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I libri da leggere: Roberto Arlt

Di Goffredo Fofi • luglio 02, 2020

Posso vantarmi di avere introdotto io nell'editoria italiana l'opera di Roberto Arlt e di averlo fatto scoprire a tanti lettori. La ragione è semplice: tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei sessanta, mentre in America Latina esplodeva la cosiddetta “letteratura del boom”, esaltata dal successo internazionale di Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Màrquez, io vivevo a Parigi con una piccola borsa di studio e l'aiuto dei miei, emigrati qualche anno prima nella banlieu con mia sorella e mio fratello - quattro proletari e io l'unico, diciamo così, intellettuale della famiglia -, e frequentavo soprattutto dei coetanei latino-americani che mi introdussero alla storia e alla cultura dei loro paesi. Dagli amici messicani imparai a conoscere e ad amare (e più tardi potei conoscerlo, a Città del Messico) il geniale Juan Rulfo; dai peruviani l'immenso poeta e personaggio César Vallejo e l'antropologo e narratore José Maria Arguedas, con cui mi scambiai delle lettere e su cui tornerò in futuro non fosse che per segnalare un capolavoro come I fiumi profondi; dagli argentini imparai a conoscere e ad amare (ché Borges lo conoscevo già dalle traduzioni einaudiane) uno scrittore insolito e bizzarro, a cavallo tra letteratura popolare (il “feuilleton” della tradizione più rozza, diciamo Eugène Sue, quello di I misteri di Parigi) e la letteratura più alta, prima di tutto Dostoevskij. E d'altronde Dostoevskij era stato un lettore di Sue, e qualcosa ne aveva imparato, almeno delle sue prime opere.

I sette pazzi di Roberto Arlt

Lasciato dalla moglie, sull'orlo del carcere per essersi appropriato di denaro dell'azienda in cui lavora, frustrato nelle proprie aspirazioni di geniale inventore, Erdosain entra in contatto con una strana setta dalle oscure e inquietanti mire politiche.

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Gli amici argentini si dividevano decisamente tra i fan di Borges il borghese, anzi l'aristocratico e anglicizzante, e quelli di Roberto Arlt, il piccolo-borghese calato nella realtà buenarense più popolare, quella degli immigrati anzitutto spagnoli e italiani, quella di una infima piccola borghesia e di un confuso proletariato che non avevano ancora trovato in politica chi li rappresentasse e cioè, negli anni trenta della crisi, Juan Domingo Peròn.

Quella tra Borges e Arlt fu una contrapposizione molto insistita (anche da me), e se i lettori del primo non sempre apprezzavano il secondo, che giudicavano scrittore trasandato, basso, volgare, quelli del secondo era spesso militanti politici di una nuova sinistra influenzata in quegli anni dal castrismo, erano dei “compagni”... Più tardi questa contrapposizione si affievolì fin quasi a scomparire, grazie a uno scrittore formidabile come Julio Cortàzar (per colpa della mia timidezza del tempo, non ho potuto conoscerlo, incontrando invece la sua prima moglie Aurora) e come Ricardo Piglia, più vicino a Cortàzar ma grande studioso sia di Borges che di Arlt. Piglia è scomparso qualche anno fa, e mi permise di pubblicare varie cose su riviste italiane perché “i casi son tanti”, diceva Geppetto al suo figliolo di legno, e Piglia aveva sposato la figlia di un'amica della mia stagione parigina... E anche sull'opera di Piglia si dovrà tornare.

Con l'aiuto di un amico italo-argentino tornato a lavorare in Italia, il compianto Vanni Blengino, e di una giovane studiosa di letteratura latino-americana, Angiolina Zucconi, pubblicammo presso una piccolo editore “di movimento”, la Samonà e Savelli, il primo libro di Arlt, un gioiello che poi altri editori hanno riproposto (Theoria, Sur). Era Il giocattolo rabbioso, il fortissimo ritratto di come si potesse crescere nella Buenos Aires degli anni Venti del Novecento, la storia di formazione di un adolescente invero dostoevskiano che diventa fascista e traditore delle persone che più l'hanno aiutato, un ritratto che vale, mi sembra, per capire i disagi giovanili di quel tempo anche nell'Europa delle rivoluzioni e delle dittature, e come si può diventare, partendo da premesse giuste, degli ingiusti.

I lanciafiamme di Roberto Arlt

Pubblicato per la prima volta nel 1931, I lanciafiamme fu concepito come seguito dei Sette pazzi, l’opera che ha consacrato la figura di Roberto Arlt, ma può essere letto come una storia compiuta e a sé stante.

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Nel mio entusiasmo, parlai di Arlt a Umberto Eco, che lavorava allora alla Bompiani, e gli proposi di far tradurre il capolavoro di Arlt, il dittico composto da I sette pazzi e da I lanciafiamme. A Eco piacquero molto e li fece tradurre con una splendida prefazione di Juan Carlos Onetti e facendo accompagnare in libreria i due volumi da una plaquette con un mio testo di presentazione. I due romanzi sono stati riproposti più tardi dall'Einaudi nella collana dei classici moderni e infine da Sur, in traduzioni diverse.

Roberto Arlt ha scritto anche molte commedie, che ignoro, dei racconti forti e belli, e le Acqueforti di Buenos Aires, per un quotidiano molto letto a suo tempo, su personaggi ed episodi della vita quotidiana della grande città. Morì giovane, a 42 anni nel 1942. Ebbe un suo stile, ma che era tutto fuorché leccato ed era al contrario spesso sanguigno, colorito, anche rozzo, mirante al dialogo quasi diretto con i lettori a cui amava rivolgersi, portegnos come lui (abitanti della grande città portuale, l'enorme testa sul mare di un paese gigante, di praterie e più a nord, di montagne). Lettori che avevano problemi di sopravvivenza, di affermazione, di riconoscimento non diversi dai suoi. Mirava all'efficacia e non al bello stile e peraltro lo stesso Borges, in vecchiaia, se ne dichiarò ammiratore, contrastando l'opinione di chi lo voleva suo nemico...

Acqueforti di Buenos Aires di Roberto Arlt

Arlt richiama nel titolo la stupefacente esattezza e la portata narrativa delle piccole acqueforti in voga nel Seicento, a opera di grandi pittori come Rembrandt: il linguaggio asciutto e il registro essenziale rendono alla narrazione la stessa sottile stilizzazione e l’attenzione ai particolari.

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I sette pazzi racconta l'impresa delirante di sette personaggi estremi della Buenos Aires popolare, scontenti della società in cui vivono e che pensano di poter finanziare una rivoluzione, visto che sono incapaci di farla loro, ma indecisi tra sinistra e destra, tra bolscevichi e fascisti! “Saremo bolscevichi, cattolici, fascisti, atei, militaristi a seconda dei diversi gradi di iniziazione”, teorizza Erdosain, il loro leader, quello che “ragiona” di più! La loro società segreta darà a quelle “bestie tristi” che sono gli uomini “prodigi, bacilli di colera asiatico, miti, scoperte di giacimenti d'oro e miniere di diamanti”... Ma come pensano di poterlo fare? Aprendo bordelli nell'immensa provincia argentina! Leader riconosciuto di questi “pazzi” è Erdosain, ladro e inventore, piantato dalla moglie, che raccoglie intorno a sé altri frustrati, altri insoddisfatti che sognano di vendicarsi di una società che li mortifica: l'Astrologo, il Ruffiano Melanconico, l'ebreo Blomberg, il Cercatore d'oro, il Maggiore, il Farmacista a cui Gesù ha rivelato il segreto della roulette... La loro impresa comincia col proposto di un rapimento, con tanto di richiesta di denaro alla famiglia e con tanto di uccisione del rapito, peraltro un conoscente...

Il grottesco, il paradossale non escludono affatto il panico e una certa commozione, perché Arlt sente i suoi pazzi vicini a sé, simili a sé, nel sogno di una violenza che liberi dalle frustrazioni, dalla miseria, dalla mediocrità di cui si sentono zuppi, fradici... Il fondo delle teorie di Erdogain, e di quelle stesse di Arlt, è sostanzialmente un nichilismo furioso, se così si può dire, animato da una rabbia intima, frustrata nelle sue possibili reazioni; da un estremo bisogno di non-accettazione e di rivolta contro l'ingiustizia della società; dal desiderio e dal bisogno di vendetta. È da frustrazioni consimili che nascevano, e nascono fondamentalismi e sedizioni– come hanno capito benissimo gli studiosi della storia del Novecento e capiscono i più acuti analisti delle società di massa – ma nascono soprattutto le rivolte individuali, disperate quanto, infine, dolorosamente autodistruttive.

Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.

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