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Immagine di copertina

L'isola degli scrittori

Di Alice Valeria Oliveri • novembre 10, 2019

Nell’estate del 2018, precisamente tra la fine di agosto e il primo giorno di settembre, abbiamo assistito a un fenomeno mediatico che non aveva ancora precedenti in Italia. Detta così potrebbe anche sembrare qualcosa di sensazionale, un momento topico per la nostra storia, una rivoluzione: quello a cui mi riferisco, in realtà, è il matrimonio di Chiara Ferragni e Federico Lucia, in arte Fedez, che hanno creato attorno alle loro nozze un’attenzione e un hype degno di un royal wedding ma con un hashtag che univa i loro nomi suggellando la nascita di un nuovo impero pop al posto di titoli nobiliari. Al di là dell’opinione che si può avere sulla cerimonia fatta e pensata per il suo tasso a dir poco elevato di instagrammabilità, c’è un elemento che mi ha colpito in modo particolare di tutta questa storia, probabilmente perché in quei giorni mi trovavo proprio nel luogo del grande evento, ossia Noto. E non ero certo là per partecipare alla grande festa che ha bloccato un intero paese né per assistere da lontano come un suddito in adorazione, ma solo perché essendo nata in Sicilia, Noto è uno dei posti dove da molti anni trascorro l’estate.

Ciò che mi ha portata a interrogarmi in modo un po’ più articolato rispetto al matrimonio dei Ferragnez, infatti, è stata proprio la scelta del luogo per un momento che aveva come obiettivo – oltre a quello di ufficializzare un grande amore – quello di apparire sfarzoso, esteticamente appagante e più curato possibile. Se una “imprenditrice digitale” nata a Cremona e un rapper di Buccinasco scelgono la Sicilia come location, ciò che stanno attribuendo al luogo è un valore estetico che va oltre la semplice bellezza da villa per cerimonie. Piuttosto, stanno cercando di replicare in qualche modo un universo di immagini che ha un impatto molto ben definito, riproducibile e altamente riconoscibile.

Sciascia sosteneva che questo modus vivendi isolano si fosse trasferito in qualche modo a tutta la penisola italiana, rendendo i siciliani autori di un sentimento nazionale virale.

Non penso che i coniugi Ferragnez, per quanto abili comunicatori e grandi campioni di storytelling contemporaneo, avessero una particolare consapevolezza di ciò che stavano scegliendo come set della grande favola del loro amore quando hanno optato per Noto. Piuttosto, la loro idea di Sicilia, il mood estetico a cui aspiravano, è una naturale conseguenza di una tradizione rappresentativa che rende questa isola un posto in cui ha luogo un fenomeno molto interessante dal punto di vista narrativo. Come lessi una volta su Facebook in un commento a un post che non ricordo nemmeno cosa dicesse, “Voi siciliani parlate solo del fatto di essere siciliani”: non credo infatti che esistano regioni – al massimo città, Napoli ad esempio – in Italia con un tasso tanto alto di auto-rappresentazione, che è sconfinata nel tempo in una categoria estetica e narrativa utilizzata anche da chi paradossalmente non è nemmeno siciliano.

Il fatto che esistano nella storia della letteratura italiana così tanti scrittori siciliani, e che questi non siano rimasti confinati a un genere letterario regionale che non va oltre lo Stretto di Messina e i progetti da scuola elementare sulla salvaguardia della tradizione, è il sintomo evidente di una predisposizione geografica e culturale al racconto di sé e alla tensione verso un assetto di simboli che demarcano con un carattere preciso ciò che è e ciò che non è definibile siciliano. Arrivando poi, per paradosso, a un sistema iconico condiviso da tutti, siciliani e non, che ha dato luogo a un universo parallelo e codificato per un pubblico più ampio, che in effetti non corrisponde nemmeno con la verità del luogo. Per intenderci, quell’atmosfera da spot di Dolce e Gabbana che sì, attinge da forme reali – vedove tutto pizzo nero e unghie laccate, uomini dallo sguardo torbido e con la coppola di traverso – ma che dà spazio a un’immagine di sicilianità iperuranica, astratta.

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

«La peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all'interno del nostro tempo, è l'ambasciatore d'un altro mondo all'interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della nostra storia di fronte al mondo che vive nella storia.

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La rappresentazione di questa isola, dunque, ben prima delle collezioni D&G, dei protagonisti dei film di Pietro Germi, dei Montalbano e delle “cannolerie” in giro per le città del Belpaese, pone le sue radici su una tradizione di racconto che si esprime al massimo nella sua forma letteraria. Tralasciando la parte più antica della tradizione lirica dei rimatori, dal Diciannovesimo Secolo in poi la letteratura italiana pullula di romanzieri siciliani che, non a caso, hanno farcito i loro racconti con tutti quegli elementi che hanno reso possibile la nascita di questo luogo immaginario ma al contempo tanto reale da diventare come lo definiva Leonardo Sciascia “una metafora”.

Per lo scrittore di Racalmuto, infatti, l’isola dei Ciclopi è un posto in cui da sempre non si crede nelle idee né nel cambiamento, motivo per cui si rimane ancorati a questo stato di immobilismo pachidermico, tradotto poi nella storica arretratezza che viene sintetizzata molto bene dal titolo del romanzo di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, visto che tutt’oggi sembra che in effetti le cose non siano molto diverse da allora, specialmente per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Sciascia sosteneva che questo modus vivendi isolano si fosse trasferito in qualche modo a tutta la penisola italiana, rendendo i siciliani autori di un sentimento nazionale virale, ma l’idea che la Sicilia possa essere in qualche modo la versione ridotta e metaforica di un mondo più esteso – quello italiano, perlopiù, ma per certi aspetti anche occidentale, mediterraneo – si sposa bene con le ragioni per cui la letteratura proveniente da questa regione ha una presa così solida nella tradizione nazionale.

La lingua, i paesaggi – sia urbani che provinciali, ma anche naturali –, il modo di pensare, le indolenze, i vizi, le virtù, l’eccesso barocco di decorazioni e sfarzo, il miscuglio indecifrabile ma al contempo chiaro ed evidente di popolazioni che hanno dominato, sfasciato, deturpato, arricchito e fatto un po’ come pareva a loro – Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Spagnoli, per dirne alcuni: questi tratti fanno sì che in effetti, parlando della Sicilia si parli un po’ di tutti; e quando un racconto riesce a essere al contempo particolare e universale, non c’è confine geografico che lo renda impossibile da comprendere.

Giovanni Verga, che nell’Ottocento raccontava la Sicilia dei campi, di Rosso Malpelo, e dei proprietari terrieri arricchiti e attaccati alla robba, oltre a portare il naturalismo in Italia consacrandolo al verismo, dava vita a un grande racconto di un pezzo della nostra storia che è fondamentale per capire il presente. La bellezza de I Malavoglia, in fondo, sta proprio in questo suo assetto così provinciale – il romanzo corale che viene filtrato dall’opinione arretrata e chiusa degli abitanti di Aci Trezza – che racconta la complessità drammatica e universale di una vita semplice. Così come i suoi colleghi coevi, De Roberto con I Vicerè e Capuana con Giacinta, tutti e tre accomunati dal trasferimento a Milano, ben lontano dalla Sicilia in cui erano nati, hanno portato nel luogo del progresso tecnologico, industriale e culturale per eccellenza dell’Italia post-risorgimentale la materia prima per il racconto di un’epoca e di una realtà che sebbene fosse a distanza di più di mille km era comunque un pezzo enorme e fondamentale della Nazione che si era appena creata.

I Malavoglia di Giovanni Verga

«Nessuna redenzione affranca gli uomini dalle sofferenze. Come lusingare i lettori, ai quali si destina una storia senza eros, senza la consolazione della fede, senza il piacere dell'avventuroso o del'esotico, senza lieto fine?...

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E infatti, della questione unitaria, dell’idea di Italia così problematica e frammentata, si è nutrito Tomasi di Lampedusa con un romanzo che è diventato una pietra miliare di questa narrazione isolana, Il Gattopardo, supportata specialmente dal lavoro di Luchino Visconti che ha trasferito sullo schermo immagini che sono già vivide e palpabili nelle pagine di uno dei nostri libri più famosi. Un’opera che trasuda sicilianità, bellezza decadente espressa con tutta la ridondanza di un linguaggio barocco, di un tramandarsi di idee tragicamente pesanti ma al contempo malinconiche per uno splendore ormai finito che si lasciano alle spalle: e cosa sono in fondo le famose parole del Principe Salina, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, se non il riassunto puntuale e conciso di una mentalità – siciliana sì, ma anche estremamente italiana – e di un modo di stare al mondo che al contempo affascina e repelle?

Ma il racconto della Sicilia gattopardesca non è solo, nel Novecento, a costruire questo grande bacino narrativo ed estetico che si propaga fino a oggi: Luigi Pirandello, tra i maestri della letteratura italiana ed europea contemporanea, ha utilizzato un altro elemento di cui la Sicilia è ricca – forse proprio perché un’isola, forse per antiche discendenze –, la follia, come punto di partenza per una serie di romanzi e di opere teatrali. Pirandello ha infatti declinato nel modo più alto possibile una realtà che tutt’oggi è parte integrante della cultura siciliana, ossia questa forma di deviazione mentale che – patologica o meno, simulata o no, questo è tutto da vedere – si vive palpabile tra le strade, e conferisce al racconto dell’isola un tratto di rappresentabilità peculiare. Anche in questo caso, il racconto del particolare diventa spunto per il generale, e si aggiunge alla raccolta di immagini che costruiscono questo mondo parallelo che rimane da un lato isolato – appunto – e dall’altro accessibile a chiunque voglia farci un giro.

Anche Elio Vittorini ha utilizzato in qualche modo questi input culturali e geografici per nutrire un genere di carattere nazionale arricchendolo con l’atmosfera rarefatta e immobile nel tempo di una Sicilia fissata in un punto impreciso della storia.

Sempre dalla zona di Agrigento – non a caso probabilmente, visto che l’ambiente circostante determina in modo fondamentale la scrittura – sono venuti fuori anche altri due grandi scrittori: uno è Leonardo Sciascia, che ha raccontato la mafia in tutte le sue declinazioni romanzesche ma purtroppo molto più reali di quello che possono sembrare in un libro, ma anche piccole trame simboliche come quelle della sua raccolta Gli zii di Sicilia; l’altro è Andrea Camilleri, autore che ha spinto su vette ancora più alte questo mondo che esiste e che non esiste, con una lingua che c’è ma che per ognuno è diversa, dando vita al paese immaginario – ma costruito mettendo insieme pezzi di verità – di Vigata e al Commissario Montalbano che forse al momento più di qualunque protagonista della tradizione narrativa siciliana fa da rappresentante di questo genere. Montalbano è infatti la quintessenza di un modo di raccontare l’isola che affascina soprattutto chi non la conosce, o la conosce dal di fuori, e contemporaneamente soddisfa le esigenze di chi invece la conosce bene dando un senso di unità isolana che solo in un universo immaginario poteva avere luogo, visto che si tratta di un posto in cui davvero ancora si litiga al bar sul genere di un prodotto di rosticceria. Camilleri, proprio in linea con la tradizione letteraria siciliana, ha infatti saputo cogliere quei tratti che determinano la Sicilia in quanto categoria estetica, riconvertendoli in un genere popolare di larga diffusione come il giallo ma rendendolo caratterizzato da elementi tipicamente connotati. Anche Elio Vittorini, che tra la lista molto lunga di scrittori isolani occupa di sicuro un posto di spicco, ha utilizzato in qualche modo questi input culturali e geografici per nutrire un genere di carattere nazionale arricchendolo con l’atmosfera rarefatta e immobile nel tempo di una Sicilia fissata in un punto impreciso della storia.

Sia ne Il garofano rosso, romanzo di formazione in cui racconta la giovinezza di un liceale siracusano, sia in Erica e i suoi fratelli ma soprattutto in Conversazione in Sicilia, Vittorini usa l’ambientazione della sua regione d’origine per raccontarne al contempo sia la condizione arretrata e arcaica – con pregi e difetti – sia la storia italiana che scorreva attraverso il fascismo, la censura, la guerra civile spagnola e gli astratti furori di cui parla il protagonista di quest’ultimo romanzo. Una metafora del mondo anche questa, per certi versi, che si realizza nel set onirico e trasognato di una provincia dell’Occidente da cui è passato tutto e continua a passare di tutto, come il cinese che incontra il protagonista durante la visita alla madre, e in cui l’aria di surrealtà si intreccia con lo slalom che Vittorini fa tra le parole che usa per aggirare la censura fascista, con un risultato paradossalmente molto più intenso, anche se complesso.

L'arte della gioia di Goliarda Sapienza

L'arte della gioia è un libro postumo: giaceva da vent'anni abbandonato in una cassapanca e, dopo essere stato rifiutato dai principali editori italiani, venne stampato in pochi esemplari da Stampa Alternativa nel 1998.
Ma soltanto quando uscí all'estero - in Francia, Germania e Spagna - ricevette il giusto riconoscimento.

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Di scrittori – e scrittrici, come Goliarda Sapienza – siciliani ce n’è davvero tanti, così come nel cinema ci sono molti registi che hanno scelto quest’isola come ambientazione soprattutto per un genere preciso, quello che racconta la realtà delle criminalità organizzate. La mafia, infatti, per certi aspetti stimola lo stesso fascino narrativo ed estetico che può provocare Il Gattopardo, essendo anche questa così fortemente caratterizzata da tratti estetici molto forti, da un codice linguistico, oltre che etico. Per quanto possa essere un quesito morale quello della rappresentazione del male, non si può mettere la testa sotto la sabbia e rifiutare il fatto che nella sua storia folle e deprecabile, la mafia siciliana continua a essere materiale di racconto proprio per la sua natura così distorta e perturbante. Non è un caso, dunque, che rientri anche questa tra gli scaffali delle cose da cui si può attingere per una narrazione di una terra molto strana ma anche molto produttiva per quanto riguarda immagini e linguaggio. Ma con tutte le sue contraddizioni, anche questo fa parte della storia raccontata e ancora da raccontare dell’isola forse più logorroica del mondo: in La mafia non è più quella di una volta, il documentario di Franco Maresco, così come tutti i film di Ciprì e Maresco, per esempio, sono rappresentano i contrasti e le storpiature malsane e incurabili dell’isola in un modo che non scade mai nell’estetizzazione del crimine, ma al contrario ridicolizzandolo.

Nel 2018, uno scrittore siracusano, Mario Fillioley, ha pubblicato una raccolta di racconti che si chiama La Sicilia è un’isola per modo di dire in cui attraverso dettagli per certi versi insignificanti, rappresenta ancora aspetti inediti di questo posto: l’idea sbagliata che si può avere dei suoi spazi, delle vicinanze e delle lontananze sia geografiche che ontologiche, per esempio. Il fatto che ancora dopo tutti questi anni e dopo tutte queste storie una raccolta simile riesca a dare spazio a immagini nuove, comprensibili per tutti e non solo come un piccolo manifesto campanilistico di peculiarità, è la prova che evidentemente c’è qualcosa di intrinseco nella natura della Sicilia che fa sì che tutto è potenziale materiale da racconto. Se poi questo racconto è il matrimonio di una influencer o una fiction per Canale Cinque, o ancora un set di gioielli a forma di carretto siciliano o un personaggio di qualche film con l’accento da mafioso o ancora, una meta per una vacanza all’insegna dei fichi d’india e delle foto con il barocco come sfondo, cambia il modo e cambia l’intenzione, ma rimane pur sempre una sostanza di base da cui partire. Se la Sicilia è davvero una metafora, se è si tratta di un luogo in cui in piccolo avvengono cose che si ripetono in grande anche altrove, se è una sorta di modellino del mondo, forse lo si deve anche al fatto che nella sua lunga storia di racconti, le persone si sono mescolate tra di loro, creando un immaginario composito e molteplice. Questo oggi dovrebbe valere come metafora più che mai, in un tempo in cui il diverso invece che come ricchezza viene visto come pericolo. Perché non ci scordiamo che senza gli arabi non ci sarebbe mai stata la cassata.

Alice Valeria Oliveri, autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner, Link - Idee per la tv e The Vision, dove è stata redattrice.

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