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Io leggo a casa

Di Andrea Coccia • marzo 11, 2020

Stiamo vivendo giorni strani, giorni di libertà limitata, fatti di ore sospese, passate in quarantena a casa o a lavoro, ma sempre un po’ con il cervello altrove. Oscilliamo tra una morbosa ed eccitata incredulità rispetto a questo assurdo presente e una strisciante paura di un incognito futuro, di quello che potrebbe accadere di qui a pochi giorni come di quello che ci aspetta dopo che quest’ondata sarà passata.

Nel frattempo nella testa viviamo un immenso deja vu di emozioni di cui abbiamo avuto esperienza, fin qui e per fortuna, soltanto attraverso la letteratura. E così ci troviamo a ripensare ai colpi di tosse che puntellano l’inizio della catastrofica pandemia dell’ombra dello scorpione di Stephen King; o alla vita schizofrenica degli abitanti della città di Orano, divisi tra chi si barrica in autoquarantena e chi se ne frega per continuare a bere e a divertirsi, descritti con tanta preveggenza da Camus nella Peste; o ancora, alla rapida disumanizzazione descritta con tanta lucidità da José Saramago nel suo Cecità, romanzo folgorante in cui l’epidemia che toglie la vista trasforma in poche ore persone normali in ladri, stupratori e assassini. Vi ricorda qualcosa?

Certo, per fortuna siamo ancora lontani da quei contesti allucinanti, ma se fino a quindici giorni fa ci sembravano fantasie assurde, talmente lontane dall’orizzonte del possibile da essere perfette per incarnare fantasmi e paure da romanzi fantascientifici e post apocalittici, ora non le guardiamo più con lo stesso sguardo. E abbiamo paura. C’è però qualcosa di più reale e di più spaventoso che è emerso, nitido come mai prima d’ora, davanti ai nostri occhi. Qualcosa che ci avevano già raccontato tra gli altri, anche i già nominati Stephen King, José Saramago e Albert Camus e che riguarda ognuno di noi: stiamo scoprendo l’esatta dimensione del nostro egoismo, la cui ombra, sempre più immensa, inizia a fare paura.

Gli esempi abbondano, e oscillano tra il grottesco e il bestiale: dalla bovina corsa degli australiani a saccheggiare la carta igienica dai supermercati, alla razzia tutta italica di tutto ciò che è capace di disinfettare in farmacie e centri commerciali; dalla irresponsabile cocciutaggine di chi continua a uscire come se niente fosse (sia quella dei più giovani che ostentano la sicumera di chi pensa di non rischiare nulla, ma che poi infetta genitori e nonni, sia quella dei più anziani che non rinunciano al bianchino alla bocciofila e fanno partire un focolaio) alla ridicola ignoranza di chi sottrae mascherine che servirebbero ai malati e le usa, senza che ce ne sia il minimo bisogno, per se stesso senza nemmeno sapere che il proprio egoismo potrebbe costare vite, compresa la sua.

Non è una novità. In fondo, tutto il Novecento è la storia del percorso che ci ha portato dall’essere animali sociali e raccontatori di storie, Homini narrator — come scriveva quel genio di Stephen Jay Gould, i cui libri sarebbero tutti da rileggere, soprattutto in questi giorni — ad animali asociali, indivanati, talmente egoriferiti da non essere più capaci di pensare agli altri. Siamo Homini selfies. Abbiamo smesso di raccontare storie per postare stories; abbiamo smesso di fotografare il mondo per fotografare prima di tutto noi stessi, diffondendo come un virus la nostra faccia in primo piano, perennemente davanti a tutto il resto.

A cosa serve la letteratura? Per qualcuno serve a passare il tempo, a ingannare la noia, a far trascorrere ore che, in questi giorni soprattutto, riempiremmo aggiornando compulsivamente i siti dei giornali, o lasciando il nostro ego incontinente a piede libero sui social, per esprimersi su tutto. Ma io credo che proprio ora, la letteratura possa essere anche di più di una realtà virtuale dove intrattenere il nostro cervello e che nei libri potremmo trovare quello specchio che ci serve per capire che possiamo essere meglio di così. Che più che sapiens siamo narrator, esseri sociali e comunitari, che da soli non serviamo a nulla e che il nostro ego è il primo nemico che dobbiamo affrontare.

Per fare a botte con il nostro povero individualismo e ricordarci che l’universo non muore con noi, ci sono tante letture che aiutano. Possiamo leggere quella fantastica passeggiata nelle turbe mentali di Michel Houellebecq che è Le particelle elementari, in cui il francese ci porta a spasso nella foresta, decisamente autobiografica, della decadenza occidentale per poi mollarci sul ciglio di uno dei più pazzeschi abissi esistenziali di specie che la storia della letteratura contemporanea registri.

Per capire cosa rischiamo se smettiamo di avere compassione degli altri e per capire cosa significa tenere accesa la fiammella dell’umanità anche quando intorno il mondo va a fuoco, possiamo accompagnare nella loro estenuante marcia il padre e il figlio de La strada, di Cormac McCarthy, che nella sua brevità e durezza ha una incredibile forza catartica. Ma possiamo anche andare un po’ più indietro, e leggerci quella piccola perla di Jack London che è La peste scarlatta, per capire, guardando da fuori, quanto poco resterebbe della nostra ipocrita, cinica e ingiusta società se questo virus spazzasse via tutto.

Anche la storia può darci una mano: provate a sfogliare per esempio le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, e ci scoprirete un mondo. È una specie di Antologia di Spoon River, ma vera. Una raccolta dalla quale emerge proprio quel sentimento che non riusciamo più a trovare in noi: la consapevolezza di essere soltanto un pezzo del mondo che costruiamo insieme, non la sua totalità, e che questo, per fortuna, ci sopravviverà. Un tutto che non è soltanto la comunità delle persone che abbiamo intorno, non è solo un branco, ma è l’Umanità intera, a cui – specialmente in questo mondo globalizzato — siamo legati da vincoli di cui forse oggi capiamo la potenza e la profondità.

«Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia». Queste parole le scriveva il 4 maggio del 1944, a Bardi, in provincia di Parma, un ragazzo di appena 18 anni, a pochi minuti dalla sua fucilazione. Non era il solo. Come lui centinaia di altre donne e uomini avevano fatto la stessa scelta, avevamo messo sul piatto la loro vita per dare un futuro a tutta la comunità, e, in molti casi pagavano con la vita. Cosa ha spinto loro e migliaia di altri, nel pieno della stessa giovinezza che oggi dedichiamo al trangugiare cocktail e a svegliarci col mal di testa lamentandoci del lunedì, a rischiare di farsi sparare per una libertà che potevano tranquillamente non avere la possibilità di godere?

Una domanda che ora ne partorisce un’altra, che è il suo esatto riflesso: in confronto a loro, noi, oggi, quanto siamo diventati egoisti per non avere nemmeno la forza di mettere in atto un gesto di salvaguardia collettiva così semplice, che richiede così poco sforzo e sacrificio come lo stare a casa? Lo ripeto, perché serve a ricordarsi di quanto è distante dal prendere un fucile e andare sui monti: Stare a casa. Al caldo. A lavorare se siamo di quelli a cui basta un computer, o a prendere il tempo per noi che non ci prendevamo da una vita, e, magari, tornare ad aprire un libro, abitudine che così tanti italiani hanno perso.

L’asticella dell’eroismo si è abbassata parecchio. Eppure, nel 2020, pur potendo fare gli eroi e limitare i danni di quella che si configura come la più grande disgrazia della storia del dopoguerra con il gesto più facile e comodo della storia, non lo facciamo. Non sappiamo ancora quanto durerà tutto questo, né quanto sarà difficile rialzarsi. Quello che però possiamo fare è prepararci per quando questo periodo assurdo finirà, allenarci a essere migliori di quello che eravamo fino a due settimane fa e accendere quella lucina sopita da tempo che ci ricorda che non siamo gli unici al mondo e che esattamente come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.

La peste di Albert Camus

Scritto da Albert Camus secondo una dimensione corale e con una scrittura che sfiora e supera la confessione, La peste è un romanzo attuale e vivo, una metafora in cui il presente continua a riconoscersi. Oggi da leggere e rileggere in una nuova brillante traduzione.

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Cecità di José Saramago

In un tempo e un luogo non precisati, all'improvviso l'intera popolazione perde la vista per un'inspiegabile epidemia. Chi viene colpito dal male è come avvolto in una nube lattiginosa. Le reazioni psicologiche sono devastanti, l'esplosione di terrore e di gratuita violenza inarrestabile, gli effetti della patologia sulla convivenza sociale drammatici.

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La strada di Cormac McCarthy

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

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Andrea Coccia (Milano, 1982), giornalista e scrittore, ha pubblicato la raccolta di racconti I giorni più lunghi del Secolo breve (Ledizioni, 2019), il pamphlet Contro l’automobile (Eris Edizioni, 2020) ed è tra gli autori del documentrario Slow News. A militant documentary (Ik Produzioni, 2020). Ha co-fondato Slow News, e farà parte per sempre del collettivo satirico L‘antitempo (Premio della Satira di Forte dei Marmi 2013).

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