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Noi senza mondo. Conversazione con Laura Pugno

Di Bartolomeo Cafarella • febbraio 14, 2024

Laura Pugno è un’autrice indimenticabile.

Un’autrice che ha saputo ammaliarci già da subito con il suo irripetibile libro d’esordio: Sirene, pubblicato da Einaudi nel 2007 e poi da Marsilio dieci anni dopo. Finito in quarta posizione nella classifica di qualità dell’Indiscreto dedicata alla narrativa italiana dei primi vent’anni del nuovo millennio. Citato, ricordato, rimasticato, riraccontato. Un libro incredibilmente visionario, che anticipava molti dei temi importanti di questi anni. Un libro divinatorio, potremmo dire. Un libro quasi perfetto. Ed è in quell’imperfezione che proliferano i molti altri libri di Laura Pugno: Quando verrai e Antartide, pubblicati con minimum fax nel 2008 e nel 2011; La caccia con Ponte alle Grazie nel 2012; fino ad approdare a Marsilio, dove appaiono i suoi romanzi forse più riusciti: La ragazza selvaggia e La metà di bosco, nel 2016 e nel 2018. Tra l’uno e l’altro viene ripubblicato quel capolavoro che è Sirene, come una sorta di consacrazione. Sono passati dieci anni e Laura Pugno è ormai un’autrice di tutto rispetto, una poeta con una decina di libri sulle spalle, un’agitatrice culturale, traduttrice e studiosa di grande spessore. Sicuramente tra le più eccentriche penne in circolazione, nel 2018 pubblica per nottetempo un librino memorabile dal titolo In territorio selvaggio, un taccuino di pensieri sul tema del selvaggio che si trasforma in manifesto poetico, guida oracolare, manuale letterario per una letteratura invisibile che deve ancora venire. Dopodiché silenzio.

Un silenzio che, in realtà, ha visto la pubblicazione di altri tre libri di poesia L’alea (Giulio Perrone, 2019), Noi (Amos, 2020) e I nomi (La Nave di Teseo, 2023); un Oracolo manuale per poete e poeti con Giulio Mozzi (Sonzogno, 2020), varie antologie e traduzioni, e un meraviglioso ritorno nei fondali marini, con Melusina (Hacca, 2022), un libro illustrato dalla favolosa e pluripremiata Elisa Seitzinger che ha saputo magistralmente illuminare i mondi immaginari della prosa abissale di Pugno.

Ma noi lettori stavamo aspettando il libro.

Sei lunghi anni abbiamo dovuto attendere Noi senza mondo, il nuovo libro di prosa di Laura Pugno, pubblicato da Marsilio da qualche settimana. C’era chi si aspettava un romanzo, o che Pugno continuasse il lavoro iniziato con Sirene e interrotto a La metà di bosco. C’era chi si aspettava un saggio narrativo, che riprendesse il sentiero tracciato con In territorio selvaggio. E invece Laura Pugno, con quel suo sguardo laterale e obliquo, ha saputo mettere in scena uno spettacolo frammentario, un testo ibrido e composito, un’accozzaglia, un testo-compost, fatto di molti materiali diversi, persino di materiali di scarto, un testo che ha molti abbrivi e molte fini, che raccoglie altri testi pubblicati altrove in questi anni, che mette insieme tante esperienze diverse, che ritorna ai libri precedenti e semina infiniti libri futuri. Un testo dal sapore aspro, pieno di lunghe citazioni, un diario di letture, un diario di bordo, un diario di viaggio, un quaderno intimo, di pensieri crepuscolari.

Noi senza mondo è quasi tutto questo, ed è molto altro.

Nel tentativo di introdurre il lettore affezionato a un’esperienza che potrebbe risultare inizialmente ostica, e il lettore ignaro a una letteratura completamente nuova; ho deciso di interpellare direttamente l’autrice, Laura Pugno, e farle qualche domanda. Ché possa accompagnarci all’ingresso di questo tortuoso labirinto: un mostro con molte teste e innumerevoli code.

Noi senza mondo di Laura Pugno

«Se mai abbiamo pensato il mondo vuoto, un mondo in cui siamo soli e perduti, non è questo.»

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Prima soglia: il testo comincia con un racconto breve intitolato Nuova Arte della Guerra (che era già stato pubblicato in una raccolta: Compo(h)ost. Immaginari interspecie, NERO, 2021), nel quale si racconta di un manoscritto «ritrovato scritto su foglie, su brandelli di corteccia e in parte su corpi di donne e uomi­ni, mortali che poi sono morti e si sono propagati come semi e radici». Cosa è o cosa diventa la Nuova Arte della Guerra all’interno di Noi senza mondo?

Il primo nucleo di Nuova Arte della Guerra nasce effettivamente in risposta a un invito di Corrado Melluso di Nero/Not e di Marta Bono della libreria Modo Infoshop di Bologna, in cui veniva richiesto a varie autrici e autori un racconto che giocasse con la fiction speculativa, un po’ al modo delle fabulazioni di Donna Haraway nella sezione finale di Chthulucene, dedicata alle generazioni-farfalle delle Camille. In risposta a questo invito, ho scritto un racconto che ampliava l’idea del trattato scritto o ricopiato sul bambù, l’originale de L’Arte della Guerra di Sun-Tsu, noto classico di strategia militare – anzi una delle sue molte copie nei secoli – ibridandolo con il progetto Skin di Shelley Jackson: un’opera d’arte mortale che viene tatuata sulla pelle di un gruppo di volontari, che diventano così, ad uno ad uno, le Parole del Testo. Ma la sfida stava nello spingere l’immaginazione ancora oltre, e ibridare, quindi, ulteriormente le parole umane con altre scritture animali e vegetali, zoo- e fitogrammi, in lingue ancora incomprensibili, apparse su rocce, pietre, cortecce…una sorta di lingua del mondo e nel mondo che non cancella e distrugge, né cancella ed è distrutta, ma che accoglie ed è accolta dal linguaggio umano. Questa diviene la cornice che fa da sfondo al secondo spunto narrativo, sorta di romanzo ipercompresso, che vede due protagoniste liberamente ispirate alle Cora e Alice de L’Ultimo dei Mohicani – ultime sopravvissute di una comunità di Parole raccolte intorno proprio a questo libro – avviarsi verso una possibile salvezza, verso una destinazione misteriosa che in un certo senso è il luogo in cui questa accennata metamorfosi tra linguaggi e regni, e potremmo dire stati della materia, finalmente si compie. In un certo senso, è il jardin de présence dei versi di Yves Bonnefoy, che poi è il campo della poesia.

Al termine del racconto che apre il libro si menziona, come una sorta di battesimo, quello che probabilmente è il testo che fa da spina dorsale a Noi senza mondo, il libro che tu rinomini TLOTM_1826, ovvero L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Perché hai scelto proprio questo libro e non un altro?

È stata una scelta istintiva, se vogliamo, ma ho appreso nel tempo che in scrittura istinto e ragione coincidono. Come racconto in Noi senza mondo, ho scelto questo libro non perché fosse una lettura particolarmente amata degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, e tantomeno per il suo valore letterario, che è imperfetto, ma perché mi è apparso come una scatola nera che, nel suo dire e narrare e forse soprattutto nel suo non dire e non narrare, anzi ostentatamente tacere, un po’ come una classica Lettera rubata, ci fornisce indizi preziosi per iniziare a decifrare l’Antropocene prima ancora che abbia inizio, perché l’Antropocene è probabilmente, come sostengono alcuni pensatori tra cui il saggista Timothy Morton, il teorico degli Iperoggetti, molto più antico di quanto immaginiamo, forse antichissimo.

Noi senza mondo è esplicitamente un collimare di molti altri libri e pseudo-libri, come se fosse un diario di letture per i tempi della fine. Si annoverano titoli che potrebbero fungere da manuali per il futuro, vengono estrapolate e interpolate lunghe citazioni, in un dialogo strettissimo con testi fondamentali, per ragionare su di Noi nel mondo. Libri come Sulla pista animale di Baptiste Morizot, Il sussurro del mondo di Richard Powers, i lavori di Stefano Mancuso ed Emanuele Coccia. Ci chiediamo allora, a cosa servono i libri, senza mondo? Qual potrebbe essere il ruolo della letteratura – e della poesia – nell’antropocene o, meglio ancora, dopo l’antropocene?

La letteratura, nel senso più ampio, e al suo interno in primo luogo la poesia, ha il compito particolarissimo di pensare il non pensato, di pensarlo nella materia della lingua, che fa affiorare ciò che sta apparendo ai confini del pensiero, perché la lingua è pensiero. Nello scrivere e poi nel pubblicare questo libro ho lasciato volutamente evidente l’imbastitura della forma, attraverso l’uso delle citazioni, proprio perché Noi senza mondo, non a caso scritto alla seconda persona, è un vero e proprio dialogo. Potremmo anche dire che è un film di montaggio, in cui ogni inquadratura acquista senso alla luce della precedente e della successiva – un vero e proprio effetto Kulešov, così ben spiegato da Alfred Hitchcock – con continui rimandi interni ed esterni, a libri presenti e chissà futuri. Per altro, siamo senza più l’illusione del mondo, di un certo mondo: ma vogliamo sperare che ne restino infiniti altri, perché la letteratura ha sempre, come ogni sistema segnico, incorporato dentro di sé un certo grado di futuro, se non altro quel preciso momento del futuro in cui il libro verrà aperto da qualcuno che si appresta a leggerlo, o magari a rileggerlo.

La tua letteratura e il tuo pensiero hanno un debito particolare verso la filosofia tentacolare di Donna Haraway, alla cui poetica affianchi alcuni titoli molto precisi dell’antropologia contemporanea, come Il fungo alla fine del mondo di Anna Lowenhaupt Tsing e Credere allo spirito selvaggio di Natassja Martin. E arrivi a dire che l’antropologia è «la disciplina che più di tutte oggi pensa non solo le differenze tra l’umano ma le frontiere dell’umano, porose, permeabili, sfrangiate», dandole una posizione di particolare importanza. A cosa serve l’antropologia e quale ruolo ricopre un certo modo di fare antropologia nel tuo percorso?

Più che di un debito particolare, parlerei di qualcos’altro un pensare-con, e in contemporanea, dato che molto forte in questi anni è la sensazione di fare parte di un movimento di pensiero comune, compresente, tra persone e menti che non necessariamente si conoscono o sanno l’una della ricerca dell’altra prima che questa appaia nel mondo, ma che lavorano da varie prospettive, saggistiche, filosofiche, poetiche o narrative, a quel rovesciamento dei confini dell’umano che ha permesso all’antropologia, appunto, di cambiare pelle, diventando profondamente metamorfica rispetto al suo antico status. E lo stesso vale, anzi vale ancora di più per la letteratura, il campo più aperto di tutti, che trova il suo stesso senso, la sua tradizione quantomeno novecentesca, proprio nella reinvenzione del mondo intorno a noi.

La terza parte del libro, «Metamorfosi», si apre con un paragrafo dal titolo emblematico «Ibrido» – uno dei momenti più luminosi e toccanti del libro, a mio parere. Qualche anno fa mi interrogasti tu stessa sull’ibrido, all’interno di una rubrica che conducevi su Le parole e Le cose, chiamata Dialoghi con la Chimera. Vorrei approfittare per ri-volgerti la medesima domanda: cos’è l’ibrido, come ci parla del passato e come potrà, in futuro, accompagnarci nell’attraversamento di questi tempi strani?

Questo potrebbe essere definito un libro sirena nella forma, come Sirene lo è nel contenuto. O anche, potremmo vedere Noi senza mondo come il contenitore di un complesso microbioma, in parte narrativo in parte saggistico, ma anche lirico, o legato a riflessioni sulle reciproche mutazioni che attraversano corpo e scrittura come se fossero tenuti insieme in una stessa pratica: e la stessa parola pratica fa riferimento, del resto, a un esercizio di metamorfosi quotidiana. Forse l’ibrido oggi ci affascina tanto perché non siamo più e allo stesso tempo non siamo ancora, né nel tempo né nello spazio. E con difficoltà ci confrontiamo a tutto quanto fa parte di noi, è noi, senza essere stato frutto di una precisa scelta individuale, come i nostri stessi corpi.

Il libro è quasi tutto scritto usando la seconda persona singolare, il Tu. Da dove viene questo tu e a chi si rivolge? E cosa succede, quando, proprio nel capitolo dedicato all’ibrido, fatalmente si palesa l’Io («Stavolta sono io»)?

Il tu viene sempre della poesia, e impara a essere, in una strategia di svelamento e nascondimento, anche la posizione mobile dell’Io, un po’ come nelle linee spezzate dell’I-Ching. Viene anche, se vogliamo, dal primo saggio che ho scritto, In territorio selvaggio che era già un quaderno di appunti e insieme una conversazione. Appunti presi, se vogliamo, in vista di un incontro con chi legge, il che fa sì che ci sia anche qualcosa di profondamente teatrale in questa scrittura, se teatro è il momento in cui siamo qui. L’io, per scelta, nella mia opera viene a luce in circostanze contatissime, ed è sempre apparizione o segnale: mi piace pensare che sia autoesplicativo la cosa, il come, il perché di questa apparizione/segnale, se il contatto c’è stato, se effettivamente nel momento della lettura siamo insieme. Chi legge davvero completa l’opera, anche nel senso della comprensione che ne ha chi scrive, che si compie in un modo diverso da com’era non solo prima della pubblicazione, ma della ricezione dell’opera stessa: è un fenomeno che mi diventa sempre più evidente di libro in libro.

Noi senza mondo termina con un «capitolo scomparso» di appunti risalenti alla prima stesura. L’ultimo di questi frammenti parla di una poesia di Eugenio Montale che ricordi a memoria: Casa sul mare. C’è però un verso che ti rendi conto essere sbagliato: «Dicono che per i più non sia salvezza» che è invece «Penso che per i più non sia salvezza». Cosa vuoi indicarci con questa correzione? Perché questa poesia di Montale a suggellare questo libro? Dove ci porta o dove potrebbe portarci questo “augurio”: di sovvertire ogni disegno e passare finalmente il varco?

Questi versi mi sono stati sempre molto cari, una sorta di motto personale, e quindi credo che la differenza tra il Dicono dell’originale e il Penso sovrapposto, sovraimpresso dalla memoria stia a indicare proprio questo, la tensione verso una dimensione intima e individuale, che diventa collettiva nel momento in cui è condivisa nella lettura, perché quel varco che è poi il raggiungimento del proprio destino personale, che nel mio caso ho sempre sentito legato alla scrittura, esca dall’uno per diventare dei molti, di tutte e tutti.

Sirene di Laura Pugno

Un romanzo spaventoso e indimenticabile, scritto – come ha affermato Angelo Guglielmi – «in un linguaggio secco, lucido e fermo e insieme percorso da una strana vibrazione di natura segreta e inudibile». Samuel, sorvegliante di una vasca dove vengono allevate e nutrite le sirene destinate alla produzione della «carne di mare», si lascia tentare dal più pericoloso dei piaceri. Si unisce a una sirena femmina, sfuggendo a stento alla reazione istintiva di lei: divorare il maschio dopo il rapporto, come fanno le mantidi.

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La ragazza selvaggia di Laura Pugno

«Tessa aprì la porta sul buio del bosco»: così comincia La ragazza selvaggia, e davvero questo romanzo di Laura Pugno è tutto uno spalancarsi di porte sul buio: sul buio del bosco; sul buio del dramma della famiglia Held – la madre alienata dopo la sparizione della figlia adottiva Dasha e l’incidente in seguito al quale Nina, la gemella, vive in stato vegetativo; sul buio di Nicola Varriale, il cui padre generoso ed entusiasta – socio di Held in affari con la riserva naturale sperimentale di Stellaria – si è gettato ubriaco dal balcone; sul buio, finalmente, della protagonista Tessa, biologa, che vive in un container ai margini della riserva conducendo osservazioni e studi: una donna che ormai «abita la solitudine come un altro corpo».

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La metà di bosco di Laura Pugno

Salvo Cagli, medico dell’Unità del Sonno che paradossalmente soffre d’insonnia, accetta l’invito di un amico sull'isola greca di Halki. Il sole dell'estate sembra placarlo, acquietare il ricordo della moglie e la figlia che ormai non fanno più parte della sua vita. Ma, dopo una gita in barca al vicino isolotto di Krev, una ragazza, Cora, cade in mare e scompare. Viene ritrovata qualche giorno dopo sulla spiaggia. Uccisa con un colpo d’arma da fuoco. Non è però un giallo quello che l'autrice va a costruire: piuttosto un viaggio di iniziazione al lutto insieme doloroso e quieto, disperato e senza sgomento.

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Andrea Cafarella collabora abitualmente con «Cattedrale», «Altri Animali», «L’Indiscreto» e «Stanza 251» dove scrive critica letteraria, filosofia e narrativa. Conduce la rubrica «Teriantropica. Uno spazio non-filosofico». Ha scritto e scrive anche per diverse altre riviste. Un suo testo è entrato a far parte della raccolta Piccola antologia della peste (Ronzani, 2020 – curata da Francesco Permunian e con illustrazioni di Roberto Abbiati). Ha curato l’introduzione alla prima traduzione in italiano (di Damiano Abeni) della raccolta poetica Controcielo di René Daumal (Edizioni Tlön, 2020).

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