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Nove domande a Liu Cixin

Di Gianluca Didino • dicembre 04, 2020

Lo scorso settembre Netflix ha annunciato di aver opzionato i diritti per l’adattamento cinematografico della Trilogia dei tre corpi di Liu Cixin, l’opera di fantascienza più strabiliante degli ultimi anni. La serie, che arriverà sugli schermi nel 2022, è scritta e prodotta da David Benioff e D.B. Weiss, i produttori esecutivi del Trono di spade. Liu Cixin collaborerà alla produzione come consulente esterno, così come Ken Liu, l’autore e traduttore a cui si deve la penetrazione della fantascienza cinese nel mondo anglosassone e dunque in Occidente.

I romanzi della trilogia di Liu Cixin (Il problema dei tre corpi, La materia del cosmo e Nella quarta dimensione, tutti pubblicati in Italia da Mondadori) portano il lettore in un viaggio epico e vertiginoso che dalla Cina della rivoluzione culturale arriva fino alla fine dell’universo, seguendo alcuni secoli di rapporti tra la Terra e Trisolaris, un pianeta dove la vita è resa ardua dalla presenza di tre soli che gli ruotano attorno secondo orbite irregolari. Nel mezzo assistiamo alle catastrofi e alle fasi di prosperità di un’umanità portata a confrontarsi per la prima volta con la consapevolezza di non essere sola nel cosmo, in un universo regolato dal darwinismo e dalla paura.

Detta così potrebbe sembrare una saga come tante. La trilogia dei tre corpi, invece, è un’opera massimalista e sorprendente praticamente in ogni sua pagina, nella quale il lettore viene gettato nelle pieghe più strane del mondo rivelato dalla meccanica quantistica, un viaggio dalle tinte psichedeliche dove mondi sbocciano ed esplodono dentro ad altri mondi aprendo a una riflessione filosofica sul nostro rapporto con l’Altro, l’oscurità della materia, l’esistenza di forze impersonali e di menti non umane. Lungo il viaggio incontriamo storie d’amore e di spionaggio, riflessioni sull’arte e la scienza, racconti cavallereschi, una «storia naturale della distruzione» passata e futura.

La lettura della trilogia è un’esperienza intensa che trasforma la mente di chi la guarda, come tutte le grandi opere d’arte. Ma i Tre corpi sono anche un’opera così eccessiva ed estrema che è ragionevole dubitare che un adattamento cinematografico sarà in grado di restituirne anche solo in minima percentuale la complessità. Giusto per fare qualche esempio provate a immaginare una serie TV in cui ci sono corpi che possono essere disseccati e fatti rivivere dopo svariati secoli, intere civiltà che nascono e tramontano all’interno di una particella subatomica nell’arco di pochi minuti, la Via Lattea distrutta per mezzo di un congegno che appiattisce lo spazio a due dimensioni, città utopiche costruite sugli alberi, un universo-bolla che si ripete uguale a sé stesso nei millenni. I sette regni, i draghi e i dohtraki sono un gioco da ragazzi, al confronto.

Liu Cixin è nato nel 1963 a Yangquan, una città di un milione e mezzo di abitanti non lontano da Pechino. Non è solo l’esponente di punta di un genere, quello della fantascienza cinese, che negli ultimi dieci anni ha offerto tra le visioni più originali della letteratura speculativa, riflettendo la luce abbagliante e talvolta oscura del nuovo potere della Cina sullo scacchiere mondiale. È anche probabilmente il più importante, certamente il più inventivo e inaspettato, scrittore di fantascienza del mondo: se il ventunesimo secolo ha un Isaac Asimov, questo è Liu Cixin.

L’abbiamo raggiunto sulle montagne della Cina del nord, dove abita, per parlare dei suoi libri, di pessimismo e ottimismo, di Oriente e Occidente, di scienza naturale e del futuro cinematografico della sua opera.

[Gianluca Didino] I tuoi romanzi sono così vasti, coprono estensioni spaziali e temporali così enormi, hanno così tanti livelli di interpretazione che leggendoli mi sono chiesto spesso da dove trai ispirazione. Ho letto da qualche parte che hai avuto l’idea per The Supernova Era in un sogno, ma anche che i viaggi di lavoro che facevi negli Stati Uniti negli anni Ottanta hanno avuto un impatto sulla definizione della tua immaginazione. Poi al centro de La materia del cosmo, all’improvviso, c’è questa lunga sezione dedicata all’amore tra Zuhang Yan e Luo Ji. C’è la storia della Cina, la filosofia, la scienza e ciò che Joseph Campbell ha chiamato, con un bellissimo paradosso, “le distese interiori del cosmo”. Insomma, come fai a tenere tutto questo insieme quando scrivi?

[Liu Cixin] Se la paragoniamo alla mitologia o alla filosofia antiche, la scienza moderna ci dà un’immagine della natura e dell’universo che è ancora più grande e maestosa, capace di fornire uno spazio immaginativo ancora più esteso per la fantascienza. Questa è la fonte principale della mia ispirazione. In Cina, la fantascienza è una forma letteraria importata, e nel mio lavoro gli elementi di storia e filosofia cinese non sono molti perché io preferisco approcciarmi al mio lavoro creativo dal punto di vista del pensiero moderno. Anche il racconto d’amore che citi, quello ne La materia del cosmo, non è affatto il tipico genere di storia d’amore cinese, anche se può sembrare. Gli elementi immaginativi dell’amore sono ugualmente ricchi in Oriente e in Occidente: mi viene in mente quel cavaliere di un poema epico medievale ambientato nella penisola iberica che, solo a sentire il nome di una principessa di un regno lontano, improvvisamente si innamora follemente di lei. Nei miei romanzi non ho mai cercato consciamente di diffondere la cultura cinese, né ho mai cercato deliberatamente di mescolare elementi di cultura cinese e occidentale. Ma sono cinese e dunque qualsiasi cosa faccia il mio lavoro possiede elementi che provengono dal contesto culturale cinese, anche se non sarei in grado di dire quali sono nello specifico.

[Gianluca Didino] Una maniera possibile di leggere i tuoi libri è attraverso la lente del pessimismo filosofico: Il problema dei tre corpi inizia con quello che potremmo definire un pessimismo storico, poi la traiettoria si allarga a raggera per toccare il pessimismo antropologico e raggiunge un compiuto pessimismo cosmico in Nella quarta dimensione, alla fine del quale l’universo intero viene distrutto. Concordi con questa interpretazione? Ti consideri un pessimista?

[Liu Cixin] No, non concordo. Al contrario, mi considero un ottimista, credo che l’umanità abbia un futuro luminoso davanti. I tre volumi della trilogia hanno una base di ottimismo: anche se gli umani del sistema solare vengono distrutti, la civiltà umana si diffonde per l’intera galassia. È vero, la trilogia si conclude con la fine dell’universo, ma in fantascienza descrivere la fine del mondo non è necessariamente una forma di pessimismo, perché secondo le leggi della natura la fine del mondo è necessaria: tutto nell’universo deve finire. In quanto ottimista, sono una specie di eccezione tra gli autori di fantascienza, cinesi o meno, perché in fantascienza il pessimismo è la posizione mainstream. Allo stesso tempo, però, sono un ottimista razionale. Anche se credo che la civiltà umana abbia un futuro luminoso, questo verrà raggiunto soltanto attraverso un corso storico lungo e tortuoso, durante il quale ci saranno enormi ostacoli e disastri che esigeranno il pagamento di un prezzo enorme. I miei romanzi descrivono questo corso storico, ma nonostante questo conservo ugualmente uno sguardo ottimistico sul futuro dell’umanità.

[Gianluca Didino] C’è un punto nel primo romanzo, Il problema dei tre corpi, in cui scrivi che «le élite intellettuali erano diverse; molti avevano già cominciato a considerare le cose da una prospettiva che trascendeva l’umanità». Adottare una prospettiva che trascende l’umanità senza gettarci allo stesso tempo nella disperazione sembra una delle sfide più difficili che abbiamo davanti. È davvero possibile? Saremo mai veramente capaci di guardare a noi stessi e al mondo intorno a noi in una maniera oggettiva e distaccata e, al contempo, convivere con quello che vediamo?

[Liu Cixin] Credo sia possibile considerare questioni che travalicano il regno dell’umano, questioni che non hanno nulla a che vedere con l’esistenza umana in quanto tale. Ad esempio, parlare dell’universo e delle leggi naturali sicuramente significa adottare un punto di vista esterno a quello dell’umanità. Anche quando ci approcciamo a quei corpi oggettivi rivelati dalla meccanica quantistica per come vengono osservati dagli umani stiamo già adottando una prospettiva che non è quella umana. Ma quando si tratta dell’esistenza dell’umanità stessa diventa molto difficile considerare le cose da una prospettiva diversa da quella dell’umanità. Per esempio, in un sistema etico ideale, dovremmo considerare ogni forma di vita uguale, ma quest’etica è in conflitto con l’esistenza umana, perché l’umanità può sopravvivere solo mangiando altre forme di vita. Nemmeno i vegetariani possono sottrarsi a questa regola, perché se pensiamo che gli umani e gli animali si assomigliano, e in quanto tali si trovano su un gradino più alto rispetto alle piante, non stiamo adottando un approccio esterno alla prospettiva umana, ma stiamo rivelando piuttosto una forma di antropocentrismo.

[Gianluca Didino] A proposito di punti di vista, non so se qualcun altro l’ha notato ma nella trilogia la metafora dell’occhio torna in continuazione. Nei tre libri ho contato decine di occhi: Giove come un occhio gigante nel sistema solare, abiti futuristici decorati con centinaia di occhi, stelle come occhi che guardano i personaggi, l’occhio al centro del Sofone solo per fare alcuni esempi. C’è qualcosa di minaccioso e di psichedelico in questa immagine, soprattutto perché siamo abituati a pensare che dietro ogni occhio ci sia qualche forma di agentività, un’intelligenza che ci guarda, mentre nei tuoi romanzi spesso non c’è niente, o almeno niente che siamo abituati a considerare “intelligente”. L’idea mi ha affascinato molto, mentre leggevo la trilogia.

[Liu Cixin] Anche nella vita quotidiana, gli occhi sono un organo che tocca la nostra sensibilità, perché sono il canale principale attraverso il quale i corpi biologici osservano il mondo. Quando vediamo un paio d’occhi, sappiamo che l’oggetto può vederci, e questo significa che gli occhi sono diventati un simbolo dell’Altro senziente. Se una certa esistenza dell’universo può apparire sotto forma di occhi, ciò significa che essa non è una pura forma materiale, perché dietro agli occhi deve esserci qualche intelligenza e forse persino un’anima. Questo può letteralmente farci venire i brividi. Ma dalla prospettiva della scienza moderna, anche questa potrebbe essere solo l’ennesima illusione umana, poiché gli occhi, e tutto ciò che si trova dietro di essi, sono parte della natura e seguono le leggi della natura che conosciamo. Dal mio punto di vista, la vita, l’intelligenza e l’anima non sono cose che trascendono le leggi naturali. All’opposto, esse sono la più alta manifestazione della legge naturale. La scienza rifiuta cose come l’anima che sostengono di essere soprannaturali. Quindi, nei miei romanzi, è certamente possibile che non ci sia niente dietro gli occhi.

[Gianluca Didino] L’unica altra opera di fantascienza che posso assimilare alla Trilogia dei tre corpi è la Fondazione di Asimov: i due lavori condividono la capacità di interpretare la cultura dei propri tempi, l’approccio massimalista allo storytelling, il commento sociale sulle potenze economiche e culturali da cui provengono. La Trilogia dei tre corpi è per il secolo cinese ciò che la Fondazione è stata per quello americano, insomma. Ma laddove Asimov esplorava le implicazioni delle allora neonate scienze sociali, i tuoi romanzi si gettano a capofitto nella stranezza apparentemente senza fine della fisica contemporanea. Ti ritrovi in questo paragone?

[Liu Cixin] La Fondazione è un grande esempio di fantascienza, ma non è stata una delle ispirazioni della Trilogia dei tre corpi. In realtà il mondo descritto nella Fondazione è molto più grande di quello dei miei romanzi, inoltre ci sono alcune differenze fondamentali: anche se il mondo della Fondazione è enorme, distribuito in tutta la galassia, è abitato solo da umani, non da alieni, mentre nel mondo della Trilogia dei tre corpi l’universo è popolato da moltissime civiltà intelligenti. In termini filosofici, nonostante la sua ampiezza, il mondo della Fondazione manca di un Altro, mentre nella mia trilogia l’Altro è al centro. In effetti, La trilogia dei tre corpi trae più ispirazione dal lavoro di Arthur C. Clark e da quello di Sakyo Komatsu.

[Gianluca Didino] Ho menzionato le possibilità infinite della fisica contemporanea e le atmosfere psichedeliche di molte scene dei tuoi romanzi. Le due prospettive condividono salti vertiginosi dal macrocosmo al microcosmo, una dimensione inerentemente strana, domande profonde sul tessuto della realtà e la natura del Sé, il dubbio terrificante ma anche liberatorio che al centro della vita ci sia il vuoto. Recentemente, questa connessione è stata popolarizzata dal lavoro del fisico italiano Carlo Rovelli. Mi chiedevo se conosci il lavoro di Rovelli e se questa convergenza ha senso per te. La scienza sta aprendo le porte di una nuova spiritualità?

[Liu Cixin] Non conosco approfonditamente il lavoro di Carlo Rovelli, ma ho letto il suo Sette brevi lezioni di fisica e l’ho trovato un meraviglioso lavoro di scienza popolare, scritto in una maniera che è allo stesso tempo semplice e piena di poesia, una cosa per cui è necessaria una conoscenza approfondita della fisica. Sicuramente la fisica contemporanea ci ha offerto una visione del mondo affascinante e scioccante, una visione che trascende la nostra intuizione e il nostro senso comune e che conferma il titolo di un altro libro di Rovelli, La realtà non è come ci appare. E questo mondo vorticoso, instabile descritto dalla meccanica quantistica ha sicuramente lasciato una profonda influenza sul modo in cui noi moderni guardiamo al mondo. Per ciò che capisco delle teorie della fisica moderna, certamente non concludo che l’origine della vita si trovano nel niente, ma piuttosto questo: che più la nostra comprensione dell’universo aumenta, più ne scopriamo l’assenza di significato. Di una cosa comunque possiamo essere sicuri, e cioè del fatto che la relazione tra la vita e l’universo è molto più complessa di quel che possiamo immaginare, e per comprendere questa relazione c’è ancora molta strada da fare. Ma al momento, la visione del mondo rivelata dalla fisica moderna dall’inizio del XX secolo non si è diffusa tra le masse. Nella coscienza delle masse, l’immagine del mondo rimane newtoniana. Si potrebbe supporre che l’assenza di comprensione di questa nuova visione del mondo ha un grosso impatto sulla cultura e sul pensiero sociale.

[Gianluca Didino] Sei ormai diventato una delle più importanti figure letterarie in un movimento che sta cambiando le nostre idee sulla fantascienza, persino in Italia, dove la fantascienza cinese ha cominciato finalmente a essere tradotta (nel 2020, ad esempio, sono arrivati Pechino pieghevole di Hao Jifang e Marea tossica di Chen Quifan). In un certo senso, la nuova ondata della fantascienza cinese è anche una finestra attraverso cui l’Occidente guarda alla Cina, e lo sarà ancora di più quando la Trilogia dei tre corpi arriverà su Netflix. Questa è una grande responsabilità e, forse, anche una posizione difficile nella quale trovarsi.

[Liu Cixin] Sono molto contento che il mio lavoro venga tradotto e pubblicato in così tante lingue, una possibilità che non prendevo nemmeno lontanamente in considerazione quando ho cominciato a scrivere. Da fan della fantascienza diventato a mia volta uno scrittore di fantascienza, nei miei romanzi ho un approccio profondamente olistico all’umanità. Voglio dire che l’umanità nel mio lavoro appare come un tutt’uno nel quale le singole nazioni ed etnie sono poco importanti. Le crisi e le sfide che affrontano sono comuni a tutta l’umanità. Non ho mai deliberatamente aggiunto caratteristiche cinesi al mio lavoro, e ancora meno ho voluto creare una “fantascienza cinese”. Ovviamente, in quanto cinese, i miei romanzi sono inevitabilmente infusi di certi elementi di cultura cinese, ed è inevitabile che i lettori occidentali li prendano come finestre attraverso cui vedere la Cina. Ma personalmente spero che i lettori occidentali leggeranno il mio lavoro in quanto fantascienza, e non in quanto “fantascienza cinese”.

[Gianluca Didino] Sicuramente l’uscita per Netflix dell’adattamento della trilogia, così come è già capitato con quello di The Wandering Earth nel 2019, sempre per Netflix, ti stanno avvicinando alle masse in Occidente. Allo stesso tempo però i tuoi romanzi sono tutto tranne che facilmente trasferibili sullo schermo. Come vivi questo passaggio da un medium all’altro?

[Liu Cixin] Ho sempre sperato che il mio lavoro potesse essere trasformato in film e ho sempre fatto tutto ciò che potevo per far sì che capitasse. Nel processo, in quanto autore, i cambiamenti rispetto al mio lavoro inevitabilmente producono differenze o competizione con la produzione cinematografica. Ma ho sempre chiaro in mente che letteratura e cinema sono forme d’arte completamente diverse, quindi cerco di mantenere un’attitudine tollerante nei confronti dell’adattamento del mio lavoro per il cinema. La versione cinematografica influenzerà la ricezione del lavoro originale, ma questa influenza è limitata. Un romanzo mediocre non diventa un classico perché è stato adattato con successo in film, e un romanzo di successo non viene distrutto perché l’adattamento cinematografico è stato un fallimento. Inoltre, l’adattamento del mio lavoro non influenzerà il mio lavoro successivo. Voglio dire che lavorando a un romanzo futuro le mie scelte come autore non saranno influenzate dal fatto se sia o meno adatto alla trasposizione cinematografica.

[Gianluca Didino] Rimane il fatto che sei ormai tra gli scrittori di fantascienza più famosi al mondo, e lo sarai ancora di più dopo l’adattamento di Netflix. Questa fama ha avuto un impatto sulla tua scrittura? È ancora possibile per te limitarti a (ti cito) «scrivere storie interessanti ispirate dagli ultimi risultati della ricerca scientifica»?

[Liu Cixin] La fama non mi ha influenzato molto. Vivo in una piccola citta della provincia di Shanxi e i miei unici contatti con il mondo esterno avvengono tramite la posta e internet. Qui la gente non è nemmeno sicura di cosa faccia esattamente di lavoro. Né è molto interessata. Nel mio lavoro futuro intendo continuare a mantenere la presa su quelli che finora sono stati i miei ideali, cioè utilizzare la scienza come materiale narrativo per scrivere fantascienza, esprimere la relazione tra gli umani e l’universo e tra gli umani e la natura. Ho sempre pensato che la scienza moderna sia in sé stessa un libro, o molti libri, della più meravigliosa fantascienza, una narrativa senza personaggi. Il mio lavoro consiste nel mettere le persone dentro la scienza, e di esprimere questa relazione utilizzando tutti i mezzi offerti dalla letteratura.

Il problema dei tre corpi di Cixin Liu

Nella Cina della Rivoluzione culturale, un progetto militare segreto invia segnali nello spazio cercando di contattare intelligenze aliene. E ci riesce: il messaggio viene captato però dal pianeta sbagliato, Trisolaris, l'unico superstite di un sistema orbitante attorno a tre soli, dominato da forze gravitazionali caotiche e imprevedibili, che hanno già arso undici mondi.

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La materia del cosmo di Cixin Liu

L'universo è un'immensa foresta abitata da feroci predatori. Nascondersi significa sopravvivere, rivelarsi significa diventare prede. È quello che ha fatto la Terra, e ora i predatori stanno arrivando. Impiegheranno 400 anni, attraverso gli spazi siderali, e la Terra tenta di organizzare una disperata resistenza.

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Nella quarta dimensione di Cixin Liu

A mezzo secolo dall'Ultima Battaglia sembra essersi creato un equilibrio tra terrestri e Trisolariani: i primi beneficiano della conoscenza degli invasori spaziali e stanno compiendo grandi progressi tecnologici, mentre gli alieni stanno assimilando la cultura terrestre.

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Gianluca Didino (1985) ha scritto per Il Mucchio Selvaggio, Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Satisfiction e IL. Collabora con Studio, Prismo e minima & moralia. Dopo aver vissuto otto anni a Torino, dal 2012 si è trasferito a Londra. Nel 2020 ha pubblicato Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani (minimum fax)

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