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Kafka, il populismo e la letteratura. Ritratto di Ian McEwan

Di Giuseppe Luca Scaffidi • luglio 27, 2020

Lo scorso anno ha costituito una stagione di svolta per la produzione letteraria di Ian McEwan. A due anni dalla pubblicazione del discusso Nel Guscio, lo scrittore britannico ha scelto di ripresentarsi ai propri lettori con un’insolita incursione all’interno dell’immaginario cyberpunk, entrando in punta di piedi in un territorio precedentemente inesplorato, quello della science-fiction, e capitalizzando un ben visibile debito intellettuale nei confronti dell’ingombrante eredità di Isaac Asimov, il precursore dell’avvento della robotica in narrativa.

Il romanzo, Macchine come me, è ambientato in un 1982 alternativo in cui la compenetrazione tra carne e circuiti è ormai una realtà consolidata e le sorti politiche e di costume dell’Occidente hanno subito sconvolgimenti epocali: la Gran Bretagna ha incassato una mortificante sconfitta nella guerra delle Falkland, l’umiliazione ha costretto Margaret Thatcher a recedere dal proprio incarico di governo e, dopo dieci anni di assenza dei palcoscenici, i Beatles hanno portato a compimento la tanto attesa reunion consegnando alla storia un nuovo album, Love and Lemons.

Macchine come me di Ian McEwan

Con l'eredità che gli ha lasciato sua madre, Charlie Friend avrebbe potuto comprare casa in un quartiere elegante di Londra, sposare l'affascinante vicina del piano di sopra, Miranda, e coronare con lei il sogno di una tranquilla vita borghese. Ma molte cose, in questo 1982 alternativo, non sono andate com'era scritto.

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Nell’ambito di questa ucronia retro-futurista, a muovere i fili dell’utopia è il genio piramidale del matematico Alan Turing che, ancora vivo e vegeto, scampato all’arresto e alla castrazione chimica per via della propria omosessualità, ha scelto di mettere il proprio know-how a disposizione del genere umano, calandosi nei panni di nume tutelare dell’era digitale. Le sue intuizioni hanno ricreato le premesse per una rivoluzione copernicana della società all’insegna di sviluppi senza precedenti nel campo della tecnica, dalla limitazione della diffusione dell’AIDS alla risoluzione dell’annoso problema delle classi P e NP, fino all’immissione sul mercato di una prima generazione di umanoidi da compagnia costituita da soli venticinque esemplari, dodici maschi (gli Adam) e tredici femmine (le Eve), capaci di autonomia decisionale e suscettibili di acquisire svariate tipologie di personalità attraverso il settaggio preventivo di alcuni standard umorali. In questo orizzonte di fanatismo tecno-ottimista prende corpo un dramma domestico che vede coinvolti l’antropologo trentatreenne Charlie Friend, l’Adam da lui acquistato riversando un’importante quota dell’eredità materna – 86.000 sterline – e la sua vicina di casa, la dottoranda ventitreenne Miranda. Se, di primo acchito, Adam viene presentato al lettore come una semplice machina ludens, ben presto si tramuta nell’espediente narrativo in grado di unire Charlie e Miranda in un desiderio di genitorialità digitale: quando i due scelgono di dividersi il compito di impostare i parametri caratteriali del nuovo “giocattolo”, implicitamente stanno esercitando un dovere parentale, seppur artificialmente, imprimendo all’automa una personalità frutto delle loro congiunte esperienze e scelte morali. Il racconto di questo complesso ménage à trois diventa il terreno attraverso il quale McEwan scandaglia i precari equilibri che, in un futuro non così lontano, potrebbero caratterizzare il rapporto umano-androide, analizzando i concetti di accelerazione evolutiva e sostituzione tecnologica e trattando in maniera atipica un leitmotiv tipico della fantascienza della prima ondata: l’acquisizione di coscienza da parte delle macchine, infatti, non genera alcuna distopia dai risvolti apocalittici, ma diventa la premessa perfetta per un’accorata apologia dell’imperfezione insita nella natura umana, in cui il confine tra ciò che è macchina e ciò che non lo è finisce per sfumare.

La prima delle tre leggi fondamentali della robotica teorizzate da Asimov, esplicitata in uno dei suoi primi racconti, Bugiardo!, contenuto nella raccolta Io, robot pubblicata da Mondadori, recita testualmente: «Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno». McEwan impara ben presto a venire meno a questo assunto: Adam è in grado di mettere in campo il proprio arbitrio e di recare consapevolmente nocumento al suo stesso padrone. Il tema dell’antropizzazione della macchina assume un significato ancora più profondo quando Charlie scopre che il suo androide da compagnia ha finito per andare a letto con Miranda, la donna di cui è innamorato: il senso di gelosia che prova conferisce ad Adam uno status del tutto simile a quello di un essere umano; diversamente, come Miranda prova a fargli notare, intrattenere un rapporto sessuale con un robot non è troppo differente dal recarsi piacere attraverso l’utilizzo di un vibratore.

Se l’invenzione di un diverso passato viene utilizzato come pretesto per raccontare dei futuri, se non auspicabili, quantomeno possibili, in Macchine come me trova qualche spiraglio anche la narrazione del presente: la sanguinosa disfatta delle Falkland ha gettato l’Inghilterra in un vortice di sfiducia istituzionale, e l’Europa sembra venire artificiosamente addotta a capro espiatorio unico di questa disfatta epocale. Probabilmente, McEwan stava già preparando il terreno per permettere alla sua vis polemica di trovare libero sfogo, fornendo il suo punto di vista su un’attualità britannica dominata da una sempre crescente marginalizzazione della ragione.

Non a caso, in una lunga intervista rilasciata a Eugenio Giannetta per Esquire in occasione della presentazione del romanzo presso il Festivaletteratura di Mantova, l’autore aveva annunciato di essere al lavoro su un secondo libro in uscita sul finire del 2019, un racconto di satira incentrato sugli avvenimenti politici che hanno scandito la storia recente della sua Inghilterra, senza riuscire a celare un profondo sentimento di insoddisfazione:

«Nel mio Paese siamo in mezzo a una grande tempesta, e mi chiedo come siamo arrivati a tanto. È un momento molto triste per la politica e la cultura, siamo diventati una società divisa, e chissà come rimedieremo. Stiamo andando verso una società simile agli Stati Uniti, dove ci sono due culture e due civiltà che convivono nello stesso Paese. Quello che abbiamo imparato da tutta questa saga è che è una pessima idea far prendere al popolo una decisione plebiscitaria su un problema così complesso, specialmente con un sistema maggioritario; forse si poteva fare con una maggioranza qualificata. I sondaggi dicono che se si tenesse un nuovo referendum oggi, i risultati sarebbero diversi, ma i sondaggi spesso sbagliano».

Questa riluttanza per una politica ridotta a mero gioco delle parti, sempre pronta a fomentare le pulsioni più animalesche di un elettorato disilluso e spaesato e a capitalizzare un tipo di malcontento per molti versi simile a quello che Leonardo Bianchi aveva tanto ben tratteggiato nel suo bellissimo saggio La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, configurandolo alla stregua di «una zona grigia composta da confuse rivendicazioni, desiderio di partecipazione, rabbia qualunquistica, nichilismo e insoddisfazione», è sfociato nella pubblicazione de Lo scarafaggio, raffinata distopia del fenomeno Brexit, tutta incentrata sul tema dell’inganno. E, secondo Ian McEwan, il grande inganno affonda le proprie radici in una data ben precisa: il 23 giugno del 2016. Quel giorno, il 37% dell’elettorato britannico, influenzato da un decennio di muscolare storytelling euroscettico propagato a macchia d’olio dagli uffici stampa dell’Ukip di Nigel Farage, ha votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, incidendo profondamente sui destini del restante 67%, quello che ha optato per il remain o, più irresponsabilmente, ha scelto di non recarsi alle urne. La coalizione pro-leave aveva finalmente realizzato il proprio sogno di secessione, instradando la Gran Bretagna sui sentieri dello sciovinismo, dell’isolazionismo e del protezionismo a ogni costo.

Similmente alla Pomata Svanilina di cui Peter Fortune, il protagonista de L’inventore di sogni, si serve per fare scomparire la sua famiglia e poter scorrazzare liberamente tra le mura domestiche, così quella «obnubilante polvere magica» dispersa nel corso degli ultimi anni dai fautori del leave, un miscuglio di «sfrenata irrazionalità, ostilità verso lo straniero, rifiuto di un’analisi seria della realtà, diffidenza nei confronti degli «esperti», ribalda parzialità in favore della propria nazione, appassionata fiducia nelle soluzioni facili, nostalgia per certe forme di «purezza» culturale» aveva finalmente prodotto i suoi frutti, radendo al suolo ogni rimasuglio di raziocinio e dando il via a una stagione sovranista ancora ben lungi dal poter essere consegnata alla storia.

L'inventore di sogni di Ian McEwan

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l'intera famiglia, un po' per noia e un po' per dispetto, con un'immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l'anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera...

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Nello spazio di sole centodue pagine, McEwan dà corpo a un ambizioso esercizio di speculazione politica, costruito a partire da un rovesciamento dell’incipit del capolavoro di Franz Kafka, La metamorfosi; a differenza di quanto accade a Gregor Samsa, in questo caso a subire la trasmutazione è uno scarafaggio che, dopo aver faticosamente risalito Londra attraverso i canali di scolo della città, si risveglia nei panni di Jim Sans, il primo ministro britannico, diventando il nuovo inquilino del numero dieci di Downing Street. Se il debito nei confronti di Kafka risulta essere piuttosto esplicito già a partire dalla scelta del titolo, l’altro motivo ispiratore che il McEwan osservatore della contemporaneità ha introiettato per erigere l’architettura della sua ultima fatica letteraria è da ricercare nell’opera di Jonathan Swift. Nel 1729 lo scrittore irlandese, indipendentista convinto, autore del visionario I viaggi di Gulliver e acceso agitatore culturale, pubblicò Una modesta proposta, pamphlet satirico di inaudita ferocia per l’epoca. In questo mini trattato Swift, preso atto delle precarie condizioni in cui l’Irlanda si trovava a versare a causa del malgoverno inglese, suggeriva un’articolata proposta economica in grado di rigettare gli spauracchi della disoccupazione e del sovrappopolamento: mandare al macello i bambini irlandesi più in carne per poi rivenderli come succulente pietanze per soddisfare gli appetiti dell’aristocrazia inglese, risalendo la china e superando l’invecchiamento demografico.

La reincarnazione di Jim Sans trova fondamento nella volontà di portare a compimento di un disegno altrettanto demenziale: realizzare l’utopia del reversalism. La Gran Bretagna in si trova operare è un paese diviso in due da una frattura ideologica insanabile tra due schieramenti in perfetta antitesi tra loro, che ricordano non poco le “due culture e due civiltà che convivono nello stesso Paese” evocate nella summenzionata intervista a Esquire e rappresentano un chiaro riferimento all’antagonismo tra leavers e remainers: quello cronologista, che propugna un mantenimento dello status quo, e quello inversionista che, viceversa, promuove una forma di eresia politica talmente delirante da riecheggiare la schizofrenia della Modesta proposta di Swift: capovolgere le lancette dell’economia attraverso uno stravolgimento del flusso finanziario e dell’intero sistema economico, il cui risultato finale dovrebbe essere costituito dal raggiungimento piena occupazione. Un totale ribaltamento di prospettiva economica, in cui i lavoratori pagano i datori di lavoro per poter mantenere il proprio impiego, il governo realizza grandi opere per elargire detrazioni fiscali, gli albergatori retribuiscono gli ospiti per soggiornare all’interno della propria struttura e così via.

«Alla conclusione una settimana di lavoro, una dipendente paga alla ditta le ore svolte. Quando va a fare la spesa, tuttavia, trova ampia ricompensa, a prezzi al dettaglio, per ogni articolo che si porta a casa. La legge le impedisce di accumulare contante. Il denaro che deposita in banca alla fine di una lunga giornata di lavoro al centro commerciale produce alti tassi d’interesse negativi. Prima che i suoi risparmi si riducano a zero, la nostra lavoratrice sarà perciò tanto saggia da mettersi in cerca di un impiego, o di qualificazioni professionali, più costosi. Migliore, e quindi più dispendioso, è il lavoro che rimedia, e più si vedrà costretta a comprare per poterselo permettere. L’economia è stimolata, aumenta il numero dei lavoratori qualificati, tutti hanno qualcosa da guadagnarci».

La causa suprema in cui la reincarnazione di Jim Sans trova fondamento è, dunque, quella di portare a compimento il progetto dell’Inversionismo in un solo paese attraverso l’approvazione parlamentare di un disegno di legge ad hoc. Da questo punto di vista, l’impiego della figura allegorica dello scarafaggio – referente chimerico del leader populista idealtipico grazie alla sua innata predisposizione a proliferare nello sterco – funziona alla perfezione: Sans e il suo staff composto interamente da blatte fedeli alla causa, che individuano un collante ideologico nella condivisione di «valori semplici e emozionanti come il sangue e il suolo», timonano un’assurdità autolesionistica che, inevitabilmente, determinerà un futuro disastroso per la Gran Bretagna, incastonandola in una spirale di fame e miseria di proporzioni macroscopiche i cui ingenti costi saranno sopportati, in primis, dalle generazioni future che dovranno scontarne gli strascichi. Eppure, servendosi del beneplacito di alleati internazionali compiacenti come il presidente americano Archie Trupper – la chiamata tra i due, con Sans che domanda: «Un’ultima cosa, Signor Presidente. Posso farti una domanda personale?… Avevi per caso sei gambe?», è solo uno dei tanti casi in cui il simpatico disclaimer «Nomi e personaggi sono il prodotto della fantasia dell’autore e qualsiasi somiglianza con blatte autentiche, vive o morte che siano, è del tutto accidentale» va a farsi benedire – e dell’armamentario propagandistico con cui abbiamo imparato a familiarizzare negli ultimi anni, dominato dallo sfruttamento del sentiment degli utenti e dalla dolosa diffusione di fake news attraverso i canali social, gli insetti riescono a bypassare ogni focolaio di resistenza all’irrazionalità, persuadendo l’elettorato inglese che la strada dell’inversionismo sia l’unica percorribile: come una profezia autoavverante, ciò che, in un primo momento, era considerato come «un gioco da dopocena, una boutade, appannaggio di individui eccentrici e lupi solitari» si accingeva a diventare realtà.

Lo scarafaggio di Ian McEwan

Jim Sams si sveglia da sogni inquieti per ritrovarsi trasformato, dallo scarafaggio che era, in un essere umano. Nel corso della notte la creatura che fino al giorno prima sfrecciava tra mucchi di immondizia e canaline di scolo è diventata il piú importante leader politico del suo tempo: il primo ministro inglese.

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Le reazioni della critica alla lettura de Lo scarafaggio sono state caratterizzate da una polarizzazione di vedute tra chi, come Robert Shrimsley del Financial Times, l’ha considerato il libello mediocre di un progressista con troppo tempo libero, arroccato su posizioni elitarie e conservatrici, e chi ne ha tessuto in lungo e in largo le lodi, reputandolo un esperimento di satira politica di eccezionale fattura. Se, per forza di cose, la platea con cui McEwan cerca di comunicare è quella dei remainers e degli europeisti convinti, a ben guardare l’intento dell’autore è quello di fornire un più generale monito contro le degenerazioni che potrebbero scaturire dal perseguimento di un’ossessiva ricerca di soluzioni facili per problematiche complesse; da questo punto di vista, la tempesta di disinformazione e acuta irrazionalità che ha interessato le tappe che hanno reso possibile la Brexit è apparsa come il primo campanello d’allarme di una Armageddon sovranista: nutrire ulteriormente il mostro potrebbe generare costi ambientali, sociali ed economici esosissimi.

Come sottolinea lo stesso McEwan nella postfazione all’edizione Einaudi nella traduzione di Susanna Basso: «Il populismo, ignaro della sua stessa ignoranza, tra farfugliamenti di sangue e suolo, assurdi principi nativistici e drammatica indifferenza al problema dei cambiamenti climatici, potrebbe in futuro evocare altri mostri, alcuni dei quali assai più violenti e nefasti perfino della Brexit. Ma in ciascuna declinazione del mostro, a prosperare sarà sempre lo spirito dello scarafaggio. Tanto vale che impariamo a conoscerla bene, questa creatura, se vogliamo sconfiggerla. Frattanto, se la ragione non apre gli occhi e non si decide a prendere il sopravvento, potremmo doverci affidare al conforto della risata».

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