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I 9 filosofi viventi più influenti al mondo (finora)

Di Francesco D'Isa • giugno 05, 2019

Non sono in grado di scrivere questo articolo. Lo sapevo anche prima di accettare la proposta, ma confidavo nel fatto che sarebbe stato interessante provarci, perché mi avrebbe costretto a confrontarmi con i limiti della mia ignoranza – che sapevo vasta, ma non a tal punto. Come excusatio non petita, dunque, mi affido al carattere idiosincratico di qualunque classifica. Dopo le scuse, il metodo: come interpreto “più influenti”? Potrei tradurlo con “più destinati a rimanere”, “più profondi”, ma renderebbe il compito ancor più velleitario. Altrettanto complesso sarebbe declinare l’idea come “i filosofi che hanno più ripercussioni nella vita politica”. Se da una parte è vero che molti temi al centro di importanti dibattiti filosofici (antispecismo, genere, intelligenze artificiali) hanno un certo peso nella società, mi sembra evidente che di rado quest’ultima viene indirizzata dalla filosofia – durante le crisi, infatti, al pensiero viene chiesta semplificazione e accondiscendenza. Così, mentre la vita politica tende alla chiusura e all’illusione, la filosofia si ritira in pur vaste nicchie dall’influenza limitata.

Emergono parvenu dell’intelletto a legittimare le visioni più discutibili, quali un Fusaro o un Dugin, ma restano poco più che soprammobili per le sale del trono. Ho deciso dunque di interpretare il tema come i “filosofi il cui pensiero è più ripreso, diffuso, frainteso, richiamato da addetti ai lavori e non”. In breve, quelli che hanno toccato più cervelli. È una scelta che avvantaggia i più anziani, la cui influenza è ben radicata, ma segnalerò anche nuove generazioni di filosofi sul cui ascendente è possibile scommettere. Un ultimo preambolo: perché ci sono poche donne? Per via della deplorevole disparità di genere nell’editoria filosofica. E perché non ci sono filosofi orientali, sudamericani o africani? Per via della deplorevole disparità etnica nell’editoria filosofica.

Mettiamo dunque tra parentesi gli sfortunati esiti di patriarcato e colonialismo, e cominciamo.

Giorgio Agamben

Forse il filosofo italiano più noto all’estero, Agamben è celebre soprattutto per il suo progetto Homo sacer, in cui intreccia metafisica e politica in modo senza dubbio prolifico e – passatemi il termine – sbarazzino. Con homo sacer Agamben riprende l’espressione latina con cui si indica un colpevole che è possibile uccidere ma non sacrificare. Si può uccidere perché si è macchiato di una grave colpa, ma non si può sacrificare perché il suo essere reo lo priva di qualunque ruolo all’interno del consesso umano, persino quello di vittima sacrificale – allo stesso modo in cui gli aztechi non sacrificavano i prigionieri di popolazioni troppo lontane da Tenochtitlan perché non erano abbastanza umani. Non più umano dunque, ma corpo, “nuda vita” per riprendere l’espressione di Benjamin cui si rifà Agamben. Per il sovrano (o il potere, la legge) ogni uomo è un homo sacer, in quanto può decidere liberamente della sua vita e della sua morte: quel che è negato al cittadino comune (uccidere) è concesso al re, che definisce il perimetro della legge non mediante una regola, ma grazie all’eccezione (uccidere, appunto). Se la società si fonda su questa specie di politica negativa, lo stato d’eccezione è la fine della civiltà. Detta altrimenti: quando l’eccezione diventa la regola, quest’ultima non esiste più. Basti pensare alla guerra – la fine del vivere civile per eccellenza – dove l’eccezione (uccidere) diviene regola. L’esempio di Agamben è più specifico, perché parla di totalitarismo e nazismo, che nei campi di concentramento priva l’uomo di ogni umanità, come ha ben espresso Primo Levi in Se questo è un uomo. Il filosofo italiano propone un’analisi affascinante, chiara ed erudita, che lascia senz’altro arricchiti, sebbene rimanga un po’ la sensazione che gira e rigira ribadisca la semplice saggezza popolare che il troppo (potere) stroppia.

Che cos'è il contemporaneo e altri scritti di Giorgio Agamben

Una raccolta di saggi di Giorgio Agamben: Che cos'è il contemporaneo?, Che cos'è un dispositivo, La Chiesa e il Regno.

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Alain Badiou

Molti in questa lista lo considerano un maestro, altri lo apprezzano meno, ma nessuno negherebbe che Alain Badiou sia un filosofo influente. Parte del suo carisma lo deve al talento per i cocktail: il pensatore francese, infatti, mescola in modo estremo e inusuale tradizioni filosofiche apparentemente inconciliabili. Ecco la ricetta del suo Moscow mule analitico-continentale: una base di Heidegger, che l’autore considera l’ultimo grande filosofo che ha dibattuto problemi ontologici; un po’ di matematica – nello specifico l’insiemistica di Cantor e Gödel, che Badiou fa coincidere con l’ontologia. Una mescolata finché gli argomenti continentali assumono il linguaggio analitico e viceversa, guarnire con una spruzzata di psicoanalisi (soprattutto Lacan) e servire in un letto di teoria politica.

È evidente che le sue idee non sono di facile sintesi, ma se tutti i filosofi hanno un problema preferito quello di Badiou è, credo, il conflitto tra molteplicità e unità – che da Parmenide confonde un po’ tutti, ma che per l’autore solo la teoria degli insiemi riesce a trattare in modo soddisfacente. È grazie ad essa, infatti, che si può evitare il trabocchetto dell’Uno in favore del molteplice e concludere che «l’uno è il non-essere dell’essere-molteplice». L’unione di matematica e filosofia rende Badiou a tratti inaccessibile, tanto che nel leggerlo non è mai chiaro se applica i concetti matematici con rigore o se li reinterpreta con un (comunque espressivo) gioco linguistico. Mi consola che anche alcuni scienziati, come Alan Sokal e Jean Bricmont, abbiano sollevato lo stesso dubbio.

La Repubblica di Platone di Alain Badiou

Né traduzione o parodia, né commento o rilettura filologica, La Repubblica di Platone “di” Badiou si accinge a diventare l’opera filosofica più singolare del XXI secolo.

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Noam Chomsky

È forse il filosofo vivente più famoso al mondo. Il suo ambito di studio è il linguaggio, che analizza con estrema e feconda multidisciplinarità, spaziando dalla biologia alla logica, dall’antropologia alle neuroscienze. È impossibile parlare di linguaggio senza citare da qualche parte Chomsky, con adesioni, critiche o entrambe le cose. Il nucleo teorico del filosofo è che il linguaggio possieda una grammatica universale innata, su cui si fonda qualunque lingua umana – e la definizione di questa grammatica è lo scopo di tutta la sua ricerca. Un esempio su tutti, il Merge, uno dei meccanismi che lo studioso pone alla base del linguaggio umano. Si tratta dell’apparentemente semplice funzione di unione di due concetti in uno nuovo (il termine inglese merge significa unione), un meccanismo per cui da A,B ottengo C=(A,B). Una funzione che è anche ricorsiva, ovvero si può applicare a se stessa, del tipo che se ho A posso avere B=(A). Può sembrare banale, ma per Chomsky questa funzione, propria solo agli umani, ha rivoluzionato lo sviluppo del linguaggio e del pensiero. D’altra parte vi si può costruire anche i numeri naturali: se nella teoria degli insiemi si prende l’insieme vuoto, {}, che è lo zero, e si raggruppa con se stesso, {{}} creando un insieme con un elemento, ecco che nasce il numero 1. Poi si prosegue con l’insieme {{}, {{}}}, che ha ben 2 elementi, e così via. Lo studioso sostiene che la maggior parte della struttura del linguaggio è in qualche modo dovuta all’introduzione di Merge circa cinquanta o sessantamila anni fa – anche se sulla storia di questa evoluzione resta aperto a varie possibilità.

Una storia curiosa: oltre che per lo studio del linguaggio Chomsky è celebre per l’impegno politico, vicino al socialismo libertario. Qualche tempo fa girò un decalogo sulla disinformazione attribuito a lui che diventò virale; alcuni di quei concetti erano stati trattati qua e là dal filosofo, ma la paternità non è sua. Chomsky tentò di far rimuovere il testo, ma, come scrisse, «una volta che qualcosa è su internet, ci resta per sempre». Chi di linguaggio ferisce, si direbbe...

Il linguaggio e la mente di Noam Chomsky

Un itinerario sotto il duplice segno della fermezza dei capisaldi e dell’apertura intellettuale, la cifra che ha contribuito alla grandezza di Chomsky.

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Donna Haraway

La fama di Donna Haraway si condensa nel Cyborg Manifesto, sebbene il suo pensiero non si limiti a questo breve libretto. Uno dei punti di forza della filosofa americana è l’estrema chiarezza di tesi e stile. La prima si potrebbe definire un rifiuto del dualismo tipico della cultura occidentale, che l’autrice sostiene sia scorretto teoricamente che persecutorio per le categorie minoritarie. Il rifiuto si estende agli schematismi antinomici femmina/maschio, mente/corpo, natura/cultura e per questo assume la figura del cyborg a sua immagine, in quanto ibrido di organico e tecnologico – oltre che estrema manifestazione delle innumerevoli protesi che contraddistinguono gli umani, da una pietra di selce scheggiata a uno smartphone. Insomma, siamo sempre stati cyborg, non esiste naturalità né alcuna categoria che non sia in un modo o nell’altro ibridata con altre; portando all’estremo il paradosso del Sorite, la Haraway nega i confini di ogni identità. Un problema che lascia invece irrisolto è che anche gli ibridi sono etichette, dunque applicarli non distrugge le identità ma le moltiplica – più che rifiutare le dicotomie, Haraway le moltiplica, in un giocoso inno alla complessità. La nobilitazione dell’ibrido si rispecchia perfettamente anche nello stile della pensatrice americana, che intreccia con abilità il linguaggio filosofico con gli stilemi propri della fantascienza e della cultura cyberpunk. Basta pensare a categorie come “cyborg”, “testimone modesta”, “metaplasma”, “trickster”, “coyote”, “vampiro”, “mixotricha paradoxa”, “FemaleMan©”, “OncoTopo™”, “compagni di specie”… per esemplificare e omaggiare la sua tesi, insomma, potrei definire Haraway una sci-filosofa. Recentemente però l’autrice si è avvicinata anche all’horror lovecraftiano, con la sua idea di “Chthulucene”, dove divide le reazioni all’attuale crisi economica, climatologica e sociale in due categorie: quella di chi spera in deus ex machina tecnologici e quella di chi sostiene che sia ormai troppo tardi. Per Haraway sono entrambe reazioni troppo estreme, che si allontanano da una più difficile ma realistica accettazione della gravità del problema cui deve seguire un impegno collettivo.

Manifesto cyborg di Donna J. Haraway

L’uso di protesi e by-pass sono solo un esempio di come la scienza sia compenetrata nel quotidiano e abbia trasformato il corpo. E cade il mito che lo vede come sede di una naturalità contrapposta all’artificialità.

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Martha Nussbaum

Filosofa liberal per eccellenza, non si può negare che le sue idee abbiano esercitato una forte influenza. La Nussbaum parte da un attento studio della filosofia antica (La fragilità del bene) da cui riprende soprattutto Aristotele e gli stoici, per pervenire a una personale visione etica. Da Aristotele mutua anzitutto il concetto di eudaimonia, una “prosperità umana” verso cui tendere nonostante gli ostacoli del destino, che corrompono con facilità i valori morali – il bene è fragile, appunto. A differenza del filosofo greco però, che era convinto che la politica dovesse promuovere l’operare in accordo con un’unica e comprensiva concezione della vita umana buona, la filosofa americana sostiene l’importanza del rispetto per il pluralismo e del ragionevole disaccordo sul valore ultimo e sul significato della vita. La politica deve limitarsi a promuovere le capacità, non l’effettivo operare, per lasciare spazio alla decisione di dedicarsi o meno a una determinata funzione. Dallo stoicismo, invece, la Nussbaum riprende l’attenzione per l’influsso delle emozioni in ambito etico, senza però rifiutare completamente il loro apporto, che considera talvolta buono e talvolta cattivo. Le emozioni sono affidabili solo nella misura in cui lo è il materiale culturale di cui sono fatte (da cui l’importanza di un’educazione umanistica), e una buona critica filosofica delle norme culturali implica anche una critica delle emozioni culturalmente apprese. In definitiva la Nussbaum tende verso una via di mezzo etica, che si pone con un certo equilibrio tra ragione (importante ma non unica) e sentimenti (a volte giusti e a volte sbagliati), e tra relativismo (la pluralità dei punti di vista) e idealismo (una motile idea di bene verso cui tendere). Il pregio delle vie di mezzo è che sono spesso giuste, perché non cedono alle semplificazioni; il difetto è che non possono essere prescritte, dato che si fondano sul vaglio dei singoli casi. Più che un’etica, dunque, sembra che la Nussbaum ci proponga un allenamento all’etica.

Disgusto e umanità di Martha Nussbaum

Disgusto e umanità sfida la società e la politica su vari terreni, dal diritto di famiglia, alle leggi antidiscriminazione, alla legislazione sul lavoro. Sono in gioco i diritti fondamentali, i principi costituzionali.

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John Searle

Questo indiscusso maestro della filosofia anglosassone, celebre per l’argomentare chiaro, pulito e un po’ humorous che contraddistingue i migliori filosofi della tradizione analitica, è forse uno degli ultimi paladini del realismo ingenuo. Searle sostiene che il mondo è un ammasso di particelle con determinate proprietà in relazione tra loro e che la mente sia riducibile al cervello. Nel farlo, il filosofo ostenta una fiducia nella solidità ontologica delle spiegazioni scientifiche che non possiedono neanche gli scienziati, ma per difenderla costruisce degli esempi molto ingegnosi. Perché, ad esempio, ci stupiamo se dei neuroni che si comportano in un determinato modo generano un pensiero, e non ci meravigliamo se delle molecole messe in una certa disposizione producono un liquido? Una singola molecola non è “liquida” come un singolo neurone non è “dolore”. Suona convincente, ma si potrebbe obbiettare che una cosa è “liquida” solo in relazione a una mente che la percepisce come tale. Ma in relazione a cosa è doloroso un dolore? Il caso del liquido presuppone un soggetto, mentre quello degli stati mentali deve spiegarlo, non presupporlo. Searle è famoso anche per una tesi che pare andargli contro, l’idea che i computer non possano essere coscienti. È il noto esperimento mentale della stanza cinese: un tizio che non conosce il cinese è chiuso in uno stanzino ad assemblare ideogrammi cinesi, seguendo ciecamente delle istruzioni. All’esterno della stanza, un madrelingua cinese legge i caratteri ordinati dal recluso, e, dato che formano frasi corrette, pensa che conosca la sua lingua. Nelle parole del filosofo, «l’argomento si basa sulla semplice verità logica che la sintassi non è identica e neppure da sé sufficiente alla semantica». Potremmo però ancora chiederci cosa hanno di speciale i neuroni per evitare degli “zombie filosofici” privi di coscienza. Non avevamo detto che erano particelle che si comportano in un determinato modo? Per quale motivo non dovrebbe emergere una coscienza dalla stanza cinese, così come l’umido emerge dalle molecole e il dolore dai neuroni? Solo perché ci sembra strano? O perché le molecole sono piccole e (forse) prive di coscienza, a differenza del signore nella stanza? Se il tizio nella stanza fosse un minuscolo automa, ci sembrerebbe più plausibile credere che la stanza “conosce” il cinese? Searle, insomma, ci lascia con molte questioni aperte – com’è tipico dei grandi filosofi.

La riscoperta della mente di John R. Searle

Di rado un’opera filosofica raggiunge il triplice obiettivo di elaborare una nuova teoria, disarticolare con rigore implacabile gli argomenti degli avversari e toccare l’apice espositivo del saggismo. Tre esiti che conferiscono a La riscoperta della mente la statura di un classico.

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Peter Singer

Edoardo Rialti una volta mi disse che un giorno non troppo lontano quest’epoca sarà ricordata con orrore perché «ci pensi che facevano esperimenti con gli animali?», «...e mangiavano carne!». Peter Singer la pensa esattamente così. Il filosofo australiano è stato definito spesso come il più influente al mondo, considerato che alcune sue posizioni come l’antispecismo (Liberazione animale) hanno dato luogo se non alla nascita per lo meno alla crescita di veri e propri movimenti politici. Ai miei occhi, Singer è un po’ il bambino che dice che il re è nudo: se il dolore è un male, infatti, con che diritto infliggerlo agli animali? «Può essere [considerato] necessario un test doloroso sull’occhio di un coniglio se il prodotto stesso [ovvero un cosmetico] è evidentemente non necessario?». O ancora, parlando di eutanasia, come nascondersi che sotto la forzata applicazione del diritto alla vita stiamo negando il diritto a una buona morte, imponendo ad altri le nostre idee o paure? Come negare che è moralmente sbagliato per le persone benestanti godere della propria ricchezza mentre altri muoiono per mancanza dei beni necessari alla sopravvivenza? Come confutare che mangiare carne è una forma di complicità nell’infliggere gravi sofferenze ad animali cresciuti negli allevamenti industriali, o che comporta distruzione ambientale e inquinamento? Singer si spinge anche oltre, ad esempio quando sostiene che laddove è spesso sbagliato impiegare animali sani nella ricerca, potrebbe non essere sbagliato utilizzare per questi scopi neonati anencefalici o pazienti in stato vegetativo persistente. Una posizione emotivamente repellente, ma che segue logicamente da assiomi generalmente accettati. Più delle posizioni estreme però, l’aspetto che mi insospettisce in Singer è la (dichiarata) scarsa attenzione per la metafisica. Qualunque morale, infatti, è inscindibile dalle nostre credenze sul mondo, e assume significati diversi qualora si creda in un universo nato dal caso, in un artefice divino infinitamente buono, in Brahmā, nel demiurgo malvagio degli gnostici o altro ancora. Ma come è stato spesso detto, Singer non è un “filosofo per filosofi” – e forse per questo è davvero influente.

La cosa migliore che tu puoi fare di Peter Singer

Singer si rivolge a tutti coloro che vorrebbero agire concretamente per migliorare il pianeta, ma non hanno ancora gli strumenti per farlo nella vita di tutti i giorni, con schiettezza e lucidità.

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Peter Sloterdijk

Alcuni filosofi sono influenti per via delle loro teorie, altri perché li ascolteresti per ore mentre parlano più o meno di qualunque cosa. Sloterdijk fa parte di questa seconda categoria, che chiamerei dei “grandi affabulatori”. Dategli un filosofo qualunque, da Diogene a Heidegger, e ve ne parlerà per centinaia, migliaia di pagine, aprendo prospettive su prospettive. Ma gli basta anche un’idea, un concetto, una parola, come “cinismo”, “esercizio”, “ascesi”, “sfere”… bum! Cinquecento pagine. Per via di una prosa elegante, chiara e suggestiva, che si accompagna a una profonda cultura, leggere Sloterdijk è un grande piacere – anche se è altrettanto facile smettere di farlo, essendo a tal punto prolisso che chi preferisce i filosofi che vanno dritto al punto dopo qualche centinaio di pagine potrebbe passare ad altro. Se la sintesi è sempre una violenza, dunque, in questo caso si tratterebbe di omicidio, perché il pensiero di Sloterdijk vive nelle parentesi. Faccio un esempio con uno dei testi che lo ha portato alla fama, La critica della ragion cinica. La tesi è: crollati i valori assoluti, il cinismo non è più rivoluzionario come nell’antichità (Diogene), ma una posa trasversale, asservita ai valori della società predominante. Bisogna dunque riportarlo all’antica versione. Tutto qui? No, ovviamente, perché in questo come negli altri libri di Sloterdijk il piatto principale è il contorno. A lasciare il segno infatti non sono delle tesi chiare e distinte, ma i lunghi percorsi multidisciplinari con cui reinterpreta e innova dei fondamentali concetti filosofici.

Che cosa è successo nel XX secolo? di Peter Sloterdijk

Ricondurre il secolo passato all’archivio delle sue efferatezze o alla preminenza di un principio politico o economico significa abdicare alle finalità conoscitive a cui si ambiva, e cadere preda di quel riduzionismo che Sloterdijk giudica tra i più virulenti contagi novecenteschi, tutt’altro che debellati.

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Slavoj Žižek

Se proponessi a mille lettori un sondaggio sul più famoso filosofo vivente, Žižek guadagnerebbe senza dubbio una buona posizione. È un autore che si rifà a Marx, Hegel e Lacan, ma anche ad Heidegger, Deleuze, Guattari, Derrida… fatta eccezione per il primo, insomma, riprende filosofi dalla scrittura e dall’impianto teoretico più complesso possibile – quelli che si può interpretare in qualunque modo senza timore di essere smentiti. Ciononostante lo stile del filosofo sloveno è piano, leggibile, divertente e appassionato, a patto di accettarne l’inarrestabile verbosità. Per farla estremamente breve, Žižek sostiene che tutti gli altri filosofi (tranne Alain Badiou) sbagliano più o meno su tutto. Questo, assieme alla sua radicale asistematicità, rende estremamente difficile dare una sintesi del suo pensiero. Potrei dire che propone una seduta lacaniana alla società, insufflando al contempo velleità metafisiche hegeliane – potrei dirlo, se solo mi sembrasse una frase anche lontanamente sensata. La natura della grande influenza di Žižek, comunque, non risiede nel suo sistema teorico, ma nel suo peculiare, profondo e divertito stile filosofico, che pone la cultura pop (soprattutto cinematografica) alla pari con la cultura alta. Uno stile che ha formato un’intera scuola di giornalismo culturale, di cui tutto sommato anche questo articolo è un esempio. E dunque grazie Žižek e scusa se dal punto di vista teoretico non ti ho mai capito un granché.

Meno di niente. Edizione completa di Slavoj Žižek

Platone, Hitchcock, l’Essere e il Nulla, Fichte, la fisica quantistica, la realtà delle finzioni, il Nirvana, Marx, Freud, la plebe, la follia, il sesso... e soprattutto Hegel e Lacan, anzi, più precisamente, la riscrittura lacaniana della dialettica di Hegel. Meno di niente, l’ultima fatica filosofica di Slavoj Žižek, è un libro sterminato, che sembra voler parlare di «tutto quanto si trova sotto il cielo».

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Vorrei infine scrivere un paragrafo su Judith Butler, per il suo contributo agli studi di genere, uno su Graham Priest per lo sviluppo del dialeteismo e uno su David Chalmers, per i suoi studi sulla filosofia della mente, ma l’ho già fatto qua ed evito quello che sarebbe un banale copia e incolla. Mi dispiace inoltre di non aver parlato di Thomas Nagel e del suo pipistrello; di Nick Land per (o nonostante) la sua filosofia psicotica; di Nick Bostrom per le sue analisi sulle intelligenze artificiali; di David Benatar per aver riportato alla ribalta l’antinatalismo; di Quentin Meillassoux per il suo originalissimo contributo al realismo speculativo; di Graham Harman per come ha parlato di Meillassoux; di Reza Negarestani per il suo stile filosofico (diciamo per la parte che capisco); di Bruno Latour per aver ispirato una moltitudine di pensatori contemporanei; di Emanuele Severino perché non si parla mai abbastanza di Parmenide; di Achille Varzi per il suo contributo alla filosofia analitica; di Jürgen Habermas di cui so solo che è importante; di Timothy Morton perché piace molto ad alcuni miei amici, di Rosi Braidotti per la teoria del soggetto nomade; di Paul B. Preciado (ex Beatriz) perché non l’ho letto ma me lo hanno consigliato Carla Fronteddu e Andrea Zandomeneghi e mi fido. E di tutti quelli che ho letto o riletto per scrivere questo articolo, che non sono in grado di scrivere e che ho scritto per esserlo in futuro.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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