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Il lieto fine in amore sei tu (e basta)

Di Rosa Carnevale • luglio 19, 2019

Forse la colpa è tutta di Cenerentola o della pubblicità con la famiglia del Mulino Bianco.

Cresciamo convinte che un giorno il principe azzurro si materializzerà sulla porta cancellando con un colpo di spugna anni di delusioni affettive e lavorative, pronto a riscattarci da un passato senza amore e comprensione. E poi, in barba a tutti quelli che non ci hanno desiderato e corrisposto, ai compagni di classe e ai genitori che non ci hanno mai capito, saremo immediatamente pronte per la famiglia del Mulino Bianco: i sorrisi, le carezze, i figli.

Aspetti il tuo turno speranzosa e impaziente ma gli anni passano inesorabili. Nel frattempo collezioni disavventure, equivoci imbarazzanti, delusioni amorose sempre più cocenti. Ed ecco alla fine la triste verità: Cenerentola è un inganno e il principe azzurro non esiste. “Niente lieto fine, niente vissero felici e contenti”. Niente famiglia del Mulino Bianco. Parola di Chiara Moscardelli.

Romana di origine ma milanese di adozione, in libreria con il suo ultimo Volevo essere una vedova. Fin dall’esordio con Volevo essere una gatta morta la scrittrice ci ha abituato a sorridere davanti alle peripezie della sua omonima alter ego, facendoci riflettere in maniera ironica su vicende che sono all’ordine del giorno per molti di noi. Appuntamenti galanti, chat online, disavventure lavorative, ordinarie vicissitudini casalinghe. E poi, i pregiudizi della gente che incontriamo ogni giorno. Insomma, le piccole frustrazioni quotidiane raccontate in maniera lucida e disincantata da una donna che a quarantacinque anni vive senza un uomo. E non perché non ne abbia incontrati ma perché quelli che ha avuto si sono dimostrati molto al di sotto della soglia di accettabilità anche per chi è cresciuta guardando in televisione Candy Candy (se non si fosse innamorata di quel narciso e tenebroso di Terence, forse ci avrebbe risparmiato moltissimi errori). Eppure, nonostante le disavventure, la Moscardelli (o Mosca, per il suo entourage) ha una vita piena, circondata dagli amici di sempre, un bel lavoro e da poco anche una casa (sogno che sembrava irrealizzabile dopo anni vissuti da precaria in scantinati in affitto).

Volevo essere una vedova di Chiara Moscardelli

Che fine ha fatto Chiara, l'aspirante ma mancata gatta morta? L'abbiamo lasciata a trent'anni, senza uno straccio di fidanzato, e la ritroviamo a quarantacinque, ancora single. Com'è potuto accadere? Com'è arrivata a questa età senza sposarsi, fare figli, adeguarsi alla vita che sua madre e le zie, anche quelle degli altri, prevedevano per lei?

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Ma anche quando la ‘singletudine’ non sembra più rappresentare un problema per la donna, ecco che subentra la società con il suo stigma. Il ruolo di donne che bastano a se stesse e che non desiderano figli sembra infatti ancora non essere contemplato come qualcosa di socialmente accettabile, neanche dopo anni di presunte lotte e rivoluzioni femministe.

Avete mai la sensazione di essere tutte/i sbagliate/i? Chiara sì e ci metterà moltissimo a capire che in realtà, a volte, a essere sbagliate sono le opinioni che ognuno di noi ha su se stesso. Non è mai troppo tardi per cambiarle e invertire rotta, però. Ogni giorno possiamo modificare il nostro presente e scegliere chi diventare nel nostro futuro. “La lezione più importante è proprio questa: siamo noi il nostro lieto fine, il nostro ballo di Cenerentola. Il vissero per sempre felici e contenti esiste, solo non è quello che ci hanno raccontato. Ecco la vera favola”.

Sono passati circa dieci anni dal tuo Volevo essere una gatta morta e la protagonista, tua omonima alter ego”, è appena tornata in libreria con Volevo essere una vedova. Come è cresciuta e cos’è successo a Chiara in questi anni?

Apparentemente non è successo proprio nulla. Le aspirazioni, le ambizioni, i sogni che aveva la Moscardelli di Volevo essere una gatta morta erano trovare il principe azzurro e costruire la famiglia del Mulino Bianco. Non è accaduto ovviamente nulla di tutto ciò. A prima vista potrebbe sembrare un fallimento sotto tutti i punti di vista ed è stato proprio il motivo che mi ha spinta a scrivere Volevo essere una vedova. Certe volte infatti i punti di vista vanno spostati.

In realtà sono successe un sacco di cose che hanno rischiato di passare in secondo piano e non essere valutate come invece avrebbero meritato. Non ho trovato marito e non ho figli ma nel frattempo il lavoro mi ha dato grandi soddisfazioni, ho intrapreso con entusiasmo la carriera della scrittrice, Volevo essere una gatta morta ha avuto grande successo, i giornali hanno iniziato a chiamarmi per scrivere articoli. Tutte cose a cui non stavo dando la giusta importanza perché quell’unico desiderio che avevo mi faceva perdere di vista tutto quello che mi stava accadendo di bello.

Ho deciso di scrivere questo nuovo libro proprio per le donne che, come me, possono trovarsi in questa situazione. Per cercare di far capire subito a loro quello che io ho capito molto tardi, cioè che bisogna godere di quello che si ha ma soprattutto che non bisogna pensare di essere delle donne a metà solo perché non si hanno un compagno o dei figli.

Alle donne non è proprio permesso vivere serenamente da single. Sembra che debba sempre esserci una ragione da cercare per spiegare il proprio status, soprattutto quando iniziano ad avvicinarsi i quarant’anni…

Esatto. È sempre richiesta una giustificazione del nostro essere single e soprattutto del non avere figli. Eppure, ci sono un sacco di coppie che i figli non li cercano e non li desiderano proprio.

Io i figli non li voglio, non li ho mai voluti. Adesso non posso averne, ovviamente, perché sono in menopausa (e racconto anche questo nel libro) però è come se mi fossi sentita in colpa per anni perché non ho mai avuto questo desiderio. Dopo anni di giustificazioni ho conquistato la libertà di poter dire che sono sola per scelta e che non sono madre per scelta e sono ugualmente felice e completa.

È qui che entra in gioco la vedovanza, un’ottima scusa per liberarsi dallo stigma della singletudine…

Un escamotage per tenere a bada gli scocciatori che spesso non si accontentano di una risposta sincera. Io sono cresciuta negli anni Settanta e ricordo ancora mia madre che diceva: “quando sarai madre capirai” o “quando sarai moglie capirai”. Non era l’unica, la mia generazione è venuta su così, pensando che al di là dell’essere moglie o madre non ci fossero altre vie possibili per noi donne. Nessuno diceva semplicemente: “quando sarai donna capirai”. Gran parte della nostra società sembra ancora pensare che se sei una donna single vuol dire che non hai trovato nessuno, che hai qualcosa che non va e che ti fa assomigliare a una mela marcia. Un giorno, cadendo, mi ero fatta male a un ginocchio e all’ortopedico che mi stava visitando e, come tutti gli altri, mi stava facendo l’ennesimo terzo grado sul perché non fossi sposata e non avessi ancora figli, ho deciso di rispondere, ormai sfinita ed esasperata, che ero vedova. Mi sono resa conto subito di aver detto una cosa molto forte perché non era vera e mi sono pentita. Ma quando ho rialzato la testa con gli occhioni da cartone animato tipo “questa volta l’ho fatta grossa” ho incontrato lo sguardo del medico che si era improvvisamente illuminato. Tanto che mi disse: “ma come, così giovane?”. Insomma, da che avevo un piede nella fossa e il tempo per me stava scadendo, improvvisamente la situazione si era ribaltata ed ero diventata addirittura giovane. La visita si concluse con un: “non si preoccupi, ha tutta la vita davanti”. Il ragionamento che ha fatto era palesemente questo: “ah, non è sola, zitella, sfigata. Un uomo ce l’ha avuto, peccato che poi sia morto”.

Forte di questa reazione, ormai invito tutte le donne (soprattutto quelle dai quarant’anni in poi, perché di solito le ventenni e le trentenni vengono risparmiate) a rispondere alle domande assillanti sul proprio status: sono vedova.

Volevo essere una gatta morta di Chiara Moscardelli

C'è chi nasce podalica e chi nasce gatta morta. Chiara è nata podalica. Forse non aveva fretta di venire al mondo perché aveva già intuito che la sua vita non sarebbe stata una passeggiata. Che sarebbe rimasta sempre in piedi al gioco della sedia, o con la scopa in mano al gioco della scopa. E se la sarebbe dovuta vedere con chi invece è nata gatta morta.

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Il vero problema è, infatti, che, soprattutto in Italia, essere single non è ancora considerata una scelta, ma solo una condizione in cui ci si trova per caso, o per sfortuna…

Vale solo per le donne, però. Il cinquantenne single è lo scapolo impenitente che nessuna donna è ancora riuscita ad imbrigliare (come se poi noi donne fossimo tutte lì ad aspettare di incastrare qualcuno come all’epoca di Jane Austen), la donna single invece ha sicuramente qualcosa che non va.

Ci sono ancora moltissime differenze tra uomini e donne, a svantaggio di queste ultime. Si parla molto della questione femminile in Italia tra femminicidii sempre più spietati, un mondo del lavoro ingiusto e sbilanciato, diritti che ancora mancano, retaggi culturali retrogradi. A che punto siamo secondo te?

Stiamo tornando indietro. Ci sono sempre meno spazi e più restrizioni per noi donne e siamo sempre più giudicate sotto tutti i punti di vista. Vedo donne che per non dare nell’occhio ed essere rispettate devono andare in giro con scarpe basse e capelli bianchi. Se una donna è formosa e di bell’aspetto non è libera di mostrarsi per quella che è perché spesso viene giudicata come un’oca o una donna superficiale e non viene presa sul serio sul lavoro. Quando potremo finalmente andare in giro mostrando la nostra sensualità e sentendoci in diritto, se vogliamo, di indossare un tacco 12 e un balconcino e venendo rispettate lo stesso, allora potrò dire “ce l’abbiamo fatta”.

Forse, in tempi così bui, noi donne dovremmo cercare di fare più fronte comune…

Spesso infatti siamo proprio noi donne le peggiori nemiche delle donne. Quando sono usciti sui giornali i vari scandali sugli abusi sessuali e le molestie da parte di produttori cinematografici o fotografi su aspiranti attrici e modelle, molte donne sono riuscite solamente a commentare: “se lo sono cercate, non dovevano cedere agli inviti”. Anche il movimento del #meToo quindi ha rivelato quanto possiamo essere cattive con le altre donne.

Sono celebri le tue dediche e i ringraziamenti chilometrici che occupano pagine e pagine alla fine di ogni tuo libro. In Volevo essere una vedova leggiamo subito: “Alla mia famiglia, ai miei amici, ma soprattutto a noi donne, grasse, magre, forti, fragili, giovani, vecchie. Siamo noi la nostra forza”.

Se ci unissimo saremmo sicuramente la nostra forza. Se avessimo anche solo un briciolo del cameratismo che hanno gli uomini saremmo invincibili perché oggettivamente, come diciamo a Roma, “diamo una pista” agli uomini. La differenza è che noi ci facciamo la guerra, gli uomini invece vanno in battaglia insieme e si difendono tra loro.

E se non sono le altre donne, a volte è il senso di inadeguatezza a stroncarci, come succede alla protagonista dei tuoi libri…

Sto per dire una cosa su cui molte donne non saranno d’accordo ma purtroppo credo che il senso di inadeguatezza faccia parte del nostro DNA: ci sentiamo spesso un passo indietro, sempre insicure quando entriamo in una stanza. C’è chi lo nasconde, chi lo vive di più e chi di meno e, ancora, chi ha un fare addirittura sfrontato ma, anche in quei casi, penso che non avremmo bisogno di ostentare sicurezza se non ci sentissimo sotto sotto sempre inadeguate.

Alcuni ti definiscono scrittrice umoristica, altri “autrice di romanzi rosa”… e, per la cronaca, “le femmine scrivono romanzi rosa, i maschi scrivono romanzi di formazione”!

Quello è ovvio. Io poi, lavorando nel mondo dell’editoria da anni (prima come ufficio stampa per diverse case editrici e adesso come responsabile editoriale della narrativa per la Baldini+Castoldidi, ndr) lo so bene (ride). Un romanzo scritto da una donna, se solo ha tra i suoi argomenti l’amore, è un romanzo rosa. Per gli uomini invece è chiamato romanzo di formazione. Con questo modo di pensare ormai ho fatto pace. Prima ci soffrivo ma adesso non ho più bisogno di dimostrare niente a nessuno. Ho il mio pubblico, fatto di lettori e lettrici e sono loro la mia forza. L’importante è che continuino a divertirsi. E io stessa scrivo per divertirmi, per comunicare un messaggio serio ma con il sorriso. Non è facile mettersi a nudo come ho fatto nei miei libri, ma volevo che ai lettori arrivasse un messaggio sincero. Parlare in prima persona, raccontare dei miei problemi affettivi, sentimentali e anche sessuali mi è sembrato il modo migliore per conquistarmi la loro fiducia.

Quanto è difficile strappare un sorriso e una risata parlando di temi che nella vita di tutti i giorni ci angosciano e a volte ci abbattono drammaticamente come succede anche a Chiara?

È tutta una vita che scherzo con gli amici sulle cose che mi capitano, quindi quando parlo di me stessa mi riesce piuttosto facile far ridere. Mi è più difficile invece quando si tratta di un romanzo di fiction e non sto raccontando dei miei problemi quotidiani. Fare una battuta che faccia ridere penso sia una delle cose più ardue che ci siano al mondo, è molto più semplice far piangere. Spesso chi scrive cose comiche e umoristiche è una persona molto triste, a volte fortemente depressa, me compresa. Per uscire da quei momenti melanconici è necessario ridere, tirare fuori l’ironia.

C’è qualche autore in questo senso a cui ti ispiri particolarmente?

Sicuramente Woody Allen, che ha un senso dell’umorismo unico e originale. Per me è il re della battuta. Ma ho amato molto anche Hitchcock. Le sceneggiature di molti dei suoi film mi sorprendono ancora. Penso per esempio a Caccia al ladro con Cary Grant e Grace Kelly. Quel tipo di narrazione è quella a cui cerco di tendere. Sono appassionata anche della letteratura dell’epoca regency (ecco, così mi connoteranno ancora di più come scrittrice di romanzi rosa). Poi amo i thriller e gli horror alla Stephen King, ma qui non c’è spazio per l’ironia.

A proposito dei tuoi lettori, di cui parlavi prima, so che molti ti scrivono e ti seguono in giro per l’Italia durante i tour dei tuoi libri. Che tipo di persone incontri?

Uomini, anche se sembra strano, dato che scrivo romanzi rosa. Donne pentite dei loro matrimoni, al primo o secondo divorzio, alcune vedove reali. E poi donne che vivono sole. Non solo gattare single e sfortunate. Molte sono donne tostissime, in carriera, che nei miei libri trovano distrazione e la conferma che si possa avere una vita piena e appagante anche non in coppia.

Forse dovremmo semplicemente smettere di andare a caccia della nostra metà. Insieme alla favola di Cenerentola è ora di archiviare anche la celebre leggenda platonica per cui siamo alla perenne ricerca di un compagno che ci completi? Che ne pensi?

Siamo complete così come siamo.

Siamo donne, non siamo madri; siamo donne, non siamo mogli. Così come l’uomo non dipende dalla sua paternità o dal suo matrimonio, noi dovremmo smettere di andare alla ricerca di un ruolo che ci aiuti a definirci.

Qual è dunque il segreto per bastare a se stesse e iniziare ad andare d’accordo con il proprio io?

Ho combattuto anni cercando di piacermi nel modo sbagliato, mettendomi per esempio a dieta e dimagrendo tantissimo, o provando a cambiare il mio fisico in altri modi.

Ma se non ci piacciamo non serve a niente provare un nuovo colore di capelli o iscriversi in palestra. Bisogna passare per forza attraverso un percorso di accettazione. C’è chi lo fa da solo e chi invece non ci riesce. Io ho trovato un bravo psicologo. Molto tardi, purtroppo, ma mi ha aiutata.

Così rischiamo però che i tuoi lettori vogliano avere il nome dello specialista che ha fatto fare questo enorme salto alla Moscardelli…

È quasi alla soglia della pensione, quindi inutile rivelarlo (ride).

Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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