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I libri da leggere: Alberto Arbasino

Di Goffredo Fofi • marzo 20, 2019

La salute di Arbasino non è, pare, delle migliori, e l'ultimo dei grandi scrittori della generazione del secondo dopoguerra italiano non è più in grado di scrivere e di viaggiare – che era forse la cosa che gli piaceva di più, correndo da un festival all'altro da avido spettatore di teatro e di cinema, da una “prima” all'altra, e da avido intervistatore di personaggi illustri, da avido ascoltatore di concerti di classica e di contemporanea, da imperterrito curioso della società e delle sue mode. Un po' cinico forse, nello scrivere e commentare i nostri vizi e le nostre manie, le nostre mutazioni, ma solo quel tanto che servisse a stare in campana, a non fidarsi troppo del presente nel momento stesso in cui lo si ammirava e godeva, e si cercava di strapparne il meglio.

Ho seguito la carriera di Arbasino sui giornali, indimenticabili gli articoli sul “Mondo”, sul “Giorno” degli anni sessanta quando segnalava autori e libri che molti di noi correvamo a comprare scoprendo autori magnifici, non solo scrittori e scrittrici anche filosofi e scienziati che era perfino riuscito a intervistare tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti (con minore attenzione per altre culture, come quelle di lingua spagnola o del “terzo mondo”, come allora si osava chiamare l'Asia, l'America Latina, l'Africa), e ho letto quasi tutti i suoi libri non appena stampati, godendo sempre del suo humour e della sua civiltà, della sua lingua così diversa da quella dei soloni marxisti che allora frequentavo e che non amavano Arbasino considerandolo frivolo e superficiale, e tanto meno Eco, di cui almeno due saggi sono stati fondamentali per poter tener testa alle novità degli anni cinquanta e sessanta, alle formidabili le nouvelles vagues d'ogni paese: Apocalittici e integrati (e io e i miei amici e coetanei ci potemmo allora spavaldamente dichiarare né apocalittici né integrati, amando il meglio del nuovo e pronti a lottare per la sua affermazione), e Opera aperta.

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Sì, certo, sia Arbasino che Eco furono membri attivi di quella “avanguardia” (il Gruppo 63) che si esaltava di tutto il nuovo (compreso il peggio) e che, a parte loro due e il grande Manganelli, e qualche poesia o saggio del Sanguineti meno astruso e ideologico, ha contribuito all'accettazione dei nuovi poteri e delle loro idee, del cosiddetto “neo-capitalismo” che non era certamente migliore del vecchio.

Ho seguito la carriera di Arbasino sui giornali, indimenticabili gli articoli sul “Mondo”, sul “Giorno” degli anni sessanta quando segnalava autori e libri che molti di noi correvamo a comprare scoprendo autori magnifici

Con Arbasino e con Eco ho polemizzato a volte (civilmente, e con un rispetto che mi sembrò ricambiato), e li ho saltuariamente frequentati, soprattutto Eco anche per motivi editoriali, ma resta forte il rimpianto di non aver approfittato di più della loro buona disposizione nei miei confronti, che tuttavia appartenevo a un'altra zona della cultura, quella più militante sul fronte sociale e più critica verso quello culturale. Ho un bellissimo ricordo del lunghissimo dibattito che seguì alla riproposta, in una retrospettiva del festival cinematografico di Venezia, del film La bella di Lodi scritto da Arbasino con Missiroli, un dialogo a quattro perché oltre a noi tre c'era la protagonista del film, Stefania Sandrelli. Si trattò infine della rievocazione a più voci degli anni e della cultura del “miracolo economico”, e a dominare la serata furono, come era prevedibile, la Sandrelli e Arbasino con le loro acute e spiritose rievocazioni.

Lasciati i preamboli, è opportuno cercar di rispondere alla domanda: perché Arbasino è un grande scrittore? E non solo un grande testimone, un grande cronista di un'epoca estremamente vitale della nostra storia civile? Quando uscì Le piccole vacanze (1957, Arbasino aveva ventisette anni, e si era ancora in anni pre-boom e tardo-neorealisti, si era ancora dentro la “guerra fredda”) ci si accorse subito della sua diversità, del suo “aggancio” a una tradizione poco frequentata, quella “lombarda” dei Parini e dei Dossi e dei Gadda, quest'ultimo amatissimo da Arbasino da subito, dalle prime letture dell'Adalgisa, degli Accoppiamenti giudiziosi... ma anche quella formata dagli osservatori più lucidi degli usi e abitudini del nostro popolo, e non solo del suo proletariato. Si affrontava infine la nostra piccola-borghesia e la nostra borghesia – un'impresa a cui si erano accinti con altri modi soltanto gli Antonioni e i Fellini, i Flaiano e gli Age e Scarpelli della nascente “commedia all'italiana”, e giornalisti come la formidabile Camilla Cederna...

Valevano per Arbasino anche modelli soprattutto inglesi, come l'amata Ivy Compton-Burnett che fu proprio lui a farci scoprire e amare, modelli “borghesi” molto lontani dal moralismo accigliato degli iper-marxisti e degli “apocalittici”, una categoria che oggi è rara, e dovrebbe invece dominare, tra gli intellettuali più coscienti dell'immane mutazione economica e antropologica che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Arbasino raccolse in L'Anonimo Lombardo i suoi primi racconti lunghi o romanzi brevi, accingendosi intanto a quello che è forse il suo capolavoro, Fratelli d'Italia (1963, ma riproposto in stesure ampiamente riviste nel 1976 e nel 1993), un ritratto collettivo, un viaggio di giovani picari borghesi dentro un'Italia in velocissima trasformazione, un romanzo fondamentale per capire chi siamo poi diventati...

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Ma piuttosto che fermarsi all'originale e trascinante invenzione letteraria, al racconto e al romanzo di tradizione, Arbasino ha voluto mescolare i generi, in sintonia anche con i grandi giornalisti-scrittori suoi contemporanei, per esempio gli Isherwood e i Capote, e ha saputo dire un “io” auto-ironico, mai invadente, e passare da un'invenzione letteraria molto vicina al reale a una descrizione della cultura del suo tempo proposta con tutta l'intelligenza e tutte le astuzie del grande osservatore iper-colto. Le sue raccolte di interventi sul teatro, sulla letteratura, sulla musica del suo tempo, da Parigi, o cara a Sessanta posizioni, da Grazie per le magnifiche rose a Certi romanzi e su fino a Marescialle e libertini sono documenti imprescindibili per ogni storico della cultura, per ogni lettore o spettatore o ascoltatore o frequentatore di musei che sappia giustamente apprezzare una guida stimolante e provocatoria alla cultura del nostro tempo e di quello che lo ha preceduto. Ogni libro di Arbasino è dunque una miniera, è un'occasione unica di apertura d'orizzonti.

Le sue raccolte di interventi sul teatro, sulla letteratura, sulla musica del suo tempo sono documenti imprescindibili per ogni storico della cultura, per ogni lettore o spettatore o ascoltatore o frequentatore di musei

Non va dimenticato, ovviamente, l'Arbasino “civile”, i suoi interventi sulla crisi e decadenza dei costumi politici nazionali e non solo di quelli. Il suo Un paese senza è un libro che non ha insegnato purtroppo niente, e se non c'era da spettarsi che potesse farlo per i politici, non direi che abbia insegnato qualcosa neanche agli intellettuali. Sì, decisamente Arbasino è l'ultimo dei nostri grandi, di una grande generazione e di quella parte della storia italiana che è stata il segmento più pulito e più degno di quella unitaria, tra il 1943 della caduta del fascismo e il 1978 del delitto Moro. Ripercorrere quei tempi nei loro usi e costumi può avere tanto da dirci, e Arbasino ne è stato il cronista e narratore più assiduo senza mai predicare e senza mai annoiarci.

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.

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