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Una profezia per il nostro tempo. La Trilogia Cosmica di C.S. Lewis

Di Roberto Paura • febbraio 21, 2024I grandi autori

L’inizio di questa storia è, per molti versi, noto: un giorno del 1935 o '36 C.S. Lewis disse a J.R.R. Tolkien:

Tollers [così Tolkien veniva chiamato dai suoi amici], c’è troppo poco di quello che ci piace nelle storie in circolazione. Ho paura che ce le dovremo scrivere da soli.

I due si impegnarono a scrivere rispettivamente la storia di un viaggio nello spazio e di un viaggio nel tempo: quest’ultima fu solo abbozzata da Tolkien nel romanzo incompiuto La strada perduta (di cui solo da pochi mesi è stata finalmente pubblicata la traduzione da Bompiani nel quinto volume della Storia della Terra di Mezzo curata da Christopher Tolkien); ma da lì venne l’ispirazione per Il Signore degli Anelli, la cui immortale fama fa sì che oggi quella frase buttata lì quasi per caso sia entrata nella storia della letteratura. Meno nota fu invece l’opera che Lewis ne trasse: Lontano dal pianeta silenzioso, che uscì nel 1938, non solo fu portato a termine con rapidità e determinazione (Lewis era decisamente più prolifico e metodico di Tolkien), ma divenne poi il primo romanzo della cosiddetta Trilogia Cosmica, proseguita con Perelandra (1943) e Quell’orribile forza (1945).

Humphrey Carpenter, biografo di Tolkien e autore del primo celebre studio dedicato al gruppo degli Inklings, come si facevano chiamare i membri di quel gruppo informale di scrittori di Oxford guidato da Lewis e Tolkien, ci spiega cosa avessero in mente i due quando si impegnarono nella loro piccola scommessa letteraria: “Storie che fossero ‘mitopoietiche’, ma sottilmente dissimulate sotto la veste di ‘thriller’ popolari”. L’idea era venuta a Lewis leggendo Il posto del leone (1931) di Charles Williams, tardivo ma fondamentale membro degli Inklings (che raggiunse a Oxford negli anni della Seconda guerra mondiale): Williams, autore di quelli che T.S. Eliot definì “thriller soprannaturali” o “metafisici”, aveva in quel romanzo immaginato l’irruzione dell’Iperuranio platonico nel nostro mondo, un’invasione di archetipi che prende avvio in una tranquilla cittadina dell’Hertfordshire. Lewis ne fu enormemente colpito, consigliando il romanzo e tutti i suoi amici e riprendendo molte di quelle idee in seguito nelle Cronache di Narnia. Ma ben prima di dedicarsi alla saga fantastica che ne garantì la celebrità, egli vide nel romanzo di Williams ciò che vanamente cercava in giro, ossia “un avvincente romanzo fantastico” che fosse al tempo stesso “un’opera profondamente religiosa”. Un’altra influenza determinate fu la lettura di Viaggio ad Arturo (1920), romanzo di David Lindsay (di recente per la prima volta tradotto in italiano dalle Edizioni Hypnos), in cui il viaggio spaziale fa da cornice a un’esplorazione del concetto di Dio su altri pianeti.

Quella che uno dei suoi biografi, Alister McGrath, ha definito la “svolta narrativa” della carriera di Lewis, giunse in seguito alla sua conversione religiosa: ateo nella giovinezza, ritornò alla fede anglicana in seguito all’incontro e alle conversazioni con Tolkien (cattolico), che lo convinse, in particolare in un celebre episodio (di cui esistono anche trasposizioni teatrali e cinematografiche), che nel cristianesimo era possibile ritrovare la loro comune passione per i miti, le fiabe e le leggende, con la differenza che con l’incarnazione di Cristo tali miti erano diventati verità. La prima prova letteraria (Le due vie del pellegrino, 1933) era passata piuttosto inosservata, troppo carica di allegorie sfacciate perché il percorso di conversione trasformato in un pellegrinaggio in una terra fantastica potesse risultare davvero godibile; né venne mai meno la fascinazione di Lewis per l’allegoria, alla quale avrebbe dedicato una parte rilevante della sua ricerca accademica, a partire dal fondamentale L’allegoria d’amore (1936). Nella seconda metà degli anni Trenta, tuttavia, a spingere Lewis a intraprendere una nuova e più matura prova letteraria fu la crescente preoccupazione per il clima intellettuale dell’epoca.

Lontano dal pianeta silenzioso di C.S. Lewis

«La storia, per un lettore intelligente, ha un gran numero di implicazioni filosofiche e mitologiche tali da attrarre fortemente, senza nulla togliere alla caratteristica più immediata, quella dell’avventura». J.R.R. Tolkien

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“Mutare il concetto di Spazio in quello di Cielo”

Da ragazzo, Lewis aveva avuto come precettore un ferreo razionalista, William T. Kirkpatrick, da lui soprannominato “il grande Knock”. Era stato Kirkpatrick, ateo materialista, a convincerlo che tutte le religioni non sono che invenzioni dell’essere umano e che la morale altro non è che il frutto della selezione naturale. Anche se personalmente rimase sempre affezionato a Kirkpatrick (a lui è ispirato il personaggio del dottor McPhee in Quell’orribile forza, che pur da scettico e materialista resta comunque legato alla cerchia metafisica dei protagonisti del romanzo ed è quindi “dalla parte dei buoni”), Lewis coltivò una crescente repulsione per quelle che riteneva essere le derive del pensiero razionalista inglese, incarnate da personaggi come J.B.S. Haldane, Julian Huxley, H.G. Wells e Bertrand Russell, i quali in quegli anni andavano predicando la moralità dell’eugenetica in nome dell’esigenza dell’umanità di farsi artefice del proprio destino e guidare l’evoluzione verso un nuovo livello, designato con un termine che sarebbe stato coniato per la prima volta da Huxley nel 1957 e destinato in seguito a grande fortuna: “transumanesimo”.

Prima di altri, Lewis si era reso conto che le motivazioni razionaliste e per certi versi anche socialiste dell’eugenetica non potevano che condurre a derive di tipo totalitario, prefigurando ciò che di lì a breve il nazionalsocialismo tedesco avrebbe tentato di realizzare su larga scala. La consapevolezza che, al di là delle apparenti distanze ideologiche e politiche, i socialisti umanisti inglesi e i nazisti tedeschi condividessero di fatto una stessa idea del futuro, in cui gli uomini, abbandonata ogni riserva morale, decidono di appropriarsi anche del frutto dell’Albero della Vita così da diventare “come dèi”, spinse Lewis a impegnarsi in un’opera che, dietro la cornice fantastica, si proponeva soprattutto come narrazione contro-egemonica: “Comunque, per ora, non abbiamo tanto bisogno di una dottrina quanto di persone che arrivino ad accettare certe idee”, dirà il protagonista, Elwin Ransom, al narratore, che è lo stesso Lewis, nelle ultime pagine del romanzo. E queste idee, in Lontano dal pianeta silenzioso, consistono essenzialmente nell’indurre “l’uno per cento dei nostri lettori a mutare il concetto di Spazio in quello di Cielo”.

È questa la prima grande rilevazione che colpisce Ransom nel suo viaggio verso Malacandra, il pianeta che noi chiamiamo Marte. Mentre l’astronave in cui viaggia prigioniero dell’esimio professor Weston e di un suo ex compagno di collegio, Dick Devine (che nel terzo romanzo diventerà lord Feverstone), si inoltra negli abissi interplanetari, Ransom si rende conto che lo Spazio non è affatto come quello descritto dai romanzi di Wells, buio e inospitale, ma un luminoso oceano di vita: “Come aveva mai potuto pensare ai pianeti, e alla stessa Terra, come a isole di vita e di realtà sospese in un vuoto di morte? Ora, con una certezza che non l’avrebbe mai più abbandonato, vedeva i pianeti – nei suoi pensieri li chiama le ‘terre’ – come semplici buchi o vuoti nel cielo vivente: scarti, rifiuti di materia pesante e aria caliginosa, formati non per addizione ma per sottrazione dalla radiosità che li circondava”. Quella visione, proiettata su scala galattica, lo porta a immaginare che anche ogni sistema stellare sia a sua volta non un’isola di luce nelle tenebre, ma “un buco o un vuoto (…) che sta allo splendido immutabile cielo come il cielo sta alle terre scure e pesanti”. Già qui vediamo un primo, determinante capovolgimento dei topos della fantascienza: non lo Spazio, ma il Cielo; non spazi vuoto e infiniti che attendono solo di essere colonizzati, ma il dominio del divino, al cui confronto è la Terra a essere vuota.

Quando, su Malacandra, Ransom incontra le diverse specie che vi convivono – i hrossa, i séroni e i pfifltriggi – si rende conto che, a differenza di quanto credono Weston e Devine, moderni conquistadores, quelle specie sono non solo intelligenti ma possiedono una morale superiore a quella umana, non conoscendo la violenza, l’egoismo, la cupidigia. Non si tratta di una riproposizione del mito del buon selvaggio: su Malacandra, semplicemente, il peccato originale non è mai avvenuto. Né, come scoprirà poi Ransom, si è verificato sugli altri mondi, tranne che sulla Terra – Thulcandra. Il pianeta silenzioso è così definito dagli abitanti di Malacandra perché il nostro mondo è stato posto in quarantena dopo la Caduta, quando la potenza angelica che gli era stata assegnata si è ribellata contro Maleldil (il Dio creatore) lasciando che il male infettasse la specie umana. La “quarantena divina” imposta alla Terra la pone in uno stato di inferiorità, ben diversamente dalle visioni cosmiste di quanti all’epoca di Lewis si auguravano che l’umanità potesse portare la civiltà anche tra le specie inferiori extraterrestri, come già si augurava Cecil Rhodes, che dopo aver colonizzato mezza Africa guardava alle stelle sperando di poter annettere mondi interi. Nel bassorilievo che Ransom scopre su Malacandra e che raffigura il sistema solare, il posto della Terra è vuoto: non c’è spazio per il “pianeta silenzioso” nel Campo di Arbol, come viene chiamato il Sistema Solare dagli Eldila, la razza celeste il cui nome Lewis trasse dagli Eldalië tolkieniani (il termine con cui gli Elfi designano sé stessi).

Nel suo saggio pubblicato postumo, L’immagine scartata (1963), che metteva a sistema alcune lezioni tenute da Lewis a Oxford sulla cosmologia medievale e rinascimentale, lo scrittore contrappose l’antico Modello dell’Universo a quello moderno. Certo, oggi affermiamo che la moderna concezione del mondo del cosmo è vera laddove la precedente era falsa; ma Lewis – in questo mostrando inattese doti di filosofo della scienza – ci ricorda come i modelli scientifici non possono mai essere definiti completamente veri, intanto perché sono modelli (quindi semplificazioni, rappresentazioni), e in secondo luogo perché anche l’attuale modello sarà un giorno destinato a essere sostituito da un altro più vero, e quindi bollato dai nostri discendenti come falso. “Ciascuno di noi sa, giustamente, che in ogni epoca la mente umana è stata profondamente influenzata dal Modello dell’universo comunemente accettato. Ma è anche vero che il Modello stesso subisce l’influsso dell’atteggiamento mentale predominante”.

Con Lontano dal pianeta silenzioso, Lewis intendeva contrapporre al modello dominante dell’universo un altro Modello, che pur rispettando gli stessi epifenomeni veicolasse una ben diversa concezione cosmologica. Anche se oggi sappiamo che i pianeti sono corpi di materia che gravitano intorno al Sole sotto l’effetto dell’attrazione gravitazionale, perché dovremmo escludere l’idea medievale per cui ciascun pianeta è affidato a Intelligenze planetarie che ne sorvegliano l’equilibrio per conto di Dio, come voleva la tradizione aristotelica e tolemaica ripresa da Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Dante? “Quello di cui stiamo parlando è un universo esteso nello spazio, nell’ambito del quale la dignità, il potere e la velocità diminuiscono progressivamente via via che si discende dalla circonferenza verso il centro, la Terra”: così Lewis spiega il Modello medievale ne L’immagine scartata. “La Terra è «fuori dalle mura della città (…). L’oscurità, la nostra oscurità, costituisce una sorta di cortina, che si solleva per consentirci di scorgere, sia pure solo per un istante (…) il vasto spazio concavo di musica e di vita”. È questa visione che Lewis trasmuta in realtà narrativa in Lontano dal pianeta silenzioso.

Perelandra di C.S. Lewis

Come in Tolkien, anche in C.S. Lewis la sapienza fabulatoria ha innanzitutto la funzione di svelarci una impalcatura etica e metafisica estremamente salda.

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“Il dolce veleno del falso infinito”

L’immagine scartata ci offre un altro indizio per decifrare la Trilogia Cosmica. Lewis cita un passo del Paradise Lost nel quale Adamo si paragona alla Terra ed Eva a Venere. È questo il tema portante di Perelandra, nel quale troviamo peraltro molti altri prestiti dall’opera di Milton, autore prediletto da Lewis, a cui dedicò una delle sue opere accademiche più famose, A Preface to Paradise Lost (1942). Perelandra, ossia il pianeta Venere, è la nuova meta del professor Ransom, qui chiamato dalle potenze angeliche per salvare la sua prima abitante, la Signora Verde, dalla minaccia della Caduta. Infatti, dopo che il professor Weston è riuscito a trovare il modo, nel precedente romanzo, di lasciare la Terra e giungere su altri mondi, il male che risiede nel nostro mondo ha iniziato a diffondersi tra le stelle. Weston, questa volta senza Devine, giunge su Perelandra ormai completamente posseduto dal diavolo, che intende corrompere la nuova Eva e diffondere il male anche sugli altri mondi. A differenza di Malacandra, Perelandra è un pianeta giovane, nato dopo la Terra (Thulcandra). Qui non troviamo le diverse specie aliene che Ransom aveva incontrato nel viaggio marziano, ma una sola abitante, peraltro del tutto simile a una donna terrestre, se non nel pigmento della pelle. Il perché viene spiegato dalla stessa Signora: dopo che Maleldil si è incarnato sulla Terra nella forma umana – un evento unico nella storia cosmica, reso necessario dal piano di salvezza divina dell’umanità – non è possibile concepire altre forme in cui l’intelligenza possa incarnarsi. La Signora è quindi la prima esemplare di una nuova specie postumana, ma non nel senso che intenderebbero i razionalisti inglesi dell’epoca di Lewis (o i transumanisti contemporanei): è il primo essere di una nuova razza successiva alla Salvezza. Se l’intelligenza luciferina che comanda la Terra sarà in grado di indurla in tentazione, anche questa nuova specie finirà come la precedente. È per impedire questo dramma cosmico che Ransom è stato chiamato su Perelandra.

In Perelandra l’allegoria religiosa giunge al massimo livello, ma al tempo stesso la tensione narrativa si acuisce immensamente rispetto al precedente romanzo. I personaggi di quest’opera sono essenzialmente tre, ma le loro dinamiche movimentano la storia fino a raggiungere picchi drammatici. Una delle scene più esemplari è quella in cui Weston, ormai del tutto posseduto, anziché provare a uccidere Ransom si limita a tenerlo sveglio durante la notte chiamandolo continuamente: “Ransom? Ransom?”. E quando Ransom risponde, Weston si ammutolisce. “Se l’attacco fosse stato più violento sarebbe stato più facile resistere”, ragiona Ransom. “Ciò che lo agghiacciava e quasi lo intimoriva era quella malignità unita a un che di infantile; in un certo senso era preparato ad affrontare la tentazione, la bestemmia e un’infinità di orrori, ma non a sopportare quella insistenza meschina e petulante, degna di uno scolaretto dispettoso”. Questo è il male nella sua forma più pura, cieca e priva di scopo: “In superficie, grandi progetti e un antagonismo nei confronti del Cielo che coinvolgeva il destino di interi mondi: ma nel profondo, dopo che ogni velo era stato squarciato, non restava forse altro che un tetro infantilismo, una malevolenza vuota e senza scopo disposta a saziarsi delle crudeltà più insignificanti, così come l’amore non disdegna le minime gentilezze”. Ma come è stato possibile che il grande Weston, lo scopritore dei raggi cosmici che portano il suo nome, l’inventore del primo metodo per viaggiare nello spazio, il genio paragonato da Devine a Einstein e Heisenberg di Lontano dal pianeta silenzioso, si sia trasformato nel Non-uomo di Perelandra? Quando atterra sul pianeta, Weston è apparentemente sempre lo stesso: un inglese convenzionale che, con il suo casco coloniale, arnesi, tende da campeggio e un carico di moralità borghese, intende portare la civiltà umana sul nuovo mondo. Ma non passa molto tempo prima che l’entità che si è impossessata di lui venga alla luce. È quando Weston inizia a spiegare a Ransom l’idea che lo ha condotto fin lì: “Ho sempre voluto apprendere per un fine utilitaristico. Dapprima vedevo questo fine sotto l’aspetto personale – volevo borse di studio, un reddito e quella certa posizione nel mondo riconosciuta da tutti e senza la quale un uomo non ha alcuna influenza. Una volta ottenute queste cose, cominciai a guardare oltre: al vantaggio della specie umana!”, spiega il professore. “A lungo termine (…) il vantaggio della razza umana dipende esclusivamente dalla possibilità di compiere viaggi interplanetari e interstellari. Io ho risolto questo problema. La chiave del destino umano è stata messa nelle mie mani”.

Questa idea Lewis la attribuiva, in uno dei brani più profetici del romanzo e dell’intera sua opera, a un’ossessione “che in questo momento circola ovunque sul nostro pianeta, in oscuri scritti di fantascienza, in piccole Società Interplanetarie e Circoli di Missilistica e nelle pagine di riviste assurde, ignorata o derisa dagli intellettuali ma prontissima, se mai riuscisse a conquistare il potere, ad aprire un nuovo capitolo di sventura per l'universo. È l’idea che l'umanità, non avendo corrotto a sufficienza il pianeta dove è nata, debba a tutti i costi dilagare in uno spazio molto più ampio: che le immense distanze astronomiche, divine norme di quarantena, debbano essere in qualche modo superate. Questo è l’inizio, al di là del quale vi è però il dolce veleno del falso infinito, il folle sogno che pianeta dopo pianeta, sistema dopo sistema, e infine galassia dopo galassia, possano venir costretti a sostentare ovunque e per sempre quella sorta di vita che è contenuta nei lombi della nostra specie – un sogno nato dall’odio della morte e della paura dell’immortalità vera, un sogno segretamente accarezzato da migliaia di ignoranti e da centinaia che ignoranti non sono”. Lewis si era imbattuto in quell’idea nel libro Possible Worlds di J.B.S. Haldane (1928) e negli scritti di H.G. Wells. Molti anni dopo sarebbe diventato l’imperativo della nuova Era Spaziale, la tacita convinzione che il destino dell’Uomo consista nella colonizzazione dell’universo, per trasformarsi poi negli ultimi anni nella follia futuristica dei tecno-miliardari, il “lungotermismo”, secondo cui, come già Weston e Devine affermavano, vale la pena sacrificare le vite di milioni e persino miliardi di esseri umani oggi per garantire all’umanità la sopravvivenza eterna tra le stelle.

Questo passo di Lewis fu notato da Arthur C. Clarke, che pur apprezzando la Trilogia Cosmica non poté non sentirsi tirato in ballo, lui che era presidente della British Interplanetary Society (fondata nel 1933) chiaramente tirata in causa da Lewis. Ne nacque un carteggio tra i due grandi scrittori, ricostruito per la prima volta nel 2003 in un libro intitolato From Narnia to A Space Odyssey: The war of ideas between Arthur C. Clarke and C.S. Lewis. In quello scambio di lettere Lewis riconobbe che non intendeva muovere critiche nei confronti della comunità scientifica in generale (“io vivo tra scienziati”) né nei confronti del progresso tecnico in sé e per sé, ma mettere in guardia dalle derive dello scientismo incarnate in una visione acritica e utilitaristica della scienza: “Sono d’accordo che la Tecnologia è di per sé neutrale: ma una razza che si dedica a incrementare le proprie forze e la propria tecnologia con una completa indifferenza, mi sembra un cancro nell’universo”.

Quell'orribile forza di C.S. Lewis

Molti mondi il professor Elwin Ransom ha attraversato, nei primi due volumi della «trilogia cosmica» di C.S. Lewis che qui si conclude...

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“Ma la grande razza incalza”

È a questo tema che Lewis dedica il volume conclusivo della Trilogia, Quell’orribile forza (1945). All’appuntamento con quello che può essere definito in assoluto il suo capolavoro, Lewis arriva dopo una clamorosa e inaspettata ondata di popolarità acquistata negli anni della guerra. Un suo breve e denso saggio su Il problema della sofferenza (1940) aveva attirato l’attenzione di un responsabile della BBC, che decise di chiedere a Lewis di tenere una serie di discorsi sulla radio nazionale intorno ai principali problemi della fede. Al tempo stesso, lo scrittore iniziò un tour nelle basi della Royal Air Force per tenere discorsi sugli stessi temi. Ciò rese il mite professore di Oxford una celebrità, consolidatasi dopo la pubblicazione, nel 1942, delle Lettere di Barlicche, in cui, attraverso l’immaginaria corrispondenza tra un funzionario di Satana e il nipote apprendista demone, vengono toccati i principali temi dell’esistenza umana e i contenuti essenziali della fede cristiana. Un successo che varrà cinque anni dopo a Lewis la copertina di Time come il più grande apologeta moderno.

Ma le sue preoccupazioni nei confronti delle ideologie tecnocratiche non scemarono affatto con la graduale sconfitta del nazismo e il ritorno alla pace. Lewis restava convinto che il veleno dell’ambizione tecnocratica di riprogettare l’Uomo e la sua civiltà secondo i dettami razionalisti della scienza fosse penetrato da tempo anche all’interno delle istituzioni democratiche occidentali, in particolare nel Regno Unito. Quando inizia a scrivere Quell’orribile forza, Julian Huxley è impegnato a perorare l’agenda della PEP, acronimo per Political and Economic Planning: una nuova programmazione politico-economica per il Regno Unito che parta dalla revisione dei programmi scolastici e si estende a tutti gli ambiti della società, improntata a criteri di efficienza e razionalità. Lewis trasformerà la PEP nell’INCE, acronimo di Istituto Nazionale per il Coordinamento degli Esperimenti, il cui capo, Jules, può essere letto come un riferimento allo stesso Huxley. Le preoccupazioni di Lewis per queste derive erano state esposte in una serie di conferenze raccolte nel 1943 nel breve saggio L’abolizione dell’Uomo: lì egli tentava di dimostrare come fosse assurda l’ambizione di una “pianificazione razionale del futuro” svincolata dai valori morali, poiché in realtà le scelte sul futuro riguardano essenzialmente scelte valoriali e anche coloro che ritengono che la morale non sia altro che un sottoprodotto dell’evoluzione biologica devono finire per ammettere che al fondo dell’umanità ci sono quei valori condivisi che Lewis sintetizza con il termine Tao, la “Via” condivisa da tutte le religioni e le etiche del mondo nel corso dei millenni.

Quell’orribile forza mette dunque in scena lo scontro tra pianificazione razionale del futuro e la “Via” che i pianificatori dell’INCE vorrebbero distruggere per liberare l’umanità dalle sue pastoie e garantire alla posterità l’espansione cosmica. È lo scontro finale anticipato dalle ultime pagine di Perelandra. Ora che il Male ha oltrepassato la quarantena divina e ha iniziato a diffondersi tra i pianeti, Maleldil e le sue potenze angeliche si preparano a intervenire per distruggerlo sulla Terra e riprenderne il controllo prima che sia troppo tardi. Prefigurazione del destino della Terra è il nostro satellite. Al termine di Perelandra troviamo un accenno al fatto che sia abitato da una razza malvagia e decaduta; ora scopriamo da Filostrato, uno dei capi dell’INCE, il segreto della Luna: “No, c’è vita lassù (…). Vita intelligente. Sotto la superficie. Una grande razza molto più evoluta di noi. Una fonte di ispirazione per noi. Una razza pura. Hanno ripulito il loro mondo e si sono liberati (quasi del tutto) della parte organica (…) Non hanno bisogno di nascere, di riprodursi e di morire; da loro solo la gente ordinaria, la canaglia, lo fa. I Padroni continuano a vivere. Conservano la loro intelligenza tenendola viva dopo che si sono sbarazzati del corpo organico – un miracolo di biochimica applicata. Non hanno bisogno di cibo organico. Capisce? (…) Ci sono ancora degli abitanti della superficie... dei selvaggi. Sull’altra faccia c’è ancora una gran macchia di sporco con acqua, aria, foreste... sì, e germi e morte. Ma lentamente estendono la loro opera di igiene a tutto il globo. Stanno disinfettandolo. I selvaggi li combattono: ci sono frontiere e guerre feroci, nelle caverne e nelle gallerie sotterranee. Ma la grande razza incalza”.

È questo il destino che attende la Terra. Il disboscamento di Bracton, imposto dall’INCE all’Università di Edgestow, non è che l’inizio. Il programma di pianificazione sociale dell’INCE guarda molto più in là. Contro tutto questo si pone Ransom, che al termine del precedente romanzo è stato ferito al piede dal Weston demoniaco, ed è ora trasfigurato in una figura quasi mistica: si fa chiamare Mr. King-Fisher (il Re Pescatore) e ha messo su nella propria tenuta di St. Anne un gruppo di fedelissimi chiamati a contrastare i disegni dell’INCE. Ma non è più Ransom il protagonista. Al centro della narrazione c’è una coppia di giovani sposi, Mark e Jane, il primo docente universitario di sociologia a cui è stata prospettata una brillante e ben pagata carriera nel misterioso INCE, la seconda impegnata a finire una tesi di dottorato di letteratura inglese e a tenere in piedi un matrimonio in cui non crede più, ma al tempo stesso ossessionata da strani sogni che sembrano veri e anticipano eventi drammatici. Mark, che qui è un vero e proprio alter-ego del giovane Lewis scalpitante accademico in ascesa nei circoli oxoniensi e inebriato da discorsi progressisti (Mark è del tutto ateo), e Jane, che in qualche modo prefigura la futura moglie Joy (che incontrerà per la prima volta solo nel 1952), ma anche la misteriosa Janie Moore, madre di un suo commilitone morto sul fronte francese durante la Grande Guerra e con cui Lewis convisse per decenni, rappresentano la convenzionalità del mondo moderno che entra improvvisamente in contatto con le forze ancestrali del Bene e del Male, esattamente come accadeva nel romanzo Il posto del leone.

In effetti Quell’orribile forza, il cui stile è molto diverso dai due precedenti romanzi, è un autentico “thriller metafisico” sul modello di quelli di Williams, in cui troviamo continui riferimenti alla materia bretone, fino al clamoroso ritorno di Merlino, oggetto della ricerca degli uomini dell’INCE, che sperano di impossessarsi della sua magia per i propri scopi. Merlino invece, pur restando fedele al suo druidismo delle origini, farà una scelta di campo a favore di Logres, come si definisce il gruppo di St. Anne guidato da Ransom, ultimo rappresentante di una linea di successori di Artù che si estende per tutta la storia britannica. Logres è il mondo di faerie “cristianizzato” che irrompe per distruggere il tecnomisticismo dell’INCE, i cui esperimenti che hanno al centro la misteriosa testa di un assassino condannato a morte rianimata grazie ai portenti della scienza ricordano in modo inquietante l’ambizione transumanista di risvegliare in futuro la coscienza dei defunti conservandone la testa in criostasi. Merlino, rimasto sepolto sotto i boschi di Bracton in attesa dello scontro finale, si inchina infine alla potenza di Maleldil. E il gran finale che richiama il titolo, tratto da un verso di Sir David Lindsay che descrive la Torre di Babele (“Di quell’orribile forza l’ombra / per sei miglia e più s’allunga”), è davvero un redde rationem apocalittico. Ma al tempo stesso Quell’orribile forza è il romanzo dove meno è presente l’allegoria religiosa, ormai pienamente trasfigurata nell’azione dei protagonisti della piccola comunità di St. Anne: donne e uomini normali che vivono insieme, come i primi cristiani, in armonia (un’armonia che, nel perfetto stile lewisiano, rispecchia l’ideale di una quotidianità quieta, dedita alle normali attività dell’inglese medio, un’immagine della vita “nel mondo che verrà”), contrapposti ai sogni superomistici dei pianificatori dell’INCE. Per dare un volto a questi ultimi Lewis non deve nemmeno andare molto lontano: non si tratta solo delle personalità dell’epoca contro cui lo scrittore intendeva prendere posizione, ma anche le cricche universitarie di Oxford che il Lewis professore ben conosceva, con i loro meschini maneggi per promuovere l’uno a scapito dell’altro, per mettere l’uno contro l’altro e per controllare tutti meglio, con un metodo tipicamente mafioso fatto di minacce velate e piccoli sgarbi. Il gruppo di St. Anne, da questo punto di vista, può essere letto anche come una rappresentazione del gruppo degli Inklings, a cui certo Lewis guardava anche come un informale think-tank chiamato a combattere, sul terreno della scrittura, le visioni distopiche dei pianificatori scientifici.

Rileggere oggi la Trilogia Cosmica di C.S. Lewis non è dunque per nulla simile alla lettura di qualche buon vecchio classico della fantascienza, come i romanzi di H.G. Wells. È piuttosto scoprire la profetica attualità dei suoi temi se letti alla luce delle nuove ambizioni dei tecno-titani che oggi ben più di allora dominano i destini del mondo e pianificano l’espansione cosmica. Si pensi al brano sulla razza lunare ormai liberatasi dai vincoli organici e impegnata a sterilizzare l’ambiente per renderlo più adatto ai propri scopi: cosa c’è di più simile alla visione postumana di una specie artificiale che vive all’interno di coscienze meccaniche, e che si diffonde di mondo in mondo attraverso sonde che portano con sé l’informazione per produrre nuove macchine fino a riempire l’intero universo, secondo la visione colonizzatrice di John von Neumann ripresa negli ultimi anni dall’inquietante utopia del lungotermismo? A tutto ciò Lewis contrappone non, come spesso si è sostenuto, una visione tradizionalista, conservatrice e reazionaria della società, ma la forza emancipativa di valori universali e senza tempo. Non occorre affatto essere cristiani o genericamente religiosi per apprezzare la Trilogia Cosmica e la sua visione di fondo: ciò che Lewis intendeva fare era contrastare il sogno (o l’incubo) di un’umanità trasformata dall’eugenetica, dalla pianificazione delle nascite e dallo scientismo con l’universalità del principio “ama il tuo prossimo come te stesso”.

Roberto Paura è presidente dell'Italian Institute for the Future; come giornalista scientifico e culturale, collabora con diverse testate ed è direttore della rivista "Futuri" e vicedirettore di "Quaderni d'Altri Tempi".

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