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Per scrivere bisogna imparare ad ascoltare

Di Filippo Tapparelli • febbraio 19, 2019

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Quando ho cominciato a scrivere, prima ancora di sapere se ne sarei stato capace, ho appoggiato sulla libreria, dietro allo schermo del computer, un foglio su cui avevo trascritto una frase di Buzzati. Quella in cui dice “Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più”. L’avevo letta qualche anno prima e mi aveva colpito, perché fino ad allora avevo creduto che la scrittura fosse fatta solo di ispirazione, non certo di lavoro, impegno e dedizione. Vicino a quel foglietto ne avevo messo un altro, con trecentosessantacinque caselle. Di lato, un pennarello rosso. Mi sono imposto di segnare una crocetta al giorno, fino a quando non mi fosse passata la voglia o avessi completato quello che avevo in mente di fare. A costo di scrivere anche solo una parola, non ho mai mancato a questo appuntamento con la scrittura.

All’inizio questo piccolo rito mi dava ansia, ma dopo qualche giorno mi sono accorto che mi avrebbe infastidito vedere uno spazio bianco in mezzo a quel prato di X che sembravano papaveri. Dopo un po’ era diventato sbagliato non scrivere ogni giorno, anche quando non ne avevo affatto voglia e le parole faticavano ad arrivare. Ho imparato che quando dicevo “non ho niente da scrivere”, in realtà era perché non ascoltavo. Le storie sono già lì, pronte per essere scritte, ma sono silenziose e ci sono giorni in cui si fa fatica a far spuntare fuori almeno una riga. Io però ho la passione del giardinaggio, e dopo tanti anni di fallimenti ho imparato che le parole, come le piante, hanno i loro tempi. Occorre avere pazienza e fiducia: solo così le storie si fanno ascoltare, anche se spesso non coincidono nemmeno con i tuoi progetti iniziali.

L’inverno di Giona è nato così, con una prima croce messa su una casella il nove settembre del duemiladodici, quando mi sono chiesto cosa succederebbe se non sapessimo nulla del nostro passato e nessuno lo ricordasse per noi. Sono riuscito a darmi una risposta il quattordici luglio duemilatredici, quando ho tracciato l’ultima crocetta.

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In mezzo a questi due segni, un sacco di cose vissute, tante lette e alcune rilette: articoli di giornale, saggi come Morfologia della fiaba di Propp e Il viaggio dell’eroe di Vogler. I romanzi Ci sono bambini a zigzag di Grossman, Ninna nanna di Palahniuk, Furore di Steinbeck e qualsiasi cosa abbiano scritto Pratchett e Calvino.

Senza che lo volessi, riga dopo riga, ho incontrato Giona, mi sono affidato a Norina, ho amato e odiato Alvise. Con loro ho abitato nella nebbia, in un paese che non ha nome né un punto preciso sulla mappa. Mi sono perso nel bosco, ho conosciuto la sofferenza, il rimpianto, l’abbandono, la pietà e la misericordia. Mi sono ritrovato.
Adesso L’inverno di Giona spicca il volo e tra poco non starà più solo con me, ma anche con voi. E io? Sono partito per una nuova avventura e ricominciato a segnare crocette. Stavolta con un pennarello blu, sembrano fiordalisi.

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Filippo Tapparelli è il vincitore della XXXI edizione del Premio Italo Calvino con il romanzo "L’inverno di Giona".

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