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Immagine di copertina

Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel [Quanti Einaudi]

Di Antonella Lattanzi, Marco Peano • giugno 03, 2021

Pubblicati unicamente in digitale, i 'Quanti' sono una nuova collana di ebook lanciata da Einaudi editore. Testi che spaziano dalla narrativa alla saggistica, dal personal essay al reportage giornalistico, dal pamphlet al racconto breve. Pubblichiamo di seguito la prima parte del 'quanto' di Antonella Lattanzi intitolato Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel, introdotto da Marco Peano, editor della collana.

L’anno più difficile mai attraversato da tutti noi stava volgendo al termine, quando all’Einaudi ci hanno chiesto di riprendere in mano un progetto e di ripensarlo da zero: i Quanti. Collana digitale nata in via Biancamano originariamente nel 2013, la nuova serie che è appena stata varata – e che si trova su tutti gli store online – ha la curatela di Francesco Guglieri (editor di narrativa straniera), di Andrea Mattacheo (editor dei tascabili) e del sottoscritto (editor di narrativa italiana).

Fin da subito l’obiettivo che ci siamo posti è stato quello di fornire ai Quanti le caratteristiche di una collana universale: testi brevi di autori italiani e stranieri che spaziano dalla narrativa alla saggistica, dal pamphlet al reportage. Ogni uscita editoriale – saranno in totale tre, nel corso dell’anno – ruota intorno a un tema, una parola chiave, un sentimento che tiene insieme i singoli ebook; come una rivista «decostruita» e fluida, che il lettore può assemblare da sé. Ciascun numero è a sua volta composto da cinque o sei testi del tutto autonomi, acquistabili singolarmente al prezzo di 2,99 euro. E per iniziare, dato il bisogno collettivo di immaginarci proiettati con fiducia verso il futuro, abbiamo pensato di intitolare “Speranze” il primo numero.

Conoscevo e stimavo la scrittura e i libri di Antonella Lattanzi, così quando alla fine del 2020 sono incappato in un suo splendido articolo uscito sul quotidiano «Domani» riguardante Shining (il romanzo di King e il film di Kubrick), mi sono detto che – se lei avesse avuto ancora qualcosa da dire a riguardo, e mi auguravo fortemente di sì – quello sarebbe potuto essere un Quanto perfetto. Il risultato, di cui state per leggere l’incipit, è Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel. Ciò che ha fatto Lattanzi è stato indagare i legami familiari, le convenzioni sociali, le difficoltà ad accettare chi siamo: usare la parabola umana di Jack Torrance (e della sua famiglia) per rileggere in chiave nuova le scelte compiute da tutti noi. Prendere la forza dirompente della letteratura e incanalarla dentro una coraggiosa riflessione su di sé, e sugli interrogativi che ogni storia lascia sempre aperti. In una frase: assumersi seriamente, come fanno i grandi narratori, la responsabilità della parola scritta.

(Marco Peano)

Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel

Danny e Wendy Torrance non sono mai davvero tornati indietro dall’Overlook Hotel, l’albergo maledetto che sfoderò tutte le sue armi per ucciderli. Ma, da quell’albergo, c’è qualcuno che può dire di essere mai uscito per davvero? Per me, tutto è iniziato in un supermercato. Un placido, inoffensivo supermercato barese che sonnecchiava covando dentro di sé le braci.

Nelle interminabili estati passate a Japigia, il mio quartiere di periferia a Bari, quando gli amici erano tutti in vacanza e per gli stradoni seccati dal sole non volava una mosca (l’unico rumore erano gli zoccoli dei cavalli tanto amati dal potente boss del mio quartiere che li portava a passeggiare), e quando dentro i casermoni anche gli spiriti dormivano, ho imparato che leggendo potevo vivere altrove. Ricordo quelle estati come rocambolesche, come se il mio corpo non avesse fatto altro che incontrare avventure. Ed è stato cosí. I miei genitori hanno una formazione classica; ci tenevano che noi figlie leggessimo i grandi romanzi. Ogni età aveva il suo grande romanzo che ci si schiudeva davanti. Fino a un fatidico giorno dei miei tredici anni in cui sono inciampata in un mondo nuovo, io avevo letto tantissimo. Ma solo libri che mi avevano fatto scoprire i miei genitori.

Anni Novanta. C’è un grande supermercato. Mio padre, mia madre e io siamo in fila alla cassa. Io mi giro un attimo indietro. Vedo un cestone di libri. Edizioni tascabili di libri “facili” – cosí, senza alterigia né snobismo, mi era stato insegnato – di cui – mi avevano insegnato – avrei potuto fare tranquillamente a meno. Non so quale forza mi porta verso quel cestone. Mentre i miei sono in fila, inizio a cercare nel mucchio. Sento i rumori del supermercato acuirsi, il cicalio delle casse, le voci di genitori e figli, il rollare dei carrelli, gli annunci all’altoparlante. Le luci al neon si fanno piú forti. Come volessero portarmi via di là. Ma io vedo solo questa copertina con lo sfondo nero. La scritta rossa, a caratteri cubitali, in rilievo: stephen king. Chi è Stephen King, io forse neanche lo so. Vedo una faccia cattivissima al centro della copertina. Un titolo in azzurro: Shining. Leggo la quarta e non so che succede. Io quel libro lo voglio.

Lo porgo a mia madre e dico: possiamo comprare anche questo? Lei lo sfoglia, legge la quarta, dice: non è un libro per te. Mia madre non sapeva chi fosse Stephen King. Mi risponde qualcosa come: questi sono libretti (ma molti anni dopo, ho finalmente convinto i miei a leggere Shining e It, e un altro ricordo potentissimo della mia vita siamo io e mio padre, di solito di poche parole, che parliamo per ore al telefono della magnificenza di questi romanzi, che parliamo per ore al telefono, attraverso questi romanzi, di noi). Io però insisto e faccio i capricci e punto i piedi e sono cocciuta come mia madre mi ha sempre detto che sono – c’è una parola, nel mio dialetto, che secondo molti mi definisce: capatòsta. Sono capatòsta e finché non mi comprate questo libro da qui non usciamo.

Devono cedere. Hanno sempre dovuto cedere, poverini. Adesso so che i piú grandi errori li ho commessi a causa di questa marmorea testardaggine contro la quale i miei non sono mai riusciti a mettere in atto difese. Ho commesso i piú grandi errori della mia vita a causa della mia testardaggine: lo ammetto. Ma quante scoperte incredibili mi si sono spalancate davanti. Quante vite ho vissuto, quante cose ho visto.

Cedono. Torno a casa. Non mi tolgo la giacca. Mi metto a leggere. Da quel momento scivolo in una specie di trance. Io, che leggevo tutto, non leggo nient’altro se non Stephen King. Giorno e notte (di notte muoio di paura). Leggo a colazione, a pranzo mentre siamo a tavola, e i miei libri si sporcano di sugo, di verdure che non voglio mangiare, sono seduta a tavola ma ho un muro davanti, che mi separa e mi protegge da tutto: i libri di King. Leggo solo King e – dato che è da un bel po’ che ho capito che da grande voglio fare la scrittrice, e sono anni che provo a scrivere il mio primo romanzo; riesco sempre a iniziare, ma dopo un paio di capitoli non so piú andare avanti, e sono anni però che scrivo racconti piú o meno finiti (piú meno che piú) – provo a scrivere come King. Non è una decisione. Semplicemente, mi metto a scrivere e ho la testa piena di King. Uso la macchina da scrivere di mio padre. I tasti mi consumano le unghie. I tasti delle macchine da scrivere ti consumavano sempre le unghie: chissà se in quel consumarsi, in quel bloccarsi a mezz’aria dei tasti, in quell’incastrarsi anche un po’ doloroso di un dito in mezzo ai tasti, in quel sovrapporsi dei vari colori dell’inchiostro, c’era un senso piú profondo. Scrivo il racconto di una figlia che ama tantissimo sua madre. Sua madre però la vessa in tutti i modi. O meglio: il suo amore e la sua devozione piú grandi sono rivolti altrove, non a lei. Lei soffre terribilmente di quell’abbandono. Allora la uccide, prima che quel mancato amore di sua madre uccida lei. E poi questa figlia scrive dal carcere, sulla carta igienica, delle lettere alla madre morta, per raccontarle quanto la madre le ha fatto male, e quanto lei invece l’ha amata. (Adesso mi vengono naturali una domanda e una considerazione. La domanda è: non sono, questi, temi – demoni – tipici di King? L’amore, l’assenza, l’abbandono, il dolore che viene dall’amore. La considerazione è: i demoni di King sono i nostri. Perché la letteratura questo fa: ti rivela che non sei solo e, cosí facendo, anche nel dolore ti offre una salvezza).

Mia madre legge il racconto battuto a macchina. La vedo poggiare un foglio alla volta sul tavolo. Ho passato anni della mia vita in piedi, ad aspettare il responso di qualcuno a cui tenevo su ciò che avevo scritto. Li passo ancora. Mi metto lí, in tensione, e aspetto. Forse la mia vita è questa. L’attesa della risposta: che ne pensi, tu? Mia madre si spaventa. Dice: basta con King. Mi viene un po’ da ridere un po’ da piangere, oggi, quando penso a quante volte mia madre mi ha detto “Adesso basta” sperando di farmi smettere qualcosa che io non ho mai smesso.

Nemmeno quella volta smetto. Shining diventa il primo libro che scelgo. Il mio primo atto consapevole di lettrice. Non avevo idea che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Non so neanche quante volte l’ho riletto. Oggi ho quarant’anni, l’estate 2020 sta per finire, tutti sappiamo che non sta finendo solo l’estate, ma anche la libertà, e chissà cos’altro. Tutti sappiamo che siamo stati stupidi a convincerci che la pandemia fosse alle nostre spalle. Che abbiamo sbagliato. E allora, come ogni volta che voglio capire il dolore e la paura – perché solo se li capisci li puoi affrontare e forse anche, non dico dimenticare, ma provare a metterli da parte – anche oggi chiedo a un libro. Porto una sedia sul balcone della casetta sul mare che ho affittato in questa estate assurda, cerco di imprimermi l’immagine sterminata dell’acqua nella mente, perché so – sappiamo – che per chissà quanto non la rivedrò, e riapro la mia vecchia edizione di Shining. Mi tuffo nella tredicenne Tony che l’ha letto per la prima volta, trascinandoselo dietro con la prepotenza da un supermercato che in fondo era un Overlook, e anche se il passato porta sempre con sé delle ombre, anche se il passato minaccia a ogni passo di divorarci, io che faccio di tutto per non ricordare mai, questa volta voglio ricordare.

Sulla prima pagina della mia copia di Shining c’è scritto, in penna blu – quando ero piccola amavo le penne nere perché mi sembravano ribelli, poi le penne blu, perché mi sembravano ribelli –, un nome, Tony, e una data, quella in cui l’ho letto la prima volta: 1993. Tony sono io, che negli anni ho cambiato spesso identità (ero Antonella, poi Tony, poi Toni). Dentro quella copia c’è ancora, intatta, la tredicenne Tony che si terrorizzava sulle pagine di Stephen King. C’è ancora la tredicenne Tony che non poteva fare altro che lasciarsi sedurre da quelle pagine. Pensandoci, è cosí che ho scoperto cos’è la seduzione: non con una persona, ma con un romanzo. Quando avevo tredici anni, Shining mi aspettava sul mio comodino, sistemato con la precisione e l’ordine che hanno sempre caratterizzato mia madre e mai me. Mia madre ha sempre combattuto la paura con l’ordine: se potevi mettere ogni cosa al suo posto, quella cosa perdeva il suo potere non solo di distruggere ma, penso, anche di allontanarci, di allontanare me da lei. Tornavo da scuola e vedevo Shining molto tranquillo sul comodino. Diceva: vieni. Andavo. Di colpo, nelle mie mani, s’infuocava.

Dentro quell’edizione, come fosse il mantello dell’invisibilità che gli elfi de Il signore degli anelli di Tolkien regalano agli hobbit Frodo e Sam, posso scivolare ancora oggi, in silenzio, e ricordare tutto.

Adesso apro quella copia di Shining e non sono piú in questa casetta sul mare da cui ora sto scrivendo (e chi può sapere cosa ci riserverà il futuro? forse posso trovarlo in un libro? sí). Lo riapro e lo rileggo tutto in un soffio fino a quando il cielo si fa rosso e poi nero, e mentre rileggo, come fossi un personaggio di King, rivivo. Rivivo come fosse un trauma mio, della mia vita vera, il momento in cui ho scoperto che la scritta redrum che Danny, il bambino di Shining, vede nella sua testa dall’inizio del romanzo, va letta al contrario, in uno specchio. E vuol dire murder: omicidio. Danny vede perché possiede lo shining – luccicanza, o aura – cioè un rarissimo dono: qualcosa di indefinibile che ha a che fare con la precognizione, la capacità di vedere i pensieri delle persone e la dannazione di essere investiti dalle presenze ultraterrene. Ricordo benissimo quella scritta, murder, come l’avessi vista nello specchio della mia casa di bambina (lí, del mare si vedeva solo una lontanissima strisciolina). Ricordo che ho chiuso il libro di colpo e ho detto: non ce la faccio, ho troppa paura. Volevo dirlo a mia madre: “Ho paura”, per farmi rassicurare. Ma poi come avrei fatto a convincerla che King non mi faceva male? Forse anche questo in un certo senso me l’ha insegnato proprio Stephen King: se vuoi essere libero, non puoi chiedere aiuto a nessuno. La regola è stare zitto, non rivelare niente di te a nessuno, e salvarti da te. Se riveli qualcosa di profondo di te a qualcuno, poi sei in suo scacco.

Le cose che non voglio dimenticare di Paolo Giordano

Nei lunghi mesi dell'emergenza per la pandemia, Paolo Giordano ha fatto quello che fanno gli scrittori: ha osservato e provato a descrivere un mondo di colpo divenuto minaccioso e alieno. Ma ha fatto anche quello che fanno le persone di scienza: ha provato a capire, ad ascoltare il dubbio, a non farsi spaventare da ciò che appariva ignoto. Le cose che ha imparato, giorno dopo giorno, per muoversi dentro questa nuova realtà le ha condivise in una sorta di «diario in pubblico» allo stesso tempo intimo e collettivo, una ricerca inquieta e lucida di un equilibrio nuovo tra ragione, emotività e comportamenti.

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Momenti sospesi di Hisham Matar

I «momenti sospesi» sono quegli istanti in cui le conseguenze non sono ancora scritte, e si trattiene il fiato in attesa di un cambiamento. Sono attimi che possono durare mesi, come quelli che abbiamo vissuto durante l'emergenza per la pandemia, o una vita intera, come per chi si ritrova ad abitare una terra da ospite, confinato sulla soglia. Hisham Matar evoca questi peculiari momenti di passaggio attraverso le mani di due bambine tese verso una farfalla, in un dipinto mai guardato con la giusta concentrazione, nell'incontro in sogno con un antico maestro. E ci mostra come in un tempo congelato possano convivere i dubbi più neri e gli auspici più luminosi.

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Salvarsi di Antonella Lattanzi

A un certo punto del 2020 ci siamo domandati se quello che stava accadendo fosse un film dell'orrore o la realtà. Come nell'infanzia, in cui chiedevamo speranzosi ai grandi se quello che stavamo vedendo sullo schermo fosse finto. Antonella Lattanzi - rileggendo uno dei romanzi più spaventosi di tutti i tempi: Shining, di Stephen King - ha interrogato la sé stessa tredicenne. E da quella storia ha estratto una lucida e spietata indagine sui legami familiari, sulle convenzioni sociali, sulle difficoltà ad accettare chi siamo. Perché «quando un libro ti attraversa, non è più soltanto un libro. È un pezzo della tua vita che ti piomba addosso, come la vita fa sempre».

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Terra di nessuno di Eula Biss

Eula Biss in queste pagine interroga sé stessa e il mondo con la pietosa ma radicale sincerità dei grandi saggisti, intrecciando il racconto della sua esperienza personale a quello del mito di fondazione americano, che affonda le proprie radici nell'epoca violenta degli indiani e della frontiera. E ci offre così un meditato antidoto a tutti quei discorsi che, nel tentativo di respingerla o assoggettarla, demonizzano e svuotano di senso ogni diversità.

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I parassiti di Ascanio Celestini

Abbandonare le proprie abitudini - quando la realtà cambia così rapidamente e in modo tanto incomprensibile - è forse lo sforzo più complesso che l'emergenza sanitaria ci ha richiesto. Uno sforzo ancora maggiore se, come accade ai protagonisti di questi tre racconti di Ascanio Celestini, hai riposto gran parte dei tuoi desideri nella quotidianità. Ciascuno di loro a suo modo è incapace di scendere a patti con l'inevitabile, con la rinuncia, con la perdita; convinto che basti negare il dolore per farlo sparire. Sono personaggi a cui è impossibile non volere bene, ostinatamente e umanamente aggrappati a una passeggiata, a un mazzo di fiori, a un abbraccio, a un ricordo. Personaggi che, come è accaduto a tutti noi, scopriranno quanto smettere di farsi domande non valga mai la pena - anche quando non si hanno risposte.

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Il calcolo della paura di Marco Filoni

Veniamo da mesi in cui la paura ha comprensibilmente dominato l'orizzonte di ogni emozione umana. Marco Filoni, ripercorrendone la storia da Hobbes ai Dpcm, tra moto dell'anima e controllo politico, disegna un inaspettato ritratto del «buon uso della paura». Perché non bisogna provare vergogna per l'aver paura: bisogna però averne rispetto, perché solo conoscendo ciò che ci incute timore possiamo comprendere le nostre inquietudini. Se deleghiamo la nostra paura ad altri in cambio dell'illusione di una sicurezza senza limiti, non faremo che rinunciare alla nostra libertà - fra le altre anche a quella di avere paura - in favore di una nuova paura, il terrore.

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