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I libri da leggere: Joseph Roth

Di Goffredo Fofi • maggio 09, 2019I libri da leggere

Che personaggio esemplare fu Joseph Roth, fin dal disastro europeo chiamato Prima Guerra Mondiale, di cui fu uno dei tanti reduci che fecero fatica a riadattarsi alla presunta normalità dell'“entre deux guerres”. Visse quegli anni tra Berlino e Parigi, dove morì d'alcol e disperazione sino allo scoppio di una seconda guerra ben più mondiale e micidiale della prima.

Era il 1939, e aveva solo 45 anni. Era nato in Ucraina, agli estremi confini di quell'impero absburgico, di cui ebbe una contraddittoria nostalgia, che pervade tutti i suoi romanzi, tutti i suoi scritti. Era ebreo, ma figlio di un impero che non faceva distinzione tra i tanti popoli che lo componevano e anzi se ne faceva un vanto e una forza. Lvorò a Berlino da giornalista fino all'avvento di Hitler, ma viaggiando molto, per esempio nella Russia bolscevica e nell'Italia fascista e altrove, vedendo i primi effetti delle rivoluzioni post-belliche. Uno dei suoi primi romanzi, forse il primo, uscì a puntate su un giornale. È La tela di ragno, del 1923, ed è stato letto non a caso come una specie di “romanzo di formazione” di un reduce che sembra somigliare ad Adolf Hitler.

Il suo sguardo non era mai freddo, e il suo stile, negli articoli e nei romanzi, fu segnato dalla corrente artistica della “nuova oggettività”, lontano da quello di un suo rivale oggi dimenticato, Egon Kisch, che inventò anche lui un nuovo modo di rendere il vero segnato, egli disse, dalla lezione pittorica del cubismo. Kisch smentì alcune delle notizie che Roth dava, per esempio, su un suo periodo di prigionia, ma la verità stava in mezzo, e la differenza era tra due vocazioni, due persuasioni. Roth era, insomma, più scrittore che giornalista, Kisch era soltanto un giornalista, per quanto geniale. Per Roth la realtà, per essere captata e restituita, aveva bisogno di un tanto di elaborazione e di invenzione, di venir ricreata letterariamente; per Kitsch aveva invece bisogno di una scrittura che fosse adeguata alla modernità di un'epoca travolgente.

Fuga senza fine di Joseph Roth

«Io so soltanto che non è stata, come si dice, la ‘inquietudine’ a spingermi, ma al contrario – una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso né curioso di avventure. Un vento mi spinge, e non temo di andare a fondo» (Joseph Roth)

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In Italia, la fama di Joseph Roth ha avuto fasi alterne: una notevole attenzione negli anni venti-trenta, quando la letteratura di lingua tedesca era molto seguita dai nostri editori. Poi il silenzio. Poi di nuovo, grazie alla Vallecchi e a un propagandista eccellente di Roth quale fu Oreste Del Buono, figura esemplare per vivacità e curiosità nella storia della nostra editoria, un periodo di attenzione negli anni sessanta. Restava comunque un autore di scarso successo di vendita e che continuava a destare uno scarso interesse nella critica. Poi di nuovo l'oblio fino a quando Claudio Magris non dette la sua tesi di laurea proprio su Roth, pubblicandola da Einaudi con il titolo Lontano da dove (lontano da dove, per un ebreo dalle patrie provvisorie?) e, subito dopo, facendone ancora un protagonista in Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna.

Lo scoprì allora la Adelphi, che si abbeverava fin troppo al mito della Felix Austria ma ebbe il grandissimo merito di pubblicare o ripubblicare quasi tutto di Roth, facendone un suo “classico” e riuscendo a farne un best-seller. Personalmente, io lo avevo scoperto da tempo sulle bancarelle, scovando per primo un bellissimo Giobbe della Treves-Garzanti e a Parigi, ancora su bancarelle, un altro capolavoro, La fuite sans fin, Fuga senza fine, che è forse il più esemplare dei suoi romanzi, e forse il più autobiografico. Da allora lessi tutto o quasi quello che veniva tradotto di Roth, che diventò uno degli scrittori che più ho amato. E, se così si può dire, che più ho “sofferto”. A favorirne la lettura ci fu infatti, io credo, l'amara malinconia cresciuta in una generazione che vedeva via via sconfitte tutte le sue speranze di novità sociali, culturali, comportamentali...

Roth divenne di moda, ma ancora una volta la moda doveva spegnersi e oggi, anche se è ormai entrato nel numero dei classici del Novecento, viene nuovamente trascurato dai lettori e anche dagli studiosi, ammaliati dai nuovi nomi della cosiddetta post-modernità. Perché sì, Roth appartiene corpo e anima alle contraddizioni di un'epoca precedente, l'epoca che vide la sconfitta dell'idea stessa di rivoluzione. Il viaggio in Urss che fece agli albori del sistema sovietico respira già un'aura di sconfitta della novità, che spingerà il giornalista scrittore ancora una volta privo di una patria, perfino di una patria ideale, nonostante le giovanili illusioni, a idealizzare l'impero absburgico vivendone una cocente nostalgia.

Per conoscerla e comprenderla, si leggano due romanzi quali La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini, che è poi il luogo dove riposano, come si dice, le spoglie di Francesco Giuseppe imperatore. Ma è molto difficile scegliere quale tra i suoi romanzi è il più bello, il più indicativo. Emozione e distacco vi si intersecano sempre, ed è questo a commuoverne di più. L'altro filone, ben mescolato a quello della nostalgia, è nell'opera di Roth quello dell'appartenenza ebraica, con altri romanzi strazianti come Giobbe, sempre sull'eterna figura dell' “ebreo errante”, ma talvolta fiduciosi in una ricompensa, non importa se divina o fatale.

Nei suoi ultimi anni, di cui è una sorta di indiretto racconto La leggenda del santo bevitore da cui un grande nostro regista, Ermanno Olmi, trasse un film che non è così bello come il racconto, Roth, il piccolo ebreo nevrotico dai tanti incontri sentimentali o amicali vieppiù insoddisfatti, si trascinò da un'osteria a un bar in una Parigi cosmopolita e indifferente alle pene di tanti esuli, di tanti senza-più-patria. Il più senza-patria di tutti fu forse proprio il nostro Roth, o almeno quello che meglio ha saputo raccontarli, colui che ne cercava disperatamente e inutilmente una comunità rassicurante, e che oscillava tra ebraismo e cattolicesimo come aveva oscillato tra gli ideali monarchici e, in gioventù, le speranze socialiste. La sua lenta maniera di suicidarsi fu una reazione all'insensatezza della storia (e perfino della geografia), la reazione a un'epoca non meno disperata e dal nero futuro di come è la nostra, che trova bensì nella letteratura valvole di sfogo e mercificazione delle esperienze molto più facilmente che un confronto – purtroppo sempre angosciante - col male della Storia.

Giobbe di Joseph Roth

L’opera di Joseph Roth si dispone naturalmente su due versanti: da una parte l’epos del tramonto asburgico, dall’altra quello della dispersione dell’ebraismo orientale. Giobbe è il libro più celebre, più riccamente articolato e più potente che rappresenta questa ‘altra parte’ di Roth. Pubblicato nel 1930 e accolto subito da un successo internazionale, si può dire che questo romanzo equivalga, sul suo versante, alla Marcia di Radetzky, come felice tentativo di narrazione epica, dal respiro vasto e avvolgente, evocatrice dei più minuti particolari e insieme scandita sin dall’inizio come una favola.

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Roth divenne di moda, ma ancora una volta la moda doveva spegnersi e oggi, anche se è ormai entrato nel numero dei classici del Novecento, viene nuovamente trascurato dai lettori e anche dagli studiosi, ammaliati dai nuovi nomi della cosiddetta post-modernità. Perché sì, Roth appartiene corpo e anima alle contraddizioni di un'epoca precedente, l'epoca che vide la sconfitta dell'idea stessa di rivoluzione. Il viaggio in Urss che fece agli albori del sistema sovietico respira già un'aura di sconfitta della novità, che spingerà il giornalista scrittore ancora una volta privo di una patria, perfino di una patria ideale, nonostante le giovanili illusioni, a idealizzare l'impero absburgico vivendone una cocente nostalgia.

Per conoscerla e comprenderla, si leggano due romanzi quali La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini, che è poi il luogo dove riposano, come si dice, le spoglie di Francesco Giuseppe imperatore. Ma è molto difficile scegliere quale tra i suoi romanzi è il più bello, il più indicativo. Emozione e distacco vi si intersecano sempre, ed è questo a commuoverne di più. L'altro filone, ben mescolato a quello della nostalgia, è nell'opera di Roth quello dell'appartenenza ebraica, con altri romanzi strazianti come Giobbe, sempre sull'eterna figura dell' “ebreo errante”, ma talvolta fiduciosi in una ricompensa, non importa se divina o fatale.

Nei suoi ultimi anni, di cui è una sorta di indiretto racconto La leggenda del santo bevitore da cui un grande nostro regista, Ermanno Olmi, trasse un film che non è così bello come il racconto, Roth, il piccolo ebreo nevrotico dai tanti incontri sentimentali o amicali vieppiù insoddisfatti, si trascinò da un'osteria a un bar in una Parigi cosmopolita e indifferente alle pene di tanti esuli, di tanti senza-più-patria. Il più senza-patria di tutti fu forse proprio il nostro Roth, o almeno quello che meglio ha saputo raccontarli, colui che ne cercava disperatamente e inutilmente una comunità rassicurante, e che oscillava tra ebraismo e cattolicesimo come aveva oscillato tra gli ideali monarchici e, in gioventù, le speranze socialiste. La sua lenta maniera di suicidarsi fu una reazione all'insensatezza della storia (e perfino della geografia), la reazione a un'epoca non meno disperata e dal nero futuro di come è la nostra, che trova bensì nella letteratura valvole di sfogo e mercificazione delle esperienze molto più facilmente che un confronto – purtroppo sempre angosciante - col male della Storia.

La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth

Pubblicato postumo nel 1939, La leggenda del santo bevitore racconta gli ultimi giorni di Andreas Kartak, clochard con un debole per l’alcol. Una notte, sotto un ponte della Senna, Andreas riceve una cospicua somma di denaro da un misterioso sconosciuto, cui promette di saldare presto il proprio debito restituendo l’equivalente di quanto ha ricevuto alla «piccola santa Teresa» della chiesa di Santa Maria de Batignolles.

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.

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