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La letteratura passa, i miti restano

Di Francesco D'Isa • settembre 23, 2019


Il celebre comico e attore britannico Stephen Fry ha recentemente pubblicato un bel libro sui miti greci, Mythos, tradotto in italiano per Salani. Il saggio, che si potrebbe definire un Kerényi divulgativo, ha scalato presto le classifiche di vendita, riscuotendo un grande successo di critica e pubblico. In un’intervista al Graham Norton Show, Fry ha citato il mito di Atlante davanti a un’estasiata Nicole Kidman, che, ammirata per l’intelligenza dell’attore, gli ha chiesto a quanto ammonta il suo IQ – non voglio immaginare come reagirebbe Nicole davanti a una docente di filologia. Questo successo editoriale sottolinea un fatto ben noto: qualcosa ci attrae con persistente tenacia verso i miti. Dalla letteratura all’arte, dalla musica al cinema, dalla religione alla filosofia, quasi ogni attività creativa ne è permeata – senza contare il loro ricorrere nei sogni, come ha ben evidenziato C.G. Jung. Sembra insomma che il mito sia una caratteristica inalienabile dell’uomo, trasversale alle epoche e alle civiltà, ma perché? A questo mistero sono state date le spiegazioni più disparate, tanto che è difficile proporne una sintesi.

Mythos di Stephen Fry

Nessuno è capace di passione, rabbia, inganno e seduzione con tanta audacia e fantasia come le divinità dell’antica Grecia. Le loro affascinanti vicende, tramandate attraverso i millenni, sono entrate a far parte della cultura del mondo occidentale, e hanno ispirato moltissimi scrittori e artisti di tutte le epoche, da Shakespeare a Michelangelo, da James Joyce a Walt Disney.

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James Frazer, nel celebre Ramo d’oro, sostiene che il mito deriva dalla delusione degli uomini davanti al mancato funzionamento della magia, che viene così trasformata in un rituale destinato a placare gli dei. Non ha funzionato? Gli dei non ti volevano ascoltare. Una visione scientista e deprezzante, che ha ricevuto varie critiche, tra cui quelle di Wittgenstein nelle sue Note sul Ramo d’Oro. Per il filosofo viennese «Si potrebbe quasi dire che l’uomo è un animale cerimoniale. Questo è in parte sbagliato, in parte assurdo, ma contiene anche qualcosa di giusto. Vale a dire che si potrebbe cominciare un libro di antropologia nel modo seguente: se si osserva la vita ed il comportamento degli uomini sulla terra, si vede che essi, oltre ad azioni che si potrebbero chiamare «animali» quali nutrirsi, ecc., ecc., ecc., svolgono anche azioni che hanno un carattere peculiare e che si potrebbero chiamare «rituali».

Per Sigmund Freud invece (Totem e Tabù) il mito è il punto di partenza per spiegare la causa delle nevrosi; lo psicologo analizza in questa luce molte antiche narrazioni, come la celebre storia di Edipo, tra le cui righe legge il desiderio sessuale del bambino nei confronti della madre. Anche Freud ci propone una visione riduzionista, legata all’idea positivista di mito e religione come “scienze sbagliate”. Per lo storico delle religioni Mircea Eliade invece, la funzione primaria del mito è quella di determinare un modello di comportamento e fornire un accesso al sacro; Joseph Campbell affida al mito quattro funzioni: metafisica, cosmologica, sociologica e pedagogica; lo scrittore Roberto Calasso e l’antropologo Ernesto de Martino sembrano propendere per una visione del rito come uno strumento utile ad acquisire il controllo dell’ineffabile, mediante una sorta di comprensione/unione con esso: il mito è quel che più avvicina il linguaggio a ciò che al linguaggio è negato. Una lettura, quest’ultima, che rende giustizia alla funzione religiosa del mito, ma che manifesta ancora una volta come varie interpretazioni, per quanto in disaccordo, siano tutto sommato lecite. La psicologia, infatti, potrebbe rispondere che la funzione religiosa deriva dal bisogno umano di percepire che il proprio destino è sotto controllo, anche se tragico. E la religione può ribattere che questa tendenza è figlia dell’ignoranza della propria posizione nel trascendente.

L'eroe dai mille volti di Joseph Campbell

Centinaia di miti, favole e leggende, una folla di uomini, eroi, mostri, spettri, fate e geni, un pantheon di dèi clementi e terribili, maestosi e beffardi, costituiscono la materia di un libro che dalla sua prima pubblicazione, nel 1949, si è imposto come un grande classico.

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Poco fa, a proposito di Freud, ho usato l’espressione “leggere tra le righe”. Stavo per cancellarla perché mi pareva abusata, ma l’ho lasciata perché credo che colga bene un approccio molto frequente alla mitologia. In genere si pensa che il mito nasconda qualcosa dietro la sua verità letterale, e che questo qualcosa vada riassorbito nei parametri del giusto approccio teorico alla realtà. Così in una certa epoca e luogo viene interpretato dalla magia e in un’altra dalla scienza – il mito significa questo e quello, e a difesa di entrambe le parti è possibile fornire ottimi argomenti.

Forse però, se il mito si presta alle spiegazioni più disparate, non è perché ha un significato, ma perché lo è: potrebbe essere una buona descrizione del modo in cui pensano gli esseri umani. È un’estremizzazione dell’idea di Lévi-Strauss, per cui, come scrive Patrick Wilcken (mia la traduzione) «il pensiero mitico rappresenta per eccellenza il funzionamento della mente. Libera dai vincoli del realismo narrativo o del testo scritto, la mente si libra senza freni. Lévi-Strauss si spinge fino a sostenere che in un certo senso il pensiero mitico è la mente, che si svela attraverso il proprio funzionamento istintivo. Questo punto di vista ha conferito un sapore quasi mistico all’opera degli anni Sessanta di Lévi-Strauss, con dichiarazioni come “i miti si pensano a vicenda”, e la frequente citazione del primo volume del quartetto [Il pensiero selvaggio]: “è in ultima istanza irrilevante se in questo libro i processi di pensiero degli indiani sudamericani prendono forma attraverso il mio pensiero, o se il mio attraverso il loro”».

Con uno zoom out che dal mito allarga la visione fino a includere il pensiero immaginifico, mi viene in mente il metodo dei loci, una tecnica conosciuta anche come “metodo del viaggio” o “palazzo della memoria”. Si tratta di un dispositivo mnemonico citato nei trattati di retorica degli antichi romani e greci (nell’anonima Rhetorica ad Herennium, nel De Oratore di Cicerone e nell’Institutio Oratoria di Quintiliano), ripreso e sviluppato in trattati del Medioevo e del Rinascimento (come l’Ars Memoriae di Giordano Bruno) e utilizzato ancora oggi: molti campioni di gare di memoria dicono di utilizzare questa tecnica per ricordare volti, cifre ed elenchi di parole.

In breve, funziona così:

  1. È necessario pensare (o immaginare) un luogo familiare, con molte stanze e oggetti al loro interno;
  2. All’interno di questo luogo bisogna inserire delle immagini associate arbitrariamente alle parole e ai concetti che si deve tenere a mente;
  3. Una volta stabilita la connessione, bisogna richiamare la mappa dell’ambiente per trasformare le immagini in un testo o una rete di idee.

La psicologia medievale ha inoltre scoperto che le immagini migliori per conservare i ricordi devono essere violente e insolite: ibridi di animali e uomini, mostri, omicidi e pornografia – può sembrare un po’ strano pensare che questo metodo sia stato usato dal clero per ricordare i passaggi della Bibbia, ma tant’è.

L’efficacia di questa tecnica sembra stabilire una connessione tra la memoria immaginifica e quella astratta, come se la prima funzionasse da supporto e potenziamento della seconda – di più, come se la prima fosse un’altra descrizione della seconda. La dimensione narrativa semplificata dei loci non è ancora un mito, ma sembra procedere in una direzione analoga.

Provo dunque ad accelerare l’idea di Lévi-Strauss, per aggiungere un’ipotesi tra le mille. La suggestione è che la nostra mente incameri e processi gran parte delle informazioni di tutti giorni in una forma mitica o para-mitica. Si potrebbe riassumere così: il mito è il pensiero del linguaggio. L’esperienza fenomenica del pensiero linguistico avviene sotto forma di immagine, narrazione e infine mito. Così come un’emozione è quel che si prova a vivere un certo stato neuronale, un mitologema è quel che si prova a elaborare un pensiero linguistico complesso.

E se il mito è un nostro linguaggio mentale, è anche quel che ci unisce gli uni gli altri, in un dialogo che si dipana tra le generazioni. Finché guardiamo alla nostra vita individuale, gli eventi si snodano come un filo nella mente, che li lega l’uno all’altro in un percorso di cui ignoriamo il più possibile l’unica certezza, la fine. Il mito offre una lente di ingrandimento attraverso cui guardare questo filo. Grazie ad esso notiamo che lo spago è a sua volta composto da fili più sottili, e che questi non sono lineari, ma si attorcigliano in minuscoli cerchi. Il mito, infatti, ci avvicina a un tempo fatto di innumerevoli andate e ritorni, in cui le vicende umane vivono continue consonanze, che ci connettono gli uni con gli altri. Nei miti le nostre storie private vengono raccontate prima che accadano e dopo la nostra scomparsa, ed è forse per questo che non ci stanchiamo mai di ascoltarli.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.


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