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Raccontare il padre

Di Federico Di Vita • maggio 21, 2019

Nei romanzi di Michele Mari, Vanni Santoni, Claudia Durastanti, Nadia Terranova e dell'esordiente Marta Barone

Da Edipo alla celeberrima Lettera di Kafka, dal rapporto tra Cavalcante Cavalcanti e il figlio nel X Canto dell’Inferno ai Fratelli Karamazov, dal Re Lear alle Satire di Orazio, il tema del rapporto col padre in letteratura è un motivo immortale. Come per altri temi cardine del sentire letterario però anche questo può attraversare momenti in cui viene trattato con maggior frequenza, e negli ultimi anni la narrativa italiana sembra essere tornata con decisione a confrontarcisi. Le osservazioni che provo a svolgere partono dalla constatazione epidermica di un rinnovato e insistito imporsi di questa riflessione, che tende a prendere caratteristiche profonde, formative (anche per opposizione) e totalizzanti tanto nella letteratura di ogni tempo, quanto in quella contemporanea.

Ma prima di passare ad analizzare quattro romanzi recenti (e uno imminente) che tornano al padre, ho provato a fare un test che non ha alcun valore statistico ma che spero possa servire come spunto per analisi più circostanziate. Qualche tempo fa ho chiesto ai miei contatti Facebook (selezionati prevalentemente in ambito editoriale e letterario), di stilare un elenco di titoli italiani che hanno affrontato in modo preminente il tema del padre nei romanzi pubblicati dal 1880 a oggi. L’elenco non può essere considerato esaustivo, è anzi poco più che un gioco col quale provare a cominciare a individuare dei frame circa l’incidenza (e perché no, le particolari declinazioni) che questo motivo ha attraversato lungo i decenni nella narrativa italiana. Perché un’analisi del genere abbia un reale valore statistico servirebbe uno studio filologico condotto sul contenuto dei principali romanzi di ogni anno (e occorrerebbe anche stabilire come selezionarli: i più venduti, i più recensiti?, senza contare che andrebbe escogitato un modo per uniformare i dati di pubblicazione, che come mostra questo grafico interattivo curato da Elisabetta Tola per Zanichelli, passano dai 1.653 titoli presenti nella sezione “Letteratura” pubblicati nel 1926, ai 19.803 del 2008 – primo e ultimo anno presi in considerazione in questa rilevazione). Una volta compiuta una mappatura di questo tipo si potrebbero estrarre dei dati a quel punto validi. È un lavoro da tesi di dottorato che spero qualcuno voglia un giorno fare. Per ora accontentiamoci della lista che ho messo insieme e proviamo a indicare delle tendenze generali a partire da quella.

  • 1880-1889
  • I Malavoglia, Giovanni Verga (1881)
  • Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi (1883)
  • Cuore, Edmondo de Amicis (1886)
  • 1890-1899
  • Mastro don Gesualdo, Giovanni Verga (1889)
  • 1900-1909
  • Cenere, Grazia Deledda (1904)
  • Una donna, Sibilla Aleramo (1906)
  • Il giornalino di Giamburrasca, Luigi Bertelli (1907)
  • 1910-1919
  • Canne al vento, Grazia Deledda (1913)
  • I vecchi e i giovani, Luigi Pirandello (1913)
  • Con gli occhi chiusi, Federigo Tozzi (1919)
  • 1920-1929
  • Tre croci, Federigo Tozzi (1920)
  • La coscienza di Zeno, Italo Svevo (1923)
  • Uno nessuno e centomila, Luigi Pirandello (1926)
  • 1930-1939
  • - - - - -
  • 1940-1949
  • - - - - -
  • 1950-1959
  • Il brigante, Giuseppe Berto (1951)
  • L’isola di Arturo, Elsa Morante (1957)
  • Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa (1958)
  • 1960-1969
  • La penombra che abbiamo attraversato, Lalla Romano (1964)
  • Lessico familiare, Natalia Ginzburg (1963)
  • Il male oscuro, Giuseppe Berto (1964)
  • 1970-1979
  • Ritratto in piedi, Gianna Manzini (1971)
  • Padre padrone, Gavino Ledda (1975)
  • 1980-1989
  • I padri lontani, Marina Jarre (1987)
  • 1990-1999
  • Gli arcipelaghi, Maria Giacobbe (1995)
  • 2000-2009
  • Via Gemito, Domenico Starnone (2000)
  • Non ti muovere, Margaret Mazzantini (2001)
  • L’allodola e il cinghiale, Nico Orengo (2001)
  • Ritorno in Lettonia, Marina Jarre (2003)
  • Come Dio comanda, Niccolò Ammanniti (2007)
  • Il padre degli animali, Andrea Di Consoli (2007)
  • Era mio padre, Franz Krauspenhaar (2008)
  • La città dei ragazzi, Eraldo Affinati (2008)
  • Il gregario, Paolo Mascheri (2008)
  • Nel nome del padre, Gianni Biondillo (2009)
  • 2010-2019
  • Vicolo dell’acciaio, Cosimo Argentina (2010)
  • La rabbia, Marco Mantello (2011)
  • Vita e morte di un ingegnere, Edoardo Albinati (2012)
  • La pelle dell’orso, Matteo Righetto (2013)
  • Geologia di un padre, Valerio Magrelli (2013)
  • Ho portato sulle spalle mio padre, Armando Minuz (2014)
  • Prima di perderti, Tommaso Giagni (2016)
  • Conforme alla gloria, Demetrio Paolin (2016)
  • Se mi tornassi questa sera accanto, Carmen Pellegrino (2017)
  • La più amata, Teresa Ciabatti (2017)
  • Leggenda privata, Michele Mari (2017)
  • Voragine, Andrea Esposito (2018)
  • Addio fantasmi, Nadia Terranova (2018)
  • La straniera, Claudia Durastanti (2019)
  • I fratelli Michelangelo, Vanni Santoni (2019)


I classici di fine Ottocento e inizio Novecento (Verga, Collodi, Pirandello, Svevo, Deledda, Tozzi, Aleramo) declinano già tutte le principali variazioni formali del nostro motivo archetipico all’interno della letteratura italiana: dalla tragedia familiare, al tema della creazione addirittura demiurgica in Pinocchio, fino alla rivoluzione sociale e politica nello sguardo femminile in Una donna. Allora l’incidenza del rapporto padre-figlio appariva centrale e il motivo indagato più di quanto non sembra essere stato in qualche periodo successivo.

Un dato eloquente lo troviamo poco dopo, ed è la completa assenza del tema del padre nei romanzi degli anni ’30 e ’40. La spiegazione in questo caso potrebbe ricercarsi nelle guerre che hanno caratterizzato quella fase storica, rispecchiandosi in narrazioni che mettevano prevalentemente al centro le esperienze in prima persona e il racconto dell’avventura propria e di quella dei compagni. Dal dopoguerra agli anni Settanta gli autori italiani sembrerebbero aver tenuto a una certa distanza i genitori, il Sessantotto li potrebbe aver relegati in uno sfondo oppositivo che li avrebbe in buona misura sottratti agli interessi più urgenti.

La diade degli anni Settanta mostra un deciso contrasto tra un anarchico ammazzato (Ritratto in piedi) e un Padre padrone, ma quello che avrebbe potuto essere l’inizio di un nuovo interesse per il confronto coi padri finirà per rivelarsi l’antifona di un altro ventennio di inabissamento.

Negli anni ’80 e ’90 il nostro elenco registra solo due libri, e il dato è forse il più pesante dal punto di vista statistico, visto che proprio il 1987 pare essere l’anno di svolta strutturale dal punto di vista della produzione letteraria (in quell’anno il grafico di Elisabetta Tola registra un +40% rispetto alla stagione precedente, producendosi in una progressione geometrica che non smetterà più di crescere). Questo lungo vuoto potrebbe essere lo specchio di una lacerazione del tessuto identitario nazionale, una sorta di stasi che potrebbe aver spinto la narrativa a ricucire lo strappo attraverso una ricerca di senso passata anche dalla ricostruzione simbolica del tessuto familiare. Da qui in avanti infatti il tema del padre sembra tornare al centro della narrativa nazionale, con un’insistenza che potrebbe non vedere eguali in tutto il secolo precedente. A mio avviso (e sulla base di quello che come detto è poco più che un gioco) è insomma almeno possibile supporre che anche un motivo archetipico come questo tenda a seguire un percorso carsico di emersioni e immersioni nel tessuto della narrativa e dunque delle urgenze comunicative e forse addirittura dell’inconscio collettivo nazionale.

«Che mio padre è stato un genio è cosa troppo conclamata perché io la debba qui argomentare; che il suo carattere si collochi all’intersezione di Mosè con John Huston, pure; che il mio rapporto secolui sia stato un cimento stremante, ancora, è abbastanza vulgato (leggete fra le righe del pregresso, se vi va); che la mia ammirazione per lui sia stata tale da impedire sul nascere ogni sano antagonismo non è sfuggito ai pochi, allibiti testimoni; che io dunque abbia interiorizzato i suoi zaratustrici apoftegmi fino al punto di superarlo in oltranza; che, propter hoc, ogni tentativo di sottrarmi alla sua autorità sia equivalso a un automassacro; e che, e che; insomma tutto questo per dire che, poiché la specifica qualità del mio rapporto con lui è stata nel tempo

UN AMMIRATO TERRORE

adesso che egli è indebolito dalla vecchiaia e dalla malattia io letteralmente non lo riconosco più: proprio nell’insorgere di un’inedita pietas sentendo anzi di abiurarlo e di offenderlo. E allora, come se ne esce? Mi pare chiaro che non se ne esce, certo non per la strada del mito e della bellezza, che è l’unica che mi interessi. Mi si attende al varco, invece, per veder come “finalmente” io faccia i conti con questa cosa: ma li ho appena fatti i conti!»

Leggenda privata di Michele Mari

«Se la madre non lo difendeva, si formava talvolta nella mente del figlio la delirante intenzione di difenderla lui, come si evince da una fotografia scattata dal padre: autentico scudo umano, il figlio si frappone con uno sguardo che dice: "Dovrai passare sul mio cadavere"».

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Leggenda privata di Michele Mari può essere considerato un punto di riferimento tra i libri italiani che negli ultimi anni hanno trattato del rapporto coi padri. Certo per la qualità della scrittura di Mari, il suo alto manierismo, ma soprattutto in virtù della radicalità con cui ha affrontato il confronto impietoso e terribile con un padre ingombrante, designer geniale e riconosciuto come tale a livello internazionale, che ha imposto col suo rigore e con divieti draconiani un periodo di formazione irto come il più impervio dei versanti himalayani. Memorabili episodi come quello dei “nastri gialli” (non vi svelo nulla, leggete il romanzo e valutate da soli il livello di terrore che un padre può imporre a due figli piccoli in seguito a un incidente insignificante e a un malinteso minimo), o come il divieto di frequentare un certo compagno di classe, ritenuto di estrazione culturale troppo bassa.

Passando a scrittori della generazione successiva, nonché a romanzi ancor più recenti, è il caso di citare I fratelli Michelangelo di Vanni Santoni, che affronta la questione in chiave di simbolico confronto-scontro – da parte di quattro dei cinque figli che raccolgono un inaspettato invito di Antonio Michelangelo a presentarsi entro pochi giorni a Vallombrosa – con un padre che rappresenta il successo nei diversi campi in cui si cimenta (nonostante una certa cialtroneria e modi di imporsi ruffiani, in un’epoca in cui in Italia la realizzazione personale e il successo erano, o sembravano, più accessibili), in lacerante contrapposizione con le esistenze zoppicanti e cariche di delusioni di quasi tutti i suoi figli. Molto si è scritto del romanzo di Santoni, una narrazione di impianto classico, che strizza l’occhio sin dal titolo ai grandi racconti ottocenteschi, alludendo ai Karamazov (oltre che nel titolo in parte nell’impianto romanzesco: anche lì abbiamo quattro figli tra loro profondamente diversi e un genitore che quasi li invita alla sfida), così come si è parlato del suo passo da movimentata commedia picaresca – tanto che in questo senso avrei poco da aggiungere. Ma una cosa forse ancora non detta mi pare di poterla scrivere: una delle qualità dei Fratelli Michelangelo risiede nella capacità affabulatoria di Santoni, che nel flusso costituito dalle voci di quattro narratori differenti (cinque, considerando la cornice) riesce a mantenere riconoscibile, all’interno delle rispettive differenze, la grana del suo dettato, con tecnica da narratore di razza, e proprio questa capacità di far scorrere le storie – quattro nostoi – nel flusso continuo e ritmato del racconto mostra una delle sue più grandi qualità. Durante una presentazione ho estemporaneamente paragonato la cifra di questa voce a quella di certe canzoni di Bob Dylan, per l’appunto le più “narrate”. Pensate per esempio a pezzi come Black Diamond Bay, Simple Twist Of Fate o anche Hurricane – la tensione del racconto è tenuta su dalla voce del menestrello, più che dal fitto susseguirsi degli eventi e dalla coloritura metaforica. È vero, potrebbe esserci un’altra analogia, quella che porta Dylan a intarsiare la trama delle sue visioni con rivelazioni bibliche, così come Santoni cela sotto il velo delle vite dei fratelli (soprattutto di Louis e di Rudra – sin dal nome) una chiave di lettura che punta dritta alla Bhagavadgītā. Ma Dylan è apertamente allegorico e cesella vere e proprie parabole, mentre Santoni nasconde i suoi riferimenti all’interno del flusso della storia, in dettagli che isolati perderebbero di senso.

I fratelli Michelangelo di Vanni Santoni

Una galleria di personaggi memorabili, ognuno geniale e fragile a modo suo; un intreccio tanto solido quanto imprevedibile; una penna che spazia con maestria tra i registri letterari: siamo di fronte all'opera della maturità di un romanziere puro, capace di costruire un'epica familiare contemporanea degna del Wes Anderson dei Tenenbaum e del Franzen delle Correzioni.

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Agli autori dei romanzi che analizzerò in quest’ultima parte – Claudia Durastanti, Nadia Terranova e Marta Barone, oltre a Santoni –, ho posto due domande per tentare di capire cosa ci sia a loro avviso (ammesso che qualcosa ci sia) alla base di una temperie che vede proporre tante narrazioni che – pur nelle loro diverse declinazioni e seguendo ossessioni private e uniche – mettono al centro il tema del rapporto col padre.

In diversi romanzi usciti recentemente, si assiste al ritorno del tema del rapporto col padre. Certo, è un tema universale, ma la coincidenza potrebbe essere significativa. Tu come hai declinato questo motivo? E anche, hai tenuto presente dei modelli o hai cercato un modo nuovo di rappresentarlo?

Vanni Santoni: «Avevo notato come nella letteratura italiana contemporanea ci fosse un problema con la figura paterna già da direttore della collana di narrativa di Tunué. Nei primi titoli avevamo un padre morto cadendo da un tetto (Dettato), uno ucciso in un teatro di guerra (Stalin+Bianca), uno portato via da una maledizione (Lo Scuru), uno alienato che vive al bar (Tutti gli altri), uno inerte, sostituito dal protagonista con una figura paterna che si rivela uomo invischiato nelle trame nere (L’appartamento), un protagonista che rinnega moglie e figlio per dedicarsi a una collezione di serpenti (Dalle rovine), un padre morto e sostituito dalla nonna (A pietre rovesciate), un padre criminale scomparso nel nulla (Mescolo tutto), un “putapadre” imbelle (Medusa)… Un paio di casi potevano essere una coincidenza; dieci consecutivi, per di più tutti proveniente da autori nati tra il ’75 e il ’94, meno. Era come se escludere il padre fosse premessa necessaria alla narrazione. Un fatto che, dall’altro lato, esprimeva “in negativo” un’urgenza latente di raccontarlo.

È andata a finire che io stesso mi sono dovuto confrontare con la questione – e imprevedibilmente, dato che I fratelli Michelangelo nasceva inizialmente attorno alle figure di Enrico, la cui vicenda è una sorta di educazione sentimentale, e di Louis, che (con il socio Carletto) sta a metà tra l’avventura picaresca e Bouvard & Pécuchet, e neanche sapevo che i due sarebbero stati fratellastri. Poi è apparsa Cristiana, dal mio desiderio di lavorare sull’arte contemporanea, e da lì ha cominciato a formarsi l’idea che fossero tutti consanguinei, e quindi, in controluce, una figura paterna, quella di Antonio Michelangelo, che si è fatta via via più ingombrante, fino a diventare addirittura allegorica – tra chi ha scritto del libro, c’è chi ci ha visto un “iper-padre”, ma anche chi il secolo scorso e chi addirittura la tradizione romanzesca dell’Ottocento –, e, credo, piuttosto distante dai modelli, dato che, come ha notato Pecere in una recente recensione uscita sul Tascabile, Antonio Michelangelo, per quanto personalmente incarni quello che Wallace chiamava “il grande maschio bianco eterosessuale” del Novecento, come padre è oltremodo permissivo, minimizzante, assente, caratteristiche che lo rendono più sfuggente e difficile da “uccidere” – anche solo simbolicamente.»

Trovi che l’emergere di un tema come questo, a livello almeno di letteratura nazionale, sia solamente casuale o possa avere un significato più profondo?

Vanni Santoni: «La nostra è una “macrogenerazione” – parlo di tutti i nati fra i ’70 e i ’90 – che non ha avuto occasioni storiche per confrontarsi con la generazione precedente, come è accaduto ad esempio nel ’68 o, più brevemente, nel ’77, e certo non ne ha avuta alcuna per “uccidere il padre”. Probabilmente, forse inevitabilmente, questa “eclisse dei padri” – e la loro conseguente ricostruzione, o il loro superamento – trova oggi voce nella narrativa, anche a prescindere dalla stessa volontà degli autori.»

L’uscita ravvicinata di romanzi di questo spessore è un segno del buono stato di salute della narrativa italiana contemporanea. Lo stesso vale per La straniera di Claudia Durastanti, recentemente votata come prima classificata nelle Classifiche di Qualità de L’Indiscreto per le uscite comprese tra febbraio e aprile. L’ammaliante libro di Durastanti è un singolare oggetto letterario, parte come un magistrale romanzo familiare, quindi diventa un memoir, per infine virare verso considerazioni saggistiche su disabilità e disagio psichico. Organizzato in parti che rimandano alle voci dell’oroscopo, in una forma di interpretazione divinatoria delle biografie e dei sentimenti che costituiscono un peculiare e incrinatissimo nucleo familiare, il racconto ruota attorno al rapporto della protagonista con i due genitori, entrambi sordi. È segnante il tema della povertà, così come quello dei trasferimenti, da Brooklyn alla Basilicata, e poi a Londra, in una spirale che porta la narratrice a raccogliere l’eredità di esule di sua nonna prima e di sua madre poi. La vitalità sopra le righe dei due genitori sordi è sorprendente così come il continuo tentativo di farci i conti di Claudia, in un rapporto madre-figlia che arriva anche a ribaltarsi, come negli episodi in cui è la più giovane a prestare dei soldi alla genitrice. Durastanti ha la capacità di far deragliare la sua narrazione mantenendone un costante controllo formale. Tra le pagine del romanzo è meno presente il padre (anche se il confronto con l’archetipo è raddoppiato dal rapporto col direttore di una rivista, che offre l’occasione del classico percorso di formazione e rovesciamento della figura genitoriale), ragione per cui mi interessa particolarmente invitare l’autrice a una riflessione circostanziata rivolgendole le due precedenti domande.

La straniera di Claudia Durastanti

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”.

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In diversi romanzi usciti recentemente, si assiste al ritorno del tema del rapporto col padre. Certo, è un tema universale, ma la coincidenza potrebbe essere significativa. Tu come hai declinato questo motivo? E anche, hai tenuto presente dei modelli o hai cercato un modo nuovo di rappresentarlo?

Claudia Durastanti: «Credo che nella mia esperienza del racconto del padre ci siano degli elementi di continuità generazionale ma anche profondi scarti. Quando ho iniziato a lavorare nel mondo culturale ormai una decina di anni fa, ovunque attorno a me c’era il dibattito sui padri e i maestri ingombranti che avevano dilapidato risorse e creato una mancata trasmissione del potere e del sapere. C’era questa onnipresenza del padre che io, per ragioni biografiche, non potevo sentire come concreta. Invece potevo sentire il problema del non essere all’altezza di una certa incoscienza che questi padri avevano avuto. Il tradimento di qualsiasi responsabilità, anche se per ragioni di indole caratteriale e di estro e non come missione politica, era una cosa che riguardava anche i miei genitori, e nello specifico la figura paterna. Quindi nel momento in cui mi sono trovata a scrivere questa esperienza, l’ho fatto con questa duplice prospettiva: a chi somigliava mio padre quando decideva di mettersi in relazione con noi come se fosse un personaggio romanzesco, improbabile e irreale, e quanto della sua anarchia era un fatto anche storico e sociale? Per me arrivare a collocare mio padre in un contesto collettivo, a renderlo mitico, è anche un modo per uscire dall’isolamento. Di preservare la sua eccezionalità, ma di arrivare a capire sempre come non sia un alieno, e sia nominabile.»

Trovi che l’emergere di un tema come questo, a livello almeno di letteratura nazionale, sia solamente casuale o possa avere un significato più profondo?

Claudia Durastanti: «Nella storia della letteratura ci sono trend commerciali, le forze profonde e sotterranee che si impongono in un determinato momento storico e sociale che poi sfociano appunto in trend, e poi c’è qualcosa di diverso, che ha a che fare con l’eterno ritorno dell’uguale. Il tema del padre cade in questa categoria, fatico a percepirlo come un movimento del presente perché appunto la storia della letteratura mi smentisce, dalla Bibbia in poi è tutto un indagare questa dimensione irrisolta e primordiale. Però ho l’onestà di ammettere che non scrivo in una stanza di vetro isolata da tutto. Per esempio negli ultimi anni ho dedicato molte riflessioni allo sgretolamento del patriarcato e alla costruzione della mia sessualità e femminilità in relazione alla figura paterna, con una intenzionalità che prima non avevo, e che sicuramente risente del dibattito sul potere tra i sessi di stretta attualità. Nello studio su mio padre fatto ne La straniera questa cosa c’è stata, anche se in maniera non esplicita, e mi chiedo se possa essere vero anche per altre scrittrici che lavorano sul tema del padre.»

Addio fantasmi di Nadia Terranova ruota invece attorno all’ossessione centrale della vita della protagonista – una Ida che sin dal nome allude all’autrice – ossessione legata alla sparizione nel nulla del padre quando la ragazza era appena tredicenne. L’azione è innescata anche in questo caso da un nostos, un viaggio di ritorno da Roma a Messina per la sistemazione del tetto e la vendita della casa d’origine della famiglia. Tra gli oggetti da selezionare per lo smaltimento definitivo del passato innominabile ecco detonare l’occasione di un confronto finale coi ricordi, con la casa stessa, con la città d’appartenenza, con la madre e chiudere finalmente i conti con una pioggia di piccoli dettagli che bucano l’animo della protagonista come meteoriti la superficie lunare – una scia di dentifricio, la sveglia ferma alle 06:16 – frammenti che hanno costituito gli ultimi gesti compiuti dal padre prima di scomparire. La casa stessa, inghiottita dall’umido che filtra dal terrazzo, è un oggetto con cui fare i conti, da vendere, certo, ma prima ancora da sistemare per tamponare la muffa che continua a causare una perdita sul tetto, per mettere fine al continuo annegamento prodotto dai segni di un periodo di cui madre e figlia hanno quasi sempre evitato di parlare. Il libro trae forza da queste minuscole immagini puntualissime e da un calibrato tessuto onirico, ed è un modo diretto, finalmente scoperto, di fare i conti col dolore.

Addio fantasmi di Nadia Terranova

Fra il tramonto e la cena, l'assenza di mio padre tornava a visitarmi. Aprivo il balcone sperando che il temporale filtrasse dai soffitti e squarciasse le crepe sul muro, supplicavo la tramontana di trasformarsi in uragano e rovesciare in terra l'orologio e le sedie, all'aria il letto, i cuscini, le lenzuola. Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa?, chiedevo, e nessuno rispondeva.

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In diversi romanzi usciti recentemente, si assiste al ritorno del tema del rapporto col padre. Certo, è un tema universale, ma la coincidenza potrebbe essere significativa. Tu come hai declinato questo motivo? E anche, hai tenuto presente dei modelli o hai cercato un modo nuovo di rappresentarlo?

Nadia Terranova: «Dall’Odissea a Turgenev, passando per Kafka e per la Bibbia, quindi non proprio dei testi minori, mi sembra che la storia della letteratura sia una storia di confronto con il padre, una storia di tentativo di ritorno alla casa paterna per sciogliere dei nodi. Se pensi all’Odissea, che è il libro a cui più mi sono ispirata per scrivere Addio fantasmi, c’è una paternità molteplice, c’è un padre che torna a casa da un figlio, c’è un figlio che vaga cercando notizie del padre, c’è il padre di un figlio disperso in guerra, insomma c’è un affrontare la tematica sotto tutti i punti di vista. Certo è che noi possiamo non essere genitori, possiamo non essere padri, ma sempre siamo figli, ed essendo figli lo sguardo verso il passato che rappresenta l’origine, è uno sguardo puramente letterario, profondamente letterario direi. Mi sono ispirata all’Odissea, come dicevo, ma anche a Conversazione in Sicilia di Vittorini, è un testo che ho tenuto molto presente scrivendo Addio fantasmi

Trovi che l’emergere di un tema come questo, a livello almeno di letteratura nazionale, sia solamente casuale o possa avere un significato più profondo?

Nadia Terranova: «Non credo che ci sia una corrente di racconto dei padri, credo che ogni epoca storica abbia la sua corrente di rapporto con i padri, e credo che ci sia un sostrato più superficiale che è quello della rottura con la generazione precedente, ma dentro questa rottura c’è sempre qualcosa di più profondo, c’è un attaccamento, c’è una discussione, c’è un dialogo, c’è il tentativo di capire che misura hanno davvero gli anni che ci separano dalla nascita dei nostri padri alla nostra nascita. C’è un mistero, che è la vita prima di noi, la vita prima che le persone che ci hanno generato ci generassero, e questa vita prima di noi è rappresentata dalla loro vita nel mondo. Quindi andare alla ricerca di chi fossero, di chi fossero prima non soltanto che noi nascessimo ma anche prima di concepirci, è un gesto molto fantasioso, molto immaginativo e quindi molto letterario.»

Scrivendo questo articolo mi è venuto in mente anche un libro che ancora non è uscito – e che testimonia come il tema del rapporto col padre sia destinato a perdurare nella produzione contemporanea. È di Marta Barone e verrà pubblicato tra qualche mese da Bompiani (e ancora non ha un titolo definitivo). Ne ho letto degli stralci e mi sono bastati per farmelo attendere con attenzione, le pagine sono toccanti e intense, fatte di ricordi e paesaggi che rispecchiano con dolorosa grazia lo sguardo della narratrice, pagine che non cercano la frase a effetto ma che poggiano sull’eleganza complessiva dello sguardo. Non vedo l’ora di leggerlo, per il momento ho voluto coinvolgere Marta in questo articolo – e mi fa anche piacere essere il primo a darne notizia. Il libro parte dalla scoperta di un documento processuale, dopo la morte di un padre difficile, che è un’apertura su un passato dell’uomo completamente sconosciuto all’autrice, legato agli anni Settanta, alla Torino della lotta politica prima e alla tenebra doppia del terrorismo e della repressione poi, e alle storie “minori” di un girotondo di persone che offrono ognuna una propria versione del personaggio centrale e assente, questo padre a metà tra la realtà e l’irrealtà, inseguito da una voce narrante che si ritroverà personaggio di sé stessa quasi controvoglia, in un ulteriore piano di interrogazione identitaria.

In conclusione ho invitato anche lei a rispondere alle domande rivolte anche agli altri autori:

In diversi romanzi usciti recentemente, si assiste al ritorno del tema del rapporto col padre. Certo, è un tema universale, ma la coincidenza potrebbe essere significativa. Tu come hai declinato questo motivo? E anche, hai tenuto presente dei modelli o hai cercato un modo nuovo di rappresentarlo?

Marta Barone: «Non pensavo che avrei mai scritto di mio padre perché non pensavo ci fosse molto da dire su di lui, in senso narrativo, intendo. Solo la scoperta di qualche indizio di una storia più interessante e lontana nel tempo, e il desiderio banale di saperne di più, mi ha mosso in questa direzione, ma è stato un processo lungo e combattuto. Ancora più lungo poi è stato decidere quale forma dare a questo materiale informe e lacunoso e come trattare le mie emozioni e quelle degli altri (ho sempre cercato di tenermi ferma in mente quella frase di Landolfi sulla letteratura che non può avere la funzione di acquaio delle angosce). Credo che chiunque, più o meno (e che ci riesca o meno), scriva sperando di trovare modi nuovi di rappresentare qualcosa, e io ci ho provato. Quindi non ho modelli particolari. Posso dire che i libri che ho riletto più volte in questi anni, perché ci trovavo gli spunti più interessanti per le mie idee di lavoro sulla lingua e su tempo, memoria e lacuna, sono i libri sulla famiglia di Yourcenar, I padri lontani e Ritorno in Lettonia di Marina Jarre, Il dono e Parla, ricordo di Nabokov, le biografie immaginarie di Kiš e quasi tutta Anna Maria Ortese

Trovi che l’emergere di un tema come questo, a livello almeno di letteratura nazionale, sia solamente casuale o possa avere un significato più profondo?

Marta Barone: «Non saprei. Penso che i bisogni e le intenzioni narrative (e le età, anche) dietro a ciascuno di questi libri siano troppo individuali e diversificati per trovarci chissà quale sostrato comune. Quindi credo sia una coincidenza.»

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Suoi contributi sono apparsi su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto e Internazionale.

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