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Non qui, non altrove. Intervista a Tommy Orange

Di Enrico Pitzianti • marzo 14, 2019

«Essere indiano non ha mai significato il ritorno alla terra. La terra è ovunque, o in nessun luogo»

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Preparando l’intervista che segue, come è usuale che si faccia, ho passato svariate ore a raccogliere informazioni sul personaggio a cui avrei rivolto le domande. Oltre a leggere il suo libro, ovviamente. Scorrendo recensioni, articoli e interviste l’impressione che si ha è di quella di un outsider che per talento, ma ancor di più per ragioni di vita vissuta, ha scritto un libro denso e importante. Uso la parola outsider a ragion veduta, Orange infatti non sembra amare i discorsi in pubblico, né tantomeno pare avere quelle sfumature di arrivismo tipiche di chi è riuscito ad ammaestrare l’industria culturale.
Di Tommy Orange ne hanno scritto in molti, soprattutto negli Stati Uniti, suo paese natale, e molto spesso il discorso parte dalla descrizione del suo aspetto fisico: niente barba, niente smart casual, semmai un vestiario che ammicca all’hip hop con maglie, sneakers e cappello dalla visiera piatta. Personalmente non credo che ciò che i giornalisti hanno scritto di Orange sia un riflesso gossipparo, e nemmeno una necessità descrittiva indotta dallo storytelling o un feticismo dovuto all’essere impegnati a profilare scrittori, sono convinto invece che effettivamente ci sia qualcosa, nel come Tommy Orange appare, che dice molto di come scrive, un po’ la stessa cosa che si nota nel saperlo schivo.
Innanzitutto tutti concordano nel dire che il giovane scrittore di Oakland appaia davvero come un ragazzo di Oakland, come un nativo americano di Oakland, ad essere precisi. E forse il punto è proprio questo: quella di Tommy Orange non sembra una scrittura attraverso cui chi scrive si slega dalla provincia da cui proviene, dai suoi problemi e dalle sue nefandezze, al contrario la eleva a teatro del suo racconto. Perché? Per il semplice motivo che della vita dei nativi americani oggi non ne scrive mai nessuno. La loro è ancora una delle minoranze più marginalizzate e ignorate degli Stati Uniti e dar voce a una popolazione vuol dire, innanzitutto, proporsi di rappresentarla, quindi continuare a essere “riconoscibilmente” del quartiere anche se il proprio libro è un successo che ormai ha travalicato i confini del continente americano.
Oltre a questa autenticità, Tommy Orange è importante perché il suo There There, in italiano Non qui, non altrove, si inserisce in una corrente di letteratura chiamata, appunto, “Native Renaissance” cioè un’onda che, sebbene minoritaria e ancora non del tutto illuminata dai riflettori che contano, include nomi come Terese Mailhot e Billy-Ray Belcourt (il più giovane poeta a vincere il premio Griffin in Canada con il suo This Wound is a World) e si tratta di una comunità che si sta facendo spazio oggi, proprio in questo periodo: basta pensare che Orange ha trentasette anni e insieme alla stessa Mailhot ha studiato al Santa Fe Institute for American Indian Arts (IAIA), uno degli istituti che stanno riuscendo a valorizzare il potenziale di molti nativi americani.
A questo punto della mia lunga premessa è evidente che nelle domande che seguono uno dei temi sia quello della condizione dei nativi americani, ma non è l’unico. Perché il libro ne include molti altri, offre spunti sull’attuale dramma politico statunitense, sull’appropriazione culturale e sulla, mettiamola così, società dello spettacolo a cui le minoranze devono puntare per esistere e ricavarne il diritto a esistere.
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Leggendo il tuo libro la prima cosa che mi è venuta in mente è il recente episodio in cui Nathan Phillips, nativo americano e reduce di guerra, è stato circondato e bullizzato da giovanissimi studenti con tanto di cappello rosso trumpista. Come ti sei sentito guardando quelle immagini?

Per me non è stata una sorpresa. È quello, infatti, il volto dell’americano bianco medio, che rappresenta la classe dirigente di questo paese: indifferente, sicura e soddisfatta di sé. A queste persone non potrebbe importare meno della vera origine dell’America e di come il loro atteggiamento predatorio e violento, la loro crudele freddezza siano un retaggio della storia ancora vivissimo oggi.
Qui in Europa è molto difficile trovare notizie o storie riguardanti i nativi americani. Il tuo libro è una delle rare eccezioni. Come ti fa sentire?
Sono stato molto colpito dall’attenzione che il mio libro ha suscitato sia in America sia a livello internazionale. Non mi sarei mai aspettato tanto interesse e tanta visibilità e mi sento diviso tra diversi stati d’animo: sono grato e felice, ma non è una situazione facile da gestire.
Nel tuo romanzo ci sono molti esempi di come gli stereotipi e i pregiudizi impattano sulla vita dei nativi e sulla loro identità culturale. Diresti che l’appropriazione culturale è parte del problema?
Sì, le popolazioni native devono costantemente fare i conti con l’appropriazione culturale, sotto molte forme. Però non è una cosa così pericolosa, non quanto pensare ai nativi in modo unidimensionale e negativo. In fondo tutto si limita a gente un po’ sciocca che indossa copricapi piumati.
Oggigiorno, quando il dibattito politico tocca temi come la salvaguardia ambientale il cinismo e l’egoismo sembrano avere più forza del buon senso. Forse oggi possiamo dire apertamente che la narrazione trumpista è stata più efficace di qualunque altra proposta ambientalista. Che soluzioni vedi? E che ruolo potrebbe avere la cultura dei nativi americani nella soluzione a questo problema?
Non penso che i nativi possano fare granché per risolvere questo enorme problema. Credo in quello che può fare l’arte per cambiare il cuore e la mente delle persone. Però al momento la situazione sembra piuttosto brutta e non nutro grandi speranze, finché questa amministrazione è al potere.
Alcolismo e marginalizzazione, sono tutte condizioni che vengono dallo strascico lasciato dal colonialismo. Pensi che i nativi americani di oggi abbiano coscienza di questo rapporto causa-effetto?
Non sono sicuro di aver compreso la domanda. Certamente i nativi hanno chiaro il rapporto causa-effetto tra il colonialismo e quanto è successo nella loro storia, ma non penso che l’americano medio ci arrivi, o forse inizia solo ora a rifletterci.
Questo è un momento storico dove molte minoranze stanno spingendo con forza per guadagnare il proprio spazio in società. Diresti che il tuo romanzo è un passo in questa direzione?
Sì, spero che il mio romanzo e la bella, generosa accoglienza che ha ricevuto possano portare a un vero cambiamento nel nostro paese.

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.

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