Skip to Main Content
Immagine di copertina

V13. Cronaca di una notte che non finisce

Di Giorgio Biferali • maggio 30, 2023I libri da leggere

Non ho comprato il latte e devo ancora pagare la mensa di mia figlia. Spero che il mio appartamento sia pulito, così i miei non avranno molto lavoro da fare. Questo, forse, sarà il mio ultimo respiro, meno male che non ho figli.

Questi sono solo alcuni dei pensieri delle persone che si trovavano a Parigi, al Bataclan, la sera del 13 novembre del 2015, e che sono riuscite a sopravvivere. Gli Eagles of Death Metal, un gruppo rock statunitense, sta suonando il brano Kiss the Devil, quando si sentono i primi spari. “Se l’inferno avesse un suono – racconta un ragazzo, nel documentario Netflix 13 novembre, attacco a Parigi – sarebbe quello del kalashnikov”. E per sapere quello che è successo quella notte, che è cominciata qualche anno prima e che non è ancora finita, bisogna leggere V13, il nuovo libro di Emmanuel Carrère, pubblicato da Adelphi (traduzione di Francesco Bergamasco, postfazione di Grégoire Leménager, pp. 267, 20 euro).

Il titolo si riferisce al nome con cui tutti, compreso l’autore, hanno ribattezzato il processo per gli attentati del 13 novembre, iniziato nel settembre del 2021 e durato circa dieci mesi, e il libro somiglia ad altri libri di Carrère come L’avversario e Vite che non sono la mia. Non tanto per il genere, che conta relativamente, rispetto alla bellezza e alla forza che queste pagine sono in grado di trasmettere, ma più per una questione di sguardo, o meglio, di sguardi, di empatia, di quello che succede a uno scrittore mentre osserva il mondo, mentre prova a decifrarlo, a immaginarlo in una storia, mentre costruisce i personaggi, i loro sentimenti, le loro azioni, cos’è che li spinge a compierle, perché non hanno scelto diversamente, cercando di fare la cosa più difficile: mettersi nei panni degli altri.

All’inizio di questo libro, diviso in tre parti (Le vittime, Gli imputati, La corte), Carrère confessa di voler seguire il processo per diversi motivi, perché ha la sensazione che sarà qualcosa di “enorme”, di “inedito”, e anche per un interesse nei confronti delle religioni e delle loro “mutazioni patologiche”.

“Dove comincia il patologico?”, si chiede, “dove comincia la follia, quando c’è di mezzo Dio?”, “che cos’ha in testa quella gente?”. Lui, come altri, si guarda intorno, in questo palazzo dell’Ile de la Cité che ha l’aspetto, dice, di una chiesa moderna, anche se non ci sono finestre, e non sa bene cosa aspettarsi. Non si tratta di assistere a un’esecuzione pubblica, di leggere una fiaba in cui da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi, non potrà esserci, comunque, un lieto fine. Ci sono le vittime, sì, alcune sono “vere”, altre “indirette”, altre ancora fanno parte della categoria “spettatore involontario”. Per chi rimane, per chi quella sera ha la possibilità di raccontarla, rimangono i traumi, il ricordo di una vita che si è fermata improvvisamente e non è più andata avanti. Maya, una ragazza che si trovava in uno dei ristoranti presi d’assalto, il Carillon, racconta di aver assistito agli ultimi momenti di vita di uno sconosciuto, accanto a lei: “Sono l’unica testimone della sua morte, non saprò mai il suo nome”. Da quel momento, ha smesso di correre, di sognare, di vivere. Nadia si sforza di immaginare gli ultimi trentacinque minuti di vita della figlia Lamia, che si trovava al caffè La Belle Equipe con il suo nuovo ragazzo Romain, nella condizione di “un amore allo stato aurorale”. Al Bataclan, alcuni si sono sdraiati a terra, fingendosi morti, altri sono scappati, correndo sopra quella distesa di sangue e di corpi. C’è chi dice che la cosa peggiore sia stata essere calpestati, chi invece è convinto del contrario, che sia peggio aver calpestato, per via di un senso di colpa destinato a rimanere per sempre.

Insieme a Carrère, impariamo nuovi termini, nuove espressioni, nuovi concetti per mettere a fuoco il dolore, la sofferenza, per cercare di proteggersi, o quanto meno per fare un po’ di chiarezza. Il “danno da lucida agonia”, che colpisce quelli che arrivano alla consapevolezza che stanno per morire, la “depressione melanconica”, che è uno dei tanti effetti del trauma, fino ad arrivare ai danni fisici, al “grande fracasso facciale”, all’essere “dilacerati”, ai corpi dei kamikaze che esplodono e si fanno “coriandoli”. Sul piano giuridico, si parla anche di “giustizia riparativa”, che prevede un incontro, un dialogo tra le vittime e i colpevoli, e che si colloca in quel limbo, in quella zona grigia da cui cerca di scrivere Carrère, in cui non bisogna confondere l’amore per il malvagio con l’amore per la malvagità.

L’autore ascolta tutti, anche Salah Abdeslam, il primo degli imputati, la "star" del processo, quando accusa i magistrati, gli avvocati, i giornalisti, di leggere solamente “l’ultima pagina del libro”, e dice: “Il libro dovreste leggerlo dall’inizio”. Per quale motivo la cintura che lui aveva intorno alla vita non è esplosa?, si domanda Carrère, ha avuto paura? Si è inceppata? Oppure si è pentito, un attimo prima di farsi esplodere? Altri, come Sofien Ayari, che si rivolge direttamente a Nadia, cerca di risponderle, di spiegare come abbia fatto a diventare così, pur essendo nato e cresciuto in una famiglia agiata e affettuosa. Sa bene che questo non riporterà in vita sua figlia, ma sente, in un modo o nell’altro, di doverle più di una risposta. Sono i piccoli gesti che fanno impressione, la quotidianità vissuta da quelli che si presentano come cattivi, come i nemici, che si muove parallela a quella che viviamo noi tutti i giorni, e a tratti le somiglia anche. Anche loro, i cattivi, hanno dei piani per il futuro, organizzano le loro vite nelle cartelle sul desktop dei computer, guardano le commedie, hanno ripensamenti, paranoie, che li portano a chiudersi in casa, a passare le giornate a fumare e a giocare alla playstation.

Carrère, mentre concede loro lo stesso sguardo che ha concesso alle vittime, si chiede dove si nascondano il male e il suo mistero. C’è chi muore per salvare, chi per uccidere, qual è il mistero più grande? È peggio avere un figlio assassino o una figlia assassinata? La grande letteratura non è fatta per essere utile, per dare delle risposte, per offrirci una morale pronta all’uso, ma per trovare nuove domande e aprire mondi inesplorati.

E come diceva Simone Weil, ripresa in questo libro da Carrère: “Il male immaginario è romantico, romanzesco, vario; il male reale incolore… desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante”.


V13: Cronaca giudiziaria di Emmanuel Carrère

Da questo viaggio al termine dell’orrore e della pietà, da questo groviglio di ferocia, di fanatismo, di follia e di sofferenza, Carrère sa, fin dal primo giorno, che uscirà cambiato – così come uscirà cambiato, dalla lettura del suo libro, ciascuno di noi.

Visualizza eBook

Giorgio Biferali, scrittore, docente dell’accademia Molly Bloom e insegnante di italiano e storia in un liceo. Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop. Ha pubblicato, tra gli altri, L'amore a vent'anni, romanzo d'esordio presentato al Premio Strega 2018, A Roma con Nanni Moretti (Bompiani) e Il romanzo dell'anno (La nave di Teseo).

Hai bisogno di contattarci?

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.