, perché attorno ai protagonisti di questo romanzo c’è tutta la precarietà e la decadenza della società capitalista con le sue contraddizioni e i suoi paradossi: vivere immersi in questo universo, criticarlo, ma al contempo adattandosi al sistema che propone. Il linguaggio dei personaggi di Rooney poi, è ironico, cinico, mette in discussione anche i valori più antichi e indissolubili come l’amicizia stessa: è una trasposizione letteraria perfetta del modo di pensare e di comunicare che ci accompagna nel presente. Parlare tra amici è un romanzo che racconta cosa significa stare al mondo oggi, che valore può avere definirsi “marxisti” – come afferma Nick, uno dei personaggi – in un contesto di tardo-capitalismo come quello Occidentale.

La vita in tempo di pace, Francesco Pecoraro (2013)

Non si può parlare di presente senza nominare un concetto fondamentale che ha delineato molti aspetti della nostra cultura negli ultimi quarant’anni, ossia la post-modernità. Uno scrittore che è stato in grado di rappresentare in modo molto esaustivo questo universo post-moderno in cui ci ritroviamo, mettendolo in relazione con tutto ciò che è stato prima, attraverso l’esperienza di chi ha vissuto momenti fondamentali del Novecento come il Sessantotto, è senza dubbio Francesco Pecoraro, in particolare nel suo romanzo La vita in tempo di pace. Come una sorta di Zeno Cosini moderno, Pecoraro ha dato forma al senso di pessimismo contemporaneo che fa da sottofondo al mondo che viviamo, prendendosela soprattutto con i protagonisti di quel periodo in cui invece sembrava che l’ottimismo e la speranza per una società migliore fossero vivi e praticabili. In sostanza, un attacco ai baby boomers, alla generazione dei nostri Padri, al pensiero piccolo-borghese e alle responsabilità che questo ha avuto con le sue conseguenze nel presente. La vita in tempo di pace è un ponte tra il Novecento e noi: attraverso l’oscurità terminale e insolubile di una rabbia storica, Pecoraro dà al suo racconto la forza tragica di una rassegnazione disillusa, ma anche di occasioni mancate, di soluzioni incomprensibili. Capire oggi scavando nel passato, non possiamo dimenticare tutto ciò che ci ha resi ciò che siamo nel presente, e in questo libro, attraverso la figura dell'Ingegnere Ivo Brandani, percorriamo settant’anni di storia Italiana, in un viaggio doloroso e cupo in cui ci conduce Pecoraro per guardare nel fondo della catastrofe.

Alice Valeria Oliveri, autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner, Link - Idee per la tv e The Vision, dove è stata redattrice.

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