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Non sono mai stata infedele: andavo via prima

Di Violetta Bellocchio • giugno 13, 2019

Illustrazione di fumettibrutti


Questa è la frase con cui ho detto a mio padre chi sono. Piuttosto brusca, però è arrivata, se penso alla risposta di lui: beh, tu sei stata una bambina molto precoce, sempre molto autonoma. C'è una buona dose di orgoglio nella maniera che ha di pronunciare la parola autonoma, ma la nota di fondo è un'altra, lo smarrimento dell'uomo che torna a casa dopo un viaggio di lavoro e scopre che la famiglia non lo riconosce più.

Succedeva anche a me, lo capisco.

Nell'estate prima di compiere quarant'anni sono stata da sola per due settimane. Dovevo dare una spallata al romanzo per cui ero stata messa sotto contratto, e che pensavo fosse l'ultimo; e a un paio di estranei avevo detto che dovevo lasciare una persona, quando in realtà stavo facendo perdere le mie tracce.

Ora, cambia qualcosa sapere se stavo scappando da un uomo, o da una donna? O da entrambi? La moglie maltrattata si tuffa dalla barca durante una tempesta notturna: il prigioniero scava un tunnel nel muro della sua cella; la tragedia sentimentale prevede una vittima e una condanna ingiusta. La verità andava in onda a un volume molto più basso. Stavo ferma in una cittadina turistica dove conoscevo la barista che faceva il turno di mattina (si sarebbe licenziata a fine stagione) e il tabaccaio aperto fino a tarda notte (aveva gli occhi azzurri), dormivo con la finestra aperta in una camera matrimoniale, e quando non stavo scrivendo leggevo Lunar Park sullo schermo di un telefono che non usavo per aprire messaggi né rispondere alle chiamate. Avevo avuto il buon senso di portare via una collana e i vestiti, più sicuro, ma le case e gli uffici e i cortili delle scuole avevano smesso di essere luoghi sicuri – il mese prima non riuscivo a camminare con la schiena diritta lungo una strada qualsiasi, ero stata chiamata il portafortuna, ero stata caricata su un Intercity trattenendo il respiro tutto il tempo, avevo deciso di tagliare la corda quando mi ero resa conto che stavo valutando come nascondere un occhio nero – e i treni italiani non passavano tanto in fretta da garantirmi la piena libertà di movimento, nessun appello all'empatia avrebbe scavato una strada secondaria tra le mura dei vicoli, l'intera città durante le ore del giorno era vuota, tranne il bar dove io leggevo con la fame che non avevo da quando ero molto piccola.

Lunar Park di Bret Easton Ellis

Quanti sono i Bret Easton Ellis di questo romanzo, in cui l'autore racconta la storia della propria vita?

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Nelle prime trenta pagine di Lunar Park una prima persona di nome Bret Easton Ellis racconta la sua cavalcata nell'autodistruzione a partire da un presunto stato di grazia, il successo da giovane, mentre i fantasmi di un padre ostile e di un romanzo venuto troppo bene stanno affilando gli artigli, pronti a riprendere Bret non appena tenterà di salvarsi attraverso la rinascita eterosessuale: il matrimonio con l'attrice messa incinta per rabbia, il giardino intorno alla villa su due piani, una scenografia di buon gusto e protezione. Quelle pagine non andavano abbandonate, e mi saltavano all'occhio ogni volta di più tutti i punti in cui la storia era frutto di pura finzione – il vero Ellis non aveva interpretato se stesso in un episodio di Casa Keaton, aha – e tutti i punti, meno immediati, in cui il narratore smetteva di essere inaffidabile per diventare un matto che bruciava fiammiferi in un deposito di carta straccia, ma soprattutto tornavo indietro, rileggevo, sentivo che se fossi riuscita ad entrare nel ritmo della pagina tutto quanto si sarebbe messo a posto – avrei rifiutato l'offerta, avrei avuto una vita, avrei saputo gestirmi – oppure sarebbe stata la mia voce a riprendere di colpo la forma, la capacità di andare avanti e indietro nel tempo mantenendo uno sguardo che fosse veloce e un ritmo dotato di suono.

Una cattiva relazione non ha mai ucciso nessuno, questo lo sappiamo, a patto di chiudere presto. Io mi stavo tirando fuori da una storia che era l'ultimo anello a saltare in una breve catena di false promesse innescate almeno in parte dal desiderio che di me si occupasse qualcun altro.

Ogni generazione è destinata a incarnare i lati oscuri della precedente, almeno, questa è l'ipotesi di lavoro, e se da ragazza avevo trascorso una quantità di tempo allarmante a tenermi impegnata con l'occhio sempre rivolto alla follia e all'isolamento delle sorelle di mio padre (tanto che non avevo paura della morte ma di finire ad abitare al secondo piano di una casa in campagna, sarebbe stato la prova che non ero capace, non sapevo fare niente), due diverse battute d'arresto tra i trentotto e i trentanove anni mi avevano portato in contatto con l'unico tipo di oscurità a cui non mi ero preparata, per nulla, situazioni dove avevo visto piombare gli uomini più belli della mia famiglia e che credevo non si sarebbero riproposte se al centro della storia c'era una donna, non nel tempo presente, non era possibile: certe cose potevano capitare quando i giornali italiani potevano ancora parlare di plagio, quando le ferite erano ancora fresche, quando nessuno parlava con nessuno a meno che dalle finestre non si sentissero le grida; quando io avevo tre anni, sette anni, dodici anni, e fingevo di farmi bastare le parole di mia madre – non è una cosa genetica, non è ereditaria – anche se avremmo dovuto sapere che l'eredità trova sempre una strada, buona o cattiva, e io avrei dovuto sapere che la rinuncia all'indipendenza mi avrebbe portato a perdere l'unica qualità necessaria, l'orgoglio.

Nell'arco di un anno e tre mesi sono diventata quello che ho sempre voluto essere, ma non avevo la minima idea di come realizzare. La mia ultima forma, la chiamo, nel senso: la forma finale. Nessuno ama usare il linguaggio per dire cosa gli sta succedendo in tempo reale, meno che mai le minoranze, brave con le etichette a conti fatti, bravissime a omettere per auto-bullismo (cosa penserà la gente) oppure ad adoperare sarcasmo e cinismo nei confronti di chi non segue la linea del giorno. E nessuno, peraltro, direbbe che si stava bene quando gli adolescenti potevano scegliere tra l'anticamera del primo psicologo con il nome sull'elenco del telefono e le magliette di ricambio infilate nello zaino Invicta sperando si aprissero porte in un'altra città, la voce del padre e spesso della madre che ripeteva, perché vuoi sempre essere diverso.

Di cosa volevo essere, sapevo poco. Ogni tanto arrivava un momento di chiarezza – non voglio uscire con un maschio tanto per avere qualcuno da sopportare; oppure, io sono due volte l'uomo che sei tu. Del genere femminile mi disturbava il vuoto delle predatrici e la docilità passiva delle altre non era interessante – mi interessava essere una bella donna, molto – mi interessava il piacere sessuale, mi interessavano alcune forme di degradazione temporanea, non ho mai voluto piacere a tutti, il potere mi intrigava, ma solo in una forma che incontravo pochissimo, l'autorevolezza maturata sul campo, e la mia forma alla fine l'ho dovuta creare mischiando la lingua parlata e l'immagine statica. Ed eccoci qua.

La bella bocca, la nuova risata, la voce bassa, i capelli folti: sono tutti doni della seconda natura, arrivati da sé. La possibilità di modificare l'aspetto in un minuto presentandomi in abiti femminili o neutrali, a seconda del desiderio e non della circostanza: un gran colpo di fortuna. I cinque centimetri che ho guadagnato in altezza: io mi sentivo molto più alta, ho chiesto a un barista di misurarmi con il metro che teneva dietro il bancone, ho avuto la prova. La voce bassa è la parte migliore. Parlo con gli estranei e sento cambiare la loro, di voce. Il desiderio fisico lo conosco, sempre rapido nella nascita e molto rapido a scomparire. Non apprezzo che le cose restino uguali. Perdo interesse, ma lo perdevo anche prima.

Molto di rado ho mai detto che stavo con qualcuno. Posso contare sulle dita di una mano le occasioni in cui ho avuto compagnia – un matrimonio, una festa di lavoro: finito. Non ne sentivo il bisogno, l'età adulta non è un tappeto rosso. Eppure, subito prima di scomparire, mi sarebbe stato rimproverato. Non ti si vede mai con nessuno, perché?

Il teatrino eterosessuale, in scena nella vita privata e in quella pubblica, assegna un ruolo anche agli attori che dicono di non seguirne le regole. Per cui il maschio gay ha spazio quando si cala nella parte dell'opinionista, la linguaccia che li rimette a posto tutti, il serpente nell'erba; la donna lesbica dev'essere madre, la madre, sempre molto distesa o molto imbronciata. Alcuni si sono accomodati perché avevano fame, altri perché hanno sposato la promessa politica. C'era da conquistare i diritti. C'è stata, in Italia, una spinta verso il presentarsi bene con la sicurezza di ottenere rispetto.

Quanto rispetto è stato ottenuto? Quanti diritti?

E perché, tra l'altro, andrebbe prestata attenzione a un uomo o una donna che non è capace di portare se stesso nel mondo?

Sconcertante il numero di femmine – e di maschi – che ho sempre visto insieme a qualcuno. Non ho mai pensato che nessuno di loro avesse talento.

Sono diversa, sicuro. Un caso speciale. Un'artista di seconda generazione con una forte impronta maschile nella precedente, uomini che avevano raggiunto la notorietà quando erano giovani e molto carini ma senza poi rimanere troppo costanti o produttivi nel tempo, un bagaglio, questo, che mi ha forse impedito di articolare il linguaggio necessario a dire cosa volevo, o potrebbe aver rallentato la crescita, offuscando la mia capacità di visione. C'era stato un episodio quando andavo alle scuole superiori, una frattura con il resto del mondo che se da un lato mi aveva più o meno costretto all'autonomia dall'altro aveva creato le condizioni della classica tragedia omosessuale, declinata in modalità da secolo scorso – sto vivendo una bugia; io non sono quella che credono.

Io sono il figlio e l'erede.

E data la natura della famiglia, rivendicare un'eredità al di fuori di questioni penose, i mobili, i soldi, il notaio, non era un obiettivo praticabile – tra di noi si è sempre trattato di uscirne vivi, non parlare di corda in casa dell'impiccato. Del resto le persone che dichiarano di amare la nostra indipendenza sono le prime che ci mettono le mani addosso: di questo nessuno mi aveva avvisato, però l'ho imparato; in linea di massima è meglio non prendere confidenza, altrimenti poi ci vuole un attimo a prendere l'altro come uno di noi, con quell'ostinazione infantile del chiamare per nome l'autore, Ellis che diventa Bret e Smith che diventa Zadie e Raimo che diventa Veronica. All'autore viene chiesto di risultare gradevole, di lasciarsi depositare nel teatrino l'orgoglio. Ma la confidenza è una forma di addomesticamento, simile a quella per cui, con estremo stupore, Woolf è ancora il balocco delle donne che ne rimuovono il suicidio, la nostra cara Virginia, una presenza umana ridotta a un pugno di libri e a uno spirito critico utilizzato per darsi un tono; la vittima riceve una condanna ingiusta, la vittima forse non è stata abbracciata abbastanza.

Nel suo primo libro da nove anni a oggi, White, Bret Easton Ellis si sofferma sulla mediocrità formale delle opere d'arte acclamate in nome, secondo lui, del fare bella figura e mostrarsi woke, avanti – la virtù esibita al posto dell'azione. Ellis va a smontare Moonlight sottolineando come un volonteroso regista eterosessuale non fosse riuscito a portare in scena il desiderio tra uomini perché non sapeva cosa stesse facendo, mentre un personaggio nero che pareva concepito per ribaltare tutti gli stereotipi su razza, sessualità e orientamento finiva per diventare una povera vittima inchiodata alla sofferenza da una madre tossicodipendente, allora sì, è possibile che l'entusiasmo nei confronti del film sia stato una presa di posizione politica a costo zero. Lo vedete? Quando Ellis ha voglia di argomentare, Ellis sa argomentare. Anche se dopo il 2010 non ha pubblicato quasi nulla. E il suo principale canale di comunicazione è stato un profilo su Twitter celebre per il tono sboccato. Ricordo di aver pensato a intervalli regolari, Bret, no, questa cosa non si può dire. Lo spettacolo di un autore che dalla professione sembrava aver avuto tutto e ancora stava lì col telefono in mano: ecco per cosa lo si giudicava finito, una vipera rancorosa, la versione omosessuale del padre di Lunar Park. (He remained, always, locked in a kind of demented fury.)

White di Bret Easton Ellis

"White" is Bret Easton Ellis's first work of nonfiction.

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Nel frattempo, però, Ellis scriveva e conduceva un podcast di straordinaria pacatezza che filava via inosservato nonostante gli ospiti di livello e la professionalità della confezione. Se ne parlava solo quando un giro di frasi fuori contesto andava a riaprire le ferite fasulle del passato recente – allora, a Bret non è piaciuto Black Panther, e infatti nel 2012 lui aveva detto

Cosa stava succedendo?

White è l'autobiografia non di un uomo privilegiato ma di un adulto che ha avuto fortuna secondo gli standard materiali dell'affermazione e non per questo è uscito indenne dai fallimenti – le sceneggiature non prodotte, i film molto inferiori alle aspettative, la persona che lo sfruttava per fare carriera e che lui con notevole innocenza credeva di saper gestire: è diverso, è cambiato. Non è rimasto bambino. L'autore allo sbando di Imperial Bedrooms, un romanzo privo di qualsiasi piacere, non esiste più. Il Bret bisessuale che infesta Lunar Park lamentandosi di essere diventato vecchio per poi nascondersi in bagno a tirare cocaina durante la festa del figlio, quello non è mai esistito. Il vero Ellis non si è ridotto a una scimmia che danza per il suo pubblico.

Una parte cruciale del libro parla dell'essere diventati, quasi tutti, degli attori. Persone tenute a mostrare una blanda immagine gradevole agli occhi di qualsiasi azienda possa in futuro assumerle. Ellis ripercorre la cultura americana degli ultimi quarant'anni dando voce all'intuizione che in molti, per ragioni differenti, abbiamo avuto verso il 2015; la gente era dominata dall'ansia di piacere al prossimo e dal desiderio di stare con gente simile. La carica distruttiva dei social media è stata presa in considerazione solo quando ad acquisire velocità sono stati fenomeni populisti di destra, che fanno orrore per la violenza verbale e per l'impatto politico. Non era stato visto il disimpegno predicato come ricetta per la salute, la soddisfazione romantica come bene-rifugio per donne e uomini gay: la rinuncia collettiva al diritto di pensiero oltre che di parola.

Fermandomi a riesaminare le scene e i luoghi, in vista della scrittura di un intervento critico sullo stato della letteratura omosessuale, e del massimo coming out che considero di fare, mi colpisce quanto negli ultimi quattro/cinque anni la modalità prevalente degli italiani, uomini e donne, sia diventata la seduzione costante – da intendere non per un segnale di disponibilità fisica, o per quella spavalderia che mi provoca sempre un certo affetto fraterno, quella che si sente nel primo libro di Fumettibrutti e in certe uscite pubbliche dell'artista. No, qui c'è il desiderio di piacere agli altri, concentrandosi molto poco sul cosa si stia realizzando e moltissimo sull'allinearsi al gusto prevalente in una cricca. Alcuni giustificano la premura che rivolgono ai colleghi con la frase “me lo devo tener buono”, alcuni si chiudono dietro la maschera della modestia, e con chi considerano arrivato, quindi con tutti, adottano la stessa meccanica: il sorrisetto, gli occhi abbassati, davvero ti piace, il progetto? A prendere piede è stato il carattere mercenario dei legami, una forma implicita di lavoro sessuale che si dà per scontata.

Romanzo esplicito di Fumettibrutti

Romanzo esplicito è la storia di un amore finito, che investe la vita passata e presente della protagonista.

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Mi è capitato di dormire con un attore che mi copiava – parlava come me, simulava gli stessi interessi, mi guardava sorridendo mentre pisciava da seduto con la porta aperta, ma quello spero lo facesse da prima – lui voleva essere me. Non gli avrei mai rivolto la parola se avessi saputo che oltre a leggere uno dei miei libri si era studiato le mie interviste televisive: l'ho visto andare in frantumi durante un episodio psicotico, oppure era il crollo di un falso mal costruito; ho perso interesse quando lui ha cominciato a tremare.

Parlando di lei, invece. Ce ne sono state diverse, quella che è andata e tornata e andata e tornata a seconda di quanto poco fossi famosa, quell'altra che per farsi un nome puntava sulla fragilità, ma quando dico l'attrice penso a una in particolare. La memoria rielabora, non riscrive ma comprime l'arco degli eventi, per cui tendo a ricordare solo una sorta di escalation, sì – passando più tempo insieme io prima ho detto, con questa qui ci lascio la pelle, e poi ho perso interesse. Mi aveva catturato la superficie brillante, ero rimasta per il poco che concedeva in privato – il disincanto, l'orgoglio misto al livore dell'essere considerata bravissima senza che nessuno dicesse te, voglio te. Quando un relativo successo la stava rendendo più feroce, mi sono accorta che lei abitava un mondo di amici e nemici, e manovrava entrambe le parti in modo da posizionarsi al centro della scena, sempre dicendo quanto disagio le creasse il piacere agli altri per ragioni di convenienza. E ci dev'essere stato il momento in cui è arrivato il pensiero secco – oddio, è una velina – ma sto ricordando una stagione di litigi, strilli, chiamare l'ambulanza, lei che arrivava in ritardo, le cene in cui parlava solo di fatti altrui e contratti. Quindi è vero che mi sono scostata, non l'ho voluta più. E anche se mi sono fidata di meno, dopo, anche se credo di sapere quale genere di manipolazione potesse aver subito per replicarla identica con tanta insistenza, quando sento il suo nome io vedo la sua bocca tirata mentre di un lavoro accettato controvoglia lei diceva: mi serve.

Se non altro, è una storia adatta alla società degli uomini, da raccontare con un tono di voce che rincorre quello del poliziotto di un film comico quasi dimenticato – la mia ex moglie, che è una puttana, sai dove l'ho incontrata? In questo bar.

Lo stesso, non sono mai stata infedele. Andavo via prima. Non ho messo il vestito del lutto – non era per me – e quando sono venuti a fare domande io ho detto che l'attrice era il problema di qualcun altro. Il distacco sembrava la scelta migliore.

Ma quando, l'anno scorso, ho scoperto che lei, dopo di me, aveva tenuto sotto schiaffo una vecchia amica, e al volare degli stracci lei ha tirato in ballo me, di nuovo, la disubbidiente, e ha detto: Violetta mi ha tradito, allora ho lasciato che la frase restasse nell'aria, e ho capito che non sarebbe cambiata mai. Avevo fatto bene ad andarmene. Non avevo tradito nessuno.

E non chiamarmi per nome.


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