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Mito, magia e misticismo nell'era dell'informazione

Di Roberto Paura • marzo 29, 2024


Chi meglio di un californiano poteva riuscire nell’impresa di cartografare quelle linee di faglia tra tecnologia, cultura nerd e misticismo che compongono la cosiddetta “ideologia californiana” e che sono alla base del moderno immaginario della Silicon Valley? In realtà questi californiani sono due: uno si chiama Philip K. Dick, scrittore che non ha bisogno di presentazioni; l’altro è Erik Davis, nome noto in Italia fino a poco tempo fa solo nei circoli degli studi culturali e riportato sulla cresta dell’onda dalla ritraduzione di Technognosis, libro-cult apparso per la prima volta nel 1998 con cui Davis riuscì nell’impresa di sintetizzare in una sola parola – una mirabile crasi – lo “spirito del tempo” della California di fine anni Novanta, preconizzando Matrix, l’argomento della simulazione, Elon Musk e molto altro. Edito per la prima volta nel 2001 dalla casa editrice Ipermedium, legata al gruppo di studi culturali della Facoltà di Sociologia di Napoli, Technognosis è ora riproposto da Nero nella traduzione di Francesca Massarenti, rivelando un testo profetico a cui si spera faccia seguito la traduzione del suo ultimo High Weirdness: Drugs, Esoterica, and Visionary Experience in the Seventies (2019), che ne rappresenta un’ideale continuazione.

Si diceva di Philip Dick, non a caso: perché lo scrittore di fantascienza ricorre in continuazione negli scritti di Davis e ne è stato ispiratore, a partire dalla tesi di laurea che Erik Davis dedicò proprio a Dick all’Università di Yale. L’allucinata Esegesi, mitologico testo a cui Dick lavorò per anni a seguito di un’esperienza mistica nel 1974, ha visto la luce in un’edizione scelta e commentata nel 2011 a cui ha collaborato lo stesso Davis. Lì dentro si trovano molti dei riferimenti fondamentali di Technognosis, a partire da una concezione mistica dell’informazione che lo studioso americano riconduceva al pensiero gnostico e alla sua riscoperta nella California degli anni Sessanta e Settanta.

«Non ho mai conosciuto Phil. È morto tre anni prima che lo scoprissi per la prima volta e iniziassi a divorare le sue opere, che divennero l’argomento della mia tesi di laurea e della molto più tarda tesi di dottorato», ci racconta Davis nell’intervista concessa a Kobo. «La prima volta che mi sono imbattuto nel materiale della “Esegesi” fu nell’appendice metafisica del romanzo di Dick Valis del 1981, intitolata “Tractates: Cryptica Scriptura”. Prima che l’Esegesi fosse pubblicata, molti lettori pensavano che questo scritto fosse un estratto dalla stessa Esegesi, ma da quello che i curatori sono riusciti a ricostruire, Dick prese parte dei suoi pensieri dell’Esegesi e li riscrisse per l’Appendice. Per questo motivo, non mi sono imbattuto in nessuno degli scritti di quel vasto, folle e affascinante documento fino a quando Lawrence Sutin non ha pubblicato la sua raccolta nel 1991».

In Pursuit of Valis: Selections from the Exegesis fu la prima raccolta di estratti della misteriosa opera di Dick, curata dal suo biografo Lawrence Sutin agli inizi degli anni Novanta. Si può immaginare l’influenza che ebbero quegli scritti su Davis e sul suo desiderio di arrivare a comprendere le basi profonde di quella controcultura che tra gli anni Settanta, Ottanta e Novanta aveva prodotto in California il movimento hippie, gli esploratori di allucinogeni, gli hacker, le prime startup tecnologiche, la fantascienza sociale, Internet, i transumanisti. Lì Dick elaborava una serie di tesi sempre più allucinate per dar conto dell’esperienza mistica del 1974 che finivano per immaginare un complotto cosmico in cui il mondo sarebbe tenuto rinchiuso in una “prigione di ferro nera” dagli arconti gnostici provenienti dal futuro e in grado di manipolare l’informazione attraverso sistemi tecnologicamente avanzati, al punto da generare un’enorme simulazione nel quale l’America del XX secolo sarebbe immersa, mentre nel vero piano della realtà l’Impero romano non è mai caduto e ha ridotto l’umanità in schiavitù. I cristiani gnostici, di cui Dick si credeva continuatore, sarebbero in questa visione coloro che devono combattere per ottenere il “risveglio” e contrastare la simulazione.

«Penso si possa tracciare una linea diretta tra le prime idee di mondi inventati o artificiali nella fantascienza – come nei libri di Philip K. Dick, o nel grande film TV di Fassbinder Il mondo sul filo – e l’odierno argomento più filosofico e razionale dell’ipotesi della simulazione», riconosce Davis. L’argomento della simulazione, coniato agli inizi di questo secolo dal filosofo Nick Bostrom, intende esplorare la possibilità che uno scenario come quello tratteggiato da film come Matrix sia possibile: viviamo in una simulazione informatica generata da macchine superintelligenti o da demiurghi malvagi? Per quanto eccentrica questa ipotesi possa sembrare, nel corso degli anni si è conquistata grande fama, rilanciata da personaggi come Elon Musk e da altri tecnognostici e di cui Davis per primo tracciava nel suo libro una “preistoria”, a partire dagli studi di Ed Fredkin del MIT, filosofo del pancomputazionalismo che riconduce tutta la realtà a elaborazione di informazioni, come se l’intero universo fosse un gigantesco computer. «Queste idee e possibilità sono a loro volta collegate a una tradizione molto più profonda, che attraversa la religione orientale, lo gnosticismo occidentale e la mitopoietica dell’India meridionale», afferma Davis. «Il saggio taoista Zhuangzi si svegliò da un sogno in cui era una farfalla, chiedendosi se fosse un uomo che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sognava di essere un uomo. Ciò suggerisce che l’ipotesi della simulazione, a prescindere dalla sua dipendenza da idee legate ai Singolaristi o da proiezioni tecnologiche, è radicata nell’ontologia umana, un’ontologia che è sempre turbata e minata dal fatto fondamentale del sogno».

In Technognosis, Davis affrontava il tema anche dal punto di vista del movimento culturale degli “estropiani”, poi trasformatisi nei transumanisti e seguaci dell’ideologia della Singolarità tecnologica, secondo cui in un futuro non troppo lontano diventerà possibile l’upload dell’informazione della mente umana su hardware informatici, per rendere gli esseri umani immortali. Questa idea è stata ribattezzata in tempi recenti dallo storico e futurologo Yuval Noah Harari “dataismo”, la possibile futura religione universale dei dati che già oggi domina nella Silicon Valley, e che si fonda sulla convinzione che l’universo sia essenzialmente informazione, postulando quindi la possibilità di convertire la coscienza in dati processabili. «Si può dire che Technognosis fosse una storia o preistoria del dataismo, che, come Harari, vedo come un rapporto religioso o quasi-religioso con il concetto e la distribuzione di “dati”», conferma Davis. «L’idea di base è che, sebbene il concetto e la tecnologizzazione dei dati sembrino oggi una forma di comunicazione e di significato più razionale o tecnica, in grado di trascendere le ben più antiche idee di religione o proposito o anche di “significato”, l’opposto accade una volta che questi nuovi modelli prendono a diffondersi in lungo e in largo nella cultura umana, dove finiscono per riprodurre quei più antichi valori apocalittici o trascendentali: sempre con importanti differenze, differenze che probabilmente fanno la differenza! In un certo senso, le cose si chiariscono; in altri, diventano semplicemente più folli e ormai svincolate dalle precedenti e più utili idee e valori».

Datapocalypse, “apocalisse di dati”: così Davis intitolava il penultimo capitolo del suo libro, riprendendo un neologismo coniato dallo scrittore di fantascienza Neal Stephenson in Snow Crash (1992), preconizzando come, una volta ridotta la realtà a dati e informazione, diventi molto più semplice influenzarla, manipolarla, falsificarla, fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso. Qualcosa che oggi cominciamo a vedere nel nostro presente e a intuire rappresenterà una delle grandi tendenze del nostro futuro. Erik Davis ha ripreso questo tema nel suo più recente High Weirndess, analizzando anche i collegamenti tra esoterismo della controcultura americana degli anni Settanta e complottismo. Già in Technognosis e in altri suoi scritti si era occupato della passione tutta americana dell’ufologia; dopo QAnon e il ritorno di fiamma delle teorie del complotto, non potevamo non chiedergli quali collegamenti vede tra il milieu controculturale dell’Età dell’Acquario e il complottismo contemporaneo: «È una bella domanda! Per un verso, la cultura complottista è oggi molto più diffusa. Negli anni Settanta esisteva in un certo senso nelle correnti evangeliche e conservatrici, che portavano avanti le vecchie, classiche idee spesso razziste sul controllo globale degli Ebrei e le tecnologie sataniche del Nuovo Ordine Mondiale, come i codici a barre, considerati “marchi della bestia” (Ap 13:18) da molti cristiani. Per l’altro verso, all’epoca avevi più teorie del complotto di sinistra o anarchiche, fatte di critiche anti-americane post-JFK o contro la CIA, stranamente fuse con stramberie più psichedeliche come nel libro Illuminatus! Oggi tutto è mescolato insieme: sinistra, destra, razzisti, anarchici, New Age. Inoltre, non c’è più una colonna portante del complottismo, come l’assassinio di Kennedy o gli Illuminati. La cultura complottista è uno spazio reticolare dotato di ogni sorta di ganci virtuali, che le permettono di diffondersi in comunità per certi versi opposte. Una delle tante meraviglie di QAnon è stato il modo in cui è stato ripreso da conservatori rabbiosi, mamme di periferia e guaritori alternativi tutti insieme. Questo riflette la confusione e il carattere privo di confini dei nostri giorni, nonché il fatto che il nostro ambiente ipermediale moltiplica i vettori di “infezione” e crea una confusione ontologica generale sulla natura della realtà che viene sfruttata da queste narrazioni alternative – alcune delle quali, dobbiamo ricordarlo, sono probabilmente vere!».

Sempre restando sull’attualità, la lettura di Technognosis fa venire alla luce anche oscure profezie su uno dei nuovi miti del nostro tempo, quello del lungotermismo propugnato da filosofi vicini al pensiero della Silicon Valley, secondo cui è giusto sacrificare i valori del presente per garantire all’umanità un lunghissimo futuro, anche in forma di informazione disincarnata, e analogamente sacrificare i bisogni dei molti per la sopravvivenza di quei pochi che garantiranno alla nostra progenie l’eternità. Così scriveva a tal proposito Davis nelle ultime pagine del suo libro: «Oggigiorno si invocano i “geni egoisti” e la ricerca morale dell’“adattamento” per giustificare le politiche sociali (o la loro mancanza) nell’evoluzione tecnocapitalista. Alcuni libertari e animisti del mercato credono che, una volta liberato dalla pietà progressista e dalle illusioni dell’ingegneria sociale, sarà il mercato ad agire da enorme meccanismo di selezione, che separerà naturalmente gli umani innovativi da quelli senza ambizione, i supersvegli dagli indolenti, i transumani dagli sfortunati fin-troppo-umani».

Su questo punto, l’opinione di Davis è che il lungotermismo rappresenti un altro esempio dello stesso fenomeno che ha favorito la trasformazione del dataismo in un culto religioso: «Domande antichissime – come aiutare le persone, come contribuire al bene, cosa ci chiede l’etica – vengono rimescolate secondo linee razionaliste e persino tecnologiche. Ora possiamo applicare il pensiero algoritmico alle antiche idee di “bene”. Per molti versi questo rende il processo più efficiente. Ma poiché gli esseri umani non sono solo animali razionali, l’applicazione intensiva di questa strategia porta a risultati che alla maggior parte delle persone appaiono un po’ folli, come il non alleviare le sofferenze umane attuali perché le potenziali sofferenze future sono molto peggiori. E in qualche modo, quando questi rimescolamenti digitali accadono, le cose diventano ancora più vuote e furbesche, come nel caso del lungotermismo in alcune comunità».

Basterebbe tutto questo a capire perché abbiamo bisogno di più Erik Davis in Italia – e speriamo che gli editori nostrani ci ascoltino. Anche perché lo scrittore ha già pronto un nuovo titolo, il primo da cinque anni a questa parte: «Ad aprile pubblicherò il mio sesto libro, Blotter: The Untold Story of an Acid Medium». In pieno rinascimento psichedelico, Davis proverà a raccontarci la storia di una moda tutta americana: quella della Blotter Art, illustrazioni psichedeliche stampate su carta assorbente intrisa di LSD (i blotter, appunto), che fecero la storia della cultura underground dei primi anni Settanta oltreoceano. «Pochissime persone hanno scritto o pensato a quest’arte e a questo mezzo di comunicazione underground, e nessuno ha mai scritto un libro su di loro, specialmente uno con così tante belle e strane illustrazioni. Ho scritto il libro con il mio amico Mark McCloud, un artista di San Francisco che possiede la più grande collezione al mondo di blotter sull’LSD, cosa che lo ha fatto arrestare in diverse occasioni! Per fortuna non ha mai scontato la pena e io e lui abbiamo collaborato a questo libro. È stato il mio progetto pandemico e sono molto soddisfatto di come è venuto fuori. Mi è sembrato un perfetto progetto alla Erik Davis, poiché combina la storia della controcultura, la teoria dei media, la sociologia delle droghe e la contemplazione estetica, il tutto in onore di quello che rimane lo psichedelico più importante del mondo moderno».

Se, come aveva scritto William Gibson nel suo Neuromante (testo fondamentale di Technognosis), il cyberspazio è una “allucinazione consensuale”, e Neo in Matrix scopriva la terribile verità sul suo mondo inghiottendo una pillola rossa, allora non è così strano credere che forse la chiave per capire il futuro del nostro mondo spunterà in qualche mistico ghirigoro realizzato durante un trip allucinogeno.

Techgnosis di Erik Davis

In un periodo storico in cui a destare scalpore sono i sogni di immortalità dei «titani hi-tech» e dilagano filosofie come il lungotermismo e l’estropianesimo, Techgnosis torna in italiano con una nuova traduzione, per guidarci ancora una volta tra i sogni utopici e le visioni apocalittiche dell’era digitale.

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Roberto Paura è presidente dell'Italian Institute for the Future; come giornalista scientifico e culturale, collabora con diverse testate ed è direttore della rivista "Futuri" e vicedirettore di "Quaderni d'Altri Tempi".



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