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Potere, paura e musica in “Magia Nera” di Loredana Lipperini

Di Edoardo Rialti • aprile 18, 2019

'Abbiamo bisogno del caos'. Un'intervista di Edoardo Rialti

Edoardo Rialti: Aprirei le danze dal nostro amato Stephen King, e da una sua citazione che certamente dialoga a distanza con la tua raccolta di racconti. Nella dedica in apertura di It, egli affermava: “Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste”. Ne sei convinta anche tu? La magia esiste?

Loredana Lipperini: Certo che esiste. Credo anzi che gli esseri umani di magia non possano fare a meno. C’è una scena proprio di It in cui Bill adulto guarda la moglie che dorme e ricorda il se stesso bambino, e in questo percepisce quel barlume di immortalità insito nell’infanzia. E questa immortalità, per come la vedo io, coincide con la fede che ci fa credere che tutto sia possibile; anche che le soglie tra i mondi, i varchi tra quei mondi, i livelli di realtà possano baluginare all’improvviso prima di sparire. Ed è proprio la narrativa che vede la magia, anche quando ama definirsi realistica

ER: Chi volevi omaggiare, in questi tuoi racconti? Ci sono echi, rimandi, citazioni esplicite? Strade già percorse da altri che volevi approfondire?

LL: Due tributi espliciti, a Lovecraft, e King. C’è una storia d’ispirazione lovecraftiana, una sorta di what if: cosa accadrebbe se la sacrificale Lavina de L’Orrore di Dunwich prendesse in mano la situazione? L’altra è un divertissemt kinghiano ispirato a I figli del grano. Questi sono gli omaggi dichiarati, ma credo tuttavia che quando si scrive narrativa fantastica si cammini spesso sui passi di chi ci ha preceduto. Dall’altra parte c’era anche il desiderio di confrontarsi con la forma del racconto così come è stata sperimentata soprattutto da certe scrittrici che hanno guardato alle ‘vite piccole’. Se pensi ad esempio a Grace Paley, che è un po’ la madre di tutti noi, o Alice Munro…hanno sempre raccontato storie di donne quasi invisibili, vite non illustri, come avrebbe detto Pontiggia. Quella strada ha un suo perché, giacché le vite anonime ci permettono di evidenziare quella parte di noi che non consideriamo eroica –o parzialmente eroica- e darle proprio la possibilità della magia. Pensa che Maria, protagonista di Madame, una storia che si potrebbe definire quasi steampunk, è ispirata alla Anna di Paura e tristezza, romanzo di quello che il gruppo 63 definì una “Liala italiana”, cioè Carlo Cassola. Una ragazza schiacciata fin da bambina dal proprio destino, una serva che soggiace all’inevitabilità. E io ho pensato “Immagina se proprio una donna così fosse la madre di un messia del tempo nuovo?”

ER: Viene in mente anche la Rosemary madre dell’Anticristo nel romanzo di Levin.

LL: Certo. Solo che Rosemary solo alla fine del libro di Levin e del film di Polanski accetta e abbraccia il Fato, mentre Maria lo accetta e lo affretta.

ER: Lo scrittore fantasy Patrick Rothfuss affermò che in un certo gli risultava più facile indicare cosa non gli piacesse in talune opere del passato, perché anche questo lo aveva aiutato a mettere a fuoco ciò egli voleva veramente esprimere e descrivere. C’erano stereotipi che volevi evitare o ribaltare nella vulgata che lega femminilità e magia?

LL: Più che altro si tratta di un certo rapporto con la magia che, si eccettuano tre grandi del fantastico come Tolkien, Martin e Le Guin, sembra non uscire molto spesso dalla femminilità eroica, eroica, curante, salvifica. Le mie non sono eroine. Sono donne comuni, che potresti incontrare ovunque. Ed è il fantastico che mi è più congeniale. Non sono in grado di scrivere un fantasy epico. Preferisco quello che ti fa scorgere all’angolo della strada qualcosa che potrebbe non essere quello che credi.

ER: Mentre leggevo i tuoi racconti, stavo riprendendo anche Le Memorie di Adriano della Yourcenar, e sono incappato in una sua frase che ha innescato come un cortocircuito, e mi ha fatto pensare a quanto incontravo nelle tue storie: “La memoria della maggior parte degli uomini è un cimitero abbandonato, ove giacciono senza onore i morti che hanno cessato di amare.” Possiamo affermare che l’orrore sia una delle modalità fondamentali e necessarie della nostra memoria, del tornare a fissare i volti e i nodi nascosti nel nostro passato?

LL: Assolutamente sì, è la più bella definizione dell’orrore che si possa dare. Ci costringe a fare i conti con il grande tema di tutta la letteratura che è la morte. Come diceva lo stesso King, ci conduce a tendere la mano verso il lenzuolo che copre il cadavere, sollevarlo e scoprire che il corpo steso è il nostro. Quella è proprio una delle citazioni della Yourcenar che amo di più, perché il fantastico riporta in vita i morti, fosse pure per il tempo di una storia. Perciò costituisce al tempo stesso una sconfitta e una meravigliosa possibilità.

ER: Luca Ricci una volta affermò che, per capire se scrivere un racconto o un romanzo, devi fare attenzione a ciò che anzitutto ti si presenta come prima immagine. Se “vedi” una situazione, è facile che ciò possa esigere la forma-racconto, mentre se ti si presenta un personaggio (come Anna Karenina per Tolstoj) probabilmente ciò potrebbe esigere un intero romanzo. Lo domando anche a te: cosa vedi per prima cosa e come capisci quale forma narrativa richiede? In fondo, è una domanda antica come la Poetica di Aristotele: situazione o personaggio?

LL: La definizione di Luca Ricci è davvero interessante, e credo che abbia ragione, sebbene io faccia il contrario, in molti casi. Pensa al mio L’arrivo di Saturno. In quel caso c’era una situazione gigantesca, che poteva essere solo raccontata in un romanzo. Invece se immagino, per esempio, cosa capiterebbe a una persona che muore prima del suo tempo, penso che mi serva una storia più breve. Ci sono situazioni e situazioni, insomma, e dipende dal fiato che ti chiedono.

ER: Il già citato King paragonava la stesura di un romanzo a un lungo corteggiamento, laddove un racconto dovrebbe essere un incontro seducente al bar che trascina di colpo in una notte di sesso. Forse ciò è vero anche per il lettore. Per te quanto e come dura la stesura di un racconto?

LL: Dipende, anche qui. Alcuni li ho sudati moltissimo, non solo quelli che mi hanno chiesto studio e ricerche come Rosa Virgo o Madame. Altri sono venuti in un giorno, come nel caso di Rosabelle, nato dopo una conversazione con un illusionista, Mariano Tomatis, a cui avevo raccontato la mia curiosità per la vedova Houdini. E lui mi ha mandato la storia di Minerva, l’illusionista: una storia vera, che era già, in sé, un racconto.

ER: “Perturbante”, forse la migliore per tradurre weird, rischia di essere una parola-valigia, nella quale ficcare tante, forse troppe cose. In un suo recente intervento a BookPride la studiosa Carla Fronteddu ha analizzato la paura diffusa nel mondo occidentale di esporsi a esperienze che ci portino ai confini di noi stessi, o in zone d’ombra che non è possibile e neppure giusto rischiarare troppo, un mondo sanitarizzato composto di App che misurano tutto, senza salti, vuoti o scossoni. L’orrore e il perturbante ci indicano e attirano invece in zone d’ombra spaventose ma-appunto- attraenti. C’è qualcosa di molto importante in ciò che ci spaventa. Anche nell’horror cinematografico, preferiamo gli urli esorcizzanti di semplici storie di tensione a narrazioni più inquietanti, irrisolte. Abbiamo bisogno di esporci a questo rischio, a questa oscurità inspiegabile?

LL: Eh, sì: ne abbiamo bisogno come il pane. Il perturbante è come Dioniso, il dio straniero che giunge in una città tranquilla e porta il caos. Il perturbante è il caos, e ne abbiamo tanto più bisogno quanto più la nostra vita diventa scandita e misurata da app misura-passi, misura-acqua che bevi, misura-battito cardiaco, misura- tutto (questo sì che mi incute terrore). E, traducendo G. R. R. Martin, tu sai bene che nelle sue Cronache tutto inizia senza la magia, e poi la magia arriva, e ritorna il caos. Una vita che non è incrinata e magari spezzata dall’imprevedibile non è vera vita. Più ancora che della paura, abbiamo bisogno del disordine. La cripta che cigola, i gufi nella notte, i cani infernali sono armamentari che dovremmo lasciarci alle spalle; dobbiamo semmai trattenere a il punto in cui tutto si incrina. E si incrina soprattutto adesso che le nostre vite paiono così perfettamente programmate.

ER: Loredana ci hai appena dato il titolo dell’intervista. Abbiamo bisogno del caos!

LL (Ride)

ER: Una delle tue protagoniste “aveva scoperto di essere forte”. Credi che nel fantastico ci sia davvero una riserva di forza cui attingere con particolare urgenza in questo contesto culturale e sociale?

LL: Sì, sono assolutamente d’accordo, e non soltanto per le qualità predittive del fantastico. Certo che King ha previsto Trump in La zona morta, ma in fondo ha sempre raccontato quello che sarebbe diventato l’elettorato di Trump. Pensa agli hobbit di Tolkien, queste creature piccole e apparentemente deboli che invece compiono l’impresa impossibile, e di tutti loro a chiudere la storia è Sam, che pareva il più fragile di tutti.

ER: Si dibatte molto, grazie a saggi importanti come quello di Carlo Mazza Galanti o agli interventi ospitati sull’Indiscreto, di quello che Francesco D’Isa definì, parodiando lo Stilnovo, come Novo Sconcertante Italico. Eppure, più si ripercorre attentamente la nostra storia letteraria, più ci si accorge di quanti e quali nomi abbiano già ascoltato le voci della notte, del mistero e dell’inquietudine. Si tratta, in fondo, d’una tradizione che c’è sempre stata oppure possiamo rilevare oggi un effettivo passo avanti?

LL: Le voci ci sono sempre state. Ho da poco riletto i 60 Racconti di Buzzati, e diamine, lui aveva eccome questo sguardo oscuro sulla quotidianità, dalla gita in montagna al ricovero in ospedale, e non a caso con quei racconti vinse lo Strega. Certamente, col New Weird molti scrittori applicano ricerca linguistica e sperimentazione al fantastico, anche con ottimi risultati. Posso solo dire che quel che interessa a me è la libertà di movimento: la grandissima Ursula Le Guin non si è mai posta il problema di scrivere un genere o l’altro, ha fatto ciò che la faceva sentire libera. Il problema non è tanto la casella, sono quei colleghi che, quando uscì Il Gigante Sepolto di Ishiguro, prima che questi vincesse il Nobel, dicevano: “No, non lo leggo perché c’è un drago. Ed è pure un drago femmina.” Il passo avanti c’è, insomma. Ma non della critica, temo, o non tutta.

ER: Fu sempre King a ribadire che tutto l’orrore attinge a nodi preistorici, ancestrali, tanto personali quanto collettivi come specie. Il camminare sulle gambe malferme dell’adolescenza, la vecchiaia sola e senza amore, la follia, la paura degli estranei. Posso domandarti quel’è la paura che ti coinvolge di più e che al tempo stesso senti di dover fissare negli occhi con particolare attenzione?

LL: La maternità , anche dal punto di vista politico se vuoi. Il romanzo a cui sto lavorando parla proprio di questo, della maternità come ossessione e come controllo assoluto sui figli, allo scopo di preservarli da qualunque cosa possa turbarli. È qualcosa che mi inquieta, in questo particolare contesto e momento.

ER: In questi tuoi racconti c’è tanta, tantissima musica, da Verdi a Lady Gaga, ma potresti suggerirci un brano da ascoltare come “colonna sonora” della raccolta?

LL: Oh, difficilissimo da dire! Si cita molto rock, tuttavia se dovessi scegliere un solo brano, sarebbe un’aria di grazia assoluta, che nei racconti non c’è ma contiene in sé tutta la malinconia della magia che svanisce, ed è Verdi prati dall’Alcina di Handel. Ruggiero sta per usare l’anello che gli consentirà di vedere Alcina com’è davvero, e sta per trasformare il mondo di Alcina nell’orror del primo aspetto, rocce aspre in luogo di fiori, deserti al posto di prati e rivi. È un’aria di terribile tristezza. Anche se sa che deve farlo, Ruggiero è consapevole che farà fuggire per sempre la bellezza di Alcina e del suo regno. La magia si muove, credo, su questa soglia: tra bellezza e desolazione.

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