Skip to Main Content
Immagine di copertina

Letteratura, critica e utopia. Ritratto di Harold Bloom

Di Federico Ferrari • aprile 09, 2024I grandi autori

Harold Bloom è stato il più grande critico letterario del Novecento. Figura ingombrante nel dibattito culturale d’oltreoceano, è stato sovente al centro di polemiche generate dai suoi giudizi taglienti e poco inclini a piegarsi allo spirito del tempo. La sua polemica nei confronti di quella che considerava la colonizzazione da parte del pensiero politicamente corretto delle università americane lo ha fatto assurgere, assai spesso, al ruolo caricaturale di pensatore reazionario, difensore dell’ultimo baluardo della tradizione letteraria contro l’avvento della woke culture.

Il libro più noto e controverso di Bloom, Il Canone occidentale, è, probabilmente, la summa del suo tentativo di costruire una sorta di arca nella quale porre in salvo quelli che lui considerava i più grandi tesori del genio umano. Il genio, titolo di un altro suo monumentale libro, era, infatti, la sola caratteristica, cifra del grande scrittore, di cui Bloom andasse alla ricerca nei testi. Solo dove riconosceva del genio poteva veder apparire una letteratura universale, indipendentemente da chi l’avesse scritta e da dove e quando fosse stata scritta. Questo signore corpulento, con un sorriso melanconico, figlio di una famiglia scampata (in parte) alla Shoah, voleva porre la letteratura al riparo da ogni forma di ideologizzazione, di semplificazione identitaria, poiché in queste forme di rivendicazione politica e moralistica, poco importa se provenienti dalla maggioranza o dalle minoranze, non riscontrava che una rivincita della mediocrità. Convinto, come era, che lo studio della mediocrità, qualunque fosse la sua origine, generasse solamente mediocrità, non poteva che opporsi frontalmente a ogni forma di lettura ideologico-politica della letteratura.

Di qui, invece, il suo amore per William Shakespeare, il genio più grande, perché capace di inventare l’idea più illuminante di tutta la letteratura: “la possibilità di riconoscere se stessi origliandosi”. È, infatti, proprio grazie ai personaggi dei grandi autori, e alla loro capacità introspettiva, che, per Bloom, diventa possibile comprendere la letteratura come quell’atto di scrittura che permette a ogni lettore di creare o ricreare se stesso. L’identità del lettore può essere ritrovata, non dentro di lui, ma nell’ascolto delle parole dei personaggi – o, per dir meglio, origliando i loro pensieri, quei pensieri che Amleto, Don Chisciotte, Anna Karenina, Emma Bovary, il capitano Achab, Josef K., Molloy e molti altri hanno reso possibili dentro se stessi e, di conseguenza, dentro di noi. Il lettore, estraniandosi da sé e origliando quei pensieri, quei pensieri detti talvolta ad alta voce, talaltra nella solitudine più assoluta, ha davvero la possibilità di ricreare se stesso, di rimodellare la propria identità, la propria capacità di percepire il mondo. Ogni lettore, che davvero legga e creda a quel che legge, si dà, dà a se stesso, la possibilità di entrare realmente in empatia con gli altri, con il mondo; si dà la possibilità di metabolizzare le esperienze che ha vissuto, senza forse davvero comprenderle, e, come per magia, di vivere anche ciò che non ha mai vissuto.

La letteratura, ben lontana dall’essere un passatempo, diviene il regno di una vita più vera della vita vissuta. Sorta di spazio di transizione tra una dimensione immediata e sprofondata nell’inconsapevolezza e una realtà più alta, più complessa e, alla fine, più umana. Una realtà, quella a cui la letteratura dà accesso, che non si pone e non ci pone in una dimensione ulteriore o parallela, ma ci trasporta nel cuore stesso del reale, dove già da sempre siamo, senza averne piena consapevolezza. La verità della letteratura trova sempre la sua verifica nella realtà vissuta. Uscendo da un capolavoro come la Divina Commedia o I fratelli Karamazov, nulla è mutato nel mondo che ci circonda ma il nostro modo di vedere, ascoltare e sentire è completamente diverso.

Bloom fa assumere alla letteratura un ruolo salvifico. Come in una sorta di liberazione e di ascesi secolarizzata, le parole dei grandi romanzi o della poesia permettono di uscire dall’oscurità di un’esistenza sprofondata nella pura e semplice materialità. Se, per noi, l’esperienza comune del vivere è, oggi, spesso coincidente con una vita di consumi e desideri indotti, l’esperienza della letteratura indica la via verso una possibile epifania, al di là o al di qua di tutte le religioni rivelate, al di qua o al di là di ogni illusoria ipostasi di senso, al di qua e al di là di ogni feticismo e ogni idolatria. Luoghi meravigliosi di piacere e scoperta, di esperienze profonde e terribili, di ascensioni e precipizi, la scrittura e la lettura divengono momenti fondamentali, quasi tappe liturgiche o preghiere, di una religione della letteratura. Una religione umana, una conoscenza incanta e profana, antinomica e anarchica, che nulla sa di un Dio che salva – e nemmeno dei suoi idoli postmoderni, trasvestiti e animati da prodotti, elisir di eterna vita e fascinazioni mediatiche. Se si dà una religione della letteratura è perché l’umano, nonostante tutto, continua a credere alla possibilità di un altro mondo, un mondo di luce e di libertà. In un certo senso, come scrisse mirabilmente Ingeborg Bachmann, la letteratura è lo spazio concreto di questa utopia.

Per comprendere appieno il senso del gesto bloomiano, occorre affrontare i suoi primi portentosi scritti – L’angoscia dell’influenza, La Kabbalah e la tradizione critica, Agone, Una mappa della dislettura. Scritti nei quali il critico americano fonde in un’incandescente teoria elementi dello gnosticismo e della Qabbalah, dando vita una griglia interpretativa che gli consente di passare al setaccio la letteratura di ogni epoca. Si tratta di una griglia assai complessa e strutturata, spesso in aperto contrasto con le altre teorie critiche del tempo, prima tra tutte la decostruzione di Jacques Derrida e Paul De Man. La griglia teorica bloomiana, denominata revisionismo critico, permette di trattenere tra le sue maglie solo le pepite più luminose, lasciando cadere il resto tra i detriti della storia.

Impietoso, di una lucidità spesso ironica e feroce, Bloom fu un grande antinomista. Si batté contro ogni tentativo di normare la letteratura, di stabilire dei confini che le fossero estranei e la costringessero nell’alveo tranquillo del perbenismo o del conformismo. È celeberrima una sua boutade, “io sono un vero critico marxista, seguace di Groucho più che di Karl e assumo a mio motto la grande battuta di Groucho: ‘Qualsiasi cosa sia, io sono contro’”. Se, dunque, Bloom si è interessato al canone, è stato per riunire quella che reputava una comunità di individui al di fuori di ogni comunità. I suoi eroi e i suoi santi, spesso martiri, sono stati, tra gli altri, Cervantes e Montaigne, Milton e Tolstoj, Sant’Agostino e Dante, San Paolo e Maometto, Goethe e Freud, Nietzsche e Proust, Molière e Beckett, Kierkegaard e Rimbaud, Borges e Balzac, Kafka e Wilde, Ibsen e Pirandello, Austen e Melville, Woolf e Leopardi, Dickinson e Baudelaire, Camões e Wharton, Joyce e Montale, Pessoa e Rilke, Flaubert e Celan, Scholem e Keats. Si tratta di una vera e propria costellazione, una mappa atta a orientarsi nel tempo del disastro, nella notte priva di astri, orfana di ogni punto di riferimento (questo è il significato della parola disastro).

Un tempo disastroso che, per Bloom, non è solo il nostro ma quello in cui l’umanità è caduta dalla sua comparsa in questo modo. Le stelle della letteratura sono portatrici di una luce, seppur flebile, per risollevarsi dalla caduta, per salvarsi dal tempo, da ogni tempo. Contemplare le costellazioni letterarie, seguirne i tracciati, i disegni occulti, le segrete forme, è un modo per sospendere la tirannia del tempo, la sua impietosa cadenza che precipita ogni cosa nel nulla; un modo, detto altrimenti, per sopravvivere al dolore della perdita, a cui la caduta nel tempo destina ogni essere vivente. Dolori e perdite che Bloom, come tutti, visse in prima persona, attraverso, soprattutto, la malattia di un figlio schizofrenico. Malattia che in qualche modo rimase come la sua spina nel fianco e il motore di ogni sua ricerca di un senso al di là dell’incomprensibilità del dolore.

Quel senso lo trovò, in rari momenti di grazia, nelle parole dei grandi scrittori, nel loro tentativo di dare una forma all’informe della vita. Dare una forma alla vita significava per lui riuscire a farsene un’idea. Significava giungere a possedere una chiave di lettura che permettesse di individuare o scoprire un senso per tutto quel che accade. Per questa sua volontà di comprendere il tutto, senza mai accontentarsi di una visione di parte o partigiana, amava una letteratura senza censure, senza preconcetti, ma capace di indagare davvero tutto quel che accade. “Il mondo è tutto ciò che accade”, esordiva Wittgenstein, sommerso dall’orrore della prima Guerra mondiale, nella prima asserzione del suo Tractatus logico-philosophicus. E Bloom non poteva che essere d’accordo, salvo aggiungere che tutto ciò che accade assume un senso solo nella letteratura, in quella parola che pensa poeticamente il mondo, dicendolo come il mondo non sa (ancora) di essere.

Bloom fu un uomo di fede. La sua religione fu la letteratura. I suoi testi sacri furono i grandi capolavori della letteratura mondiale, da Gilgamesh ai nostri giorni. I suoi profeti gli scrittori. Quasi nessuno lo ha seguito su questa strada e ben pochi lo hanno capito. In fondo, Bloom voleva resistere all’abominio, all’ingiustizia, alla sofferenza, alla morte. Voleva esattamente quello che volevano i suoi avversari e i suoi detrattori migliori. Ma aveva una visione più ampia, slegata dalle contingenze del tempo, dall’impellenza dell’oggi. Aspirava ad avere delle visioni profetiche rivolte verso un ciclo cosmico infinito, verso un abisso indecifrabile. Indecifrabile come il ritrarsi di Dio dal mondo, lo tzimtzum della Qabbalah, per mezzo del quale il Creatore ha generato il mondo, abbandonandolo a se stesso.

Questo appassionato professore di Yale credeva che la grande letteratura fosse un riverbero del primo gesto inaugurale, di quel gesto incomprensibile che ci aveva lasciati, noi tutti, orfani di un senso, di una spiegazione; abbandonati a noi stessi e in lotta con la materia e le sue miserie. Perennemente alle prese con cocci di senso, con i resti dei vasi infranti della creazione, Bloom pensava, in fondo, che ogni poesia, ogni frase compiuta, fosse il piolo di una scala capace di riportarci al momento inaugurale, di avvicinarci al mistero di quell’abbandono. Ogni frase davvero compiuta era un modo per arrivare a scrutare il volto nascosto di Dio e, forse, dissolversi in esso.

Bloom non poteva che essere frainteso, come ogni profeta. Ma era stato proprio lui a mostrare che solo dal fraintendimento (misreading) poteva nascere nuova letteratura. È andato ripetendo, per oltre mezzo secolo, che solo chi non si lascia schiacciare dai padri davvero li onora, proseguendo oltre di loro e prolungando così, non il detto, ma l’atto di scrittura, quell’atto che non appartiene a nessuno ed è, per questo, a tutti destinato. Bloom era ben al di là di ogni patriarcato. Amava i figli e le figlie. Se ha guardato così a lungo al passato è perché bramava vedere l’avvenire; perché voleva accompagnare i figli sulla soglia dell’utopica terra di un’umanità sempre e ancora a venire.

Il canone occidentale di Harold Bloom

Quali sono i testi e gli scrittori su cui la civiltà occidentale ha edificato la sua letteratura? Come conciliare il gusto personale con il bisogno di condividere un patrimonio comune? Da Dante a Shakespeare, da Molière a Goethe, da Cervantes a Tolstoj, Harold Bloom ha individuato ventisei autori, prosatori e drammaturghi che non si può non conoscere e dedica loro pagine di studio diventate un patrimonio straordinario. Opera profondamente personale, controversa, discussa, letta in tutto il mondo, Il Canone occidentale è un saggio sui classici diventato, a sua volta, un classico degli studi letterari.

Visualizza eBook

Federico Ferrari (1969) è saggista, filosofo e critico d’arte. Per lunghi anni ha vissuto a cavallo tra diversi paesi europei. Nei suoi numerosi libri ha cercato di comprendere cosa significhi pensare e fare arte oggi. Nel 2020, ha co-fondato il web magazine Antinomie.



Hai bisogno di contattarci?

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.