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I libri da leggere: Jack London

Di Goffredo Fofi • giugno 12, 2019

C'è stato un tempo in cui i letterati italiani quando gli si parlava di Jack London storcevano il naso. Si vedevano costretti a riconoscere l'energia della sua scrittura e delle sue storie, ma lo consideravano, semplicemente, uno scrittore “volgare”, poco “letterato”. Non lo amavano, è chiaro, anche perché lui non amava loro, non lo amavano per appartenenza di classe. La loro visione di London era quella che poteva averne una intelligenza europea molto borghese, mentre gli statunitensi riuscirono da subito ad apprezzare le qualità di un narratore del “nuovo mondo”, dove la “lotta per la vita” era considerata una dura e insopprimibile necessità.

Questa lotta riguardava anche la natura, una nemica da cui imparare e bensì da domare. Uno dei suoi primi racconti, Farsi un fuoco, entusiasmò non a caso lo stesso Lenin, e Il richiamo della foresta, storia di un cane addomesticato e sfruttato che torna a farsi lupo (un romanzo successivo, delle molte storie dedicate da London ai cani, Zanna bianca, raccontò anni dopo una storia contraria, quella dell'addomesticamento di un cane selvaggio, di un cane-lupo che ha trovato un padrone sensibile e intelligente).

Della “lotta per la vita” London aveva fatto una dura pratica. Nato nel 1876 a San Francisco, figlio illegittimo di un ciarlatano di fiera, minore sfruttato e poi pescatore d'ostriche e marinaio di ventura, e cacciatore d'oro nel Klondike e nello Yukon, e operaio stagionale in giro per il Midwest viaggiando clandestinamente su treni-merci, e sempre in movimento, da un punto all'altro del pianeta, sempre “on the road”, Jack London decise attorno ai vent'anni di farsi una cultura, di capire il mondo e le società, il loro ordine o disordine, e individuò i libri da cui imparare nelle opere di Spengler e Nietzsche, di Darwin e di Marx, mescolando le teorie del super-uomo (dell'individuo che sa sopravvivere a tutto, della “belva bianca” aggressiva violenta dominatrice che è destinata per questo a dominare sulla natura e sugli altri esseri viventi, animali e umani: a dominare giustamente secondo London) con quelle del socialismo irruente della fine del secolo e di un rivoltoso secolo nuovo.

Il richiamo della foresta di Jack London

Ambientato nelle gelide foreste dell'Alaska, questo romanzo ha come protagonista Buck, gigantesco cane per metà sanbernardo e per metà pastore scozzese, che fugge dalle leggi dell'uomo per riprendere la sua esistenza selvaggia a contatto della natura.

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Il romanzo forse meno letto oggi tra i suoi, ma forse il più rappresentativo delle sue idee e delle sue contraddizioni è certamente Il lupo di mare, che mette a confronto tre personaggi in ognuno dei quali c'è qualcosa di London: il capitano-superuomo lucido e freddo, l'intellettuale generoso ma debole, e il marinaio che con loro si confronta, a mezzo tra i due. L'ideologia londoniana è una combinazione ambigua di istanze ben rappresentata da Il tallone di ferro, un romanzo che, insieme a Il vagabondo delle stelle, inaugura in parallelo ai capolavori di H. G. Wells la grande stagione della fantascienza. Il tallone di ferro appartiene al sotto-genere della fantascienza più politica, e prevede un futuro di terribili scontri di classe, borghesia contro proletariato.

Tra i molti filoni della letteratura a venire di cui London fu pioniere va ricordato anche, con Il popolo dell'abisso, quello dell'inchiesta sociale narrativa, in cui l'autore si chiama in gioco come personaggio, come protagonista: per conoscere e narrare l'estrema povertà dei ceti popolari nella Londra del primo Novecento, London si tramutò in vagabondo e visse per un certo tempo la vita del sottoproletariato dell'East End. Lo hanno, più tardi, imitato in tanti...


Insieme a molti racconti, sono questi i titoli più memorabili della sua opera, anche se letterariamente i suoi capolavori restano, secondo molti, con Martin Eden in testa, Il richiamo della foresta e il racconto Farsi un fuoco.

Martin Eden di Jack London

Romanzo largamente autobiografico, Martin Eden riflette l'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio. Il protagonista è un marinaio americano che finisce casualmente per frequentare il mondo borghese, salotti colmi di libri e fanciulle eteree. Tra l'iniziale timidezza e un'irresistibile attrazione per il nuovo ambiente, Martin Eden dovrà misurarsi con due impreviste passioni: la giovane Ruth Morse e la letteratura.

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Diventato ricchissimo e famosissimo grazie ai romanzi e ai lavori giornalistici, in corsa vitalistica tra una guerra e a caccia di posti nuovi e nuove avventure però via via programmate e “turistiche” e con un bel conto in banca, Jack London finì per scrivere romanzi pretestuosi e mediocri, sapendo che erano tali. Ma non si adagiò nel successo, se ne vergognò e ne soffrì, almeno a tratti, e sette anni prima della sua tragica morte - quasi certamente, volontaria - nel 1916 ad appena quarant'anni di età, scrisse con Martin Eden uno dei romanzi più importanti nella storia della letteratura americana e non solo in quella, amato da più generazioni, tuttora lettissimo. Un classico, a dispetto dei fini letterati di ieri e di sempre. Un giovane regista cinematografico italiano, Pietro Marcello, ne ha tratto un film “napoletano” che si vedrà al prossimo festival di Venezia a fine agosto; chi ha avuto la fortuna di vederlo lo giudica eccellente, anzi straordinario. Martin Eden è uno dei grandi personaggi della letteratura internazionale, oggi come ieri letto e amato in tutto il mondo. Martin Eden è infine lo stesso London, un giovane proletario che tradisce la sua classe d'origine e i suoi compagni di lotta, e viene accolto grazie al successo dei suoi romanzi articoli racconti nel seno della borghesia capitalistica degli Stati Uniti e del mondo, e viene esaltato e vezzeggiato da quelli che, prima, considerava dei nemici di classe. Vergognandosene, in un momento di lucidità, Martin si suicida, come finì per fare più tardi l'ideatore del suo alter-ego...

È questa una storia che ogni tanto si ripete, quella di chi tradisce la propria classe e le proprie convinzioni di gioventù. È la storia, forse, dello stesso Ernest Hemingway, e certamente lo è del giovane e geniale scrittore svedese Stig Dagerman, e probabilmente di molti altri. Un libro recente, fortemente autobiografico, di Annie Ernaux, Il posto, ha raccontato ancora una volta il rimpianto e la vergogna di chi ha tradito la propria origine proletaria, la cultura della propria classe, senza un esito tragico ma con lucida e forte coscienza di questa non insolita contraddizione.

Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.


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