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Immagine di copertina

J.R.R. Tolkien, creatore di leggende

Di Edoardo Rialti • marzo 18, 2019

Un grande palazzo contiene molte stanze, oltre a quella principale, la sala del fuoco, ambienti secondari, meno vasti, appariscenti o affollati nei quali tuttavia è possibile comunque incappare in un arazzo, una spada appesa alla parete, una coppia, una pergamena miniata con colori accesi, mobili o gioielli capaci di raccontare una storia interessante e magari gettare una luce diversa sui grandi trofei illuminati dalle fiamme nel salone principale stesso.

Anche il vasto palazzo dell’immaginazione di J. R. R. Tolkien non custodisce solamente il (già immenso) legendarium della Terra di Mezzo così come lo conosciamo nelle sue opere maggiori, ma appunto “altre voci, altre stanze”, citando Capote: una raccolta di canzoni che comprende avventure fiabesche, fiumi di birra, draghi e alberi parlanti, risate e spettrali malinconie, un dialogo notturno tra un giovane e un vecchio circondati da cadaveri e corvi, un’avventura eroicomica coi colori sgargianti dell’autunno…tre diverse gemme elfiche (ripubblicate in nuove versioni e valide curatele da Bompiani) nelle quali è possibile notare meglio alcune sfumature decisive della poetica tolkienana, del suo sguardo sull’uomo, il mondo e la letteratura.

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Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un testo drammaturgico (pensato per una possibile resa radiofonica) ambientato nell’aftermath d’una schermaglia tra sassoni e danesi eternata da un importante e suggestivo frammento epico, La Battaglia di Maldon, col suo celeberrimo verso che pare condensare l’etica di tutte le resistenze eroiche d’un gruppo di “felici pochi” contro forze soverchianti:

“Più saldo sia il cuore, l’intento più fermo,/ più fiero lo spirito se cadon le forze!”

Il condottiero sassone Beorhtnoth, per orgogliosa cavalleria, accordò ai nemici e pagani danesi di confrontarsi su un terreno equamente vantaggioso per entrambe le parti, il che costituirà la disfatta dei suoi, inferiori di numero. La bella prefazione di Wu Ming 4 aiuta a comprendere bene come il testo di Tolkien costituisca una critica radicale a tale orizzonte morale, la puntigliosa ricerca della “gloria” propria di tante culture guerriere e aristocratiche, qui filtrata e giudicata alla luce di una sensibilità assolutamente personale, che non è pedissequa eco, e neppure rigetto in blocco (atteggiamenti intellettuali parimenti adolescenziali). Quello eroico e “nordico” era un ideale che Tolkien conosceva e ammirava molto, eppure, al pari del decisivo saggio su Beowulf e alcuni significativi doppi meta-narrativi (il contrasto tra Denethor e Theoden e, più ancora, quello tra lo stesso Denethor e il figlio Faramir), anche in questo Ritorno Tolkien desidera criticarlo o quantomeno correggerlo, e nel palesare una sua convinzione, anche critico-interpretativa, nel dettagliare un distinguo, il filologo di Oxford reagisce sempre “inventando” una storia.

Anche in questo caso, come ne lI Signore degli Anelli e Lo Hobbit, l’asse portante è un’audace incastro tra mondi e prospettive diverse, laddove ciò che giudicheremmo “basso” si interseca con l’altro, e al tempo stesso lo ammira e lo giudica. Due voci, nel buio, una nuova “strana coppia”, composta da un vecchio e un giovane che esprimono anche il confine tra due universi etici. Sono questi semplici villici, di cui il più anziano ha conosciuto la birra amara della guerra mentre l’altro l’ha ammirata solo attraverso la nebbia suggestiva delle canzoni, a cercare di trasportare faticosamente il corpo del loro signore, caduto in battaglia, e ripercorrerne le gesta con devozione, ma anche biasimo. Inghiottito dal buio, ecco svolgersi l’anonimo e umile “eroismo della dedizione e dell’amore” contrapposto a quello “dell’orgoglio e dell’ostinazione”.

Attorniati da ladri di carogne, corvi divoratori e dalle ombre sinistre degli invasori pagani, il trasporto del guerriero defunto a opera dei due è al tempo stesso fisico e simbolico, un passaggio anche stilistico dall’allitterazione antica alla rima moderna e infine alla nenia funebre della funzione cristiana in latino. Il giovane idealista legge ancora il mondo con gli occhi idealistici dell’epica, cita Odino e l’Orco Grendel di Beowulf, ma i suoi giudizi e le sue immagini sono sempre ridimensionate dalla saggezza popolare disincantata dell’altro, che conosce il vero volto delle cose: “non sarà come lo fanno i tuoi lai. / Amaro sa il ferro, e il morso di spada/ è freddo e crudele se al punto si arriva.” Siamo agli inizi di un altro mondo, un’alba amara come le precedenti, forse persino più amara, ma confortata da una difficile e nuova speranza, che a sua volta giudica e al tempo stesso iscrive il vecchio ordine in un orizzonte diverso, di priorità più vaste, “Son tempi cristiani, sebben croce pesi”.

Come sempre, Tolkien sa forgiare versi di grande potenza, per immagini e sentenziosità proverbiale (“muoiono i canti, e il mondo peggiora”) attraverso i quali, ancora una volta, farci camminare nella dolorosa bellezza d’un mondo morale che sa contemplare il fiume di dolore della storia umana, ieri come oggi, una sofferenza che però non nega le consolazioni dell’amore e della poesia, ma proviene in fondo dalla medesima fonte oscura: “Piangeva quel mondo, lo fa il nostro ancora:/ le lacrime senti tra i suoni dell’arpa.”

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Al paragone con questa traversata notturna, tra ansiti, cigolii, e litanie, la vicenda di Giles il fattore, ossia Il Cacciatore di Draghi, è invece una fiaba sfavillante, una delizia piena d’ironia, che ricorda i colori accesi delle miniature delle stagioni, con le loro figure umane dalle guance rubizze e paffute (a sua volta esplicitamente riprese dalle splendide illustrazioni di Pauline Baynes, il cui nome si accompagna inscindibilmente a questa storia come ai romanzi di Narnia, tanto che Tolkien le confidò “Le ho mostrate ai miei amici, e il loro cortese commento è stato che hanno ridotto il mio testo a una didascalia dei disegni”), un medioevo di cartapesta che sa comprendere anche divertiti anacronismi, senza per questo perdere spessore e profondità, giacché lo sguardo di Tolkien riesce sempre a far intravedere colline dietro colline. Vi si narrano le imprese di un eroe molto sui generis e altrettanto riluttante, contro un nemico esplicito e un altro assai meno ovvio. Il tono generale d’allegria che splende dal testo si manifesta in tante sfumature diverse, dall’acuta osservazione di come il mito tenda a farsi rituale formale (la coda di drago che gli antichi cavalieri dovevano effettivamente presentare a corte, e che progressivamente viene sostituita con un dolce) al ribaltamento prospettico per cui anche i draghi, isolati nel loro regno remoto, dubitano dell’esistenza di quella leggenda nera chiamata uomo (“Dunque i cavalieri sono solo un mito! Dissero i draghi più giovani e inesperti. L’avevamo sempre sospettato”).

Il fattore Giles e il suo cane Garm (che per molti aspetti rivaleggia col Pallino di Bulgakov quanto a credibilità psicologica, seppure in una diversa modalità narrativa) sarebbero ben lieti di vivere la vita serena del loro piccolo orizzonte quotidiano, ma, proprio come per gli Hobbit della Contea, si può ignorare a lungo un orizzonte più vasto, ma ciò non lo elimina né gli impedisce di venire a bussare alla nostra porta con quelle “brutte fastidiose e scomode cose” che si chiamano avventure: “Nessuno dei due si occupava più di tanto del Vasto Mondo al di là dei loro campi, del villaggio, e del mercato più vicino. Ma il Vasto Mondo era lì.”

Proprio come lI Signore degli Anelli e Lo Hobbit, Il Cacciatore di Draghi costituisce una sottile satira sociale e politica, con la differenza che quanto costituiva un elemento o una dimensione tra tante nelle due opere maggiori, qui invece spicca quale tema principale. Basti pensare a come Tolkien svuota d’eroismo le figure ad esso tradizionalmente preposte (“i cavalieri non facevano nulla: sapevano del drago solamente in via ancora non ufficiale. Così il Re li portò a conoscenza del fatto, per esteso e formalmente, chiedendo loro di prendere al più presto le misure necessarie, non appena avesse fatto loro comodo. Fu molto contrariato quando scoprì che il loro comodo non era affatto urgente, ma anzi veniva rimandato di giorno in giorno”) e ci accompagna nell’assistere alla progressiva formazione d’una leadership alternativa (altro tema tipicamente suo, si vedano Aragorn e Sam Gamgee) e (in)credibile. Al pari del giovane del Beorhtnoth e del sopracitato Sam, anche il contadino Giles passa dalla vanità di chi le gesta eroiche le ha sempre e solo fondamentalmente immaginate (“aveva a volte desiderato di poter avere una spada meravigliosa ed eroica tutta per sé”) alla complicata scoperta che, compiuta una prima avventata impresa quasi casuale, “la voce, però, iniziò a spargersi” e “una reputazione locale richiede d’esser mantenuta.” La reazione del riluttante protagonista ricorda quella del giovane Bilbo Baggins coinvolto dai Nani nella riconquista del loro tesoro: “Io andare a caccia a di draghi? Con questi vecchi gambali e il panciotto? Per lottare con i draghi ci vuole un qualche tipo di armatura, da quanto ho sentito dire. Non c’è nessuna armatura in questa casa, e questo è un fatto”.

Al pari di quella, sarà solo l’inizio d’un viaggio che si rivelerà assai maggiore delle premesse iniziali, e che comprenderà un re avido e meschino, un parroco-filologo (tanto utile ne decifrare antiche iscrizioni quanto nel raccomandare una bella corda robusta, precauzione a sua volta condivisa da Sam Gamgee a Mordor), un fabbro menagramo che ha sbagliato vocazione lavorativa, il già citato cane Garm e, ultima ma niente affatto ultima, una geniale e indimenticabile giumenta silenziosa che in una versione precedente della storia veniva infine coronata autentica eroina della vicenda. Un’allegra sfilata che non avrebbe sfigurato in uno dei racconti dei pellegrini Chaucer alla volta di Canterbury, e sa comprendere, ancora una volta, un altro leitmotiv tolkeniano, un acuto sentimento del tempo che passa, sbiadendo incisioni e cancellando strade, inghiottendo la birra bevuta e le risate che l’hanno accompagnata, e solo un tenue e struggente filo di memoria riesce ancora a cogliere un’eco delle storie e delle vite che furono, persino quando si tratta d’una commedia: “Da allora, l’aspetto di quelle terre è mutato; regni sono sorti e sono svaniti; interi boschi sono caduti, e fiumi hanno deviato dal loro corso, e solo le colline rimangono, rose dalle piogge e dai venti.”

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Ne Le avventure di Tom Bombadil invece serenità giocosa e nostalgia si alternano, sebbene in fondo siano proprio il dolore e la malinconia ad avere l’ultima parola anche in questo ciclo di poesie apparentemente leggere. Bilbo Baggins, l’Ulisse della Contea, è certamente uno degli joyciani “ritratti dell’artista” in cui Tolkien ha infuso molto di se stesso. Ed è proprio a lui che viene principalmente attribuita dallo scrittore questa raccolta di versi Hobbit, sebbene le storie si trasmettano sempre di generazione in generazione, al pari delle responsabilità nei confronti del mondo, e talune sono invece ricondotte a Sam Gamgee, e forse a Frodo stesso. Tra i protagonisti figura chi dà il titolo al volume, il misterioso e indimenticabile Tom Bombadil, col suo capello, la barba folta e la chestertoniana, raggiante allegria, una figura così vasta e irriducibile a qualsivoglia schema, così viva e indimenticabile e inesorabilmente vera (come il magnifico e feroce Bercilak del Galvano e il Cavaliere Verde, o il vecchio Fiodor Karamazov) da costituire da sempre un caso che riemerge costantemente nei dibattiti sull’opera di Tolkien, che metteva in bocca ai suoi stessi Hobbit la medesima domanda di tanti suoi futuri lettori: Chi è Tom?

È davvero interessante come nella prefazione, l’autore accosti Tom e lo stregone Gandalf nella percezione favorevole ma riduttiva della maggioranza degli Hobbit: “Entrambi erano considerati persone benevole, misteriose forse, e imprevedibili, ma ciononostante comiche.” Ed è proprio una solare gioia di vivere a comunicarsi principalmente in queste canzoni, che spaziano dai puri nonsense alla Edward Lear ai piccoli grandi piaceri del quotidiano-dalla birra all’osteria al bagno nella vasca. Ma non solo. Le gite sui fiumi, gli scherzi e le farse, le mangiate e i capitomboli e persino le rievocazioni di passati leggendari cedono progressivamente il passo a confessioni più intime e liriche, alle ombre di tristezze e ferite. Da filologo che esamini un manoscritto autentico, Tolkien avanza subito l’ipotesi storicista che si tratti fondamentalmente di “imitazioni elfiche”, sebbene ciò non elimini del tutto l’inquietante sospetto che sia qualcosa di più tra le righe, e che alcuni dei testi più dolorosi vadano riferiti “agli oscuri sogni disperati che tormentarono Frodo in marzo e in ottobre nel corso degli ultimi tre anni”, ennesima conferma per la maggior parte degli Hobbit del vero, ultimo pericolo che si annida nella “follia del vagabondare” e che consiste in una radicale e sottile trasformazione dello sguardo, per cui la vita di prima non basta più, e ci si aggira come fantasmi del passato, separati da amici e familiari da tutta la vastezza del mondo e ferite che ci ha inferto. È la stessa maledizione raccontata dal Wanderer anglosassone e dal Vecchio Marinaio di Colerdige, l’incanto elusivo e trasformatore delle pascoliane “cose lontane”, per cui il reduce è sempre e comunque un postumo: “Mai più quella campana i miei orecchi udranno, /mai più quella spiaggia i miei piedi percorreranno./ Lunga strada e un triste sentiero adesso/percorro; per un vicolo cieco ora/lacero vado. Parlo solo a me stesso/ perché quelli che incontro, non mi parlano ancora.”

E anche questa raccolta scherzosa, che si apre con balzi e corse nella campagna soleggiata, al pari dell’epico Silmarillion termina con un doppio crepuscolo, fisico e artistico-spirituale, significativamente echeggiato con la stessa forma verbale. L’ultima nave elfica lascia la Terra di Mezzo, nel buio che si infittisce. “La luce presto se ne andò (soon the sunlight faded)” e con lei la consolazione della poesia e della musica. Gli Elfi tornano a casa, lasciandoci più soli in un mondo più grigio: “Mai più verso occidente altre navi han solcato/ quelle acque mortali come prima/ e il loro canto è ormai svanito (and their song has faded).”

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Edoardo Rialti (1982) è critico letterario presso "Il Foglio" e "L'Indiscreto" e traduttore per Mondadori, Rizzoli, Marietti, Lindau. Ha curato e tradotto opere di G. R. R. Martin, P. Brown, J. Abercrombie, W. Shakespeare e O. Wilde, ed è autore delle biografie letterarie di J. R. R. Tolkien, C. S. Lewis, G. K. Chessteron e C. Hitchens.

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