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I bambini sono sempre gli ultimi. Conversazione con Daniele Novara

Di Rosa Carnevale • novembre 09, 2020

Ci siamo dimenticati dei bambini, li abbiamo messi da parte senza troppe cerimonie, allontanati dalle nostre vite e dal cuore dei nostri discorsi. È successo in questi mesi, attraversati da una pandemia globale che ha privato i più giovani della loro libertà e di alcuni dei loro diritti essenziali ma succede ormai da anni, soprattutto nel nostro Paese. Bambini e adolescenti non sono più una priorità. Nell’Italia colpita dal Covid-19 la scuola è stata la prima grande istituzione a chiudere e l’ultima a riaprire, dimostrando quanto poco la nostra società tenga al futuro dei nostri ragazzi. Addirittura, il governo ha creato nei mesi varie commissioni per organizzare sia la gestione dell’emergenza sanitaria sia le cosiddette “riaperture”, dimenticandosi proprio della Commissione sulla riapertura delle scuole, creata solo il 21 aprile del 2020.

Quando abbiamo smesso di occuparci di infanzia? Cosa ci sta succedendo? Perché non avvertiamo il pericolo sociale a cui questa trascuratezza può portarci, spezzando il patto tra le generazioni e la possibilità stessa di un ricambio generazionale?

Si intitola I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro (Bur - Rizzoli) l’ultimo libro che Daniele Novara, pedagogista, counselor e formatore dedica a questi argomenti, mettendo l’accento su quella che sembra essere una vera e propria contrazione antropologica dagli esiti tragici.

I bambini sono sempre gli ultimi di Daniele Novara

Sono almeno vent'anni che genitori e professionisti dell'educazione assistono al progressivo abbandono dell'infanzia da parte delle istituzioni, ma mai come durante la recente emergenza legata al Covid-19 la realtà dei fatti è stata sotto gli occhi di tutti.

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I bambini sono diventati invisibili, sono scomparsi dall’immaginario collettivo, dai luoghi pubblici (strade, piazze, cortili sono sempre più occupati da automobili e motorini e sempre meno dai giochi dei più piccoli), dal discorso politico. Rimangono il fardello di genitori sempre più in affanno, lasciati soli ad occuparsi della loro crescita. A tratti, i bambini sono quasi diventati un fastidio. Ce lo dice la narrazione spezzettata con cui ormai i più piccoli sono rappresentati nei discorsi che li riguardano.

“Nelle parole di alcuni genitori - scrive Daniele Novara - sono un pacco che spesso non sanno bene dove piazzare. Per molti insegnanti sono soltanto teste da riempire. Per molti dirigenti scolastici sono delle variabili da sistemare in senso organizzativo”. Mancano parole e immagini che rappresentino i bambini in modo globale, nella loro interezza. “Ciascuno cresce solo se sognato”, diceva Danilo Dolci. E Novara aggiunge, giustamente: “prima di essere sognati bisogna essere guardati, percepiti”.

Proprio in questi giorni, in cui le nuove strette di Governo e Regioni hanno sospeso le lezioni in presenza per molti studenti, il pedagogista firma insieme ad altri specialisti (tra cui Bruno Tognolini e Silvia Vegetti Finzi) il manifesto La scuola è salute (qui per sottoscrivere l’appello) chiedendo al governo il ritorno in classe e sottolineando il ruolo imprescindibile della scuola come comunità di apprendimento, luogo di incontro e crescita per bambini e ragazzi. A proposito di Didattica a Distanza (DAD), qualcuno ha infatti giustamente additato l’espressione “scuola a distanza” come una truffa semantica. Non c’è scuola senza relazioni. Di più, la didattica a distanza contribuisce a far crescere gli squilibri sociali mettendo a rischio la salute mentale degli studenti. Il problema in Italia non è però solo quello legato alla pandemia e alla chiusura delle scuole. Nel suo libro Novara analizza e riporta i dati di un processo di cambiamento antropologico ormai in atto da decenni.

I numeri sono allarmanti: quasi una donna su quattro nel nostro Paese non ha figli e il calo delle nascite è un deficit portatore di un orizzonte cupo, che in qualche modo anche il Covid-19, nella strage di anziani degli scorsi mesi, ha evidenziato. Siamo un Paese molto vecchio, con poco ricambio generazionale. Sul piano delle adozioni nazionali si è passati dal picco di 16.538 nel 2006 alle 8793 domande nel 2017. In Italia fare figli, gestirli, farli crescere è un’impresa ardua, in cui i genitori sono lasciati quasi sempre da soli. Con risultati pericolosi e drammatici se si guarda ai dati nostrani sull’occupazione femminile, sui nidi, sulle mamme che abbandonano il lavoro. L’Italia è cambiata e con essa anche la vita dei bambini, il loro rapporto con i genitori, il ruolo della scuola. Con gli anni Ottanta, la comunità globale tutta ha mutato profondamente il suo volto. Siamo passati dalla società comunitaria a quella narcisistica, esattamente come descritto dall’americano Christopher Lasch nel suo La cultura del narcisismo. L’avvento di un nuovo tipo di uomo, concentrato sul successo personale e non più interessato a coltivare il senso di appartenenza, ha portato a concepire i bambini non più come un bene della comunità, bensì come i destinatari dell’attenzione ossessiva e possessiva della famiglia.

Novara torna su temi già affrontati e dibattuti in altri volumi (da Non è colpa dei bambini. Come rinunciando all'educazione stiamo rinunciando al nostro futuro a Litigare fa bene), denunciando fenomeni dei nostri anni come l’eccesso di diagnosi neuropsichiatriche rivolte alla popolazione infantile, preadolescenziale e adolescenziale o la carenza di regole chiare in famiglia, chiamando tutti a un’inversione di rotta necessaria.

“Vale la pena ricordare - scrive - che una società dove stanno bene i bambini è una società dove stanno bene tutti. Non possiamo avere un futuro degno di essere vissuto se non lo proiettiamo, come sogno e desiderio, proprio sui nostri bambini”.

Ci siamo dimenticati dei bambini, lo denuncia con chiarezza nel suo ultimo libro. Quello sull’infanzia è un discorso ormai spento?

Le dico la verità, quello che ho appena pubblicato è un libro che non avrei mai voluto scrivere. Si tratta di un volume duro, scomodo per certi versi. Per la prima volta nella storia dell’umanità la generazione che ha in mano il potere e il controllo del Paese non si preoccupa di creare le condizioni perché quella successiva possa prendere il suo posto. Gli adulti di oggi sembrano non sognare più il futuro, non sono interessati a proiettare un orizzonte oltre la propria sopravvivenza. Non è mai accaduto nella storia dell’uomo che una generazione si considerasse totalmente autoreferenziale e narcisisticamente autosufficiente. Il mio è un campo di lavoro dove bisogna normalmente essere ottimisti ma oggi è necessario denunciare la situazione che si è creata per evitare che peggiori sempre di più. Parlare di temi educativi e anche di scuola significa cercare di uscire da questa pericolosa autoreferenzialità. La scuola è il presidio che permette a una società di rigenerarsi e l’educazione è per antonomasia oblativa e antinarcisistica. Il grande pediatra e psicoanalista britannico Donald Winnicott, parlando del primo anno di vita dei bambini, metteva l’accento proprio sulla devozione necessaria a crescere un figlio. Ecco, questa devozione manca totalmente oggi nel nostro Paese. Bisogna riprendere il filo di un discorso pedagogico ormai quasi inesistente in Italia e cercare di pensare al futuro delle prossime generazioni. E non solo quando parliamo di giovani, di scuola, ma anche quando affrontiamo temi come quello climatico. Il grande Alex Langer avvisava i suoi contemporanei, dicendo loro che il pianeta ci è dato “in prestito dai nostri figli”. Uno slogan eccezionale. Ogni scelta politica andrebbe misurata anche attraverso l’impatto che avrà su chi viene dopo di noi.

Le scuole in questo momento sono un luogo sicuro?

Dal punto di vista della salute, senza dubbio. Le scuole sono state commissariate dal Ministero della Sanità. Le regole da seguire per il rientro sono state dettate in maniera estremamente rigida, anche con una certa compromissione della didattica. Ricordiamoci che oggi nei nidi le maestre sono obbligate a portare mascherine tutto il giorno così come i nostri bambini delle elementari anche quando rimangono seduti al loro banco, distanziati. Il rischio è invece che i ragazzi si mettano in pericolo senza andare a scuola, vedendosi nelle case.

Di sicurezza si parla diffusamente, giustamente anche nei luoghi scolastici. Di scuola in senso pedagogico invece, non abbastanza…

Non se ne parla affatto. Con il Manifesto "La scuola è salute" che ho firmato insieme ad altri colleghi abbiamo cercato di porre l’attenzione proprio su questo problema: la salute è un concetto complessivo, sfaccettato. Bisogna considerare la salute mentale, quella emotiva. Non è possibile fermarsi solamente al dato di epidemiologia virale. I bambini e i ragazzi vanno guardati nella loro crescita complessiva. Il rischio è altrimenti quello di trovare la società veramente impreparata rispetto ad episodi che stanno susseguendosi e che mi trovo ad affrontare ogni giorno con i genitori che seguo e che si rivolgono a me descrivendo grandi difficoltà nella gestione della vita quotidiana con i loro figli.

Qual è la categoria che in questo momento sta soffrendo di più?

In primavera sicuramente erano i bambini a soffrire maggiormente. In particolare i piccoli dai 3 ai 6 anni, che hanno bisogno delle Scuole dell’Infanzia in maniera indispensabile perché è proprio lì che si gioca la loro possibilità di crearsi un primo attaccamento e un primo imprinting sociale. Stando con gli altri compagni hanno infatti la possibilità di vivere le prime frustrazioni sociali all’interno di un contesto educativo gestito da personale preparato. In questi giorni, invece, purtroppo sono gli adolescenti a pagare il prezzo più caro sulla propria pelle. Tutti a casa, dietro allo schermo alienante di un computer. La didattica a distanza, ovvero la scuola dietro a un monitor, non consentendo la formazione di una vera comunità di apprendimento che permetta il confronto in carne e ossa (l’assenza dei corpi impedisce infatti quell’osmosi sociale alla base di tutti gli apprendimenti scolastici), non può essere la soluzione. In più, i ragazzi sono chiusi in casa con i propri genitori, una cosa totalmente contro natura. L’adolescente vuole stare con i propri coetanei, non con la mamma. Non dobbiamo sottovalutare la pericolosità evolutiva che si nasconde dietro un atto del genere. Se il Governo avesse coinvolto esperti di pedagogia e di psicologia in queste decisioni, questi nodi sarebbero sicuramente venuti al pettine. Il fatto che nel Comitato tecnico scientifico istituito per l’emergenza sanitaria non ci siano le voci di tecnici né scolastici né di area infantile o adolescenziale si commenta da sola. C’è solo una psichiatra nel CTS. Per il resto i nostri politici si avvalgono della consulenza di tecnici amministrativi, informatici, manager. Il coordinatore del CTS è un medico della protezione civile. Questo la dice lunga sulla priorità che hanno i più piccoli nell’agenda politica.

E i pedagogisti dove sono finiti?

La pedagogia in Italia è morta negli anni Novanta, quando sono state chiuse le facoltà, eliminati i presidi psicopedagogici nelle scuole e abolite le figure pedagogiche in quasi tutti i servizi. È stata una mossa chiaramente avventata, tutta italiana. Nel resto d’Europa infatti la pedagogia resta una scienza dell’educazione, della scuola, della crescita, dei processi di apprendimento. Possiamo vantarci di aver dato i natali a Maria Montessori, la grande pedagogista che tutto il mondo ci invidia, ma nel frattempo l’Italia ha letteralmente ucciso questa scienza così importante. Almeno quella di qualità, che si fa sul campo. I nostri pedagogisti si muovono ormai solamente all’interno delle università ma questo è quasi un paradosso, un equivoco terribile. La pedagogia è una scienza pratica, non accademica. Bisognerebbe fare in modo che il lascito scientifico di personaggi come la Montessori trovino un alveo dentro il mondo pedagogico attuale. Il suo metodo sensoriale, operativo dovrebbe tornare ad essere al centro dell’educazione. Si inizierebbe così a parlare più di materiali, di esperienze formative e meno di lezioni frontali, interrogazioni, compiti in classe. Queste sono pratiche inerziali, con la pedagogia non c’entrano nulla. Purtroppo la scuola di oggi si è ritrovata a tornare indietro di cento anni.

La scuola di oggi è in un certo senso quella “cattiva religione” di cui parlava Ivan Illich nel suo Descolarizzare la società? Siamo pronti per abbandonare l’ormai obsoleta educazione formale”? Servirebbe una rivoluzione in questo senso, crede che sia vicina?

Ivan Illich, come molti grandi intellettuali e pensatori degli anni Settanta purtroppo non è stato in grado di prevedere la rivoluzione tecnologica e la mutazione antropologica narcisistica di questi ultimi decenni. Parlava da un mondo totalmente diverso da quello attuale. Ho sempre guardato a queste figure con grande ammirazione e interesse, ho avuto modo di conoscere anche Eleonora Barbieri Masini e Aurelio Peccei ma come futurologi credo che abbiano inevitabilmente fallito. Pensando allo scenario che abbiamo davanti oggi, se “descolarizzassimo” la vita dei giovani rimarrebbe in mano a Facebook e ai vari social network. Non si riuscirebbe a creare quello che Ivan Illich auspicava, l’educazione diffusa. Mancano le istituzioni, la nostra società non ha le risorse e ci sono invece i grandi colossi come Google o Facebook che incombono, pronti a guadagnare ulteriore terreno.

Tecnologia, social network, risorse digitali e giovani. Se ne parla da tempo ma con l’arrivo della pandemia questo rapporto sembra essersi oltremodo consolidato anche con l’avvento della DAD. La stima delle ore spese dai nostri ragazzi davanti a uno schermo è allarmante. Quali sono gli effetti collaterali che questa pervasività rischia di produrre a lungo termine?

Anzitutto va detto che la seconda ondata DAD non è stata apprezzata assolutamente dagli insegnanti. Se la prima è stata guardata con più fiducia perché veniva vista come una novità che avrebbe salvaguardato la salute di tutti, la seconda invece è diventata solamente un’imposizione ingombrante. Anche molte famiglie sono sul piede di guerra contro la DAD e a livello ministeriale non c’è più l’entusiasmo che si era manifestato in primavera. La DAD non è scuola, è un succedaneo necessario in uno stato di emergenza ma lo stato di “emergenza” non dovrebbe essere permanente. Non si può pensare di utilizzare la didattica a distanza solamente perché non riusciamo ad organizzare i trasporti degli alunni a scuola. Portata alle estreme conseguenze la DAD è veramente pericolosa. Speriamo che gli insegnanti continuino a fare resistenza, insieme alla Ministra Azzolina per tenere aperte le scuole, nonostante ci sia una parte dell’opinione pubblica che chiede a gran voce la chiusura delle scuole. Anche questo è un problema tutto italiano perché in molti degli altri paesi europei le scuole sono rimaste aperte in primavera e sono tuttora aperte. Il nostro, in questo senso, sembra sempre un Paese sull’orlo di una crisi di nervi, in cui gli elementi emotivi prevalgono su quelli di analisi. Pretendiamo di sottrarre i ragazzi al virus togliendoli dalle scuole e isolandoli e li costringiamo così a stare per ore di fronte allo schermo di un computer. Non è una soluzione possibile. Pensare che isolandoli stiano meglio è un’assurdità. Un ragazzino isolato è un prossimo cliente dei servizi psichiatrici perché ha dieci volte in più la possibilità di finire in depressione.

Superare la quarantena con i figli. Ha qualche consiglio che ci potrebbe essere utile in caso di un nuovo lockdown generalizzato?

Mi auspico che una chiusura totale delle scuole non ci sia ma, se dovesse succedere, ripropongo alle famiglie consigli che ho già dato negli scorsi mesi e, in generale, in altri miei libri. È importante che i genitori aiutino i figli ad organizzare una giornata molto attiva, evitando in particolar modo che i bambini e i ragazzi si perdano davanti ai videogiochi e agli strumenti ludico-digitali perché questo è molto pericoloso per la loro salute mentale. Organizzare bene la giornata significa anche evitare che il ritmo circadiano subisca eccessive compromissioni che poi rischiano di diventare dannose. Il genitore non deve sostituirsi ai figli, non deve pensare che i figli ritornino nella cuccia materna ma deve continuare a favorire i ragazzi nell’autonomia. E soprattutto, finché si può, deve fare in modo che continuino a incontrarsi all’aria aperta con i loro coetanei. Insomma, sfruttare tutti gli interstizi lasciati liberi dal lockdown. Perché un adolescente o un bambino depresso è molto peggio di un contagiato asintomatico. Non c’è paragone.

Nel suo ultimo libro parla diffusamente anche dei cortili, un tempo animati dai giochi dei più piccoli e oggi normalmente occupati da macchine e motorini. Dobbiamo tornare a guardare i nostri figli dalle finestre e lasciarli liberi di sperimentare in autonomia un po’ di gioco all’aperto?

Il cortile è la metafora più comune della dimensione infantile. È lo spazio dove, almeno fino a una certa epoca, i bambini hanno sempre potuto giocare e che restava libero proprio per loro. Gli adulti li guardavano dal balcone, dalla terrazza, non era necessario che un adulto li controllasse da vicino. Il cortile era uno spazio di gioco spontaneo. Dalla seconda elementare qualsiasi bambino è in grado di giocare da solo con i suoi amici in un cortile senza alcun pericolo. Il vero pericolo oggi sono i regolamenti condominiali, che sono contro i bambini. Quasi sempre infatti è proibito giocare in certe ore del giorno e i nostri cortili sono per lo più trasformati in enormi parcheggi, occupati più o meno abusivamente da auto che rendono ai bambini la vita difficile. Per chi vive in città, andranno sicuramente riscoperti come spazio vitale per i giovani.

Il suo libro si chiude con un invito a passare del tempo con i bambini (“Attiva buone connessioni neurali, combatte l’insonnia e la depressione. Riduce il colesterolo e stabilizza la pressione”) ma anche con nuove idee per un’alleanza fra generazioni (tra cui quelle di creare un presidio pedagogico in ogni istituto scolastico e mettere a disposizione dei genitori un bonus pedagogico). In calce propone poi degli ottimi spunti di lettura, dal Pinocchio di Collodi agli scritti di Danilo Dolci passando per quel capolavoro che è Cipì di Mario Lodi e per un classico della pedagogia come Piaget. C’è qualche volume che è stato fondamentale anche per la sua formazione?

Ci sono i libri e gli insegnamenti di Grazia Honneger Fresco, che è scomparsa purtroppo il 30 settembre scorso. Erede di Maria Montessori, Grazia si è distinta per il suo impegno decennale nell’innovazione e divulgazione di tecniche pedagogiche e nella formazione di educatori della prima infanzia. Per quanto riguarda la cura dei bambini era insuperabile, ho imparato moltissimo da lei. La lettura del suo libro Abbiamo un bambino dovrebbe essere obbligatoria per ogni futuro genitore.

Impariamo dai bambini a essere grandi di Maria Montessori

Impariamo dai bambini a essere grandi raccoglie i passi fondamentali e più illuminanti tratti dai libri di Maria Montessori: un’antologia in cui si affermano con dolcezza e sorprendente modernità i diritti dei bambini, il ruolo dei padri e delle madri nella loro educazione, ma anche l’importanza che maestri e insegnanti rivestono nella nostra società.

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Descolarizzare la società Una società senza scuola è possibile? di Ivan Illich

La scuola obbligatoria, la scolarità prolungata, la corsa ai diplomi, l’università di massa: differenti aspetti di quel medesimo falso progresso che consiste nella preparazione di studenti orientati al consumo di programmi scolastici e di merci culturali studiate per imporre il conformismo sociale, l’obbedienza alle istituzioni.

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Piantare uomini Danilo Dolci sul filo della memoria di Giuseppe Casarrubea

Piantare uomini segue il percorso biografico di Dolci, dall’infanzia al confine tra Italia e Slovenia, alla difficile educazione etica e politica durante il regime fascista, fino agli anni siciliani, in cui si consolidano le forme di lotta non-violenta e l’impegno in campo civile e educativo.

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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