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Un indovino disse a Tiziano Terzani

Di Samuele Maccolini • marzo 19, 2024

Nel 2015 ho compiuto da poco 18 anni e in testa ho solo un obiettivo: diventare giornalista. È un pensiero ormai costante nella mia vita di provincia, nel cuore della Romagna faentina, dove mi esercito su siti e quotidiani locali. Come tanti prima di me – e spero anche dopo – la scelta di raccontare il mondo non è ponderata e razionale, nasce invece da un istinto primordiale che non posso trattenere; non dopo aver letto Un indovino mi disse, uno dei libri più importanti di Tiziano Terzani, preso in prestito dalla biblioteca della mia città in un pomeriggio come tanti. La lettura mi folgora e per la prima volta, davanti a me, si delinea chiaramente l’idea di persona che voglio essere.

Nella trama del libro, infatti, c’è tutto quello può affascinare un giovane che sogna di fare il reporter: nel 1976 un indovino avverte Tiziano Terzani, corrispondente in Asia del Der Spiegel, che nel 1993 rischierà di morire, e perciò lo esorta a non volare. Nel frattempo Tiziano continua a lavorare, ma con il passare degli anni è sempre più stanco e deluso dal mondo che deve raccontare. L’esperienza in Giappone lo deprime, e una volta trasferito a Bangkok si ricorda della profezia. Un po’ per gioco e un po’ per ritrovare il senso del suo lavoro, decide di non prendere aerei ed elicotteri per tutto il 1993. Viaggerà a piedi, per nave, in treno o sul dorso di un elefante attraverso il Sudest asiatico, per raccontare quello che resta di popoli ricchi di storia travolti dalla modernità.

© Archivio Terzani

Anche molti colleghi che ho conosciuto negli anni successivi si sono avvicinati a questo mestiere grazie ai libri di Terzani. Ogni pubblicazione racconta un capitolo della sua vita, che si intreccia con i grandi avvenimenti dell’epoca: dai diari vietnamiti di Pelle di Leopardo, al racconto della dissoluzione dell’URSS in Buonanotte, Signor Lenin fino alle Lettere contro la guerra, con le quali Terzani invita l’occidente a ripensare il proprio futuro, rigettando la rabbia e l’orgoglio invocato da Oriana Fallaci all’indomani dell’11 settembre.

Ma tra i vari titoli Un indovino mi disse ha sempre avuto uno spazio speciale, quello che si riserba all’opera più emblematica di un autore. Non a caso nel 2014 era stata avviata una campagna di crowdfunding per realizzarne un film, poi conclusa senza raggiungere l’obiettivo. Quest’anno, invece, a vent’anni dalla morte del giornalista toscano Longanesi ha pubblicato una nuova edizione, che è stata arricchita dalle fotografie scattate da Tiziano durante il viaggio.

E proprio la fotografia impreziosisce il racconto, perché cala Terzani fisicamente all’interno delle sue storie. Tiziano infatti amava farsi fotografare, e la varietà di scatti che lo ritraggono in viaggio è estremamente ampia. Preso dalla curiosità, nel marzo del 2015 mi avvicinai ad Àlen Loreti, curatore della biografia di Terzani e dei suoi diari inediti Un’idea di destino, che si trovava a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, per una presentazione. Gli chiesi un po’ ingenuamente: “chi scattava tutte quelle foto a Tiziano?”. “Chiunque”, mi rispose, “Tiziano chiedeva alle persone per strada se potevano fargli questa cortesia”.

Quando raggiungo per telefono Angela Terzani, la moglie che è stata a fianco di Tiziano tutta la vita, non posso fare altro che iniziare da questo aneddoto personale per farmi raccontare la nuova edizione di Un indovino mi disse.

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte l’autore di questo libro: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai».

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Quando Àlen Loreti mi rispose che buona parte delle fotografie che avevano Tiziano come protagonista erano state scattate da sconosciuti fermati per strada, mi colpì molto. Affidare una Leica a un estraneo, fidandosi ciecamente, ci dice molto del rapporto di Tiziano con il mondo che lo circondava.

Il suo modo di concepire la fotografia era completamente naturale. Lo facevano innervosire i veri fotografi: quando voleva intervistare – ad esempio – un contadino che aveva subito un furto, i fotografi che viaggiavano con lui chiedevano alla persona di mettersi in posa, si prendevano il loro tempo per controllare la luce, la posizione del sole, e nel frattempo questa persona aspettava in balia dei loro tecnicismi. Questa dinamica poco naturale non piaceva a Tiziano, e così alla fine ha deciso che le foto le avrebbe scattate lui stesso, senza fotografi. In questo modo era più semplice creare un rapporto con gli estranei: chi non lo conosceva entrava in sintonia con lui, era una sua bella qualità che coinvolgeva gli altri, sentivano la fiducia riposta in loro.

Feci quella domanda a Loreti perché mi colpiva il fatto che Tiziano è molto presente nelle sue fotografie. Altri giornalisti preferiscono restare dietro la camera, ma Terzani voleva essere parte delle storie che raccontava. E questo aspetto si nota anche leggendo le pagine di Un indovino mi disse.

Che siano fotografie, articoli o libri lui c’è sempre. Non parla di sé, ma lo senti, lo percepisci. In quegli anni i giornalisti non parlavano mai in prima persona, ma la sua voce era riconoscibile, perché le sue descrizioni erano molto soggettive e personali; non era un giornalismo distaccato. I suoi articoli infatti non invecchiano: non perché scrivesse cose incredibili, ma perché i suoi racconti diventavano vere e proprie storie, non semplici articoli di giornale. Nella foto come nell’articolo, fino all’incontro privato era totalmente presente, si identificava con l’intervistato. Gli anglosassoni lo accusavano di essere troppo coinvolto, di esagerare, ma in realtà era semplicemente lì, presente nella sua storia.

© Archivio Terzani - Terzani alla Turtle House

La fotografia era per Tiziano un modo di esprimersi. Oggi però tutti usano le fotografie, sui social e nella nostra quotidianità: ancora più che in passato, l’immagine è costantemente presente nelle nostre vite. Questa presenza invadente ha tolto valore alla fotografia?

Oggi quello che manca è il ruolo dell’individuo. Tiziano diceva che i buoni fotografi fanno ricerca e studiano come i reporter: devono conoscere la storia dei paesi che visitano, devono sapere cosa stanno cercando, e solo dopo possono iniziare a scattare. Avendo la possibilità di fotografare continuamente si perde il significato di quello che si vuole ritrarre: lo scatto diventa un processo automatico; dovrebbe essere invece il fotografo, nella sua umanità, a guidare la ricerca. Non è possibile realizzare una fotografia autentica e di qualità se non ci si cala nella realtà che si vuole raccontare.

Seguendo la raccomandazione di un indovino, nel 1993 Tiziano decide che per un anno non prenderà aerei. Già all’epoca spostarsi senza volare non era una scelta scontata – soprattutto per un giornalista. Ma oggi, in un mondo frenetico e iperconnesso, sarebbe ancora più difficile prendere questa decisione. Tiziano aveva già capito l’importanza della lentezza?

Per Tiziano questo viaggio è stato una cura contro la depressione. Dopo essere stato espulso dalla Cina aveva vissuto l’occidentalizzazione del Giappone che gli aveva tolto ogni entusiasmo.

Lui non era un giornalista in senso stretto, era un esploratore, e lì non apprezzava quello che vedeva, non sapeva cosa raccontare. Quando alla fine riuscì a farsi spostare a Bangkok, usò la profezia dell’indovino come scusa per rigettarsi nel mondo: quella scoperta attraverso la lentezza l’ha salvato. Con questo viaggio ricorda a tutti che è possibile rinnegare il conformismo, e che una vita in cui ci si prende il proprio spazio è possibile.

Dopo mesi di viaggio, quando Tiziano rientra in Europa, te e lui partite per Singapore con una nave portacontainer da La Spezia. Siete solo voi e un equipaggio di 18 persone, in una enorme nave deserta. Proprio lì avete capito che la noia è in realtà una circostanza che, se vissuta insieme, può regalare momenti di gioia e crescita personale.

Sulla nave Trieste l’unico momento di svago erano i pranzi e le cene che ci concedevamo con gli ufficiali della nave; per il resto non c’era la televisione o altri svaghi. Si commentava e si leggeva, e soprattutto si parlava. Lì, e più tardi sull’Himalaya, ho capito che più domande ci poniamo più diventa interessante la vita, perché devi sempre cercare risposte. Parlare a tutti i costi è una sfida importante. Quando si vive in due, isolati dal mondo, si dicono tante cose che altrimenti non emergerebbero. Chi sta sui social spesso vorrebbe abbandonarli, ma non sa come togliersi da lì. Se solo si trovasse la forza di vincere la pigrizia allora sarebbe davvero possibile gettarsi in un’avventura, anche in questa epoca.

© Archivio Terzani - Arrivo a Singapore

Prendere sul serio una profezia di un indovino, giocare con il fato: Tiziano trasformava ogni circostanza in un’occasione per esplorare l’umano. Era un’indole atipica per la sua epoca?

Tiziano era insolito: aveva una curiosità fuori dal comune e soprattutto una grande paura di sprecare il tempo che aveva da vivere in questo mondo, sentiva di avere i giorni contati. Tutto ciò gli pesava, ma gli ha dato anche la spinta per vivere appieno ogni occasione. Oggi mi sembra che sia ancora più difficile avere questa prospettiva perché, in fondo, tutto si può fare con l’aiuto della tecnologia: è solo mettendo al centro l’umano che possiamo trovare vie alternative per vivere, chiamiamole “allungatoie”, che rendono ogni esistenza più interessante.

Il movimento contro gli aerei e per il viaggio lento pone le sue basi sulla lotta al cambiamento climatico. L’obiettivo di Tiziano era invece quello di prendersi il suo tempo per tornare a scoprire il mondo. Sono due visioni diverse, ma sembrano indicare la stessa via: una vita più sostenibile e rispettosa per l’ambiente è anche una vita più libera e ricca di significato?

Certamente, è una vita più responsabile verso il mondo. Io sono molto sorpresa che il cambiamento climatico non viene preso seriamente dalle persone, che non si protesti contro le aziende che causano tutto questo. Siamo fermi e immobili. Tiziano in Un indovino mi disse cercava di non drammatizzare, perché sapeva che la direzione in cui stava andando il mondo già all’epoca era pessima. Ma molti hanno comunque capito, leggendo tra le righe, che stavamo andando verso a una diminuzione degli spazi per l’uomo e la natura. Tutto sommato è un libro che offre una prospettiva drammatica.

Alla fine della sua vita, quando gli viene diagnosticato il cancro che lo porterà lentamente a spegnersi, Tiziano decide che non vuole più fare il giornalista. Si fa chiamare Anam il senza nome, rigetta la sua identità, il suo lavoro. Una scelta controcorrente in una società dove il lavoro è diventato un dogma.

Siamo ossessionati dalla presenza del lavoro nella nostra vita e dalla performance. L’unica cosa che conta ormai sono i soldi e la sicurezza. Io sono figlia di un pittore e di un architetto, nessuno aveva uno stipendio fisso e nemmeno un’assicurazione sulla vita, io sono nata e cresciuta così, ma c’era una fiducia verso le nostre capacità che ci ha tutelato. I miei suoceri invece erano operai. Quando il padre di Tiziano non ebbe più la possibilità di fare il meccanico si mise a riparare gioielli, e se non fosse stato quello sicuramente avrebbe trovato il modo di fare qualcos’altro. Mi sembra che a volte l’idea della posizione stabile e assicurata possa solo trasformarci in meri consumatori. Non ci rendiamo conto che in questo modo ci priviamo della nostra libertà. Vogliamo un futuro garantito, e pensiamo che la sicurezza possa difenderci in un mondo che sta cambiando in peggio. E allora restiamo così, con lo schermo fisso sui nostri smartphone, senza pensare a come potremmo intervenire per cambiare le cose.

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte l’autore di questo libro: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai». Dopo tanti anni Terzani non dimentica la profezia (che a suo modo si avvera: in Cambogia, nel marzo ’93, un elicottero dell’ONU si schianta con ventitré giornalisti a bordo, e fra loro vi è il collega tedesco che ha preso il suo posto…). La trasforma, però, in un’occasione per guardare al mondo con occhi nuovi: decide infatti di non prendere davvero alcun aereo, senza per questo rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diviene così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria.

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Samuele Maccolini è un autore e collaboratore freelance. Ha scritto, tra gli altri, per Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Linkiesta e VICE Italia. Si occupa di lotte sociali, lavoro, politica e fenomeni giovanili. In veste di autore, con VD News realizza servizi video su storie di persone che guidano il cambiamento.

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