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Si è sempre fatto così! Spunti per una pedagogia di genere

Di Ornella Soncini • aprile 26, 2024Conversazioni

Sono trascorsi meno di quattro mesi dall’inizio di questo nuovo anno e già numerose sono le vite di donne violentemente interrotte, a dimostrare che – ancóra una volta, ancóra nel 2024 – di genere si muore. Il femminicidio o più tecnicamente omicidio di genere è il reato che cagiona la morte di una donna in quanto tale: per motivazioni, cioè, riconducibili alla discriminazione e alla violenza di genere. Al triste elenco di femminicidi confermati si aggiungono poi i restanti omicidi, quasi una decina, che a partire dall’inizio del 2024 sono stati commessi da uomini ai danni di donne – in un modo o nell’altro ancóra bersagli privilegiati del patriarcato che promuove, sistematico, la violenza maschile contro i soggetti considerati più deboli.

Infelice coincidenza, sono trascorsi ben undici anni da quando il nostro Paese ha ratificato la Convenzione di Istanbul e, a distanza di pochi mesi, è stato approvato il decreto-legge poi convertito nella legge n. 119/2013: chiamata impropriamente “legge sul femminicidio”, in realtà una serie di disposizioni volte a frenare le diverse forme di violenza maschile sulle donne tramite l’inasprimento di alcune pene e il progetto di periodica approvazione di piani d’azione per contrastare la violenza di genere, con lo Stato promesso protagonista e garante dell’intero processo.

Da allora sono stati diversi i provvedimenti a tema eppure, almeno a livello di statistiche, poco sembra essere cambiato. In un simile quadro, è lecito affermare che testi come Si è sempre fatto così! Spunti per una pedagogia di genere di Alessia Dulbecco (Edizioni Tlon, 2023) siano letture dolorosamente urgenti: per contrastare la violenza sulle donne occorrono anche e soprattutto programmi che prevedano l’insegnamento della parità e del rispetto dei sessi e generi; misure necessarie per porre un freno al preoccupante numero, su tutto il nostro territorio, degli episodi violenza di genere anche tra i e le minorenni. Del resto il femminicidio è solo il vertice di violenze continue, non solamente o necessariamente fisiche, la cima eclatante di una piramide non sempre coscientemente osservata, sorretta da una cultura fondata su disparità e discriminazioni.

Spesso definiti “mostri” – il maschile sovraesteso è voluto – dall’opinione pubblica, in realtà i responsabili di queste azioni mancano dell’eccezionalità alla base dell’essenza del mostrum: si tratta invece di una rappresentazione fallace, da contrastare, il cui scopo è annullare o minimizzare le responsabilità dei soggetti colpevoli, così da deresponsabilizzare a sua volta la collettività; una rappresentazione rea di una narrazione pericolosa, marginalizzante verso determinate categorie – come chi soffre di disturbi psichici.

Piuttosto, per parafrasare Elena Cecchettin, si tratta della sana prole della nostra stessa società, allevata secondo i dogmi del patriarcato.

Pubblicazioni che mirano a mettere in luce queste problematiche e decostruire i tradizionali modelli di pensiero, comportamento e immaginario sono una risposta felice, naturale e sana: Si è sempre fatto così, prontuario di prima conoscenza sui temi della violenza e degli stereotipi di genere, va a inserirsi nel solco di un recente lavoro di ricerca e invito al dialogo, attuato anche grazie a testi dal linguaggio chiaro e diretto (molti di essi firmati da giovani autori e autrici del nostro Paese, quali Elisa Cuter, Lorenzo Gasparrini, Jennifer Guerra, Sofia Torre), il cui scopo è aiutare il pubblico in un percorso di consapevolezza e dar luogo almeno a spunti di riflessione sui temi dei femminismi, dei movimenti sociali, delle questioni di genere e sulla sovversione e la fluidità dell’identità.

Si è sempre fatto così! Spunti per una pedagogia di genere di Alessia Dulbecco

Il fiocco rosa o azzurro, le bambole o le macchinine, l’ingiunzione alla docilità o al coraggio a tutti i costi. «Si è sempre fatto così!»La nostra società rimane satura di stereotipi che limitano la vita delle persone sin dall’infanzia.

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Alessia, grazie di cuore per questa intervista. Parto dalle lucide dichiarazioni di Elena Cecchettin in seguito al femminicidio della sorella Giulia, in aperto contrasto con un certo un modo di pensare comune da sembrare aver dato il via a una rivoluzione: forse per la prima vera volta il tema della violenza di genere trova spazio al di là delle giornate canoniche a essa dedicata e parole chiave come “patriarcato” e “cultura dello stupro” escono dai confini di certe bolle, venendosi a trovare al centro del dibattito pubblico, costringendo la coscienza nazionale a farci i conti. Un’operazione estremamente difficile, considerando, come hai ben sottolineato nel tuo libro, che manca l’educazione a mettere in discussione i vecchi dogmi del “si è sempre fatto così”. Quali credi potrebbero essere i futuri sviluppi di questo dibattito? Diffonderà una maggiore consapevolezza o è destinato a esaurirsi per mancanza di un terreno fertile dove attecchire?

È passato solo qualche mese da quando Elena Cecchettin ha pronunciato parole molto forti per richiamare l’attenzione nei confronti di un fenomeno, quello della violenza di genere, e già il clamore mediatico si è ridimensionato. Personalmente non sono particolarmente ottimista circa la possibilità che questo dibattito possa attecchire per il semplice fatto che mancano alcuni elementi strutturali su cui impostare la discussione. Soprattutto in alcuni ambienti è ancora difficile annullare la portata degli stereotipi (come per esempio quello che concepisce il femminismo come contrario del maschilismo o il concetto di patriarcato inteso come sistema che rimanda a una figura mitica, cioè quella del patriarca, ormai superata). Ogni 25 novembre e 8 marzo si ripropone un modello che porta la violenza di genere a essere concepita come un fenomeno che si affronta attraverso una modalità emergenziale; se avessimo a disposizione programmi di educazione di genere potremmo intervenire in modo continuativo e trasversale a ogni contesto per contrastare questo tipo di approccio che è inutile oltre che dannoso.

A dispetto della nostra percezione parziale e falsata, credenze, usi e costumi di una società non sono mai permanenti. L’idea di un predominio maschile già radicato agli albori della civiltà è messo in discussione da decenni da diversi studi, così come è fortemente contestato il concetto per cui presunte differenze biologiche predestinino i sessi a rivestire determinati ruoli. Per fortuna, negli ultimi anni se ne sta parlando piuttosto chiaramente anche al di fuori degli ambiti accademici e queste “nuove idee” sono veicolate di sovente da dibattiti, articoli e volumi tesi ad analizzare e decostruire la mascolinità. In Italia, tra le pubblicazioni più recenti Uomini non si nasce di Daisy Letourneur e Fuori le palle di Victoire Tuaillon: entrambi scritti da donne. Data la situazione attuale è possibile dire che questo genere di testi, pur avendo come oggetto di indagine gli uomini e la mascolinità, trovi maggiore circolazione – e minore resistenza – tra le donne? Se sì, cosa potrebbe favorire un’apertura del pubblico maschile? Ci racconti la tua esperienza con Si è sempre fatto così?

Si è sempre fatto così è un testo che vede una minor contrapposizione tra uomini e donne proprio perché le persone a cui si rivolge hanno molte cose in comune (sono genitori, persone che insegnano, cioè che hanno una finalità condivisa…), tuttavia ogni tanto mi capita che alcuni (maschile voluto) lo considerino una sorta di accusa nei loro riguardi. È bene ricordare che in realtà c’è una distinzione tra colpa e responsabilità: il mio volume vuole invitare le persone – tutte – a sentirsi responsabili perché la condizione che in cui ci troviamo non si è originata dal nulla ma è stata prodotta, più o meno volontariamente. Il mio obiettivo è quello di invitare alla riflessione e poi all’azione, per provare a cambiare qualcosa a partire dagli ambienti frequentati.

Ancóra a proposito di differenze tra i sessi. «Se domani sono io, […] se non torno domani, distruggi tutto»:ci hanno insegnato che, diversamente degli uomini, la rabbia non è un sentimento sano per noi donne, che è una sorta di alterazione del nostro naturale “stato femminile”, tra le cui caratteristiche spiccano calma e dolcezza. La rabbia ci rende brutte e moleste, danneggia la nostra desiderabilità. I versi dell’attivista peruviana Cristina Torre Cáceres – in risposta al femminicidio del 2017 della messicana Mara Castilla, ormai popolari anche in Italia – sono urla di dolore e un invito alla ribellione verso la passività. È una rabbia prorompente ma valoriale, costruttiva di una coscienza di genere per tutte le nostre sorelle che stanno imparando a rivalutare un sentimento a lungo negato. Questo anche grazie non solo a testi che si focalizzano sulla rabbia (La rabbia ti fa bella, La rabbia delle donne) ma a tutta una serie di prodotti iconici della cultura pop come film e serie quali Jennifer’s Body, Il racconto dell’ancella, Una donna promettente. Se la rabbia può essere un sentimento dalle potenzialità liberatorie, qual è stato il suo ruolo nello sviluppo della coscienza e dei movimenti femminismi? Quando, invece, può diventare pericolosa, “divisiva”?

Oggi c’è la tendenza ad utilizzare il concetto di “divisivo” per descrivere delle situazioni che risultano scomode per noi, per i nostri punti di vista che spesso non tengono conto digli effetti che possono avere su altre persone, motivo per cui tendo a usare questo concetto il meno possibile. Personalmente, credo che la rabbia sia un un’emozione e come tale deve essere riconosciuta a tutte le soggettività. Ovviamente le donne sono coloro le quali hanno maggiori difficoltà nel riconoscerla e accettarla in ragione del tipo di educazione ricevuta e che ancora oggi insiste nel sottolineare come sia per loro inappropriata. Va da sé che anche da parte degli uomini si verifica poi una forte resistenza, che si esprime ad esempio nel tone policing – una forma di micro-aggressione che porta a zittire chi è oppresso – nel momento in cui le donne manifestano una certa propensione alla rabbia. La rabbia è un’emozione sociale, che subentra nel momento in cui ci rendiamo conto di aver subito una trattamento diseguale immeritato oppure quando qualcuno/a accanto noi sta subendo un’ingiustizia; è un’emozione molto potente che può essere abbracciata soprattutto in quei momenti perché ha un elevato potere trasformativo. Proprio in ragione del fatto che è un’emozione complessa credo che sia fondamentale riuscire a utilizzarla nel miglior modo, evitando per esempio facili strumentalizzazioni che potrebbero portare a effetti opposti rispetto a quelli auspicati. La rabbia dovrebbe diventare un’emozione da esprimere collettivamente contro un sistema, un sistema che ci penalizza (ovviamente in modi diversi) tutti e tutte.

Tra le molte figure di donne eretiche, quella della strega aiuta a entrare in confidenza con concetti di rabbia e forza femminili, divulgando una dolorosa ma preziosa memoria di genere: «Se vogliamo […] porre fine al ciclo di violenza sessuale e sociale […], la strega […] è la figura dirompente» (Il mostruoso femminile). Non è un caso che anche autrici e attiviste del calibro di Mona Chollet e Silvia Federici le abbiano dedicato scritti e percorsi di studio. Brevemente potremmo definire strega chi per molteplici ragioni non risultava ben inserita nel tessuto sociale di appartenenza: una donna la cui diversità diventava, inevitabilmente, sinonimo di una malvagità da pagare con l’emarginazione, la violenza o la vita stessa. Perché chi non si conformava a dati modelli femminili non poteva che essere sotto l’influenza diabolica: convinzioni arcaiche che ormai dovrebbero risultare assurde ma che invece, come abbiamo visto nei mesi scorsi con il caso della “felpa satanica” e il più recente e drammatico esorcismo di Altavilla Milicia, restano pericolosamente attuali. Per quanto riguarda la situazione italiana, possiamo dire che la nostra è una cultura fortemente patriarcale anche perché viviamo in uno Stato che, nonostante la supposta laicità, è ancóra fortemente dipendente da una lunghissima tradizione abramitica? Una tradizione che ha costruito e distanziato identità maschile e femminile, quest’ultima portatrice intrinseca di peccato e subordinata all’uomo già a partire dalla propria creazione. Perciò è sopravvissuta una paura atavica di quanto è collegato al pagano, che sfugge all’ordine misogino?

Il nostro è un paese in cui perseguire un ideale di laicità sembra essere difficile, basti pensare alle difficoltà che ancora si riscontrano ogni volta che si cerca di promuovere o proporre qualche iniziativa al fine di introdurre l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Tutta la nostra cultura risente di un impianto fortemente misogino, in cui l’influenza religiosa si intreccia ad aspetti filosofici, medici e culturali che ancora oggi sono particolarmente resistenti nel nostro immaginario. Come ricorda bene la studiosa e scrittrice Francesca Matteoni che da anni si occupa di studiare la stregoneria e la magia, la figura della strega corrisponde a un archetipo la cui pericolosità risiedeva (e risiede ancora) nel corpo. Il corpo della strega viene percepito come una soglia, uno spazio liminale in cui si aprono possibilità alternative a quelle imposte dal sistema patriarcale. È in definitiva la libertà il problema che il corpo e la figura della strega solleva, la sua impossibilità di essere limitato dalle leggi imposte dagli uomini. Non è un caso che oggi molti movimenti neopagani abbiano trovato numerosi punti di contatto e di sinergia con i femminismi. Contrastare le regole, assumere potere sul proprio corpo (soprattutto quando rompe lo stereotipo di “corpo sano e giovane”, perfetto per la riproduzione) sono oggi centrali in molte pratiche femministe.

In una società patriarcale le donne hanno diritto di essere solamente se normate. La conformità ai ruoli stabiliti passa anche per determinati canoni estetici che, a loro volta, legittimano e trovano supporto in dati modelli comportamentali. Nel libro analizzi il peso della bellezza: se universalmente considerata un valore, capace di generare presunti vantaggi, questo è ancora più vero per noi donne; ma se sin da piccole veniamo esortate ad aspirarvi non dovrebbe sorprendere né indignare come, soprattutto a partire dall’adolescenza, una quantità immane di energia, tempo e risorse venga spesa cercando di essere belle impossibili. La bellezza è un mito infido e fagocitante, che con la complicità del capitalismo prova a renderci più distratte; stanche; culturalmente e materialmente povere; meno propense alla sorellanza; soggette al (pre)giudizio altrui; molto spesso autoghettizzate in spazi, sia reali sia simbolici, femminizzati negativamente. Sarebbe auspicabile, come scrive Naomi Wolf, un allentamento degli standard normativi di bellezza? E al pari della rabbia, è possibile considerare “la bruttezza” – la non aderenza agli standard vigenti – un valore femminista?

La bellezza è stato un territorio in cui le donne sono state spinte a forza, convinte successivamente a giocare a una partita impossibile da vincere. Naomi Wolf lo spiega bene nel libro che citi: la bellezza rappresenta una sorta di impegno continuo che illude le donne di ottenere qualcosa (prestigio, potere sulle altre, successo nell’accaparrarsi il “miglior partito” sulla piazza ecc.), che non porta a nulla se non al tenerle occupate e, quindi, mansuete e innocue. Credo che un valore femminista sia non tanto quello di includere nuovi standard (affiancare alla bellezza quello di bruttezza) ma infrangerli. L’ideale dal mio punto di vista sarebbe raggiungere uno spazio e un tempo in cui bellezza e bruttezza non siano più considerati i canoni dentro i quali collocare le soggettività, assegnando ad esse un valore morale a seconda vi quanto ci si aderisce. Parlando di un altro tema, quello della maternità, la scrittrice Ilaria Maria Dondi nel suo ultimo saggio intitolato Libere parla del “padre di tutti gli inganni” sottolineando come il sistema patriarcale abbia da sempre giocato un ruolo fondamentale nel mettere le donne le une contro le altre. Anche quando si parla di bellezza o di bruttezza credo che entri in gioco qualcosa di analogo: il rischio è quello di contrapporci, di schierarci all’interno di categorie che ci frammentano ulteriormente (come se ne avessimo bisogno!) limitando le nostre possibilità di azione. Per questo preferirei andare oltre la dicotomia: temo che sia utile solo al sistema che ci opprime.

Anche la moda riveste un ruolo fondamentale nel costruire un’immagine potenzialmente desiderabile e, in generale, nella definizione dell’identità: nel libro porti avanti un discorso molto interessante sul suo potere di genderizzare, come nel caso delle immotivate differenze tra i capi d’abbigliamento di bambini e bambine. In particolare, ti concentri sull’uso polare dei colori rosa e azzurro: pur non possedendo alcuna natura intrinseca, il primo è considerato da femmine mentre il secondo è indicato per i maschi; tracci una loro veloce storia, illustrandone la scambievole assegnazione ai due sessi, fornendo non pochi spunti di riflessione sulle modalità e sui tempi dei cambiamenti culturali. Se ancóra oggi per diverse donne quello col rosa è un rapporto complicato proprio a causa della sua connotazione, così legato al famigerato concetto di femminilità, al contrario il lipstick feminism si è riappiacificato col rosa, trovando nella cosiddetta “riappropriazione della femminilità” una liberazione dal controllo maschile. Per certe persone alla base di questo pensiero sembra esserci una contraddizione filosofica: tu credi sia davvero possibile, per chi è nata e cresciuta all’interno di strutture sociali di evidente matrice patriarcale, una libera scelta individuale? È possibile un uso libero di codici provenienti da quella stessa cultura patriarcale da cui si desidera prendere le distanze?

È sempre difficile parlare di libertà soprattutto quando entrano in scena sistemi differenti: uno è indubbiamente quello di matrice patriarcale, su cui ci stiamo soffermando. Quando si parla di moda, però, dovremmo ricordarci anche dell’intreccio che si genera tra questo sistema di dominio e un altro, di natura economica, che è il capitalismo. Audre Lorde diceva che «gli strumenti del padrone non possono smantellare la casa del padrone» tuttavia ci troviamo ancora all’interno di un contesto in cui non possiamo che usare quelli. Usarli in modo consapevole, usarli con una finalità che si ponga in contrasto con quelle del sistema stesso sono dal mio punto di vista ancora oggi strade perseguibili per provare a fare qualcosa, dal poco che abbiamo.

Nel libro parli di contrattacchi della cultura patriarcale in risposta al risveglio della coscienza femminile: forse la cosa più dolorosa e spaventosa è il suo servirsi anche delle donne come armi contro il loro stesso genere; il mondo è pieno di Mogli e Zie atwoodiane che sorvegliano, denunciano, disciplinano e provano a fare proselitismo. Non sono poche le donne che, in modo più o meno dichiarato, rifiutano di considerarsi femministe e quanto ciò significa e comporta: un recente trend, soprattutto tra le più giovani, è il princess treatment, presentato quale rivendicazione di cura nella coppia da parte del partner maschio ma che suona come una lettura molto superficiale e assolutamente patriarcaleggiante, tossica, dei ruoli di genere, non mirando affatto ad appianare le diseguaglianze tra i sessi; se non un diretto e dichiarato disconoscimento delle lotte femministe, infatti è un invito al ritorno della donna in casa. Una casa che però non è un luogo adatto alla sua espressione e affermazione, uno spazio politico come auspicato da Chollet in Lo spazio della casa. Un’odissea domestica. Ma una gabbia idealizzata in cui rinunciare all’aspirazione di qualunque indipendenza. Mi sembra una versione privatistica e assolutamente distorta del Wages for housework, che promuove l’emancipazione nel contesto che le donne occupano da sempre: penso a Il racconto dell’ancella e in particolare al “femminismo domestico” citato nell’adattamento TV del romanzo di Margaret Atwood. Idee estremamente pericolose, che trovano sempre più diffusione anche a causa dei social molto popolari su cui vengono espresse. Come possono difendersi le nuove generazioni dalla pervasività delle promesse (di protezione, attenzioni, prove di devozione e benefit materiali) di questo sessismo benevolo?

Il sessismo benevolo è tra i più difficili da riconoscere il proprio perché si presenta in una veste accondiscendente, piacevole e protettiva. Un po’ come accade quando si parla di bellezza, rappresenta un modo per ricordare alle donne che avranno qualche chance in più di ottenere qualcosa (un lavoro o un partner, poco importa) se decideranno di non opporsi ad esso. Da adulte è difficile contrastarne gli effetti. Non impossibile, certo, tuttavia è più faticoso perché implica anche disimparare tutto quello che ci è stato detto, per anni, a proposito di galanteria, protezione personale ecc. Lavorare sul contrasto al sessismo benevolo fin dalla prima infanzia è invece un’ottima strategia per ottenere effetti a lungo termine; significa educare all’assertività e alle emozioni (tra cui anche la rabbia, di cui abbiamo parlato prima), aiutando soprattutto le bambine a riconoscere la propria “agentività”.

Torniamo alla violenza: noi donne siamo soggette a diverse tipologie di morte, anche non fisiche. Come quella quotidiana nel linguaggio, assolutamente fallocentrico. Il discorso della rappresentazione femminile è centrale nelle opere di autrici quali Michela Murgia e Vera Gheno e anche tu, in apertura al tuo volume, hai fornito una nota metodologica sul linguaggio e sulla terminologia impiegati: sebbene venga costantemente derisa se non addirittura negata, si tratta di una violenza reiterata che uccide i nostri diritti e la speranza di parità tra i generi. Nonostante l’ostilità generale, un linguaggio più equo e antisessista, se non proprio degenderizzizato, porterebbe vantaggi universali: per le donne una maggiore rappresentazione potrebbe essere un importante punto di partenza, ad esempio per il riconoscimento di determinati status ancóra incerti; per gli uomini sarebbe un primo passo verso la liberazione da un fardello incredibile: il peso del potere. Ma se il patriarcato opprime tutti e tutte, perché pare esserci una scarsissima aspirazione alla libertà?

Resto fermamente convinta del fatto che l’attuale situazione che viviamo sia vantaggiosa solo per un numero ristrettissimo di persone, tuttavia capisco l’obiezione che poni. Non so se il problema sia “l’aspirazione alla libertà” o la situazione di comodo che l’adesione a determinati modelli, anche linguistici, genera. Gli esseri umani sono tendenzialmente ostili ai cambiamenti, soprattutto a quelli che sembrerebbero mettere in discussione la nostra identità. Facciamo un pessimo uso del concetto di “normalità” confondendolo con quello di “consuetudine”. Recentemente il bel saggio di Sarah Chaney, Sono normale?, ha provato a restituirci un quadro, complesso e sfaccettato, di questo termine. Tuttavia, ancora troppe volte ci appelliamo alla presunta “anormalità” che certe parole (per esempio i femminili professionali) contengono. Riflettere con coscienza su quegli automatismi linguistici che davamo per scontati è faticoso, può anche essere difficile arrivare alla consapevolezza che il nostro modo di esprimerci è o è stato offensivo o svalutante per molte persone. Quello che insegna chi si occupa di sociolinguistica, però, è che un cambiamento è già in atto ed è partito dal basso, dalla comunità dei parlanti. Accoglierlo o per lo meno ascoltarlo, senza fare inutili ostracismi richiamando la tradizione, la saggezza dei “bei proverbi” ecc., potrebbe essere di aiuto.

Quando non riesce a disciplinare noi donne cancellandoci dal linguaggio e urlandoci di star zitte, la cultura patriarcale tenta la via della violenza fisica: eppure diverse voci della politica, principalmente di destra, insistono sulla base di dati lacunosi e fin troppo relativi che l’Italia occupi una posizione relativamente bassa nella classifica europea dei femminicidi. Come hai anche tu segnalato nel tuo libro, in ogni caso sono chiari il generale disinteresse per la prevenzione, l’insufficiente sostegno alle vittime e la carenza di progetti educativi, misurabili anche dai dati che attestano i modesti sforzi economici. Nonostante il tanto parlare, sembra ci sia una sorta di pubblico ostruzionismo, pericoloso e ingiusto: attraverso le cattive pratiche o l’indifferenza, la politica costringe individui e individue, nella loro singolarità e nel privato, a farsi carico emotivo, organizzativo e di responsabilità che spetterebbero allo Stato. Pensi possa avversarsi un reale cambiamento senza sufficiente supporto dall’alto?

Come dicevamo, un cambiamento nell’uso della lingua è già in corso. La cosa assurda è che questa sensibilità, che si è sviluppata dal basso, è recente, sicuramente più recente delle numerose indicazioni – anche istituzionali – prodotte negli ultimi quarant’anni (penso a Sabatini, per esempio, che nel 1987 scriveva le raccomandazioni per un uso non sessista della nostra lingua). In quest’ambito i cambiamenti non possono che essere lenti, tuttavia sono fiduciosa: case editrici che pubblicano usando lo ə, come effequ, università e scuole che hanno scelto di scrivere i propri comunicati avvalendosi di quello che definiamo “linguaggio esteso” credo lo dimostrino.

Un’ultima riflessione: in un certo senso – se e quando accade – pare che noi donne diventiamo maggiormente meritevoli di entrare nel discorso pubblico da morte. Quando cioè occupiamo il ruolo tradizionale e definitivo di vittime, senza possibilità di azione e parola. Murgia, in Ave Mary, scriveva che «ci vorrebbero belle e silenti», lontane dalla vitalità che contraddistingue gli uomini, più vicine a qualcosa di extraumano se non addirittura di non-vivo: quasi creature angeliche, o statue da ammirare. Del resto la nostra eredità culturale, a ben vedere, celebra la figura della donna deceduta. È proprio il caso di dire che La morte ci fa belle, specialmente se per “troppo amore”: stroncate dal dolore dopo la perdita di un affetto o, più tragicamente, per mano di un uomo. Angela Carter, autrice iconica per molte femministe, nel prorompente saggio La donna sadiana ha affermato che essere l’oggetto di un desiderio vuol dire essere definite al passivo ed esistere al passivo vuol dire morire al passivo – ovvero essere uccise. Come possiamo fare per restare vive, uscire da questa orribile romanticizzazione della fragilità e del dolore femminile?

Angela Carter è stata un’anticipatrice di molte tendenze che i femminismi contemporanei hanno riscoperto, primo tra tutti il concetto di desiderio. Le donne sono state da sempre oggetti desiderati, ma mai soggetti desideranti. Aprirci a questa lettura permette di contrastare quell’ideale che vorrebbe le donne soggetti miti, deboli e passivi. Ripartire dal desiderio – per citare il testo di Elisa Cuter – è potente non solo da un punto di vista sociale, ma anche identitario. Ripartire dal desiderio significa ri-partire da noi stesse, da qualcosa che ci appartiene così intimamente che non può esserci sottratto. Mai come oggi abbiamo bisogno di tutto questo.

Si è sempre fatto così!: Spunti per una pedagogia di genere di Alessia Dulbecco

La nostra società rimane satura di stereotipi che limitano la vita delle persone sin dall’infanzia. La pedagogia di genere si interroga su queste dinamiche a partire dalla pubblicazione di Dalla parte delle bambine, il volume di Elena Gianini Belotti che ha segnato simbolicamente l’origine della disciplina nel 1973. Alessia Dulbecco ne raccoglie il testimone: attraverso ricerche, studi ed esempi concreti dimostra come gli stereotipi di genere incidano ancora oggi sull’educazione, limitando l’autostima, le aspirazioni e la libertà di scelta degli individui. Un saggio utile a educatori e genitori, come a tutti gli adulti che vogliono guardare il sistema educativo con occhi liberi.

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Ornella Soncini ha collaborato con diverse realtà indipendenti e, attualmente, racconta i libri Safarà Editore. Unicamente a quattro mani, insieme a Lucrezia Pei, scrive storie teriantropiche, antispeciste e femministe, soprattutto di genere fantastico, che è possibile leggere in antologie (l’ultima per Pidgin Edizioni) e su alcune riviste letterarie italiane e straniere; dopo aver vinto il premio Zeno 2023, saranno anche nella giuria della prossima edizione. Suoi pezzi di non-fiction si trovano su «Culturificio», «Altri Animali», «Quaderni d’altri tempi».

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