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I libri da leggere: Stephen King

Di Goffredo Fofi • ottobre 25, 2019

Non diversamente da Alexandre Dumas (padre) nell'Ottocento e da Jack London tra Otto e Novecento, ce n'è voluto del tempo perché la critica accademica riconoscesse a Stephen King la qualità del grande narratore. La loro colpa, agli occhi dei sapientoni che si fingono depositari del giudizio su ciò che è bello e profondo, era di piacere al grande pubblico, di interpretarne sogni e angosce, di scrivere dei best-seller. Eppure le opere di Stephen King sono tra quelle che meglio rappresentano le paure e le verità più nascoste di un'epoca, che certamente non è stata più turbolenta e più tragica di tante altre ma che ha creduto per troppo tempo di essere in grado di controllare le pulsioni malvagie che dominano il genere umano. In quella che Dante chiamò “l'aiuola che ci fa così feroci”, la nostra Madre Terra, il giardino che ci è stato dato in sorte e che l'Uomo, diventatone padrone, si è affrettato e si affretta a distruggere.

Un grande scrittore, nostro contemporaneo quanto Stephen King, il francese Michel Houellebecq, ha potuto dire drasticamente che “l'umanità non merita di sopravvivere”. Anche se c'è chi si ostina a volerci far credere nelle “magnifiche sorti e progressive” che Leopardi, il nostro maggior filosofo e poeta, considerava illusorie e nefaste, un inganno da combattere insieme a quello (in La ginestra) della fiducia in un'aldilà immaginario, consolatorio.

Shining di Stephen King

L’Overlook, uno strano e imponente albergo che domina le alte montagne del Colorado, è stato teatro di numerosi delitti e suicidi e sembra aver assorbito forze maligne che vanno al di là di ogni comprensione umana e si manifestano soprattutto d’inverno, quando l’albergo chiude e resta isolato per la neve.

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Stephen King appartiene a un'altra storia e cultura, quella del puritanesimo americano, ma parte anche lui nei suoi romanzi dal ripudio dell'illusione progressista. Come un grande regista d'area cattolica bensì francese, Robert Bresson, sembra volerci dire che la colpa di tutto è del “diavolo, probabilmente”, che è poi il titolo di un suo bellissimo e cupissimo film del 1977. Del male innato nell'uomo. La cultura puritana e new-england da cui viene King è quella che ha pur dato scrittori geniali come Melville (che parlò di “innata pravità del genere umano”) e soprattutto il suo amico Hawthorne, forse più grande e più lucido perfino di Melville, ma certamente anche più cupo. Hawthorne è stato certamente uno dei fondamentali maestri di King, per sua esplicita dichiarazione, e anche per questo andrebbe riletto, meditato...

King non trovò subito la sua strada, ma aiutato dai buoni libri lasciatigli da un padre morto in mare, tra i quali scoprì con quelle di Hawthorne anche le opere di Poe e del tremendo Lovecraft che al trionfo del Male si era arreso da subito, il suo apprendistato alla maturità artistica, alla coscienza del proprio talento e della propria vocazione, fu molto rapido.

It di Stephen King

Un viaggio illuminante lungo l'oscuro corridoio che dagli sconcertanti misteri dell'infanzia conduce a quelli della maturità.

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La sua visione del mondo ha qualche punto di contatto con quella di una generazione costretta a confrontarsi con il male della storia e con le falsificazioni che ne offriva la Società dello Spettacolo. Nato nel 1947, King ha avuto presto ben chiaro il ruolo dell'imperialismo americano negli anni del presidente Reagan (un uomo che veniva non a caso da Hollywood) e negli anni del Vietnam, e non gli fu difficile confrontarle con le lusinghiere storture di una società conformista e manipolata, tutta votata al consumismo, al modello totalizzante dell'american way of life. Da uno dei suoi primi racconti, Brian De Palma trasse il film Carrie (in Italia 'Carrie, lo sguardo di Satana') su una ragazza in età puberale (l'età “ingrata”, che il sistema economico-culturale attuale tende a cancellare chiamandola pre-adolescenza, per assimilarla agli adolescenti ottimi consumatori dei beni inutili che esso produce) che ha il potere di spostare gli oggetti a distanza – e che ha ottusamente nemici la madre, gli insegnanti, i coetanei.

Seguì un altro film, stavolta un capolavoro, che infine ci fece conoscere e ammirare il grande scrittore “di genere” che egli era diventato: Shining, di Staney Kubrick, una messa in discussione radicale della miseria della cultura adulta, razionalista, illuminista. Altri grandi film tratti da altrettanti grandi romanzi furono La zona morta di Cronenberg, Misery e Stand by me di Rob Rainer, L'ultima eclissi (da Dolores Claybourne) di Taylor Hackford, e a parer mio (non condiviso da molti) Il miglio verde di Frank Durabont, mentre It di Andy Muschietti decisamente non regge il paragone col romanzo, che secondo alcuni è invece il migliore tra i molti scritti da King.

It ha due tempi, l'infanzia, e il ripetersi in età adulta di una stessa, ora ben più difficile perché priva della forza dell'infanzia, lotta col Male assoluto, col Male totale che si mostra nella grottesca figura di un clown misterioso che sbuca dal profondo. Altri titoli di romanzi da non dimenticare sono Cujo, Pet Sematary, La metà oscura, La torre nera (che è un fantasy piuttosto che un horror) e Rose Madder, che si accosta al bellissimo Dolores Claiborne per la sua carica femminile o femminista. Sono altrettante esplorazioni nelle parti più oscure e nascoste della nostra società, e non solo dell'animo umano.

Carrie di Stephen King

Carrie è un’adolescente presa di mira dai compagni, ma ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna.

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Credo sia la capacità di Stephen King di affrontare il tema enorme del Male e del suo agire dentro l'uomo di oggi (l'homo americanus più di ogni altro) e dentro ogni umana comunità, ma in particolare dentro il mondo attuale - dentro la società che è la nostra, anche qui in Europa, in quanto di “americano” ha subito e assorbito - a rendere la sua opera importante e a suo modo necessaria: l'Antico e abissale e il Nuovo e totale vi si congiungono, ed è questa congiunzione a spaventarci di più.

Stephen King ha certamente molto appreso dai grandi sociologi della società moderna, in particolare proprio dagli americani, da La folla solitaria di David Riesman, da L'immaginazione sociologica e Colletti bianchi di C. Wright Mills, da La gioventù assurda di Paul Goodman e perfino dai saggi, più recenti, di Christopher Lasch su La cultura del narcisismo, su L'io minimo. E dai romanzi che li hanno preceduti o seguiti, di Nathanael West in particolare, e di O'Hara e Mailer, e perfino da Peyton Place, dai noir di Hammett, Thompson, Goodis, Woolrich...

King fa parte di una schiera di scrittori che hanno saputo mettere gli Usa (ma anche noi che ne abbiamo seguito l'esempio) davanti ai propri limiti e alle menzogne ottimistiche alla Superman e alla Trump. Grazie agli Hawthorne e ai Poe, King ci ha saputo ricordare, collocando le sue azioni nei più comuni degli ambienti e in un oggi ben definito, che il Male è padrone del mondo, che agisce nell'uomo e dall'uomo si espande alle società, che ha facce nascoste ma a volte esplosive. Ma anche che il Bene è una sfida, spesso perdente ma che non per questo è indispensabile accogliere.

Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.

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