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Un'intervista dello Sgargabonzi a Maccio Capatonda

Di Alessandro Gori • dicembre 09, 2020

Nel luglio del 2015 condivisi lo stesso manifesto con Maccio Capatonda. Al Passioni Festival di Arezzo si teneva una serie d'incontri che spaziavano da lui a Edoardo Bennato a Lina Wertmüller passando per Matteo Viviani delle Iene al critico d'arte Flavio Caroli e da qualche parte infilarono anche me. Sulla Nazione fecero anche un bell'articolo celebrativo su tutti gli ospiti e saltarono un solo nome: il mio. Per quattro anni non fui mai richiamato ad Arezzo, la mia città.

Quella volta andai di pomeriggio a vedere Maccio Capatonda che era lì con Herbert Ballerina e c'era Andrea Scanzi che li intervistava. C'era una quantità tale di gente che mi girarono i coglioni. Roba che se Maccio avesse chiesto uno scooter in regalo al pubblico, sarebbe partita un'asta fra le groupie per avere l'onore di poterglielo regalare. Avrebbero speso dei soldi per poter accedere alla possibilità di spendere altri soldi per regalargli lo scooter, magari pure con raffreddamento liquido. E io che dovevo litigare per i rimborsi spese. Preso dal nervoso me ne andai a metà incontro.

La sera toccava a me. Proposi le mie cose davanti a un pubblico di gente passata lì per caso, che non mi conosceva minimamente ma gli avevano detto che c'era un comico e un comico va sempre bene. Me ne stavo sotto un gazebo stile Lautari a leggere le mie cose e mi guardavano come si guarda un rettile. Un tipo di mezz'età che mangiava degli spaghetti all'astice insieme a una cubista m'intimò di fare silenzio.

Per vari fatti della vita, complice un mio libro regalato a Maccio da Sergio Spaccavento, il suo coautore, ci saremmo conosciuti appena un mese dopo e saremmo diventati amici. Un giorno, a casa sua, dopo una partita al gioco da tavolo Medina, chiesi a Maccio: "Ma mica ti eri accorto che in tempi non sospetti eravamo tutti e due nello stesso manifesto?". Glielo chiesi oziosamente, senza entusiasmo, dando per scontata la risposta. E fu con grandissima sorpresa che Maccio mi spiazzò con parole di grondante entusiasmo, empatia e umanità: “no”.

Libro di Maccio Capatonda

Marcello Macchia è nato all'ospedale di Vasto nel 1978, partorito da sua mamma. Maccio Capatonda invece è nato nel 2004 dentro un armadio, quando Marcello, intento a registrare la voce fuori campo per il trailer La febbra, diede un nome al suo personaggio, senza pensarci troppo.

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Primo tuo libro: un’autobiografia. Un po’ come se un musicista intitolasse il suo primo disco: “Le origini”. L’ottimo Dante Alighieri ti avrebbe dato del presuntuoso. Da cosa nasce questa scelta?

Un anno fa il mio caro amico Luca Rossetti, con cui ho condiviso l’adolescenza e i primordi della mia comicità, mi suggerì di scrivere un libro sulla mia vita, viste le cose assurde che mi erano capitate negli anni. Dal mio punto di vista non le ritenevo così interessanti da essere raccontate ma quando, poche settimane dopo, mi chiamò Mondadori per propormi di scrivere un libro, mi convinsi che il suggerimento di Luca andava cavalcato. Dopotutto non avevo altre idee su cui fare un libro. Devo ammettere che, non avendo mai scritto quasi nulla, prima di firmare il contratto feci diverse prove di scrittura, per capire se ero in grado di produrre qualcosa che valeva la pena di essere letto. Solo alla 341esima prova lo capii.

Un libro cartonato, il mio genere preferito. Io ho sempre sognato di scrivere un libro cartonato. Da piccolo ero abbonato al Club degli Editori solo per il fatto che i libri che uscivano in libreria brossurati o brossurati con bandelle, per il CdE venivano rifatti cartonati. Al mio quarto libro, non c'è stato verso di farmi cartonare neanche una volta. Sono stato quattro volte brossurato e solo l’ultima con bandelle. Personalmente preferirò tutta la vita un brutto libro cartonato a uno buono brossurato. Ti chiedo: è stata una richiesta tua o una scelta dell'editore? In caso: cosa si prova? Magari a te non fa neanche la differenza.

Non ho mai fatto caso al formato dei libri. La cartonatura è stata una scelta dell’editore. Io dal mio canto ho solo richiesto che venisse prodotto un libro classico. Senza colori o ammiccamenti grafici. Volevo che fosse il contenuto a non essere classico. Questo per esasperare il contrasto tra forma e contenuto, un concetto che fa parte da sempre della mia poetica.

Mi trovi perfettamente d’accordo e mi piace quando succede. Come i melodrammi di Douglas Sirk, che compiacevano Hollywood e in realtà inoculavano in quelle storie dei virus micidiali. Come Angelo Izzo pure tu misceli sapientemente verità e invenzione. Domanda da palinsesto generalista: quanto ce n’è dell’una e quanto dell’altra?

Tutto ciò che ho scritto parte da una base di verità. Ci sono poi derive surreali che mi aiutano a fare il salto nel comico. Ma al netto di queste derive è tutto vero. Episodi come il dado, l’ostia, mio padre seduto con me all’asilo o il pazzo di Chieti, sono pura verità.

Qualche anno fa ti intervistai. Avevo intervistato anche altri comici e mi rendevo conto come spesso le loro risposte che sarebbero state brillanti live, si spegnevano una volta messe su carta. Per te era il contrario. Anche in forma scritta il tuo umorismo non perdeva nulla e, anzi, guadagnava in sfumature. Com’è stato scrivere il tuo libro rispetto a scrivere uno sketch e filmarlo? Hai mai temuto di non risultare altrettanto efficace?

Ho faticato un po’ per capire se la dimensione della scrittura mi si confacesse. Ma una volta superato il primo scoglio mi sono trovato molto a mio agio, soprattutto quando partendo da fatti reali ci ricamavo sopra con la fantasia. Scrivere per scrivere mi ha trasmesso un senso di libertà che non avevo quasi mai trovato nella scrittura di uno sketch. Ho trovato una dimensione molto mia, un mondo senza troppe regole, nel quale potermi perdere senza preoccuparmi di dover ritrovare la strada. Credo che sia stato anche piuttosto terapeutico.

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento? So che è una domanda che fa brutto fare perché magari rischi di scontentarne qualcuno o gli eredi di quel qualcuno. Se vuoi, puoi togliere i primi tre tuoi scrittori preferiti (così chiunque può pensare d’esserlo) e dirmi i successivi. Fai tu.

Senza remore ti dico direttamente i tre scrittori di riferimento in ambito comico non in ordine di importanza. Il primo è Daniil Charms, scrittore russo morto negli anni 40, che mi fu suggerito da Elio una decina di anni fa. Poi c’è Wodehouse, umorista inglese consigliatomi da mia madre, di cui ho fatto scorpacciate durante l’adolescenza e che sicuramente mi è rimasto dentro. E il terzo è Alessandro Gori, che considero il miglior scrittore comico vivente, con cui sento un’affinità notevole. Non so se lo conosci quest’ultimo.

Lo conosco, è quello degli status su Roberto Carlino. E dimmi le iniziali degli scrittori italiani che ti piacciono meno.

Ti faccio direttamente i nomi: Ennio Boccasciutti, Tremor Salsa, e Ruffianna Ovidio Braggadocio.

La bellezza del tuo libro è che è completamente “sgangherabile”. E’ pieno di momenti cult, puoi estrapolare una frase dal contesto e starà in piedi con le sue sole gambe. E penso anche agli interludi di cui il libro è pieno, che siano le pagine bianche (ognuna con una giustificazione), le notizie sul telefonino, la parodia di Blade Runner, il racconto contraddittorio, gli aforismi, etc. Di avverte un’urgenza creativa notevole. E oltre a essere un libro molto divertente (ma non solo), dà l’idea di un libro che ti sei molto divertito a scrivere. E’ così?

In gran parte dei casi mi sono davvero divertito. È stato un viaggio ludico e spensierato all’interno della mia fantasia senza vincoli di budget o durata. Mi sono divertito meno quando ho dovuto raccontare in maniera documentaristica fasi della mia vita che a mio avviso non avevano molto di comico. Penso che la cronaca di fatti realmente accaduti non sia molto pane per i miei denti. Forse perché ripudio la realtà.

Infatti quello che contraddistingue il tuo umorismo è sovversione della logica. Frassica, Pozzetto, Celentano o Nichetti fanno o facevano lo stesso, ognuno con una motivazione diversa. Si può sovvertire la logica perché il mondo così com’è ci appare noioso. Oppure per adattarlo a noi invece che adattarci a lui. Ma anche per un sacco di altre ragioni. Qual è, se c’è, la tua?

Io sovverto la logica per protesta, per dire in qualche modo la mia. Ci sono persone che scendono in piazza, altre che scendono in campo, altre ancora che fanno i politici per cambiare il mondo. Io lo faccio così perché è il mio modo naturale di esprimermi. In fondo la mia è una protesta contro la noiosità del reale.

Mi ha fatto morire l’isterizzazione di tuo padre che commenta la tua prima telecamera rotta (dopo essere caduta da 20 cm d’altezza): “l’avete tritata!”. Nel tuo umorismo c’è spesso questa isteria. Pure i tuoi nomi inventati ricordano quelli che s’inventavano da piccoli. Mi chiedo: riconosci in te oggi il Marcello bambino? Anche da piccolo ridevi per le stesse cose?

L’isterizzazione fa molto parte del mio modo di parlare e anche un po’ dell’atteggiamento nei confronti della vita. È una sorta di impazienza latente che si esplicita in scatti risolutivi e netti. È di sicuro una dote di famiglia. Penso che il Marcello bambino non sia mai andato via anzi, ritengo che gli atteggiamenti da adulto che assumo nella vita di tutti i giorni siano solo uno scudo per difendere la mia condizione di infante che non ha la più pallida idea di cosa stia facendo. Le cose che mi fanno ridere sono più o meno le stesse e cioè: Guzzanti, Frassica, Troisi, Benigni, Ciprì e Maresco (più Maresco ultimamente), Verdone, Nuti, Lundini, i The Jackal, i The Pills e tutti i casi umani in generale.

Mi sono rivisto in pieno nel rapporto che avevi con la scuola. Pure io non l’ho mai patita. Anche quando ero il primo della classe studiare mi costava fatica doppia rispetto a chiunque. Non sono mai riuscito a concentrarmi su qualcosa che non fosse una passione che m'ero scelto da solo. Posso dire che non ho imparato niente su un banco di scuola, nemmeno su quelli dell’università. Anche per te è stato così? Se tornassi sui banchi delle elementari con la testa di adesso, cosa faresti? E se poi la maestra s’incazza?

Per me il problema era l’obbligo. Non riuscivo a farmelo andare giù, mi sentivo davvero un carcerato che doveva scontare anni di prigionia. Per quanto riguarda l’apprendimento fino alle medie penso di aver imparato diverse cose. Ma dalle superiori in poi veramente nulla di nulla. Finito l’obbligo ho potuto scegliere la facoltà che più mi stuzzicava (Tecnica Pubblicitaria) e ho ripreso a imparare qualcosa grazie allo studio di materie che mi interessavano veramente e che erano insegnate da professori competenti. Se tornassi ora sui banchi dell’elementari mi batterei per evitare tutte le percosse che la suora rifilava a un nostro amico che non capiva le cose.

Una svolta nodale della tua vita è quando Michael J. Fox ha risposto a una tua lettera (c’è pure la foto). Non spoilero niente di quell’episodio ma mi limito a chiederti una cosa. Michael J. Fox è stato attore qualche anno fa in un po’ di puntate della mia serie tv preferita dopo Nip/Tuck, ovvero Rescue Me, di Denis Leary. Secondo me ti piacerebbe da matti. L’hai mai vista?

Penso che ricevere una risposta dal proprio idolo internazionale abbia avuto un effetto devastante sulla mia mente di 12enne. Non so esattamente quale ma di sicuro è stata una spinta in più per continuare a perseguire il mio sogno di fare l’attore/regista. Per quanto riguarda Rescue me devo ammettere che non l’ho mai vista ma recupererò a breve.

A questo punto ti chiedo quali sono le tue tv serie preferite.

Twin Peaks, Breaking Bad, Derek, Louie, Carnival, Curb your Enthusiasm.

Gran serie Carnival, peccato che venne cancellata dopo due stagioni e resta senza finale. Visto che abbiamo tirato in ballo Frassica, ti dico che leggere il tuo libro, per quanto diverso, mi ha ridato le sensazioni che mi dette Il Manovale del Bravo Presentatore, che è stato il primo libro (dei pochi) che io abbia mai letto. Ovvero un libro umoristico in senso non convenzionale, svincolato dalle battute, ma in cui in primo piano c’è la psicologia del suo autore, fatta anche di astrazioni, accelerazioni, reticenze e buchi neri. Si respira una libertà che spesso in libri simili si fa fatica a trovare. Anche se ne parli nel libro te lo chiedo qua: cosa ti piace e cosa non ti piace nella comicità?

Il gusto comico di ognuno di noi si crea in base alle esperienze vissute e alla visione del mondo che ne consegue. A me piacciono le cose che mi spiazzano, che sovvertono lo stato naturale delle cose, quelle che vanno oltre la barriera del già visto. Ridere è in fondo una reazione spontanea a un imprevisto ma se l’imprevisto è ormai trito e ritrito non mi farà più ridere. Mi fanno ridere tutti i comici che pretendono molto da loro stessi e sono esigenti nella creazione delle proprie gag. E questo avviene spesso nell’ambito di quella comicità che viene definita nonsense, ma che invece ha perfettamente sense. Poi mi fanno ridere i casi umani, quelli che inconsapevolmente spingono avanti l’asticella dell’originalità semplicemente essendo se stessi nella realtà. In quei casi si produce quello che viene definito trash, ma che per me è non è affatto monnezza ma qualcosa di molto prezioso.

Hai uno stile di scrittura molto cinematografico. Ogni frase crei un’immagine. Sembra davvero di sfogliare un album di polaroid della tua vita (oltre al fatto che il libro è effettivamente pieno di foto) a metà fra la realtà e un Altroquando possibile. Tu hai realizzato ad oggi due film. Il secondo in particolare, Omicidio all’Italiana, per me è una perla che dovrebbero vedere tutti. Anche Libro potrebbe diventare Film? E, in ogni caso, hai un terzo film in mente?

Grazie mille per i complimenti su Omicidio all’italiana, anche io lo preferisco decisamente al primo. Non penso che Libro abbia la possibilità di diventare Film. Mi sembra che sia un insieme di episodi non abbastanza legati da una trama. Tuttavia il mio giudizio attuale è dato troppo a caldo e potrei sbagliarmi. In ogni caso sto lavorando a un terzo film che dovrei finire di scrivere tra qualche mese e girare possibilmente a fine primavera 2021. È una storia che non riguarda il libro e che affronterà il mezzo filmico spero con più maturità, realismo e dai toni meno grotteschi.

E il prossimo libro?

Data l’esperienza di puro divertimento e libertà che ho vissuto nello scrivere il primo non mi dispiacerebbe farne un altro. Non so ancora che tipo di libro scriverei. Da un lato mi piacerebbe cimentarmi in una sorta di collezione di racconti surreali. Dall’altro potrei fare un’altra autobiografia a corredo della prima, visto che ho omesso un sacco di cose che ogni giorno mi vengono in mente. Forse potrei andare avanti per anni a scrivere solo autobiografie della mia vita.

Cosa farai oggi?

Oggi ho già fatto quasi tutto visto che sono le otto di sera. Non mi rimane che, come tutte le sere, recarmi in Bolivia a salvare dei coccodrilli da sempre preda di avidi cacciatori di borsette, e poi a nanna.

Immagino tu non ci pensi neanche a salutare gli amici di Kobo, ma in caso questa potrebbe essere l’occasione giusta.

No no mi va di salutarli: saluto gli amici di Kobo usando la mia mano destra aperta con il palmo rivolto verso di loro e ruotandola da sinistra verso destra più volte. Solo che adesso è arrivata la mia ragazza chiedendomi chi sto salutando. Le rispondo: “gli amici di Kobo”. E lei mi fa notare che non c’è nessuno nella stanza oltre a me e lei. Nonostante provi in tutti i modi a farle capire che è un saluto simbolico, lei sostiene che ho dei problemi mentali. Ora stiamo litigando a gran voce, volano paroloni pesanti. Ecco mi ha sgozzato. Lo sapevo. Addio amici di Kobo.

Lo Sgargabonzi (Alessandro Gori) è scrittore, comico e fumettista. Dal 2013 cura l’omonima pagina Facebook e porta in giro per l’Italia il suo spettacolo satirico Lo Sgargabonzi Live! Nel 2018 ha pubblicato Jocelyn uccide ancora (minimum fax)

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