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Perché le donne leggono più degli uomini?

Di Francesco D'Isa • maggio 02, 2019

Le donne leggono più libri degli uomini e ne pubblicano di meno. Inoltre lavorano di più nell’editoria ma rivestono ruoli di minor potere. Perché? Se dovessi rispondere senza riflettere direi che si tratta dell’ennesima eredità della disparità di genere. Ma affidarsi alla risposta più ovvia porta spesso a gravi errori, dunque cercherò di affrontare la questione più nel dettaglio.

Anzitutto qualche dato; secondo un’indagine Istat datata 2015 sulla lettura in Italia “la popolazione femminile ha maggiore confidenza con i libri: si stima che il 48,6% delle donne siano lettrici, contro il 35% dei maschi”. Anche nel mondo anglosassone il risultato è analogo, e, come si legge su NPR, “una donna in media legge nove libri all’anno, rispetto ai soli cinque libri per gli uomini. Le donne leggono più degli uomini in tutte le categorie, ad eccezione della storia e della biografia”. Non ho trovato dati affidabili sul resto del mondo, ma pare che la situazione sia simile ovunque. Diamo dunque per certo che le donne leggono più libri, in quasi tutti i generi presi in esame.

Davanti a una tale ubiquità è immediato chiedersi cosa accomuna tutte le donne del mondo e ancora una volta mi affido alla risposta più ovvia: il sesso biologico. Non a caso nell’interpretare questi dati abbondano le interpretazioni scientifico-deterministe, a partire da chi sostiene che le donne siano naturalmente più empatiche, a chi dice che sviluppano prima le competenze sociali, che imparano a leggere con maggiore velocità e così via. Le differenze fisiche tra i sessi però, sebbene innegabili, sono minori di quelle percepite. È un’illusione simile a quella per cui si percepisce con facilità dei volti umani nelle nuvole, nelle conformazioni geologiche e in altri segni casuali. Nelle nuvole non ci sono più volti che cacciaviti, formule algebriche o bradipi, semplicemente la storia evolutiva della nostra specie ci ha abituato a cogliere con più attenzione certi tratti rispetto ad altri. Non metto in dubbio che un extraterrestre (ma anche un cane o un gatto) possa arrivare a distinguere i sessi biologici degli umani, così come abbiamo imparato la differenza tra una pianta di kiwi maschio e una femmina, ma di certo non lo farà con la nostra abilità e velocità. Per questo accolgo con sospetto le interpretazioni biologiche – e a giusta ragione, a leggere uno studio del 1998 di Steven J. Tepper pubblicato dalla Princeton University (cui mi rifarò spesso), perché pare che queste risposte siano per lo più errate.

Distinguere le influenze naturali e culturali che determinano un certo effetto è molto difficile, perché si intrecciano profondamente nella prassi come nell’essenza, ma c’è un altro elemento che mi ha instillato il sospetto di malafede intellettuale nella risposta biologica. Questa, infatti, nasconde dietro a un apparente complimento (come siete sensibili voi donne!) una piccola trappola. La natura non è una scelta, si modifica con difficoltà e lentezza, ma soprattutto non è colpa di nessuno. La struttura sociale, invece, è un’opera collettiva, e sebbene possa trascendere in parte o persino totalmente le scelte e le reazioni individuali, è indubbiamente una creazione umana. Insomma, potremmo essere davanti a un caso di galanteria interessata, perché come spesso accade, accanto a “le donne sono meravigliose” si nasconde anche il “ma non esageriamo eh, con questa disparità”.

Consideriamo ora l’altro aspetto dei dati, ben analizzato da Andrea Zanni quando scrive che “le donne sono presenza fissa e preponderante nelle redazioni editoriali, sono la quasi totalità delle traduttrici, sono la maggioranza della popolazione lettrici. Eppure ci sono molti, molti più autori uomini, e ai piani alti uomini”. Anche qui la risposta intuitiva è banale, siamo davanti a un classico caso di disparità di genere – e devo ammettere che anche dopo una riflessione più approfondita non trovo spiegazioni alternative altrettanto plausibili. Torno dunque al primo dato, quello sulla lettura; a tale proposito lo studio di Tepper che ho citato precedentemente propone una soluzione interessante, ovvero che la divisione del lavoro tra i sessi abbia tra le sue conseguenze anche una divisione nella gestione del tempo libero. La tesi merita un ampio collage di citazioni (mia la traduzione):

“Studi sulla società contemporanea dimostrano persistenti differenze nel modo in cui uomini e donne trascorrono il tempo libero […] Gli storici collegano la lettura della narrativa da parte delle donne all’ascesa dell’ideologia delle sfere separate e del “culto della domesticità” tra le famiglie della classe media e alta del XVIII e XIX secolo. Nel suo libro The Women Reader: 1837-1914, Kate Flint collega la lettura alle sfere separate, mostrando come il tema della “lettura delle donne” sia servito come punto focale per i dibattiti sul genere, sulla famiglia e sul ruolo delle donne. Anche Watt collega l’ascesa del romanzo alle sfere separate e all’aumento di tempo libero tra le donne della classe media e alta nel XVIII e XIX secolo. […] Nel XIX secolo, mentre l’educazione degli uomini si svolgeva in gran parte nelle scuole e nelle università, le donne venivano istruite in casa – con un’istruzione in gran parte limitata a materie religiose ed estetiche. Oltre all’istruzione, esistevano grandi differenze tra uomini e donne in termini di tempo libero. Gli uomini partecipavano ai divertimenti pubblici; i varietà, gli spettacoli, le danze, i musei, i circhi, i caffè, le taverne, i gentlemen club e lo sport. Le donne, d’altra parte, vivevano solo passatempi domestici – suonare il pianoforte, leggere, conversare. Come scrive Wolff, ‘la regola era che ogni donna in un luogo pubblico di svago che non fosse accompagnata dal marito o da un uomo era considerata una prostituta’”.

Sembra dunque che la passione delle donne per la lettura possa essere uno dei pochissimi effetti positivi della disparità di genere. D’altra parte, se escludiamo le cause biologiche e il luogo comune che le donne hanno più tempo libero, non sembra che ci siano altre spiegazioni in lizza. Questa interpretazione, inoltre, sembra coordinarsi bene con la sproporzione tra la presenza e l’importanza delle donne nell’industria editoriale.

Come colpo di grazia per chi fosse ancora in disaccordo cito un’indagine desolante (per il mio sesso) dell’ANSA, in cui si chiedeva non quanto, ma perché si legge. Ecco alcuni risultati: “per le donne la lettura serve a “stare meglio con se stesse” (23%), “aumentare la propria cultura” (21%), ad “allargare i propri orizzonti” (18%), “rafforzare le proprie capacità di ragionamento” (15%) e “sviluppare idee più creative” (11%). Molte leggono anche per “migliorare i rapporti col proprio partner” (12 %). Per gli uomini la lettura aiuta a “migliorare la propria posizione sociale” (24%), “sviluppare un vocabolario più ampio” (21%), “combattere lo stress” (18%), “estraniarsi dalla realtà alla ricerca di sentimenti sconosciuti” (13%) e “diventare più seducente e attirare maggiormente le donne” (9%), “aumentare la propria cultura” (33%)”. Se questi dati sono attendibili, pare che il sesso maschile sia vittima di se stesso e che per confermare i propri stereotipi si avvicini alla lettura per motivi superficiali e strumentali – un’ulteriore dimostrazione di come la disparità tra i sessi danneggi entrambi, non solo le donne.

Siamo dunque davanti a un caso in cui la risposta più facile sembra essere quella corretta: le donne leggono più libri degli uomini a causa della disparità di genere. È l’unica conseguenza positiva di tale disparità, si direbbe, per poi notare che no, non lo è, perché se le donne leggono di più significa che gli uomini leggono meno. E scrivono di più, come noterà chi legge questo articolo scritto da un uomo. Non volendo cambiare sesso però, né astenermi dal riflettere su temi che considero importanti, permettetemi di fingere di trovarmi in un mondo in cui non c’è bisogno di considerare il genere di chi scrive.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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