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Una tenerezza che trafigge. Ritratto di Guido Ceronetti

Di Federico Ferrari • febbraio 06, 2024I grandi autori

In una calda giornata di metà settembre di sei anni fa, sfilava per le strade di Cetona un corteo funebre cantante. Vi si contavano trentuno persone. Si trattava del funerale di Guido Ceronetti che di anni, il giorno della sua dipartita da questo mondo, ne aveva novantuno, essendo nato il 24 agosto del 1927 a Torino.

Come amava dire con il suo accento inconfondibile, lo scrittore, poeta, filosofo, moralista, marionettista, traduttore e giornalista piemontese aveva attraversato il secolo e del secolo aveva esplorato tutte le contraddizioni e tutti gli orrori. La sua professione “alimentare”, quella di giornalista, lo aveva spinto a seguire i più truci fatti di cronaca – La carta è stanca, La vita apparente, Cara incertezza ne sono testimonianza – alla scoperta del fondo oscuro e maligno dell’essere umano. Non si era quasi mai limitato a una osservazione distaccata ma, mosso da una profonda curiosità per l’umanità in tutte le sue forme, si era avventurato per le prigioni, cercando il contatto diretto con i “mostri”. A quell’abisso di marciume e pulsioni, di cui gli efferati omicidi non erano che il culmine visibile di un iceberg sommerso in ogni essere vivente, Ceronetti alternava una descrizione lucida e senza sconti della superficialità del mondano, dei suoi tic, delle sue banalità, dei suoi pensieri usa e getta. Sorta di Flaubert redivivo, cercava, spesso attraverso un’ironia tagliente, modalità di sopravvivenza per sottrarre, in primo luogo se stesso e in seconda istanza il lettore, all’incretinimento generalizzato.

Ceronetti era un càtaro, seppur sui generis, redivivo. Pensava, come il suo amico Cioran, che questo mondo fosse il frutto di un funesto demiurgo e che agli umani non restasse che la speranza, la cieca speranza, di ricongiungere la scintilla di luce, celata nella materia di cui siamo costituiti, alla pura luce di un Dio lontano e totalmente altro, indifferente alle cose del mondo. Con la temperie culturale del proprio momento storico, Ceronetti non c’entrava proprio nulla. Era un alieno (agli alieni, tra l’altro, sembrava credere, forse come ultima e ironica possibilità di salvezza).

Questo suo pessimismo o, come avrebbe preferito, questa sua conoscenza e consapevolezza della miseria umana non lo portava verso una forma di vita ascetica o a un distacco cinico. Era infinitamente curioso di tutto e, se così possiamo dire, pieno di amore per le cose più piccole e semplici. Vegetariano sin dalla più giovane età (e per questo ammirato dall’Anna Maria Ortese de Le Piccole Persone), riteneva che la sola seria battaglia politica fosse per l’ambiente, per il rispetto della natura e di tutti i viventi. Viveva con angoscia la devastazione planetaria, il cambiamento climatico, lo sfruttamento industriale delle vite. Era, sì, un càtaro ma una càtaro totalmente intriso di pietas per la fragilità degli equilibri dell’ecosistema, che era per lui un cosmosdisertato dagli dèi ma ancora ricolmo di segni, simboli, tracce che lo sguardo appartato di un filosofo ignoto, così amava definirsi, riusciva ancora a scorgere al fondo dell’immondo.

L’occhiale malinconico era lo strumento attraverso il quale guardare le cose del mondo. Poco importa se lo sguardo si posava sul visionario ciclo pittorico di Grünewald a Colmar, sulla Maja di Goya, sull’eterno femminino di Rembrandt, sul destino avverso di Abelardo ed Eloisa o sui matricidi della cronaca nera. Quello che in ogni cosa Ceronetti cercava era il fondo tragico, il Tragico tascabile.

“Il Tragico non esaurisce l’Essere, non esaurisce i lutti e i dolori che ci avviluppano, ma ne fa toccare, ai culmini della parola, la smisuratezza e l’incommensurabilità”.

La sua opera, letta retrospettivamente, mostra il lento ma inesorabile consumarsi di un’esistenza, quella di un intellettuale impregnato di spiritualità o di un mistico gravido di mondo che, allergico a ogni conformismo, sociale culturale e religioso, fa risplendere, come stella cadente nel cielo buio del secolo, un’anacronistica, cristallina, sferzante, spiazzante, abbagliante intelligenza. Alla luce emanata dalla sua scrittura, i suoi due libri Un viaggio in Italia (1983) e Per le strade della Vergine (2016) si rivelano, a distanza di anni, due spaccati delle metamorfosi, spesso grottesche, di una nazione che sprofonda nella propria inedita e “acculturata” ignoranza; un’ignoranza delle radici che spinge ogni bene (storico, culturale, ambientale, sociale) a trasformarsi nel proprio prezzo, in una generalizzata ostentazione di becera volgarità e di mercantile efficienza. Forse, solo Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino, in una sorta di controcanto snob alle asciuttissime pagine ceronettiane, completa l’immagine di questa, per molti versi catastrofica, mutazione, in senso genetico, dell’identità di un popolo, di una cultura e di una lingua. Mutazione che, ahinoi, si è compiuta, perlopiù senza che ne avessimo piena consapevolezza, in modo inesorabile e sempre più accelerato dal secondo dopo Guerra a oggi.

Ceronetti è stato, forse, l’ultimo grande moralista, nel senso che questo termine ha assunto agli albori della modernità. Se il libro di Giovanni Macchia, I moralisti classici, avesse avuto un’appendice dedicata ai contemporanei, avrebbe sicuramente accolto qualche scritto di Ceronetti, poiché Ceronetti, come Machiavelli e Pascal, Montaigne e Torquato Tasso, La Rochefoucauld e La Bruyère, si è dedicato a una lucida, ma mai spietata, indagine sulle passioni umane. Spesso le sue posizioni, come la sua “difesa” di Erich Priebke, criminale di guerra, autore della strage delle Ardeatine, da lui visto come l’ingranaggio di una macchina di sterminio di cui era a sua volta “vittima” (posizione non troppo lontana da quella sostenuta, a proposito di Eichmann, da Hannah Arendt in La banalità del male), lo portarono a subire dure reazioni da parte dell’opinione pubblica. Ceronetti non se ne curò più di tanto e continuò, senza ripensamenti, sulla sua strada.

Fu un uomo decisamente controcorrente. La sua intera esistenza fu un perenne tentativo di sottrarsi ai luoghi comuni per orientarsi verso la ricerca di una essenzialità del vivere. Si ritirò dalla cultura accademica che definiva, con il suo accento torinese, “una barba”; si ritirò dalle grandi città per vivere in una provincia di cui non faticava a constatare i limiti; si ritirò dal dibattito culturale del proprio tempo, di cui non gli sfuggivano i narcisismi e i giochi di potere; si sottrasse alla militanza politica, pur essendo antifascista, quando il fascismo contava, e anticomunista, quando il comunismo era l’abito necessario per quasi ogni carriera nel mondo della cultura. Si dedicò per lunghi anni a un teatro di marionette, attraverso le cui maschere inscenava, in modo spesso burlesco e satirico, i grandi mali e le grandi domande senza risposta del tempo, di ogni tempo e di oggi. Si trincerò, dalla più giovane età fino alla morte, in una vita fatta di studio e di ascolto delle parole, dalle più antiche e sacrali – memorabili le sue traduzioni del Qohelet, dai Salmi, del Libro di Giobbe, del Cantico dei cantici – fino a quelle dei suoi amati poeti, primi tra tutti, Catullo e Orazio, ma anche, tra molti altri, Rimbaud e Kavafis. Ma si dedicò anche, ritenendole non meno importanti, all’ascolto delle parole degli amici, dei compagni di strada, con i quali spesso condivideva solo un generico sentimento di serietà verso le cose prime e ultime. Indimenticabile lo scambio epistolare, durato quasi una vita e ricolmo di dissidi e aspre ma sempre fraterne parole, con Sergio Quinzio (Un tentativo di colmare l’abisso).

Credeva nella bellezza, in quella femminile (Pensieri del Gineceo), da lui venerata, come in quella dei gesti quotidiani (La pazienza dell’arrostito) ma anche, seppur con qualche remora, in quella dei segni silenziosi che esprimono i corpi (Il silenzio del corpo). Percepiva, ad esempio, nella bellezza della cerimonia, povera e laica, di un tè verde (Pensieri del Tè), consumato di prima mattina e verso le cinque del pomeriggio, l’emergere di uno spazio e di un tempo propizi a far risuonare un ritmo altro dell’esistere, un battito, un soprassalto sopito in cui i pensieri potessero finalmente soffiare, sospingendo l’intelligenza e il corpo tutto verso una dimensione più raccolta e vera, più autenticamente umana.

C’è una delicatezza profonda che avvolge tutta la scrittura di Ceronetti. Si tratta di una tenerezza che trafigge, che punge la scorza d’indifferenza di cui la vita ci ha ricoperti. In fondo, in tutti i suoi libri si sente vibrare l’attesa di qualcosa, di qualcosa che non si compie. Come, ad esempio, in modo più esplicito, in uno dei suoi ultimi testi, dal significativo titolo Messia. Si tratta di un’attesa che, probabilmente, per la sua intera esistenza, è stata non di un Dio, del quale diceva di non sapere nulla, ma di una possibilità di felicità o, per dirlo diversamente e più concretamente, di un amore felice (In un amore felice), poiché solo nel silenzio complice, nel linguaggio muto che si instaura tra due che si amano, gli era parso di percepire, seppur di un sentimento che subito fugge, “la gioia difficile di sentire condivisa la disumanità della pena”, di quella pena che ogni vita è in sé. La chiave dell’opera di Ceronetti è forse davvero tutta custodita nella cieca speranza di un cuore che si oppone alla lucida e tragica sapienza della ragione.


Un viaggio in Italia: 1981-1983. Con Supplementi 2004 e Appendice 2014 di Guido Ceronetti

A volte a piedi, a volte in treno, a volte in corriera, sempre con gli scrittori amati nella valigia: così Ceronetti viaggiò per l'Italia in un periodo di circa due anni, fra il 1981 e il 1983, ispirato da Giulio Einaudi che aveva intuito sposarsi molto bene la sua indignazione satirica con il resoconto di viaggio. Ceronetti attraversa grandi città e piccole località di provincia, visita piazze, monumenti, musei, ma anche carceri, cimiteri, distretti di polizia, manicomi. Annota i manifesti affissi sui muri, le insegne dei negozi, e denuncia le volgarità che lo feriscono. Ma il libro non è solo un reportage splendidamente fazioso. È anche un taccuino affollato di pensieri, di citazioni, di idiosincrasie. Un'enciclopedia caotica da cui attingere il pensiero di Ceronetti: sempre spiazzante, apocalittico, divertente.

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Come un talismano di Guido Ceronetti

Per vari decenni, Guido Ceronetti ha incontrato testi che gli si imponevano come accompagnatori silenziosi. Erano parole scritte in greco, in ebraico, in spagnolo, in arabo, in tedesco, in latino, in inglese, in francese. E, nella loro lunga permanenza, quasi di squatters della mente, quei testi via via esigevano di essere detti anche in italiano, e in versi (anche se non tutti, in origine, erano in versi). Quella compagnia si rivelò, nel tempo, a Ceronetti, e vorrebbe ugualmente rivelarsi a ogni lettore di questo libro, come una potente medicina.

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La vita apparente di Guido Ceronetti

Forse nessuno scrittore italiano di oggi è riuscito a stabilire un rapporto di complicità con i suoi lettori come Guido Ceronetti. Da qualche anno la terza pagina della «Stampa» è diventata per molti una sorta di casella postale, dove si va a controllare ogni giorno se è arrivato un biglietto dal solito, generoso, estroso mittente. Di che cosa ci parlerà questa volta? Di Mosè o di Barbara Stanwyck, dell’avanspettacolo torinese o di Zola, di Goya o dell’andropausa, di Santa Caterina o di Santa Teresa, di Clemenceau o di Orazio?

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Il Cantico dei Cantici di Guido Ceronetti

Il più grande testo d’amore di tutte le letterature. «Il mondo intero non vale il giorno in cui il ‘Cantico’ fu dato a Israele, perché tutte le Scritture sono sante, ma ‘Il Cantico dei Cantici’ è santissimo»

«Solo quelli che hanno amato la Sapienza come una donna, e una donna (sublime cortesia, inaudito conoscere) come la Sapienza, hanno ricavato dal Cantico tutta la possibile luce».



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Federico Ferrari (1969) è saggista, filosofo e critico d’arte. Per lunghi anni ha vissuto a cavallo tra diversi paesi europei. Nei suoi numerosi libri ha cercato di comprendere cosa significhi pensare e fare arte oggi. Nel 2020, ha co-fondato il web magazine Antinomie.

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