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Guardando nell'abisso. Conversazione con Nicola Lagioia

Di Rosa Carnevale • dicembre 15, 2020

"Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio”.

Un dio con la d minuscola che ci lascia a guardare esterrefatti, a riannodare quei fili imprecisi e a scavare nelle pieghe di quelle imperfezioni umane per capire come e da dove quel pezzo unico può essere comparso all’improvviso. La tragedia, che tutti conosciamo, è quella dell’omicidio del Collatino. Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento romano, Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi di buona famiglia, seviziano per ore un ragazzo di 23 anni di nome Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. Il gesto, di una violenza inimmaginabile e senza spiegazione alcuna, scuote l’opinione pubblica per mesi. A riannodare i fili della vicenda ci prova con La città dei vivi Nicola Lagioia, direttore del Salone del libro e Premio Strega 2015 con La Ferocia. Chi può scavare in profondità infatti se non la letteratura? C’è una verità giudiziaria che è quella contenuta nei documenti, nelle interviste e nelle ricostruzioni del fatto di cronaca e poi c’è una verità storica che viaggia parallela a questa, sovrapponendosi solo in parte e che non riguarda più solo gli indagati ma tutti noi. Con la prima si scrivono le sentenze, con la seconda si cerca di calarsi negli sfondi, di mettere in luce i contesti, cercare di intuire i passaggi.

Per quattro anni il lavoro di Nicola Lagioia è stato quello di ascoltare i protagonisti di questo terribile fatto di cronaca nera, raccogliere testimonianze e studiare gli atti dei processi per poi condurci per mano al centro della vicenda. Un viaggio dalla letteratura al presente e viceversa.

Lo scopo, prima ancora che etico, sembra essere conoscitivo e il romanzo si mostra in questo caso lo strumento ideale per scandagliare il torbido e provare a capire l’essere umano, con le sue infinite facce e gli abissi insondabili che lo caratterizzano.

La città dei vivi è un libro affollato, perché il racconto di una tragedia non è mai il racconto di poche persone. È la storia di una coralità di attori, famiglie intere, amici, parenti. È la storia di una società e del suo tempo, una narrazione che riguarda tutti noi molto da vicino.

Con il suo libro Nicola Lagioia sembra venirci a chiamare, uno a uno, inchiodandoci alle pagine e alla paura, chiedendoci di ascoltare le domande che dovrebbero scuoterci e, soprattutto, cercando di far uscire vittime e carnefici dal loro stato di eccezionalità.

“Tutti temiamo di vestire i panni della vittima”, scrive. “Viviamo nell'incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?”.

Sullo sfondo di questo affresco orribile e disturbante, c’è una Roma sporca, putrida e disastrata, dove la spazzatura e i topi la fanno da padroni. Una Roma senza sindaco ma con due Papi. Più che uno scenario, quasi uno stato d’animo che ti entra dentro e difficilmente ti lascia andare, “una malattia da cui è difficile guarire”, come dice Lagioia. La città diventa la custode di una libertà tossica in cui discendere a indagare per mettersi sulla tracce del delitto. Forse rappresenta addirittura l’emblema di tutta la vicenda. Invivibile ma traboccante di vita, Roma è una contraddizione difficile da superare, il centro simbolico della paralisi da cui dovremmo ricominciare a ripensare la nostra società.

“Forse eravamo talmente abituati al disastro da non potercene staccare? Ne facevamo parte? Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso”.

La città dei vivi di Nicola Lagioia

Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile...

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La Città dei vivi è uscito nelle librerie e negli store digitali da neanche due mesi e le presentazioni online e le dirette Facebook in streaming in cui ti abbiamo visto sono tantissime, quasi una al giorno. Cosa è cambiato nel lavoro di promozione del libro con la pandemia?

Oltre al numero di presentazioni, la vera differenza la fa il numero di riunioni e appuntamenti di lavoro da remoto che ormai tendiamo ad organizzare sulle varie piattaforme.

L’altro giorno, per esempio, avevo un appuntamento legato al Salone di Torino per il Premio Mondello, a Palermo. In condizioni di normalità, avrei preso un aereo e sarei andato in Sicilia, invece sono rimasto a casa. Prima e dopo ho partecipato a quattro o cinque webinar, stando tutta la giornata davanti allo schermo del computer. Se fossi andato a Mondello sarebbe andata diversamente: avrei presenziato a quelle tre o quattro ore di cerimonia ma dopo sarei andato a pranzo, avrei chiacchierato con delle persone, visto dei colleghi.

Di presentazioni ne facevo tante anche prima, quando esce un mio libro lo seguo sempre molto, ma è sicuramente cambiato il modo di lavorare in generale e di entrare in contatto con i lettori. Alcune librerie si sono attrezzate in questo senso per cercare di mantenere un passaggio tangibile che possa unirci a chi compra fisicamente il libro, qualcuno mi spedisce per esempio i volumi da autografare e poi li fa venire a prendere da un corriere. In questo modo si mantiene una sorta di contatto con i lettori. Anche nelle presentazioni che sto facendo online riescono a passare comunque delle cose belle, empatiche, anche se uno non sa mai chi ha davanti.

Il 6 marzo 2016 tutta l’Italia viene a conoscenza sui giornali e in Tv del terribile omicidio del Collatino. Da quel giorno a Roma e nel resto d’Italia non si parla d’altro per mesi. Perché l’omicidio di Luca Varani riguarda in un certo senso tutti noi?

A Roma l’omicidio ha turbato fortemente la comunità per una serie di motivi inquietanti e significativi. Da una parte la violenza estrema del delitto: la fine di Luca Varani, morto dissanguato dopo essere stato torturato per ore, fa pensare più a un delitto da zona di guerra, dove il diritto è sospeso, che a un delitto metropolitano. Ci sono poi la totale assenza di un movente e il fatto che i carnefici, Prato e Foffo, fossero considerate persone “normali” fino al giorno prima. Non è quindi un delitto che si consuma nell’ambito della criminalità. È emblematico per esempio il fatto che il padre di Foffo, quando Manuel gli confessa il delitto, neanche ci creda in un primo momento. Un ulteriore elemento che ha colpito tutti è che i due colpevoli, pur ammettendo di avere ucciso Varani, non riescano a ricondurre l’accaduto ad un atto di libero arbitrio. Tutti questi aspetti della vicenda hanno colpito l’opinione pubblica e anche me, innescando una serie di domande legittime che riguardano da vicino tutti noi.

Manuel Foffo, quando racconta al padre Valter di aver ucciso una persona, ammette di non sapere neanche il nome della vittima. E fin dalle prime dichiarazioni ai carabinieri non sa spiegarsi il perché delle sue azioni…

Non può non venire in mente Dostoevskij, pensiamo al classico omicida Raskolnikov di Delitto e castigo. Raskolnikov ragiona, medita, è capace di assumersi la propria responsabilità, maturare un senso di colpa e consegnarsi alla giustizia. Foffo e Prato si dicono invece soverchiati da una forza incontrollabile. Se viene a mancare questo processo e non si riconosce il proprio libero arbitrio nell’azione omicida, siamo definitivamente di fronte a qualcosa di tragicamente nuovo. L’assunzione di un proprio libero arbitrio e di una volontà che guidi le proprie azioni sono i pilastri su cui si basa l’uomo moderno, definitivamente ridotti a brandelli.

Senza voler ridurre la loro responsabilità, dov’è allora la colpa di Foffo e Prato se non riescono a ricondurre alla loro volontà quello che è successo?

La colpa sta nella loro debolezza che è una debolezza profondamente colpevole. I due, in quei giorni scellerati nell’appartamento di Via Igino Giordani, mettono in atto una catena di eventi che non riescono più a fermare perché la loro è un’identità molto debole e poco salda. Sono come degli apprendisti stregoni alle prese con qualcosa che li soverchia. Ho l’impressione che non si conoscano abbastanza perché hanno una grandissima difficoltà a distogliersi da se stessi. Quello del narcisismo è ormai un problema in cui siamo tutti immersi ma in Foffo e Prato raggiunge dei livelli estremi. Non ti riconoscerai mai veramente se ti guardi solo attraverso uno specchio. L’uomo impara a conoscersi attraverso l’altro da sé. Se non compi questo processo, non riesci a creare una tua identità salda. E chi non ha un’identità di questo tipo è solitamente ipersensibile al giudizio altrui. Al padre che lo va a trovare in carcere, una delle prime cose che Marco Prato chiede è: “che cosa commentano sulla mia pagina Facebook?”. Quando si suiciderà in cella lascerà un biglietto in cui scrive che non sopporta più la pressione dei media, i giudizi sul suo conto. Così come Manuel Foffo si dimostra da subito più preoccupato che la gente pensi che sia omosessuale piuttosto che lo definiscano omicida. Tutti questi elementi di riflessione fanno sì che il caso Varani parli a una parte molto profonda di noi stessi, portandoci a riflettere su chi siamo, o chi potevamo diventare.

Che ruolo può avere la letteratura nella meditazione sul male?

Proprio come spesso la letteratura è una riflessione sulla storia, così può esserlo anche sulla cronaca. Restituisce complessità agli avvenimenti, costringendoci a ripensarli.

Rispetto a chi compie omicidi, per esempio, il discorso pubblico ammette molto difficilmente che si tratti di persone normali. Di solito sia le vittime che i carnefici vengono relegati nel novero delle creature fantastiche: i carnefici sono per forza dei “mostri” e le vittime dei santi o, come nel caso di Luca Varani, delle persone che se la sono andata a cercare.

Questa consuetudine risponde ad una sorta di istinto umano: nessuno di noi vorrebbe infatti mai essere né la vittima né il carnefice dei casi di cronaca nera che conosciamo. Dipingere i protagonisti di questi fatti come personaggi fuori dalla realtà ci serve ad allontanare questa paura. Se restituiamo umanità a queste persone, dobbiamo invece fare i conti con il fatto che un giorno potremmo ritrovarci ad essere anche noi vittime o carnefici.

Riconoscere umanità a Foffo e Prato non vuol dire ridurre la loro colpa neanche di un grammo ma vuol dire invece fare un esercizio salutare, riportare queste vicende tragiche al centro delle nostre vite perché, in un certo senso, ci riguardano tutti da vicino, raccontano molto del nostro presente, delle nostre paure. Abbiamo una grandissima difficoltà ad associarci al male. Non solo facciamo fatica a immaginarci come possibili omicidi, cosa abbastanza ragionevole, ma in generale tendiamo a non soffermarci sul pensiero di poter fare, nel nostro piccolo, del male a qualcun altro, anche se questo è all’ordine del giorno, avviene quotidianamente purtroppo. Ecco perché la letteratura riesce ad aggiungere complessità, in maniera anche liberatoria qualche volta, a questo discorso.

Credi che possa reggere un parallelismo tra la tragedia greca, come mimesi e catarsi, e la narrazione dei fatti che riguardano omicidi e violenze efferate?

Credo di sì ma con una differenza. C’è una sorta di regressione nel nostro caso. Nell’antichità la tragedia greca era considerata qualcosa di estremamente necessario perché aveva appunto un effetto catartico. Nel periodo in cui si sviluppò, ebbe il suo apice per poi tramontare, la comunità riteneva proprio che il tragico non dovesse essere fuori dalla scena (quindi “osceno”, proibito a vedersi) ma in scena. Le sue rivelazioni contribuivano a dare dignità alla vita. Noi invece, oggi, facciamo estremamente fatica a prendere in considerazione questo senso del tragico.

Le due parole principali che evoca, ossia l’irrimediabilità e l’irreversibilità, sono termini ormai banditi dal nostro vocabolario.

Viviamo nella cultura della rimozione della morte. Eppure, se siamo creature mortali, qualcosa di tragico ci accadrà in maniera ineluttabile. Moriremo, moriranno i nostri cari.

Se ce lo dimentichiamo non possiamo certo stare meglio. È una delle basi della psicanalisi: se rimuovi un’esperienza traumatica poi te la ritrovi a fare danni senza accorgertene da qualche altra parte. Il solo fatto di rimetterla al centro, invece, e riconoscerne l’esistenza, ha un effetto liberatorio.

La letteratura oggi, rispetto all’epoca delle tragedia greca si trova a compiere questa operazione fondamentale senza avere però il plauso del sentire comune. Anzi, direi che questo è uno dei motivi principali per cui letteratura e sentire comune da qualche secolo hanno divorziato.

Hai lavorato a questo libro per quattro anni. Come racconti tra le pagine, è stata la storia in un certo senso a chiamarti. Cosa ti ha lasciato La città dei vivi adesso che il libro ha preso la sua strada?

Questo libro ha avuto diverse fasi di gestazione. C’è stata la fase della ricerca e poi quella della scrittura, con un breve periodo di sovrapposizione tra le due. Ho passato più di un anno ad accumulare materiale, arrivando ad esaminare migliaia di pagine estrapolate da sentenze o atti del processo. Ho intervistato un sacco di persone diverse, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia. Mi è capitato per esempio di mettermi sulle tracce di una carabiniera che si era trasferita da Roma a Novi Ligure, solo perché era stata lei, insieme alla sua pattuglia, ad annunciare la morte di Luca Varani ai genitori. In questa fase d ricerca mi sentivo nel caso fino al collo. Se il caso fosse stato un lago freddo e nero io ero stato risucchiato senza dubbio nel fondo.

Non è stato facile per me che non sono un giornalista e ho sempre scritto romanzi di fantasia mettere il microfono sotto al naso di una persona che ha appena perso un figlio. Oltretutto, l’indagine mi ha portato ad agire in un mondo estremamente lontano da quello che frequento quotidianamente. Se si fosse trattato di un delitto compiuto nel mondo dell’editoria sarebbe stato diverso e più facile, perché avrei usato un codice che mi era abituale. Invece mi sono trovato a intervistare agenti immobiliari, spacciatori, prostitute, travestiti, carabinieri, magistrati, ristoratori. Un’umanità estremamente varia e diversa da quella a cui sono abituato. Mentre lavoravo non ero neanche sicuro di essere in grado di portare avanti questo progetto ma poi mi sono sentito come investito da una forza che in questo momento non mi riconosco più addosso e che se ne è andata con l’uscita del romanzo in libreria. In quel periodo sentivo che il caso in qualche modo mi riguardava, i protagonisti di questa storia sono stati per mesi e mesi quelli con cui ho avuto maggiore intimità (con Manuel Foffo ho intrattenuto per due anni un rapporto epistolare dal carcere, ho intervistato i genitori di Luca Varani, gli amici e frequentato giornalisti che si occupavano del caso). Non mi è mai successa una cosa del genere.

Quando poi questa fase è finita e mi sono messo a scrivere, ho trovato una maggiore distanza dai fatti. Per mettere a fuoco c’è bisogno infatti di guardare da fuori. Ho raffreddato quella temperatura emotiva e sono riuscito a riflettere sul caso che mi aveva letteralmente risucchiato.

Adesso che il libro è uscito, ne sono in un certo senso finalmente fuori ma credo che si tratti di un’esperienza che mi porterò dietro per tutta la vita.

Come hai deciso di organizzare tutto questo materiale?

Sono partito tenendo ben a mente l’assunto che la letteratura è comprensione. Nel libro non c’è nulla che non risponda a una fonte precisa, a un atto giudiziario o a un’intervista, alla realtà dei fatti. Volevo capire cos’è successo. Scrivere è andare a fondo, non esprimere un giudizio.

Per giudicare vanno bene i magistrati ma la letteratura deve indagare, stimolare la conoscenza.

Se volessimo accostare il lavoro che ho fatto a un procedimento giudiziario potremmo definirlo un’istruttoria non finalizzata al giudizio.

È stato proprio un magistrato a spiegarmi che anche loro adottano un metodo simile per far parlare gli indagati. Quando interrogano un imputato non si scompongo mai, non mostrano sdegno né si scandalizzano. Da una parte perché sono lì per far rispettare la legge, non per esprimere un giudizio morale. Dall’altra perché chi deve confessare è più facile che, non sentendosi giudicato, continui in questo modo a parlare. La sospensione del giudizio aumenta l’esperienza conoscitiva.

Un’opera letteraria, inoltre, deve dialogare con il lettore, non dare risposte definitive.

L’intento di un romanzo è sempre quello di sollevare una serie di domande che aprano diverse porte. Porte in cui ognuno deciderà se entrare o no e come destreggiarsi.

La celebre frase “poi il lettore si farà la sua idea” esprime proprio quest’idea.

Nel libro voglio dare tutti gli elementi possibili al lettore perché abbia un suo spazio di movimento e possa farsi delle domande in maniera autonoma.

C’è anche un Nicola Lagioia che dice io ne La Città dei vivi. La ricerca è sempre uno scavare nella propria vita attraverso quella degli altri…

L’osservatore non è mai totalmente esterno, è parte in causa del racconto. Anche solo per il modo in cui ho organizzato la narrazione dei fatti è come se io fossi stato un prisma attraverso il quale questa storia è passata. Nel libro ci sono anche io e alcuni ricordi di gioventù personale che mi hanno fatto pensare molto al caso Varani.

Ne La Città dei vivi, ad un certo punto, il colonnello che ha seguito il caso Varani cita l’esorcista Padre Amorth e un articolo in cui interviene sull’omicidio del Collatino chiamando in causa l’azione del demonio. Ti sei interrogato sul male come possessione?

Mi ha molto colpito quello che mi ha detto il colonnello e mi sono interrogato a lungo sul senso, ovviamente riportandolo a un ragionamento strettamente laico. L’istinto di prevaricazione e la violenza per noi è stata a lungo un mezzo di sopravvivenza della specie. Pensiamo agli uomini preistorici, per esempio. Oggi quella violenza ce la portiamo in un certo senso ancora dietro, impariamo ogni giorno a tenerla a bada educandoci. A volte ci capita di non riuscire a trattenerci nelle nostre esternazioni di dissenso anche in famiglia, con gli amici o nei rapporti di coppia. Ci succede di dover per esempio uscire per sbollire la rabbia e calmare i toni. E riequilibrarci. È come se Foffo e Prato fossero troppo deboli e la loro personalità troppo poco strutturata per resistere al male che li travolge. Sono scivolati nello stato di natura, che precede la nostra civiltà.

“Abbiamo ucciso una persona”. Poche semplici frasi pronunciate da Manuel Foffo al padre Valter hanno scaraventato tre famiglie in un incubo senza fine. La parola ha ancora un potere magico…

Tendiamo a sottovalutare molto le parole che usiamo. Per esempio sui social network, dove spesso ci insultiamo quotidianamente in maniera così leggera e senza renderci conto del male che facciamo agli altri e a noi stessi. O ancora, pensiamo per un attimo a quando lasciamo una persona: “Non ti amo più”. Sono solo poche parole apparentemente, ma hanno un tremendo effetto detonante sulla vita altrui. La voce, il canto, i mantra che ripetiamo, quindi la parola orale ma anche la parola scritta hanno un grandissima potenza. Una potenza distruttiva oppure salvifica.

Quando i carabinieri arrivano sulla scena del delitto, a casa di Manuel Foffo, trovano un ambiente triste e angusto, dove il disordine regna assoluto. Ci sono vestiti sparsi, bicchieri, cartoni di pizza, bottiglie. E poi c’è il corpo di Luca Varani, con quel tatuaggio sul braccio con il nome della fidanzata, Marta Gaia. Quanto sono potenti queste due immagini su cui ti soffermi nel libro?

Il corpo della vittima per definizione è sacro e così lo è il corpo martoriato di Luca Varani. Quella del giovane è un’immagine straziante, che non può lasciare indifferenti.

Al contrario l’appartamento di Manuel Foffo inquieta e crea una profonda sensazione di malessere.

Sono stato di persona al numero due di Via Igino Giordani e ho visto le stanze attraverso una porta chiusa con i sigilli dei carabinieri. Non sono potuto entrare sulla scena del delitto ma ho studiato tutte le fotografie della scientifica e quelle immagini si sono stampate nella mia mente.

La scena che hai descritto anche tu e che tratteggio nel libro sembra rispecchiare perfettamente il disordine mentale in cui progressivamente Prato e Foffo sono precipitati. Proprio come se il caos di quelle stanze fosse il frutto di una confusione, di un’entropia umana. Tra quei muri è avvenuto il “contagio psichico” che ha portato i due ad uccidere Luca Varani, traendo da loro stessi il peggio. Di questo peggio l’appartamento è uno specchio tangibile.

Entrando nell’appartamento di Foffo uno dei carabinieri di turno racconta di aver avvertito come il male non fosse un concetto astratto, ma una presenza palpabile. Anche leggendo il tuo libro sembra di avvertire questa presenza inquietante.

Anche io salendo le scale del palazzo in cui Foffo e Prato hanno torturato Varani ho avvertito una sensazione di disagio particolare. Può essere che in quei momenti la tensione, l’angoscia delle persone che vivono nel condominio diventi qualcosa che animalescamente riusciamo a percepire. Come quando entriamo in una stanza in cui delle persone hanno appena litigato furiosamente e avvertiamo un’atmosfera sinistra, inquietante. Abbiamo ancora una sorta di sesto senso animalesco e siamo dotati degli strumenti di una comunicazione preverbale. Non sempre le sensazioni che proviamo sono il frutto di un nesso causa - effetto, a volte siamo di fronte a sensazioni insondabili.

C’è Roma che fa da sfondo al tuo libro ma ha quasi la voce di un personaggio in carne ed ossa. Un personaggio scomodo, ingombrante. In balia del caos e di una mala gestione, con topi e gabbiani che la fanno da padroni. Oggi è una Roma diversa rispetto a quella de La città dei vivi o la città è sempre la stessa?

Qualche giorno fa è uscita la classifica 2020 delle città più vivibili. E Roma ha fatto un incredibile salto in avanti, scalando dall’anno scorso ben 26 posizioni. Continua ad essere una città caotica e a tratti invivibile, proprio come la descrivo nel libro ma può darsi che questo salto inspiegabile in avanti sia attribuibile al Covid.

Con la pandemia molte delle città che normalmente si caratterizzano per il loro dinamismo, che vivono di imprese portate a termine, sono andate in crisi non solo a livello economico ma a livello indentitario. Invece Roma, che vive di indolenza da sempre, sembra assorbire senza particolari traumi questa nuova situazione che ha investito il Paese.

Essendo una città perennemente alla deriva, davanti alla tragedia reagisce meglio. A Roma sono passati imperi, pestilenze, carestie, cataclismi di ogni sorta. A Roma la fine del mondo c’è già stata molte volte. E, ogni volta, la città è risorta. Tra queste strade diventa tutto relativo, anche il Covid è semplicemente di passaggio. “Ricordati che devi morire” è un mantra che chi vive qui ha nel sangue. La consapevolezza delle cose ultime è data per assodata, di conseguenza quando arrivano le cose penultime, l’impatto è meno tragico.

Le donne sono le grandi assenti di questa vicenda. Le madri di Foffo, Prato e Varani rimangono nell’ombra anche nel tuo libro. Solo pochi accenni e un silenzio che si fa notare.

Quello del Collatino è il racconto degli uomini e non delle donne. Il silenzio di queste tre donne e madri è assordante ma siamo davanti a tre tipi di silenzi molto diversi. Per quanto riguarda la mamma di Foffo, si tratta di una scelta familiare: lì sono i maschi a parlare e decidere tutto, le donne sono messe a tacere.

Il silenzio della mamma di Varani è invece un silenzio attivo, dignitoso e lacerante. È il silenzio che cerca di tenere insieme i pezzi. Il silenzio della mamma di Prato infine è frutto di un’autodeterminazione, di una scelta forte di non esserci, di non partecipare. Non c’è neanche una fotografia della mamma di Marco Prato in rete. La signora Prato non andrà mai a trovare il figlio in carcere.

Se invece del racconto degli uomini fosse stato il racconto delle donne chissà come sarebbero andate le cose. Probabilmente in maniera diversa.

Forse ci sarebbe stato almeno un contatto tra le famiglie. Un contatto che invece, come ha denunciato il padre di Luca Varani, non c’è mai stato.

Durante le mie indagini Luigi Manconi, allora presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani al Senato, mi ha regalato Il libro dell’incontro, la testimonianza di un lungo esperimento, svoltosi tra il 2009 e il 2015, di giustizia riparativa tra alcuni parenti delle vittime di terrorismo e alcuni diretti responsabili. Nel caso Varani non è accaduto nulla del genere, il padre della vittima non ha mai ricevuto dalle famiglie dei carnefici una richiesta di contatto, una lettera, una parola.

In molti, cercando di individuare una tradizione da cui far discendere La città dei vivi, hanno citato il Truman Capote di A sangue freddo e L’avversario di Carrére, ma anche Javier Cercas. Quali sono state le letture di cui ti sei nutrito durante la scrittura de La città dei vivi?

Sulle ascendenze del libro da Capote e Carrère io ho un’opinione un po’ diversa.

Entrambi si occupano di un fatto di sangue ma sono due romanzi estremamente lontani, che seguono una strategia narrativa diversissima e hanno una lingua, un uso dei personaggi che non possono essere paragonati. C’entrano molto poco l’uno con l’altro anche se misteriosamente vengono spesso accostati. Capote per esempio non compare mai sulla scena, Carrère invece è volutamente un narratore ingombrante.

C’è però una tradizione nostrana molto robusta che si occupa della realtà, un genere tutto italiano che trova nel nostro Paese una scuola considerevole e a cui mi sento di dovere molto. Da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (con quell’inizio potentissimo che ho riletto proprio qualche giorno fa) a Primo Levi. Se questo è un uomo che cos’è se non la necessità di indagare un fatto reale? Solamente la letteratura può illuminare delle parti della realtà che la lente del filosofo, dell’antropologo, dell’uomo di scienza non mettono a fuoco. O ancora La pelle di Curzio Malaparte, La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia ma ce ne sarebbero veramente tanti, tra cui anche gli scritti di Alessandro Leogrande, un caro amico scomparso recentemente e a cui ho dedicato il libro.

Mentre lavoravo al romanzo ho letto moltissimo i Vangeli. Soprattutto per trovare un tono adatto alla scrittura. Ne La Ferocia, il mio libro precedente, avevo usato un linguaggio molto più fiorito ma qui si trattava di documentare la realtà e quindi tenere a bada lo stile.

I Vangeli hanno questa caratteristica incredibile: usano una lingua semplice ma capace di evocare una grande complessità e nel loro procedere piano riescono a dare conto in maniera precisa di misteri incomprensibili.

L’omicidio del Collatino ha qualcosa degli omicidi rituali. Nel mio libro è come se avessi voluto mettere in scena un controrituale. Come se alla magia nera avessi voluto oppormi con una magia bianca. Il linguaggio dei Vangeli si è quindi rivelato quello più efficace come modello.

Come sarà il Salone del Libro che verrà?

L’anno scorso ci siamo trovati a maggio a dover disfare un lavoro che prevedeva centinaia di eventi organizzati nel corso dell’anno e dei mesi precedenti. Di fronte all’emergenza abbiamo deciso di trasferirci in rete con SalTo extra. Siamo riusciti a organizzare in poco tempo degli eventi che non fossero in presenza, arrivando a connettere due milioni di utenti che si sono collegati agli eventi online. Abbiamo sperimentato il prototipo di un modello nuovo e di successo, che non si sostituisce ma si aggiunge a quello classico e irrinunciabile.

A maggio 2021, non so se saremo usciti dalla pandemia. Quello che so è che dobbiamo abituarci a vivere in una dimensione di incertezza. Per questo stiamo pensando a una formula ibrida che preveda degli incontri online ma che agisca anche sul territorio, con le librerie che sono rimaste aperte, con le scuole, con le biblioteche. In maniera da confermare il Salone come una grande realtà che tenga insieme i vari attori della filiera del libro: lettori, case editrici, librerie.

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

"La peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all'interno del nostro tempo, è l'ambasciatore d'un altro mondo all'interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della nostra storia di fronte al mondo che vive nella storia". (Italo Calvino)

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La frontiera di Alessandro Leogrande

C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo.

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La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia

Dal 26 marzo 1938 si perdono le tracce, fra la partenza e l’arrivo in un viaggio per mare da Palermo a Napoli, del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana, che Fermi non esiterà a definire un genio, della statura di Galileo e di Newton.

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

Di Rosa Carnevale abbiamo pubblicato:

I 50 libri che resistono al 2020

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