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[Libri unici] Le civette impossibili

Di Federico di Vita • novembre 10, 2020

Se pensate di conoscere il genere del reportage o ancora peggio se credete di essere buoni autori di reportage, leggere Le civette impossibili di Brian Phillips (appena uscito per Adelphi, nella traduzione di Francesco Pacifico) è un’esperienza che vi tramortirà, ridefinendo i confini del genere e spostando decisamente più in alto qualunque asticella abbiate in mente.

Il libro è talmente vasto, vario e profondo che pur essendo meraviglioso – non si può dire nulla di meno – se ne è scritto pochissimo. Come mai? Perché è difficile tenerlo insieme in un unico sguardo. Per riuscire a mettere giù qualche idea qui ho dovuto forzare i confini soliti che contribuiscono a definire la coerenza di questo spazio: qui infatti non si scrive mai di un solo libro (l’unica eccezione per cui a volte capita coincide con delle interviste) e per far passare la necessità che sentivo al riguardo ho argomentato anche eccependo all’interessante proposta di inserirlo in una cornice dedicata ai “libri unici”, quel tipo di volumi attorno a cui Roberto Calasso (anche se la paternità dell’idea è da accordarsi a Bobi Bazlen) ha coagulato una parte significativa dell’identità stessa di Adelphi – per capirci quei testi tipo L’altra parte di Alfred Kubin, Jakob von Gunten di Robert Walser, o Il monte analogo di René Daumal.

Le civette impossibili di Brian Phillips

Anche quando si comincia a conoscere Brian Phillips – dopo aver partecipato con lui a una corsa di cani da slitta attraverso l’Alaska, o essersi fatti spiegare in dettaglio il complicatissimo rituale del sumo –, è difficile capire dove porterà la prossima tappa.

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Perché, dunque, non avrei potuto inserire Le civette impossibili in un novero del genere? Perché quest’ultimo è sì “unico” ma in modo differente: gli altri dispiegano la loro diversità in uno scritto isolato e irripetibile perfino dallo stesso autore, che ha significato di per sé anche in virtù della sua coesione; Le civette impossibili al contrario la disperde in una miriade di direzioni, ben più numerose dei saggi che racchiude. Prima li ho chiamati reportage, ora dico saggi, non mi sto confondendo, è che la natura dei testi di Phillips è sfuggente. L’edizione statunitense è intitolata Impossible Owls, ed è corredata di un sottotitolo illuminante (che, se conservato, avrebbe fornito una traccia utile anche ai lettori italiani): Essays from the ends of the world. Ma allora, ho tra le mani un libro di reportage o di saggi? Nessuna delle due cose, o meglio entrambe ma anche di più, a volte questi scritti prendono la patina del racconto, altre della theory fiction, e quello che è costante è lo sguardo curioso e vivo dell’autore, mai sazio di muoversi e di trasformare l’oggetto della sua indagine – di volta in volta diversissima – anche all’interno dello stesso episodio. Sono reportage che vengono dal futuro, mi verrebbe da dire, scritti da un autore tenero, audace e profondo, che non teme gabbie e ha archiviato da tempo il concetto stesso di etichetta editorial-letteraria.

Brian Phillips è uno dei fondatori e delle migliori firme di Grantland, la rivista di reportage sportivi migliore al mondo, ha scritto tra gli altri per MTV News e il New Yorker, ha un sito che si chiama The Run of Playgrazie a cui si è affermato tra le migliori firme di giornalismo sportivo del mondo. È statunitense e ha un singolare – a quelle latitudini – amore per il calcio.

Davide Coppo, introducendolo in un’intervista di qualche anno fa, lo descriveva così: “Quello che fa è difficilmente descrivibile, è una sorta di mix tra cultura pop, cultura sportiva, e cultura letteraria. Qualcosa che ti fa vedere le cose da punti di vista completamente inediti. Qualcosa di prezioso e arricchente, che si inserisce in una tradizione giornalistica ben tracciata nel mondo anglosassone e che in Italia manca quasi completamente”. Il suo background – in cui è importante ricordare anche la formazione letteraria – mi permette di dire qualcosa in più del suo sguardo: la varietà vivificante dell’approccio di Phillips lo porta a farci viaggiare su un minuscolo aereo ultraleggero (che l’autore impara a guidare in caso il pilota perda i sensi – circostanze che possono capitare in quel contesto) per seguire, o meglio precedere, l’Iditarod, una gara di cani da slitta lunga milleseicento chilometri, che si svolge in Alaska, a temperature di 30° sotto zero, e che può essere raccontata solo precedendo le tappe infernali degli uomini in slitta volando tra paesaggi maestosi (e pericolosissimi, su quei trabiccoli), per aspettare di volta in volta l’arrivo di alcune delle mute che si inseguono in questa sfida senza tempo. Per farlo, come accennato, è necessario imparare a pilotare quei piccoli aerei (mentre chi sa farlo si finge morto), e anche a farli atterrare…

"La terra sembrava emettere un suono, come un urlo, mentre ci correva incontro. Mmh, forse un po’ troppo. Ho diminuito la velocità. Il Nugget è sobbalzato e ha cominciato a cadere con un’angolazione diversa – «a picco», direbbero i manuali di aeronautica. Ormai eravamo sopra il lago. Percepivo il biancore smisurato che si estendeva letalmente sotto di me. Chi era a essere confuso? Io o il paesaggio? Sulla riva c’erano alberi, ma stavamo scendendo troppo rapidamente: non riuscivo a metterli in relazione con nulla. I miei riferimenti erano andati a farsi benedire. All’ultimo momento ho tirato la cloche. Si è sentito lo skrrrk chiropratico degli sci che penetravano nella neve. Simultaneamente, la sensazione di una forza che si propagava verso l’alto attraverso l’aeroplano. Il Nugget è rimbalzato sul ghiaccio, come una pietra sull’acqua. Siamo stati sbalzati in alto e in avanti, qualcosa come cinque metri…

… e poi siamo ridiscesi giù, siamo rimbalzati ancora, di nuovo siamo ridiscesi e, incredibile, con un’ultima scivolata ci siamo fermati.

«Indovina un po’?» ha detto Jay rialzando la testa. «Hai appena fatto atterrare un aereo».

Personalmente, non sono mai stato troppo intrigato dai miracoli del volo. Tempo fa ho giocato un po’ a Wing Commander, ma non ero uno di quei ragazzini pre-11 settembre che si appostavano davanti alle cabine degli aerei sperando che un pilota gli carezzasse la testa e gli regalasse un set di spillette alate. Ma ci sono momenti in cui l’adrenalina ti fa perdere ogni contegno.

HO CONQUISTATO I MISTERI DEL VOLO, ho urlato dentro di me, tra le vallate delle mie emozioni. CHE L’ARIA STESSA SI INCHINI AL MIO COSPETTO.

«Proprio niente male, sai» ha detto Jay. «Riproviamoci».

MMH, NOOO, ho gridato alle vallate".

Scoprire la selvaggia e infinita Alaska diventa così un viaggio etereo e insieme concretissimo nella natura e nella personalità di chi si incontra. Lì infatti, racconta Phillips, è impossibile non osservare l’intenso mistero racchiuso in ciascuno di noi: in Alaska le persone, disabituate ai contatti sociali, non hanno sviluppato le contromisure consuete che per esempio in città ci permettono di ignorare il magma racchiuso in ciascuno sguardo. L’autore riflette su una frase di Herman Melville: “L’intenso concentrarsi dell’io in mezzo a una simile spietata immensità”, mentre intanto continua a inseguire-precedendo una corsa estenuante quanto massacrante, che provoca piogge di allucinazioni nei lunghi rettilinei ghiacciati ai partecipanti, mentre i cani sono sempre più svuotati e fieri. Una corsa il cui significato eroico trascende il senso che siamo abituati ad associare alle competizioni sportive, restituendoci un orgoglio superiore nell’essere lì, nel riconoscersi in quell’avventura ai confini del mondo.

Teo Lorini su Primo amore ha paragonato la natura di questi reportage a quella dei documentari di Werner Herzog, è un paragone calzante, anche se in realtà il regista ha scritto volumi che pur avendo qualche affinità di vedute con gli scritti di Phillips, penso per esempio a Sentieri nel ghiaccio, sono stilisticamente lontani dalla ricchezza metaforica e dall’acutezza sociologica sprigionata dalla penna di Phillips, che a volte ha qualcosa della sfrontatezza di Hunter S. Thompson (“Nei programmi sulla natura avrete sentito dire che le tigri sono furtive. Non è un’informazione che può prepararti a come sono davvero. Non vedrete mai una tigre che non abbia deciso di farsi vedere. […] Ecco come arriva una tigre: prima non c’è niente; poi c’è una tigre. […] È vero, l’arrivo di una tigre è spesso preceduto da momenti in cui sale la tensione, perché la presenza di una tigre modifica la giungla tutt’intorno, e tali cambiamenti sono più facili da rilevare. Il canto degli uccelli si fa più cupo. I piccoli di cervo si scambiano deboli richiami. Le mandrie non corrono, ma assumono forme che suggeriscono l’emergere di una consapevolezza collettiva di dove fuggire”), altre lo stupore sincero di Marco Polo (“In duecentosessantacinque anni, solo sessantotto lottatori di sumo hanno raggiunto il rango di yokozuna. Prima del 1749 ne vengono riconosciuti due, ma è soltanto a partire dall’ascesa, in quell’anno, di Maruyama Gondazaemon, terzo detentore del rango, che sappiamo stabilire con ragionevole certezza i nomi e le date, e se al netto del folklore siano effettivamente esistiti. Solamente i detentori del massimo rango del sumo possono fare un’entrata come quella di Hakuhō. Ufficialmente, lo scopo dell’elaborato dohyō-iri è scacciare i demoni, ed è un aspetto del sumo che dovreste tenere presente: uno sport con contratti tv e milioni di pubblicità dello yogurt, ma anche uno sport che tra i suoi momenti ufficiali ha un rito per spaventare i demoni”), combinate alla precisione di Chatwin (“A ovest di Sligman, Arizona, la Route 66 attraversa la riserva indiana hualapai; qua e là lungo la strada ci sono alberghi-casinò dei nativi. Ma si avverte comunque un senso di cancellazione diverso da quello che puoi trovare, chessò, in Massachusetts. Potrebbe dipendere dal fatto che qui è proprio il paesaggio a ricordare quel vuoto. Tra te e la storia americana ci sono meno strati protettivi. Ossia: sai che una storia di invasione, deportazione e (diciamolo) genocidio permea quasi ogni luogo di questo paese. Ma di solito sei spinto alla distrazione e alla rimozione da tutto ciò che ti circonda, da tutto il rumore e lo scintillio della cultura contemporanea – ecco un Dunkin’ Donuts, ecco il Guggenheim Museum, quel corgi indossa un muumuu? Quelle forze, qui, non operano. Sulla Route 66, anzi, vieni perfino sottilmente convinto, dal generale declino ozymandiesco dell’ «Americana» che stai attraversando, a riflettere sulla distruzione delle culture antiche, della cultura tutta”).

E tutto ciò è ancora poco per capire la vastità di questi essay. La cosa più bella che ho letto quest’anno è il reportage contenuto in questo volume Verrà il lupetto grigio (la seconda? Nella grande solitudine – quello in cui Phillips ci porta in Alaska), che racconta con delicatezza cechoviana il lavoro di Jurij Norštejn, un autore russo di cartoni animati che avrebbe tutto per essere un Miyazaki moscovita (ma ancora più poetico, e tecnicamente più raffinato), se solo non fosse intrappolato da tre decenni dal demone del perfezionismo che gli impedisce di completare il suo ormai leggendario adattamento del Cappotto di Gogol.

Sono sempre sorprendenti e sempre straordinariamente pregni di senso gli ampli detour che fanno spesso virare questi scritti: mentre l’autore è in Giappone per seguire le imprese di Hakuhō Shō, il più forte lottatore di sumo di sempre, finisce per imbattersi nella vicenda del colpo di stato tentato da Yukio Mishima. Blitz finito col seppuku dell’autore e degli altri membri del suo commando, l’ultimo dei quali, Hiroyasu Koga – che materialmente decapitò il grande scrittore, venne catturato dall’esercito e dopo alcuni anni di prigione si diede alla vita monastica – è ancora vivo e dunque possibile da incontrare. Phillips così pensa di cercarlo, individua il monastero dove vive, accarezza l’idea di intervistarlo. Analogamente, mentre insegue ciò che rimane della Route 66, l’autore finisce nei pressi dell’Area 51 e ci racconta il mondo dal punto di vista degli ufologi. O ancora, mentre ci fa entrare nelle pieghe delle personalità della famiglia reale britannica, ecco che ci scopriamo a un certo punto per niente stupiti di guardarle dalla prospettiva dall’addetto alle bandiere di Buckingham Palace.

Che altro dire, da una parte non vorrei continuare a svelare dettagli che fareste bene a scoprire, dall’altra mi pare di non aver ancora restituito del tutto l’imprevedibile ricchezza di questo volume per cui mi resta poco da aggiungere, oltre a un perentorio: leggetelo.

Sentieri nel ghiaccio di Werner Herzog

Questo libro è la storia di un viaggio in certo modo straordinario: il viaggio a piedi intrapreso nell’inverno 1974 da Werner Herzog, per recarsi da Monaco a Parigi, dove lo aspettava un’amica malata, Lotte Eisner, storica e studiosa del cinema tedesco. Una testimonianza d’affetto che, secondo Herzog, avrebbe dovuto contribuire a tenere in vita una persona cara.

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La grande caccia allo squalo di Hunter S. Thompson

In questo libro Hunter Thompson affronta i temi a lui più cari: lo sport e la politica. E come al solito, l'argomento trattato è un pretesto per affrontare questioni più ampie e dilungarsi sulle proprie esperienze personali. "La grande pesca allo squalo", che dà il titolo al volume, è l'articolo di Thompson che più si avvicina al celebre "Paura e delirio a Las Vegas"

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Lezioni spirituali per giovani Samurai di Yukio Mishima

Yukio Mishima era convinto che la verità può essere raggiunta solo attraverso un processo intuitivo in cui pensiero e azione si trovano uniti. Questa filosofia della vita gli derivava dal pensiero di Wang Yang Ming (1475-1529) e dall'etica dei samurai che a esso si ispirava. L'ideologia dei guerrieri antichi era, per Mishima, l'essenza stessa della 'giapponesità', della sua natura più vera.

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Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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