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Il sogno della piena efficienza nella Valle oscura

Di Tiziano Cancelli • novembre 16, 2020

Tutte le utopie tecnologiche partono da un’idea di realtà aperta alla manipolazione, espressione di un mondo senza frizioni, plasmabile a seconda della propria volontà. Tutte le utopie tecnologiche si scontrano con lo stesso ostacolo: l’irriducibile durezza del reale, la resistenza ineliminabile di tutto ciò che esiste e si rifiuta di piegarsi al nostro volere.

La valle oscura, esordio di Annie Wiener, recentemente uscito per la collana Fabula di Adelphi, tradotto in italiano da Milena Zemira Ciccimarra, è una descrizione dettagliata di questa parabola discendente attraverso cui Wiener racconta la sua esperienza in quanto donna e lavoratrice dell’hi-tech in quella fabbrica di talenti e malessere che è la Silicon Valley. Idealmente, il racconto riprende il discorso da dove l’aveva lasciato un’altra insider del settore, Ellen Ulman: nel suo libro del 1997, Accanto alla Macchina: la mia vita nella Silicon Valley, Ulman raccontava la nascita di internet e il boom tecnologico nell’America degli anni novanta, descrivendo le contraddizioni di un’ambiente lavorativo misogino e altamente competitivo. Laddove Ulman manteneva il beneficio del dubbio riguardo le potenzialità emancipatrici della rivoluzione tecnologica di cui era testimone, il libro di Wiener non dà adito a fraintendimenti, mostrando gli effetti di un’ideologia data driven sviluppatasi intorno all’utilizzo degli algoritmi a fini commerciali. Non bastano né l’aumento vertiginoso di stipendio né l’edonismo sfrenato di San Francisco a nascondere il disagio esistenziale che traspare dalle parole dell’autrice: in molti e in molte hanno raccontato gli eccessi e le bizzarrie di una città in balia di un gruppo di miliardari non ancora trentenni, di una regione simile a una carcassa da spolpare a uso e consumo degli avvoltoi del venture capitalism, ma ciò che differenzia il memoir di Wiener è la sua capacità di restituire a pieno quel senso di decadenza e di inquietudine che si prova quando a morire è un’idea di futuro.

La valle oscura di Anna Wiener

Cosa succede, nella Silicon Valley? Per quale ragione gli spazi di lavoro sono disegnati come appartamenti, e gli appartamenti come spazi di lavoro? In base a quale idea del mondo anche chi hai seduto di fronte comunica con te solo via messaggio?...

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«San Francisco era una città di sconfitti che lottava invano per assorbire un afflusso incontenibile di aspiranti alpha. Era stata a lungo un rifugio per hippy e queer, artisti e attivisti, fanatici del Burning Man e dominatori sadomaso, disadattati ed eccentrici… ora la città era intrappolata nella nostalgia per il suo stesso mito, imprigionata nell’allucinazione di un passato felice, non riusciva a tener dietro al recente slancio della triade oscura del tech: capitale, potere e una blanda, ipercorretta mascolinità etero.»

Nella valle oscura va in scena la banalità del male: miliardari vestiti come per un’escursione in montagna condividono la città con senza tetto che vagano nudi; giovani e atletici manager percorrono in monopattino le strade, schivando lungo il tragitto siringhe e tendopoli abusive. La sofferenza degli altri passa inosservata, ennesimo bug da eliminare per rendere pulita la linea di codice e con essa la superfice della città. In questo scenario già visto, Wiener racconta cosa accade dietro le quinte di quei luoghi dove prendono forma le vite virtuali: le grandi aziende che aspirano a diventare città stato indipendenti, il miraggio delle smart cities, i party in ufficio, le droghe, le molestie e i finesettimana aziendali, i Big Data e i software predittivi, la continua ricerca di stimoli e di un senso in grado di sopportare il peso di una vita consacrata alla performance. È in questi luoghi che vengono prese decisioni in grado di modificare in profondità la vita di miliardi di persone: lo stesso programmatore che molesta le sue colleghe spammando foto di genitali sulla chat aziendale è responsabile dell’algoritmo che stimola la dipendenza da dopamina connessa ai social network; la stessa collega che rimane scandalizzata dal fatto che un senzatetto indossi una felpa con il logo aziendale ha il compito di rendere i software inclusivi nei confronti delle minoranze.

Spesso si tende a pensare che dietro determinate scelte, in particolare in ambito tecnologico, si celino grandi menti impegnate in interminabili discussioni di natura etica e che le persone che prendono tali decisioni sappiano letteralmente qualcosa che agli altri non è dato sapere. Niente di tutto questo: nella Silicon Valley, spiega Wiener, ci sono esattamente gli stessi bias e le stesse contraddizioni apparentemente insanabili che è possibile trovare su Reddit o nella sezione commenti di Youtube; gli stessi comportamenti violenti e gli stessi pregiudizi razzisti, misogini e classisti che si trovano in un forum dedicato ai videogiochi e agli angoli delle strade.

«A guardar loro, sembrava così facile sapere cosa volevi e ottenerlo. Ero stata pronta a credere in loro, impaziente di organizzare la mia vita attorno ai loro principi. Avevo confidato che fossero loro a dirmi chi ero, cosa contava, come vivere. Avevo confidato che avessero un piano, e che fosse il piano migliore per me. Pensavo sapessero qualcosa che io non sapevo. Interpretai la mia cieca fiducia in giovani uomini ambiziosi, aggressivi e arroganti che venivano da comode periferie americane come una patologia individuale, ma non era affatto individuale. Era diventata un disturbo globale.»

Come racconta Wiener, in questo contesto l’essere fedeli all’azienda è a volte l’unico modo di fare pace con il desiderio di riconoscimento, di sentirsi parte di un qualcosa in grado di andare oltre il culto dell’individuo. È così che il desiderio si trasforma in ossessione: per non essere lasciati indietro c’è bisogno di tenere il passo dell’algoritmo, il lavoro su di sé si trasforma in una continua ricerca dell’ottimizzazione in cui pratiche millenarie come il kundalini yoga o strumenti per il calcolo della glicemia nel sangue pensati per pazienti diabetici diventano l’ennesimo mezzo stravagante per raggiungere il sogno della piena efficienza, della completa hackerabilità dei corpi. Nella società automatizzata, lo gnōthi sautón diventa una maledizione senza scampo.

Il feticismo dell’ecosistema per la cultura dell’ottimizzazione e il potenziamento della produttività era cresciuto fino a sconfinare nel biohacking. In rete e nei più bei bar di San Francisco, i teorici dei sistemi si scambiavano idee su combinazioni e dosaggi. Ottimizzavano i loro cicli di sonno con luce rossa e battiti binaurali. Compravano caffè estratto a freddo con aggiunta di burro, si sparavano testosterone nelle cosce e acquistavano braccialetti con feedback aptico per autosomministrarsi scosse elettriche da centocinquanta volt. Il corpo era una piattaforma.

Wiener è quindi un’aspirante Joan Didion con una storia talmente banale da risultare inquietante: l’uncanny valley del titolo inglese non è, come può sembrare all’inizio, un titolo legato alla somiglianza sinistra fra macchine ed esseri umani, non è la zona grigia dove gli androidi sognano pecore elettriche, ma al contrario è il luogo sin troppo familiare dove le persone dimenticano la loro capacità di provare empatia, dove le tecnologie del futuro vengono modellate sulle stesse discriminazioni che caratterizzano la società contemporanea. La valle oscura è un libro che ha il pregio di mostrare il re nella sua nudità: in un mondo che ha bisogno di ripensare le città in modo sostenibile, a partire da una ridistribuzione delle risorse e delle ricchezze e con il fine ultimo di ricreare un tessuto urbano che sia funzionale ai bisogni reali delle persone che lo abitano, le grandi menti della Silicon Valley propongono la solita vecchia ricetta che prevede più potere e meno vincoli a vantaggio dell’ennesima oligarchia illuminata, nascosta questa volta dietro l’illusione di una città intelligente e pienamente automatizzata. Non sono un caso gli incontri fra Wiener e giovani amministratori delegati con il pallino del city building: la nuova frontiera del tecnoliberalismo passa ormai sempre di più attraverso questo esercizio di onnipotenza e megalomania; piuttosto che riparare un tessuto sociale e urbano danneggiato da anni di politiche predatorie, è preferibile abbandonare gli ultimi al loro destino e accelerare verso una nuova era oscura governata dalle macchine e dai loro padroni.

«L’entusiasmo dei tecnologi per l’urbanistica non era semplicemente una passione per le città, o per la costruzione di sistemi su larga scala. Era una palestra preparatoria, un’area di prova, una porta d’accesso: la fase uno per adattarsi a un potere politico appena scoperto.»

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Tiziano Cancelli è nato a Roma nel 1989. Si occupa per diverse testate di filosofia e culture digitali. È autore di How to accelerate. Introduzione all'accelerazionismo (Tlon, 2019)

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