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Simenon e i romanzi della crisi

Di Matteo Moca • febbraio 14, 2024

Georges Simenon è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento, uno scrittore capace di realizzare il desiderio di chiunque faccia questo mestiere, scrivere tantissimo e non abbassare mai di un millimetro la qualità di ogni pagina. I ritmi di lavoro di Simenon sono proverbiali, tra minimi di pagine giornalieri e libri chiusi nel giro di qualche settimana, e sembrano davvero la testimonianza plastica di un miracolo, della possibilità offerta a un uomo di dominare la sua immaginazione piegandola alla creazione di storie, ultimo discendente di antichi aedi, rapsodi greci, bardi celtici o trovatori medievali. E come ogni grande scrittore, anche Simenon ha inseguito nelle sue innumerevoli storie sempre gli stessi fantasmi, che emergono dal desiderio di conoscenza intima dell'animo e dell'agire umani e dei destini che ogni moto genera (in uno dei suoi libri più belli, Il borgomastro di Furnes, in una frase del protagonista, un uomo a cui piace avere il comando sulle cose ma le cui certezze saranno pian piano minate da striscianti dubbi, sembra racchiuso il nocciolo di ogni narrazione di Simenon, condensabile nella formula «raddrizzare il destino delle persone»).

Se questo è il rovello principale di Simenon, come uno scienziato lo scrittore sceglie di studiare il suo fenomeno in una situazione precisa, in uno dei luoghi di relazione privilegiati dell'esistenza, la rete della famiglia, il rapporto tra marito e moglie (o dei rispettivi con degli amanti), tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle o tra membri differenti di una rete allargata. In questo ambiente Simenon si muove con la precisione di uno studioso di scienze esatte e osserva come, in anticipo anche su certe situazioni odierne abitate da macchinazioni e secondi fini, l'abiezione, il desiderio di sopraffazione, il tradimento e la sofferenza abitino anche i risvolti di quelli che dovrebbero essere i più profondi, e sinceri, legami umani.

La famiglia è chiave sociologica privilegiata per osservare i movimenti e le mutazioni della società (come insegna lo straordinario saggio del sociologo americano Christopher Lasch, Rifugio in un mondo senza cuore, capace di descrivere la lenta e inesorabile dissoluzione della famiglia a partire dall'avvento della rivoluzione industriale e dal cambiamento nella gestione del tempo) e Simenon, nel suo più vasto orizzonte d'indagine incentrato sui «destini» umani, ritorna spesso sulle sue dinamiche, sia nei romanzi con protagonista il commissario Maigret che nei suoi romans-romans, sempre con la sua precisione ficcante e il suo sguardo disincantato, come accade in questa piccola selezione di sue opere a partire da La prigione, appena pubblicato da Adelphi che ne ha in catalogo tutta l'opera.

La prigione di Georges Simenon

«Quanti mesi, quanti anni ci vogliono perché un bambino diventi un ragazzo, e un ragazzo un uomo?»

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«Quanti mesi, quanti anni ci vogliono perché un bambino diventi un ragazzo, e un ragazzo un uomo? Quando si può affermare che la transizione è avvenuta? Non esiste, come per la fine degli studi, una proclamazione solenne, una cerimonia ufficiale, un diploma. Alain Poitaud, a trentadue anni, impiegò poche ore, forse pochi minuti, per cessare di essere l’uomo che era stato fino a quel momento e diventare un altro». Questo recita l'incipit, senza dubbio uno dei più iconici dei suoi libri, di La prigione, romanzo che sembra condensare nella ricerca di senso del protagonista Alain Poitaud, nel vuoto che si spalanca nella sua vita e nella conseguente ricerca di una verità impossibile (in primo luogo su sé stesso e su come le sue scelte abbiano creato ciò che lo circonda), lo spessore della ricerca sull'uomo di Simenon, nonché la sua capacità di scandagliare l'animo umano con una precisione straordinaria e cogliendone le sfumature più importanti (inclinazione di cui tutta la sua opera è costellata, dalle riflessioni dell'omicida Charles Aloivine in Lettera al mio giudice all'insoddisfazione inesauribile, all'ombra della malattia, del signor Maugin in Le persiane verdi). Il protagonista Poitaud, poco più che trentenne, è il direttore di una rivista di enorme successo e ha una moglie con cui il vuoto sentimentale è riempito da una ricca vita conviviale con un codazzo di amici o presunti tali: la sua vita scorre liscia, o quantomeno senza appigli evidenti per cominciare a pensarci su, fino a che una sera, rientrando in casa, trova ad attenderlo la polizia che gli comunica che sua moglie è in stato di arresto per l'omicidio della sorella. A partire da questo momento la vita che procedeva con il pilota automatico, senza alcun pensiero né interrogativi, rimane nuda, come se la realtà avesse strappato il velo che nascondeva la verità. Perché Jacqueline, la moglie che lui affettuosamente chiamava «micetta», ha commesso questo delitto? Perché il loro figlio, che vive lontano da loro con i domestici, sembra non provare nulla nei loro confronti? La prigione si fa, pagina dopo pagina, un racconto sempre più nero e doloroso che trova nell'interrogazione del protagonista su sé stesso una voragine profonda che, inesorabilmente, lo trascinerà nel baratro più buio.

Il gatto di Georges Simenon

Da anni, ormai, Émile e Marguerite non si rivolgono più la parola, e comunicano solo attraverso laconici, ma non per questo meno crudeli, bigliettini.

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Il gatto è forse uno dei romanzi più neri e feroci di Simenon, una storia dove il piccolo universo famigliare viene osservato talmente da vicino da generare un effetto disturbante simile al perturbante delle zoomate di stampo espressionista, un ritratto insostenibile per come viene messa a nudo l'abiezione che può esistere tra gli esseri umani. Questo libro ruota attorno alle morbosità che abitano il circuito chiuso famigliare e lo fa prendendo come campione una coppia di anziani, Emile e Marguerite, che si sono sposati in seconde nozze uniti probabilmente solo dal terrore dell'horror vacui, la paura di rimanere soli, di morire soli. La vita tra le mure domestiche non ha forma, è abitata solo da silenzi perché la comunicazione avviene esclusivamente tramite dei bigliettini: tutto questo raggiunge una situazione irreversibile a partire dalla morte di due animali, uno di questi è il gatto del titolo, evento insopportabile che porta i due protagonisti, con già poco da condividere, a perdere pazienza e desiderio di ricostruire. C'è di mezzo, in questo romanzo, la paura dell'avvelenamento, la paranoia rispetto a ciò che l'altro può fare, un lento dissolversi verso il nulla. “Ogni famiglia ha uno scheletro nell’armadio” recita l'epigrafe posta in esergo a Le sorelle Lacroix, altro romanzo dove un segreto doloroso e vergognoso unisce e, nello stesso tempo, divide irrimediabilmente le sorelle del titolo, ma la ricerca di questi segreti si trasforma tra le pagine di Simenon in una triste e inesorabile verità universale su cui l'occhio dello scrittore indaga continuamente, donando al lettore forme sempre nuove.

Lettera a mia madre di Georges Simenon

Dopo anni di assenza, Georges Simenon torna a Liegi per assistere agli ultimi giorni della madre novantenne. Nella stanza dell’ospedale due occhi di un grigio slavato lo fissano: «Perché sei venuto, Georges?».

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Se Simenon nelle sue storie di famiglia mette in azioni una capacità inventiva che è mimesi del reale, ovviamente anche grazie al suo bagaglio personale di esperienze, ci sono due libri autobiografici in cui lo scrittore ripercorre il suo passato famigliare a partire da due morti, quella della madre e quella della figlia Marie-Jo. Lettera a mia madre nasce dalla settimana che Simenon passa al fianco della madre morente ed è un testo che prova a rimettere in ordine i tasselli di un'esistenza, quella della madre, per lui sempre difficile da capire e muove da una frase semplice, fulminante e dolorosa, che la madre gli rivolge appena lo vede entrare nella camera d'ospedale: «Perché sei venuto, Georges?». Se Lettera a mia madre è rivolto a una donna che forse mai l'aveva amato del tutto e che gli addossava le responsabilità per la scomparsa del fratello (collaborazionista durante il nazismo e poi soldato nella Legione Straniera, arruolatosi su consiglio del fratello per evitare la pena capitale, lì troverà la morte: una storia simile anima lo splendido Il fondo della bottiglia, che ha per protagonisti due fratelli, uno avvocato, l'altro criminale evaso dal carcere), le Memorie intime si rivolgono invece in primo luogo, in maniera commossa e con uno scrittore che decide di mettersi completamente a nudo, alla figlia che lo aveva amato forse troppo e che, venticinquenne, a Parigi, si tolse la vita sparandosi un colpo nel petto. Memorie intime, l'ultimo suo libro, è quindi un'opera in cui Simenon ripercorre tutta la sua vita alla luce della morte di una delle figlie ed è quindi anche racconto delle difficoltà nelle relazioni famigliari, oltre che privilegiata riflessione dell'autore sulla sua opera. A un certo punto, in Memorie intime, Simenon scrive: «è stato in uno dei miei Maigret, credo, che ho coniato l'espressione “riparatore di destini”attribuendo al mio commissario la stessa confusa aspirazione che nutrivo io». In questa formula, «riparatore di destini», sta probabilmente uno dei nuclei più importanti di tutta l'opera di Simenon, che abbraccia tanto le avventure del celebre commissario quanto le storie dei romanzi-romanzi.

Maigret e le persone perbene di Georges Simenon

Provava il bisogno di non allontanarsi da rue Notre-Dame-des-Champs. Alcuni dicevano che Maigret voleva fare tutto da solo, persino una cosa seccante come i pedinamenti, quasi non avesse fiducia nei suoi ispettori.

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Nell'universo del commissario Maigret la famiglia assume un valore quasi sacrale, in particolare per tutte quelle innumerevoli scene in cui, nella loro casa in Boulevard Richard Lenoir, sorta di nido riparato dal male e dalla delinquenza che abitano le vie di Parigi, il commissario mangia i manicaretti preparati dalla moglie, si ritira a riflettere mentre lei si sofferma su varie occupazioni oppure riceve un aiuto decisivo per la risoluzione di un caso. Anche per questo il commissario Maigret, che ha perso la madre quando era bambino e poco dopo anche il padre, mentre con la signora Maigret una figlia dopo pochi giorni dalla nascita, sorta di sommerso e doloroso segreto della loro vita di coppia, quando incontra dei casi in cui a essere coinvolte sono proprio le famiglie inizia a interrogarsi in maniera ancora più pungente su cosa possa spingere le persone verso simili e diaboliche macchinazioni. È il caso, per esempio, dell'inchiesta raccontata da Simenon in Maigret e le persone perbene, dove il commissario si trova a scavare in una famiglia all'apparenza straordinariamente cristallina, come testimoniano tutti i conoscenti, ma in realtà agitata da segreti oscuri. L'omicidio di Josselin, imprenditore di successo, ucciso in casa sua, scatena il desiderio di conoscenza di Maigret che poco si convince dal muro di cordoglio dei famigliari, in primis la moglie e i figli, forse non del tutto «persone perbene». Si tratta della stessa desolazione davanti alle azioni umane che si agita nell'animo del commissario in Maigret e il cliente del sabato che ruota attorno a Léonard Planchon, proprietario di una piccola impresa, tradito dalla moglie da un operaio bello, sicuro di sé e muscoloso, opposto di lui, che finisce addirittura per vivere in casa sua. Dopo aver raccontato la sua vicenda a Maigret, Planchon gli dice che ucciderà entrambi prima di sparire: durante le indagini Maigret proverà grande compassione per Planchon, proprio perché il buco nero della sua vita e l'origine delle sue sofferenze è rintracciabile nel luogo che dovrebbe rappresentare la sicurezza, ovvero la famiglia e la casa. Un tradimento che, passando in territori non-Maigret, si ritrova anche in Il signor Cardinaud dove il protagonista, che ha una felice vita in provincia e ama la moglie Marthe «come si ama un essere inaccessibile», improvvisamente, tornando a casa dopo la messa, scopre che lei è scappata con un altro uomo, lasciando nella loro casa solo un arrosto bruciato. Da qui comincia una quête per cercare di riportare a casa Marthe, nonostante tutti sappiano che lei sia andata via per un motivo preciso, come farebbe una «una formica ostinata che segue ostinatamente la sua strada, il suo destino, e che, ogni volta che il carico le sfugge, lo afferra di nuovo, pur essendo quel carico più grosso di lei».

L’orsacchiotto di Georges Simenon

Ancora una volta Simenon segue, come lui solo sa fare, il percorso di un uomo alla ricerca di una verità nascosta sotto le maschere che si è imposto – di quello, insomma, che Simenon stesso chiama «l’uomo nudo».

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Quando si parla dei romanzi di Simenon senza l'ispettore Maigret si usa la formula, oltre a quelle celebri “romans dur” e “romans-romans”, “romanzi della crisi”, una perifrasi che calza alla perfezione a L'orsacchiotto, un romanzo in cui il protagonista, il ginecologo Jean Chabot, si perde in un'interrogazione senza fine sul senso della vita, sul significato delle relazioni e, in ultimo, su cosa significhi vivere. Questi interrogativi, sepolti sotto la sua celebrità, il suo successo e una famiglia all'apparenza perfetta, esplodono in Chabot dal momento in cui viene ritrovato nella Senna il cadavere di un'infermiera con cui aveva avuto un rapporto non consenziente una notte in ospedale, sorta di extra-moenia dalle regole della famiglia, che si scoprirà essere incinta. Da questo momento un tarlo, coadiuvato da una serie di biglietti minacciosi, comincia ad abitare la mente di Chabot, che con il pensiero torna a un peccato originale che non ha mai dimenticato (ancora all'interno della famiglia, quando da bambino rubò alcuni centesimi dalla borsa della madre). In particolare fioriranno dubbi e incertezze quando Chabot pensa alla sua famiglia, a una moglie bella e mondana e ai tre figli con i quali condivide molto poco (“Quale immagine – si chiede il protagonista del romanzo – gli resterà di me, dopo? Come mi vedono? Che significato danno ai miei gesti? Che cosa diranno del loro padre ai figli, quando ne avranno?”), come se gli agenti esterni deflagrassero nella vita intima del protagonista, soprattutto dentro le relazioni che dovrebbero essere le più autentiche, quelle con la famiglia, smontando ciò che l'apparenza felice della sua esistenza non riesce più a nascondere.

Memorie intime di Georges Simenon

Dedicate alla sua creatura perduta, le pagine di questa straordinaria «confessione» hanno in realtà un solo protagonista: lo stesso Simenon, qui al centro di quello che è forse il più imponente dei suoi romanzi, dove la sapienza del narratore si coniuga a una «cognizione del dolore» tutta nuova, e in qualche modo stupefacente per l’autore stesso

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Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.



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