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Immagine di copertina

Perché leggo in digitale e non su carta

Di Enrico Pitzianti • marzo 05, 2019

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Mettiamola così, c’è una differenza enorme - e non è ignorabile a costo di macchiarsi di ipocrisia - tra contenuti e contenitori. Questo vale sempre, e quindi anche per le cose scritte, cioè i libri, gli articoli e i saggi.

Il contenitore, è ovvio, dà forma al contenuto, proprio come un buon vino che di solito sta nelle bottiglie da cui ci aspetteremmo, appunto, del buon vino, o una buona automobile, che di solito ha un certo aspetto. Insomma, l’abito non fa il monaco, ok, però dice qualcosa di chi lo indossa, e con questo spazio di interpretazione c’è da fare i conti.

Un buon libro di solito viene con una copertina interessante, un titolo non banale, un packaging non troppo sciatto, ci fa presagire che ci sia qualcosa che vogliamo leggere, che ci interessa o ci serve sapere. Eppure i controesempi non si contano, ci sono auto dall’ottimo aspetto ma che alla guida non regalano prestazioni emozionanti, allo stesso modo esistono vini dal packaging perfetto che una volta assaggiati hanno sapori scoraggianti. Idem per le letture: con illustri editori che pubblicano libri di scarsa qualità - magari solo perché sono associati a chissà quale personaggio pubblico, calciatore o artista sostenuto da un certo hype. E ancora, sono gli stessi grandi editori a pubblicare libri dai titoli fraintendibili, altri dalle tesi banali o, più in generale, con contenuti discutibili. Per questo non c’è sempre da fidarsi, non basta il logo di un grande editore in copertina per far sì che il libro che abbiamo sotto gli occhi sia un buon libro.

Sul digitale ci sono milioni di libri, spesso rarissimi o del tutto introvabili

Per riuscire a sfuggire al fascino del contenitore e indagare il contenuto ci sono pochi metodi efficaci. Nel caso dei libri è meglio fare due cose prima di decidere se comprare o meno un libro, la prima è coltivare dei dubbi. Quindi cominciare a leggerlo preventivamente, stare a sentire qualche editor o critico di cui ci fidiamo che abbia detto qualcosa in merito. Per farlo, spesso, il modo migliore è cominciare a leggerlo in digitale, perché le poche pagine iniziali che possiamo leggere standocene in piedi in libreria senza dare l’idea al libraio di voler traslocare lì, sono troppo poche. Il formato digitale permette di starsene in pace, a casa propria o al parco, e di leggere le prime venti, trenta pagine. Che poi sono quelle che si leggono in un’ora o poco più e riescono a dare davvero un’idea di quale sia il contenuto di quell’oggetto. A rendere il compito particolarmente semplice c’è il fatto che di solito nei negozi digitali queste prime pagine sono liberamente leggibili, dove invece non lo fossero la soluzione non c’è, ma non mancano i motivi per preferire comunque la lettura in digitale rispetto a quella sul cartaceo. Un motivo è che sul digitale ci sono milioni di libri, spesso rarissimi o del tutto introvabili, andati distrutti secoli fa o troppo costosi per essere acquistati per una semplice consultazione. Il secondo motivo, e forse il più ovvio è che in digitale si legge ovunque, basta scaricarli sul lettore o averli scaricati in precedenza, mentre coi libri di carta l’obbligo è l’esclusività della scelta: porto al mare uno, massimo due libri e non di più.

Tornando alla questione della scelta delle letture, invece, ecco un altro fatto interessante: visto che questi sono tempi in cui il populismo dilagante spinge molti a diffidare di qualsivoglia gerarchia, succede che molti diffidano del parere di esperti, grandi lettori o editori. Niente di più ovvio, se cala la fiducia nelle istituzioni e nelle élite, di conseguenza cala anche quella verso chi consiglia cosa leggere. Per questo sono così tanti - e da più parti ce ne lagniamo copiosamente - a leggere testi complottisti e inaffidabili (sia libri che saggi, ma anche articoli, opinioni e così via). Bene, ma la reazione opposta e contraria, quella di fidarsi esclusivamente di nomi enormi, firme di comprovata esperienza o di editori famosissimi, è altrettanto insensata. Fare come fa il populista, cioè diffidare di tutto e tutti riducendosi a leggere solo testi stampati in garage da qualche complottista non ha senso. Ma non ce l’ha nemmeno diffidare di tutto ciò che è nuovo, underground, perché è un modo speculare, ma ugualmente idiota, di sistemare il proprio personale timone utile a indirizzare il gusto e compiere le proprie scelte.

Mi piace l’idea di non contribuire a inquinare irreversibilmente il pianeta su cui abito riempiendo di inchiostro tonnellate di carta ogni giorno

Ci sono libri autoprodotti assolutamente validi, e ce ne sono tanti altri, tra quelli editi da celebri editori, che sono stati snobbati per anni, prima di trovare spazio nelle librerie e negli scaffali che contano. La soluzione, come prima, è continuare a essere dubbiosi: sia di quello che propongono i grandi editori che di ciò che viene da penne giovani o esordienti. Perché è vero che ogni grande scrittore oggi riconosciuto come tale viene pubblicato da case editrici altrettanto riconosciute, ma prima anche lui sarà stato un esordiente, uno di cui non si fidava nessuno.

Questi due estremismi, quello di chi snobba gli esperti e quello di chi snobba gli inesperti, si scongiurano solo curiosando sempre e comunque, evitando il pregiudizio e coltivando il dubbio. Un amico ci ha consigliato un libro definendolo un capolavoro? Magari lo è, ma potrebbe anche essere una mezza schifezza. Chissà. Un esperto definisce un saggio come “inutile”? Potrebbe anche essere vero, ma magari ci si trova proprio l’informazione che cercavamo. Leggere in digitale, in questo senso, è molto utile per lo stesso motivo a cui accennavo all’inizio: si può temporeggiare un po’ di più prima di comprare il libro e costringersi a leggerlo per intero (oppure, che è peggio, lasciarlo sullo scaffale per sempre, rimpiangendo di aver speso dei soldi per comprarlo).

Di motivi per cui, personalmente, leggo molto più spesso in digitale ce ne sono anche altri, come il fatto che mi piace l’idea di non contribuire a inquinare irreversibilmente il pianeta su cui abito riempiendo di inchiostro tonnellate di carta ogni giorno. O il fatto che il feticismo consumista, per qualche motivo, non si è mai appropriato dei miei modi da millennial: leggo ogni giorno ormai da anni, e tra saggi e romanzi arrivo fino a sei testi letti al mese (anche se non sempre per intero), eppure in casa ho pochissimi libri di carta. E soprattutto quando entro a casa di qualcuno ed è invasa di libri no, non penso sia sinonimo di grande cultura dell’abitante, anche se alcune volte è così.

Su quest’ultimo punto il mio è un discorso personale, ma riguarda gli stessi stereotipi di cui parlavo all’inizio di questo articolo: so che di norma i contenitori dicono qualcosa, anche se sono semplici oggetti poggiati su un tavolino del salotto, ma preferisco sfuggire al giudizio comodo e preconfezionato che mi offrono per faticare un po’ di più e ottenerne uno mio che spero essere più ponderato.

Sulla questione del feticismo consumista, il discorso è molto simile a quello che si fa con i vinili in campo musicale, c’è chi parla di “suono più caldo” nell’ascoltare la musica da vinile, e c’è tutta una diatriba tra audiofili ed esperti sul fatto che questo abbia o meno fondamento. Stessa cosa con i libri che secondo qualcuno “ah l’odore della carta, ma vuoi mettere?”. Tutti concentrati sul contenitore, e pochissimo sul contenuto.

A proposito, ricordo alcuni insegnanti che ho avuto a scuola in passato, non facevano che ripetere che chi legge libri vive meglio, che leggendo si pensa meglio e si è persone migliori, addirittura che coi libri si scongiurano le dittature. Tutte cretinate, ovviamente: ciò che conta non è leggere, ma cosa si legge. La differenza tra contenitore e contenuto.

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Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, è editor de L'Indiscreto e collaboratore di Esquire, Forbes, Il Foglio e cheFare.

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