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Quando Truman Capote tradì le sue donne

Di Matteo Moca • aprile 26, 2024I grandi autori

Sing for your supper canticchiava ridacchiando Truman Capote sulle ricche barche e ai ricchi pranzi dei facoltosi e famosi che adorava frequentare in un irresistibile blend fra Letteratura & Vita.

Così si apre il ritratto di Truman Capote scritto da Alberto Arbasino (e che oggi si legge in Ritratti e immagini), una frase che in poche parole riassume non solo quel celebre amalgama tra vita e letteratura dell'opera dello scrittore americano, ma che sembra anche far risuonare, ex post, il crollo delle sue quotazioni presso quei privilegiati, l'addio a quel mondo platinato e brillante di celebrità e ricchezza che, in un certo senso, segnerà anche la fine della sua opera, proprio nel momento in cui non “canterà” più per loro.

Capote aveva in mente un libro definitivo, quello che doveva essere il suo capolavoro assoluto, un romanzo che, riprendendo lo sguardo del Proust del Tempo ritrovato, si stagliasse come memoriale definitivo e monumentale dell'alta società della seconda metà del Novecento, quella che, dopo i successi di Colazione da Tiffany e di A sangue freddo, prese a coinvolgerlo sempre di più, a coccolarlo e a litigarselo per cene ed eventi durante i quali, a quel punto, non mancava mai, fedele cavaliere dei jet-set più esclusivi, rapsodo di quel mondo così lontano dalla cittadina dell'Alabama da cui proveniva.

Ma a un certo punto, con un plot twist inaspettato, «una sconsideratezza incomprensibile» la definisce Arbasino, Capote pubblicò i primi capitoli di questo maestoso romanzo, che rimarrà una cattedrale incompiuta, Preghiere esaudite, dove, dietro una sottile finzione che ben faceva intravedere i personaggi reali che vi si celavano, i segreti e le confidenze che queste donne gli avevano fatto si aprivano al grande pubblico rivelando opinioni e atteggiamenti imbarazzanti.

Quando questi personaggi dell'alta società americana si ritrovarono «con nome e cognome, non in una cronaca salottiera ma in una fiction stampata e rilegata – scrive sempre Arbasino –, e magari con giudizi virgolettati su gente di conoscenza, allora ecco le ostilità e gli ostracismi di cui Truman fu vittima».

Chiedersi quali furono le motivazioni che portarono Capote a prendere una simile decisione è domanda inaggirabile ma, nello stesso tempo, non ci sono dati in grado di offrire risposte certe. L'unica possibilità è quella di studiare le mosse di Capote in mezzo ai suoi «cigni» (le sue amiche più intime, quelle ricche signore che coltivavano con cura il loro fascino, creature in fondo annebbiate dalla distanza tra la felicità con cui apparivano in pubblico e la ricerca esasperata che invece ne costellava l'esistenza) ed è quello che fa Laurence Leamer, scrittore e giornalista statunitense già autore di una saga delle donne della famiglia Kennedy, con il suo Capote's women (tradotto da Albertine Cerruti per Garzanti), un libro che, a cento anni dalla nascita di Capote (e in contemporanea con la serie tv di Disney+ Feud: Capote vs. The Swans, otto episodi diretti da Gus Van Sant), prova a indagare le mosse dello scrittore, la reazione spietata delle facoltose donne coinvolte in questo improvviso voltafaccia e i dettagli più minuti di questa vicenda, possibili chiavi di volta dell'intero mosaico.

Quando uscì un frammento di Preghiere esaudite, con il titolo La Côte Basque, 1965, i lettori di “Esquire” si trovarono davanti a un racconto di fiction che in realtà, in filigrana, ma neppure in maniera così velata, non era nient'altro che il resoconto di ciò che i «cigni» avevano raccontato a Capote in vent'anni di frequentazioni: quelle dame, che secondo le parole di Capote riportate da Leamer non erano abbastanza intelligenti da riconoscersi, chiuderanno invece allo scrittore ogni porta, bloccheranno la scrittura di quel romanzo, che secondo alcuni neanche è mai iniziata, e forse velocizzeranno quel processo di autodistruzione alimentato da alcool e droga che, nel 1984, lo porterà alla morte.

Capote's women prende il via proprio dalla pubblicazione dell'estratto del 1975, ma si muove poi intrecciando le vicende dei «cigni» con quelle di Capote: dal punto di vista della manipolazione della storia, Leamer si dimostra perfettamente a suo agio nell'interrompere e riprendere i fili delle varie parti del racconto, tenendo sempre il lettore all'erta tra nuovi personaggi, curiosità e possibili chiavi interpretative, in un percorso che concludendosi si riallaccia all'incipit con il racconto dettagliato di cosa accadde dal momento che, nel novembre del 1975, la rivista “Esquire” cominciò a girare tra le mani di quelle donne che credevano di aver trovato in Capote un fedele complice e non un divulgatore di pettegolezzi. Capote aveva «la capacità di conquistare l’affetto delle donne più desiderabili del mondo. In un lampo diventava il loro confidente, consulente di moda e società, e la loro anima gemella: che le aiutasse a scegliere una nuova acconciatura, un rossetto o un amante, Truman aveva un talento straordinario per rendersi indispensabile».

Questo scrive Deborah Davis in Truman Capote e il party del secolo, dove la scrittrice americana racconta la grande festa, pronta a diventare proverbiale, che lo scrittore organizzò il 28 novembre del 1966 all'hotel Plaza di New York, in una narrazione che ben si accorda con quella di Leamer innanzitutto per l'interesse per i dettagli e i particolari e poi perché, in fondo, anche l'organizzazione di questa festa straordinaria e indimenticabile non è nient'altro che l'edificazione di una nuova cattedrale nella vita di Capote, qualcosa che assomiglia all'opera successiva a Sangue freddo, un evento che, al pari della relazione con i cigni su cui si dilunga Leamer, non solo offrirà nuovi elementi per parlare e per scrivere, ma fa ancora di più, li crea.

Il “Black and White Ball” di Truman Capote fu, come racconta Davis, una festa prodigiosa, infarcita di centinaia di bottiglie champagne, di una serie di cene in attesa degli invitati e con i più importanti tra loro, di tre piatti serviti durante il ballo (uova e salsiccia, pasticcio di pollo del Plaza e spaghetti con le polpette), di un preciso dress code (uomini vestiti in nero e con maschera nera, donne vestite invece in bianco e con maschere dello stesso colore) e una lista di invitati molto selezionati (tra cui ovviamente figuravano i cigni di Capote e la cui lista è un prezioso apparato del libro, vi si possono leggere i nomi di Philip Roth, degli Agnelli o dei duchi di Windsor): quel 28 novembre le agenzie che affittavano limousine furono prese d'assalto, tanto che staccarono i telefoni, così come i taxi e la pista dell'aeroporto di Laguardia, chiuso per i voli commerciali e aperto solo agli aerei privati, e la festa, di cui si era iniziato a parlare mesi prima, entrò definitivamente nella leggenda (e ancora oggi capita di vedere foto di quella serata, come quella celebre con Frank Sinatra che indossa una maschera da gatto).

Anche in questa occasione, come emerge dal reportage di Davis che racconta sia la preparazione degli invitati alla festa che quella di Capote, sembra che il desiderio più autentico dello scrittore sia quello di mettere in posa, immortalare e modellare con le sue mani alcuni istanti delle vite di queste persone così lontane dal mondo delle sue origini che non aveva nulla a che spartire con la New York degli anni Sessanta (secondo lo stesso meccanismo di disvelamento dei loro segreti nel caso di Preghiere esaudite). È come se Capote volesse spostare la sua asticella sempre più in alto, arrivando a dominare ogni cosa, cercando di andare oltre al successo planetario dei suoi libri: ma una corsa così sfrenata rischia, come infatti accadrà, di scivolare nella distruzione.

Perché, in fondo, ed è questo forse il carattere più interessante di queste vicende, sembra che l'evento del “Black and White Ball” raccontato da Davis sia una sorta di negativo di quello che racconta Laurence Leamer, come se nel primo libro Capote fosse ancora desideroso di essere parte integrante dell'alta società newyorchese, mentre nell'evento del 1975 avesse scoperto la sua estraneità da quelle persone e da quelle atmosfere oppure avesse capito di averle intese, sempre, come un cartone preparatorio per la sua opera definitiva. Come giunse, dunque, a quell'improvviso e incomprensibile cambio di prospettiva? Davvero non capì, come si chiede Arbasino, «che sarebbe stato cacciato e bandito proprio da quell’ambiente ‘ricchississimo’ che gli era indispensabile per continuare il suo promesso capolavoro»? Oppure, perché, anche se capì, procedette ugualmente?

Sono domande senza risposta, ma certamente i libri di Leamer e di Davis offrono materiali, seppur diversi, funzionali a questi interrogativi e capaci anche di modificare lo sguardo sulle altre opere di Capote. Al di là della decisione in sé, e delle sue conseguenze, sembra come se il decennio di lavoro sul caso della famiglia Cutter, e il conseguente successo di A sangue freddo, la grande festa al Plaza e la rivelazione dei segreti siano straordinarie ed esagerate messe in scena che forgiarono in lui l'idea di portare fino ai confini più estremi quel tipo di lavoro svolto sul caso avvenuto in Kansas, di far lavorare cioè in maniera quasi esclusiva i tentacoli della non-fiction, nella convinzione, forse, che le forme del romanzo “classico” non fossero più in grado di accogliere la realtà.


Capote’s Women di Laurence Leamer

Tra il 1975 e il 1976, la pubblicazione dei primi capitoli del nuovo libro Preghiere esaudite arrivò come un fulmine a ciel sereno: dietro la maschera del romanzo Capote divulgò le più intime confidenze delle sue facoltose amiche, esponendole così alla pubblica gogna. La reazione del mondo newyorchese fu spietata. Laurence Leamer, autore bestseller del «New York Times», ripercorre la parabola di questa vicenda drammatica e scrive un avvincente e crudele non-fiction novel che non sarebbe dispiaciuto a Capote.

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Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.



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