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Controcultura ed entropia. Ritratto di Thomas Pynchon

Di Giacomo Ferrara • maggio 27, 2024I grandi autori

La prima cosa che tutti sanno a proposito di Thomas Pynchon è che si tratta di uno scrittore difficile.

I suoi lunghi romanzi mettono insieme centinaia di personaggi in trame sfilacciate, che proseguono ingarbugliandosi sempre più, per poi deludere immancabilmente l’aspettativa di una qualche risoluzione chiarificatrice. Spesso vengono definiti “enciclopedici”, perché tirano in ballo una gran quantità di nozioni da ogni campo del sapere; Pynchon del resto appartiene alla razza degli scrittori-ingegneri, come Musil o Gadda, e non si fa alcun problema a includere riferimenti non scontati alla fisica e alla matematica, terrorizzando il letterato comune. Come se non bastasse, Pynchon, che per nascita e influenze dirette appartiene alla generazione beat, impiega un inglese colto, quello dei grandi maestri come Melville o Faulkner, che talvolta si fa barocco e quasi settecentesco, con il suo lungo periodare subordinato e ironico, incapace di lasciarsi sfuggire neanche una battuta. Insomma, Pynchon sembra aver contraddetto clamorosamente Beckett, quando, in una famosa citazione, affermava che dopo Joyce non si poteva far altro che sottrarre.

Qualcuno un po’ sofisticato a un certo punto tirerà fuori il termine entropia, nel tentativo di categorizzare la sua opera e riassumerne lo spaesamento che essa può destare.

Allora potremmo partire da un racconto giovanile che si chiama proprio così. Entropia, pubblicato la prima volta nel 1960, ha il vantaggio di essere piuttosto breve e – data l’età del suo autore, poco più che ventenne – di gran lunga più semplice e impulsivo, rispetto alle opere successive.

L’azione si svolge in una casa di Washington D.C. Al piano terra c’è una festa che va avanti già da quaranta ore: una gran confusione jazzata di universitari e beatniks, aperta al continuo ingresso di nuovi ospiti. Sopra invece abita una coppia di origini europee, che ha fatto del proprio appartamento un santuario dell’armonia e dell’equilibrio: insieme ascoltano musica classica e curano una serra di piante con perfezione maniacale. Lui, Callisto, tiene tutto il tempo un uccellino malato fra le mani, perché si è convinto che il calore proveniente dal suo corpo basterà a curarlo. Si tratta del primo riferimento esplicito al concetto di entropia che appare nel racconto: in fisica, essa è legata al passaggio spontaneo da una sorgente calda a una più fredda. Ma nel linguaggio comune il termine entropia è più spesso utilizzato come sinonimo di ‘caos’, che è precisamente ciò con cui è alle prese il proprietario della casa di sotto, di nome Meatball Mulligan. In un improvviso bagliore di lucidità, Meatball riconosce di fronte a sé due possibili opzioni: nascondersi in un armadio, lasciando andare la festa nella speranza che prima o poi finisca da sé, oppure provare subito a rimettere tutto in ordine. Dopo un po’ di rimuginamento, decide che la seconda è “una maggiore rottura di scatole, ma alla fin fine probabilmente la migliore”, perciò si dà da fare per calmare tutti i partecipanti alla festa, e aggiustare il frigorifero (il dispositivo anti-entropico per eccellenza, poiché mantiene freddo al suo interno, anziché adeguarsi alla temperatura della stanza). Callisto invece ha compiuto la scelta opposta, quella dell’immobilità, restando fermo nel letto insieme all’uccellino. Alla fine del racconto, l’uccellino morirà.

Tre anni più tardi Pynchon dà alle stampe V., il suo primo romanzo. Qui compare una delle sue frasi più citate, che gli appassionati hanno eletto a vero e proprio slogan: Keep cool, but care.

Rimani calmo, distaccato, ma continua a tenere alle cose. L’entropia non può che aumentare, lo afferma la seconda legge della termodinamica. Ma in un mondo sempre più incomprensibile come quello postmoderno, i personaggi per cui Pynchon farà il tifo sono tutti parenti di Meatball Mulligan: in un modo o nell’altro, decideranno di combinare qualcosa, piuttosto che rimanere fermi.

Pynchon è senz’altro uno scrittore cerebrale, coivo, uno “scrittore di idee”, che non si sforza granché per far entrare il lettore in empatia con i suoi personaggi. Per questo, viene definito da tutti come uno scrittore freddo – cool, per l’appunto. È vero, hanno ragione. Ma così si rischia di dimenticare una caratteristica altrettanto importante, e cioè che Pynchon è uno degli scrittori più impegnati della sua generazione. In V. era già apparso un capitolo che descriveva, con una crudezza quasi insopportabile, lo sterminio degli Herero per mano dei coloni tedeschi. Per tutto il resto della carriera continuerà a tenere alle cose con una certa cocciutagine: il “cattivo” di turno sarà sempre un capitalista occidentale e bianco, mentre gli eroi saranno gente comune (perdenti, sbandati, ingenui – fondamentalmente degli hippie) coinvolti in una confusa lotta impari contro il Sistema.

Se è opinione comune che l’impegno non possa stare insieme alla Grande Letteratura, la quale per statuto dovrebbe essere non-ideologica e sfaccettatata, allora la nettezza delle posizioni di Pynchon, unita alla sua indiscutibile letterarietà, è davvero un tratto sorprendente. Sul piano formale infatti siamo agli antipodi di un (neo-)realismo socialista, perché la scrittura pynchoniana è piena di elementi surreali, pastiche e parodie di genere, che spesso degenerano in scene buffonesche del tutto inverosimili. Eppure, anch’essa risponde a una necessità di realismo.

Per farla semplice, potremmo dire che la confusione è il dato fondamentale dell’esperienza postmoderna. La complessità delle opere di Pynchon non è allora che un tentativo – probabilmente il migliore che sia stato fatto – di restituire mimeticamente tale condizione.

Il 1963, e precisamente il 22 novembre, il giorno dell’assassinio di Kennedy, il primo evento storico a essere trasmesso in diretta, è il momento in cui davvero chiunque negli USA è diventato postmoderno. Non si tratta solo di “complottismi” (chi c’è dietro l’uccisione di JFK?) ma, azzarderei, anche di una perturbante identificazione dell’America intera con Harvey Lee Oswald: c’è infatti qualcuno più confuso di un volontario che diserta, va in Russia, diventa comunista, torna e sembra essersi pentito, ma poi uccide il presidente? Ho l’impressione che in molti in fondo si sentissero simili a lui – il pazzoide per eccellenza, stando alla versione ufficiale – molto più di quello che fossero disposti ad ammettere (e forse questo è il motivo che vent’anni più tardi spingerà Don Delillo a scrivere Libra, una sorta di biografia di Oswald, e un caposaldo della letteratura postmodernista).

Nel 1966 esce L’incanto del lotto 49, il secondo romanzo di Pynchon, il più breve, quello da cui tutti vi diranno di cominciare.

È notoriamente il romanzo della paranoia: lo stato psicotico in cui si ha l’impressione di vedere troppi segni, che ci debba essere un modo per poterli collegare tra loro, fornirgli un senso e così magari riuscire a salvarsi, ma poi si scopre di esserne del tutto incapaci. La paranoia, potremmo dire, è l’estrema conseguenza di una prolungata esposizione all’entropia, se essa non viene filtrata da alcun meccanismo di coping.

L’incanto si presenta infatti proprio come un’avventura semiotica, in cui la protagonista, Oedipa Maas, incappa in un sistema di comunicazione segreto, e finisce a vagare per un’intera notte schizoide tra simboli incomprensibili che compaiono in ogni angolo della città. Il titolo si riferisce alla messa all’asta dell’eredità di tale Pierce Inverarity, un riccone con cui Oedipa era stata anni prima. All’inizio del romanzo Oedipa ha scoperto di essere stata nominata sua esecutrice testamentaria, ma non ne capisce il motivo, dato che nel frattempo si è sposata con un altro, e da tempo non ha più contatti con lui.

Ecco, questo è un tratto comune a tutti i protagonisti pynchoniani: non sanno perché sono protagonisti della loro storia. Hanno di continuo il sospetto di essere vittime di una trama, nel duplice senso che la parola ha in italiano e nel suo corrispettivo inglese (plot), ossia intreccio narrativo, ma anche complotto/congiura. Hanno cioè la sensazione di essere usati da qualcuno più in alto e più informato, e perciò di agire secondo uno schema di cui non riescono a intuire il fine, ma al contempo provano desiderio – erotico, soprattutto – per chi detiene il potere, tipicamente il poliziotto o il villain di turno.

Una sensazione che lo stesso Pynchon doveva conoscere bene. Fra il 1960 e il 1962 aveva lavorato per la Boeing come “scrittore tecnico”, con il compito di illustrare il funzionamento e le procedure di sicurezza dei progetti che i suoi colleghi – gli ingegneri puri – sviluppavano per l’azienda. In particolare, si occupava dei missili terra-aria Bomarc, che in quegli anni rifornivano l’arsenale dell’aeronautica americana in piena corsa agli armamenti. Con tutta probabilità, in quel periodo deve avere avuto accesso a documenti riservati (c’è chi dice che quella di scrittore tecnico fosse una copertura per un impiego nei servizi segreti; secondo altri era la sua fidanzata, a stare dentro alla CIA).


L’arcobaleno della gravità, il suo capolavoro del 1973, è forse il romanzo meno riassumibile della letteratura mondiale.

Tuttavia si può dire che ha al suo centro proprio un missile, un V-2, messo a punto dalla Germania nazista negli ultimi anni della guerra. Ebbene, la tecnologia dei V-2 era stata alla base dei missili intercontinentali che, al tempo in cui Pynchon stava scrivendo il romanzo, rappresentavano la minaccia del disastro nucleare, a cui lui stesso aveva contribuito.

Ne L’arcobaleno le spaventose continuità fra Stati Uniti e Germania nazista rappresentano la colpevole compromissione degli scienziati e della tecnica con gli interessi del capitale. È un tema che rimarrà centrale anche nei libri successivi: i protagonisti di Mason & Dixon (1997) sono i due cartografi a cui si deve l’omonima linea che un secolo più tardi dividerà confederati e unionisti nella guerra civile. In Contro il giorno (2005) appare il personaggio di Kit Traverse, figlio di un bombarolo anarchico, ma dotato di uno straordinario talento per la fisica. Nonostante le sue origini proletarie, Kit riuscirà a studiare a Yale (Pynchon ha frequentato la Cornell, un’altra università della prestigiosa Ivy League) grazie al finanziamento di Scarsdale Vibe, un capitalista che mira ad assicurarsi il monopolio della distribuzione dell’energia elettrica, nonché il mandante dell’uccisione di Webb Traverse, il padre di Kit.

Questi sono i tre libri davvero massimalisti di Pynchon, una trilogia metastorica in cui vengono ripercorsi, non senza palesi anacronismi ed elementi di pura finzione, gli ultimi tre secoli americani (Mason e Dixon erano dei coloni inglesi, come William Pynchon, illustre avo di Thomas, fondatore di una città di nome Springfield e autore di un trattato teologico che fu il primo libro censurato nella storia degli Stati Uniti).

Se dovessi citare una sola qualità che gli assicura un posto nella storia del romanzo, ricorrerei al termine apertura. Pynchon è essenzialmente uno scrittore spaziale e antipsicologico: al contrario dei modernisti non è affatto interessato allo scorrere del tempo o alla percezione interna della durata, e dunque sulla pagina ricorre di rado al ricordo o a estreme dilatazioni del presente. Piuttosto, è nomade: ogni nuovo capitolo si svolge in un luogo diverso dal precedente. Lo si vede anche nel suo modo di trattare la Storia: ci si muove dentro, la spazializza, e così in pratica la nega, come già avevano fatto gli scrittori di fantascienza con l’invenzione dei viaggi temporali. Il fulcro di ogni sua opera è la presentazione di uno spazio pregno di nuove possibilità. Ne L’arcobaleno della gravità sono i territori appena liberati dalla ritirata dei nazisti, mentre in Mason & Dixon è il West non ancora cartografato, e poi una misteriosa concavità al centro della terra, che ricomparirà in Contro il giorno. Ma è un’apertura non soltanto geografica, che si esplica nell’incompiutezza delle trame, nell’impossibilità di sostare a lungo dentro alcun personaggio, e in una scrittura che ha sempre troppo da dire, in una perpetua divagazione che spinge sempre più in là la fine della frase. L’unico modo per andare avanti nelle migliaia di pagine è riuscire a godere di questa radicale non-chiusura.

Anche i tre restanti romanzi sono pieni di spazi e possibilità, ma direi che qui l’apertura è depotenziata da un dominante senso di nostalgia. Ciascuno infatti è legato a una fase della vita di Pynchon e della controcultura a cui aveva preso parte. I primi due, californiani, dipingono il movimento hippie all’inizio del declino (Vizio di forma) e poi nel definitivo ritiro in una riserva fra i boschi durante gli anni reaganiani (Vineland), mentre la protagonista de La Cresta dell’onda è ormai una madre di famiglia, un’eccentrica yuppie che vive nella Manhattan dell’undici settembre e nutre una certa simpatia per il mondo hacker. In questa seconda trilogia “affettiva” è più chiara la delusione per le sconfitte subite dalla sinistra nel dopoguerra, e la rabbia verso i poteri che le hanno causate, che siano la CIA – tramite la convivenza con l’estrema destra, le infiltrazioni e la diffusione di droghe pesanti –, o il monopolio delle Big Tech, che ha demolito l’internet 1.0 e la sua etica open source.

Il che ci porta ai nostri giorni. I fan di Pynchon erano stati fra i primi entusiasti utilizzatori di internet, dando vita a una leggendaria mailing list [https://waste.org/pipermail/py...] molto attiva già a inzio anni ’90, e tuttora sopravvivono avvalendosi delle tecnologie più vetuste, come forum o wiki indipendenti dove è possibile trovare annotazioni collettive su ogni riferimento che compare nei suoi libri e lunghe discussioni su balzane ipotesi interpretative. Nel frattempo però il resto di internet è cambiato, e con esso la nostra percezione del mondo.

Oggi non credo si possa più dire che la realtà ci appare complessa. Le piattaforme ci hanno chiuso in una bolla, costringendoci a vedere ogni cosa attraverso il suo filtro, così che ora tutti sembrano pensarla come noi, e le serie televisive e le playlist che appaiono fra i suggerimenti sono talmente adeguate ai nostri gusti che non hanno alcuna possibilità di stupirci. E poi gli articoli spiegati bene, i brevi romanzi leggibili in prima persona, le app snelle e intuitive, le mappe GPS, il pop nostalgico, l’estetica scandinava dei bar e delle stanze in affitto. Tutto concorre a restituirci un’esperienza del mondo sempre più semplificata (ovviamente non sto dicendo che il mondo si sia davvero fatto più semplice, tutt’altro. È solo l’immagine che ne abbiamo).


Siamo dunque tornati al punto dal quale siamo partiti. Se Pynchon non ci sembra solo difficile, ma ostico, è perché non capiamo l’esigenza a cui risponde.

E allora bolliamo i suoi libri come complicazione fine a se stessa e inutile sfoggio di cultura – o al massimo come roba da nerd. È un effetto dell’epoca in cui siamo immersi, un’epoca decisamente anti-snobistica, in cui tutti sembrano voler mostrare il proprio entusiasmo per i prodotti pop, da Sanremo a Barbie. Al critico non è più richiesto di indicare ciò a cui vale la pena prestare attenzione, ma di limitarsi a commentare con un po’ di arguzia quello che tutti conoscono già. Di conseguenza stiamo assistendo da tempo a una perdita di centralità dei grandi autori verbosi (bianchi, c’è da dire, e maschi). Tanto per fare un esempio: Elif Batuman, una delle scrittrici autobiografiche che meglio rappresenta lo zeitgeist odierno, nel recente Aut-aut si prende apertamente gioco di un ragazzo del campus in fissa con Pynchon. Altrove nel mainstream culturale sembra che non si abbiano più remore a definire i suoi romanzi semplicemente "illeggibili".

Non è tanto il fatto che non siamo più in grado di prestare il necessario grado di attenzione, o che la parola complotto sia ormai (giustamente) associata all’estremo opposto dello spettro politico. Il motivo per cui l’opera di Pynchon non ci parla più è che non ha alcuna correlazione con la nostra esperienza quotidiana. Il grado attuale di “entropia percepita” è decisamente troppo basso. Non siamo più paranoici, ma affetti da un’ossessione compulsiva per l’ordine. I media e soprattutto le aziende tecnologiche ce ne hanno dato finché volevamo. E perciò ora siamo abituati a ricercarlo di continuo, come se per qualche mese Marie Kondo fosse venuta a casa nostra ogni giorno, e non potessimo più farne a meno.

Ma forse qualcosa sta cambiando. Potremmo presto scoprire i sintomi di una “sindrome Truman”, in cui tutta questa pulizia e linearità da cui siamo sommersi ci appaiano di colpo artificiosi. Potremmo voler godere nuovamente di piaceri dimenticati, tipo uscire dal cinema con l’impressione di non averci capito niente (chissà come sarà accolto Vineland, il prossimo film di Paul Thomas Anderson, che dopo aver già adattato Vizio di forma si conferma uno dei pochi ammiratori rimasti).

Pynchon ha recentemente venduto il suo archivio personale alla Huntington Library, in California. Ancora dev’essere aperto al pubblico, ma sappiamo che consisteva di quarantotto scatole. Il numero non può certo essere casuale. Allude all’esistenza di un’altra scatola che ci ha lasciato, la quarantanovesima.

In un certo senso, Pynchon ha sempre trattato i lettori come ha fatto con i suoi personaggi: getta entrambi in un perenne stato confusionale. Pierce Inverarity è un suo alter ego. Ora, non sarebbe corretto dire che Oedipa, la protagonista de L’incanto del lotto 49, intraprende un vero percorso conoscitivo. Non è più l’epoca per qualcosa del genere. Ma è vero che entrambi, Pynchon e Inverarity, hanno esposto le loro vittime a un più alto grado di entropia. Sarebbe puro sadismo, se non considerassimo la componente etica che lo accompagna, quell’esortazione al prendersi cura delle questioni che ci stanno a cuore.

Prima o poi, quest’epoca semplicistica dovrà finire. Affinchè ciò avvenga, avremo bisogno di libri che ci mettano in difficoltà. Quello, forse, sarà il momento in cui dovremo mostrarci in grado di raccogliere l’entropica eredità di Thomas Pynchon.

Contro il giorno di Thomas Pynchon

Questo romanzo è ambientato negli anni che vanno dal 1893 all'immediato primo dopoguerra. E si muove tra la Chicago dell'Esposizione Mondiale, Londra, Gottinga, Venezia, la Siberia, il Messico della rivoluzione, Hollywood e anche alcuni luoghi che non si trovano sulle mappe. I personaggi sono anarchici, aviatori, avventurieri, magnati, tossici, innocenti e decadenti, scienziati pazzi, sciamani, spie e killer. Fanno anche una fugace apparizione speciale Nikola Tesla, Bela Lugosi e Groucho Marx. Tutti abitano un'era in cui domina l'incertezza, e cercano in qualche modo di raccappezzarsi nelle proprie vite.

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Vineland di Thomas Pynchon

Zoyd Wheeler, un residuato umano della stagione hippy degli anni Sessanta, vive con la figlia adolescente, Prairie, in una casa roulotte a Vineland, una cittadina immaginaria nel nord della California. Ogni anno Zoyd, dopo aver radunato un folto gruppo di giornalisti di radio e tv locali, si lancia a peso morto contro la vetrina di qualche malfamato bar della zona. Il motivo per cui lo fa, ufficialmente, è mostrare alle autorità statali che è matto da legare, in modo da ricevere un sussidio. C'è però dell'altro dietro a questa tradizione: un segreto che riguarda sua moglie Frenesi, ex cineasta militante, e Brock Vond, un tetro agente federale. Un segreto che sua figlia è destinata a scoprire imbarcandosi in un lisergico viaggio nel tempo e nello spazio.

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Giacomo Ferrara ha scritto su Lucy, Il Tascabile, minima&moralia. Collabora con il podcast Ragù e ha curato l'antologia "Tutti i nostri premi" per Racconti edizioni. Insegna in un liceo di Roma.

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